Ecologia-educazione ambientale: due facce della stessa medaglia

 

Anna Amati, Alessandra Modelli

 

L’ecologia riguarda tutti.

Negli ultimi due decenni l’importanza crescente dei problemi ambientali ha richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica, in special modo dei paesi industrializzati, sull’ecologia.  Non solo gli specialisti ma un numero sempre più alto di persone, (politici, amministratori, sindacalisti, cittadini volontari o dilettanti) per un motivo o per l’altro, si occupa di questioni ambientali.  Attraverso le molteplici emergenze, l’ecologia è oggi diventata una scienza ad alto valore sociale.  Questo può rappresentare un’opportunità, ma anche costituire un pericolo.  Da un lato il sapere ecologico, veicolato dai mass-media e dalle associazioni ambientaliste, potrebbe fare crescere il livello di conoscenza sul funzionamento degli ambienti e indurre comportamenti più responsabili.  Dall’altro però l’ecologia, crescendo in popolarità, potrebbe correre il rischio di venire banalizzata prima che l’opinione pubblica abbia compreso quale sia la sua importanza reale.  Basti pensare al significato ambiguo che il termine “ecologia”, e relativi aggettivi, hanno assunto nel linguaggio corrente: “ecologici” sono i prodotti per l’igiene personale, i detersivi, le auto con marmitta catalitica e le gite in montagna, “ecologisti” sono i partiti e i movimenti, e “operatori ecologici” sono gli addetti alla nettezza urbana.

 

La scuola ha recepito con notevole ritardo la richiesta sempre più ampia di capire per potere decidere e intervenire su problemi che riguardano tutti.  Solo di recente, i programmi di scienze e di geografia, di tutti gli ordini di scuole, si sono aperti ai temi dell’ambiente; sono state programmate diverse attività e prodotti numerosi materiali, ma l’impianto dell’insegnamento ecologico è ancora debole e lasciato unicamente all’iniziativa dei docenti.

 

Il corso di ecologia dell’indirizzo biologico.

È quindi con soddisfazione che si rileva finalmente la presenza di un insegnamento specifico di ecologia nell’indirizzo biologico del progetto Brocca.  Il corso, previsto al terzo anno nel punto di snodo tra biennio e triennio, permette un recupero delle conoscenze acquisite nei precedenti segmenti di scuola e una risistemazione, in una visione più complessiva, dei fenomeni della vita.  Sotto il profilo delle finalità e dei contenuti, questo corso risulta generico anche se sostanzialmente corretto.  La scarsezza di indicazioni operative e metodologiche lascia però molto perplessi: infatti, per un insegnamento così innovativo e oltre a tutto, con così scarse esperienze didattiche consolidate alle quali rifarsi, queste indicazioni sarebbero state particolarmente indispensabili.  In un precedente articolo su questa rivista, (A. Amati, B. Baggio, Naturalmente, anno 5, n. speciale 1992, http://wwwcsi.unian.it/educa/curricula/92s33abi.html) è già stato messo in rilievo il vantaggio di svolgere contemporaneamente un corso di biologia generale, centrato sul livello di organizzazione cellulare, un corso di morfologia e fisiologia, centrato sul livello degli organismi, e un corso di ecologia centrato sui livelli più alti di organizzazione biologica.  Una programmazione pluridisciplinare potrà offrire l’occasione di trattare in modo integrato i tre più importanti livelli di organizzazione del vivente.

 

In questa sede ci preme sottolineare un altro importante aspetto relativo all’insegnamento dell’ecologia.  La presenza di questa disciplina nel curricolo, rappresenta l’occasione per introdurre gli studenti ad un approccio nuovo e flessibile, l’approccio sistemico.  L’ecologia infatti occupa un posto particolare nell’insieme delle scienze biologiche.  A differenza della genetica, della fisiologia, della biologia molecolare che sezionano i sistemi viventi, spingendosi fino alle loro più piccole componenti, essa investiga non il particolare, ma la totalità, è interessata più alle relazioni che ai singoli componenti e mira a recuperare l’unità del reale che la visione riduzionista ha spezzato.

 

Ecologia e/o educazione ambientale?

Prima di entrare nel merito dei contenuti e delle metodologie, ci sembra utile porre alcune domande e avviare alcune riflessioni.  Come conciliare, nell’insegnamento, un approccio razionale all’ambiente con l’esigenza di sviluppare orientamenti e valori nuovi?  In che rapporto stanno l’insegnamento dell’ecologia e l’educazione ambientale?  L’ecologia moderna è lo studio degli ecosistemi a differenti scale spazio-temporali.  Essa analizza le interazioni tra popolazioni di organismi e tra queste e i fattori fisico-chimici dell’ambiente, e cerca di rappresentare i flussi e i meccanismi di regolazione dei sistemi ecologici attraverso l’uso di schemi funzionali.  Questa attività di modellizzazione si svolge mediante un continuo processo di “andata e ritorno” tra l’osservazione, la costruzione di modelli, la simulazione e il confronto con la realtà.  Come tutte le scienze, l’ecologia non si limita a descrivere gli effetti ma si pone l’obiettivo di trovare delle spiegazioni, di fare delle previsioni, di progettare degli interventi con lo scopo, in questo caso, di difendere e conservare gli equilibri naturali.  L’educazione ambientale, invece, non è una nuova disciplina, ma un progetto culturale e formativo di ampio respiro.  Essa coinvolge tutte le materie scolastiche e ha l’obiettivo di incidere sui comportamenti degli individui attraverso la presa di coscienza del fatto che l’ambiente è un patrimonio comune, solo parzialmente rinnovabile, e come tale da salvare e conservare.

 

L’educazione ambientale si propone quindi di favorire lo sviluppo di valori, di sentimenti e di interessi verso l’ambiente, e di motivare i giovani ad agire per la sua protezione e il suo miglioramento: questo aspetto le fa assumere una dimensione etica.  Essa inoltre chiede alla scuola di abbandonare i corporativismi disciplinari a favore di un’impostazione interdisciplinare dell’insegnamento e di un modo nuovo di affrontare i rapporti tra insegnamento e apprendimento, privilegiando quest’ultimo.  In un corso di ecologia l’aspetto di educazione ambientale non può essere ignorato: ecologia e educazione ambientale sono le facce di una stessa medaglia che si rafforzano e giustificano a vicenda.  Come dice Laura Conti «l’ecologia è un cantiere dove sono posti in disordine i “materiali” (le conoscenze) di cui ci si dovrà servire per realizzare il “progetto” (la gestione delle risorse ambientali)».  È necessario trovare un giusto equilibrio tra i due approcci che in ultima analisi rappresentano due aspetti complementari, uno più cognitivo e l’altro più etico, di una cultura fondata sull’ambiente.

 

Le finalità del corso

In base a queste considerazioni il corso di ecologia dell’indirizzo biologico, e più in generale un corso di ecologia di scuola media superiore, dovrebbe perseguire le seguenti finalità.

 

Sensibilizzare oltre che informare.

È probabile che in futuro un sempre maggiore numero di persone dovrà operare scelte ecologiche.  Ciò non riguarderà solo alcune professioni: tutte le attività umane hanno infatti ricadute sull’ambiente.  Questo significa che la scuola ha il dovere di mettere in grado i suoi utenti di prendere in futuro decisioni corrette.  I diplomati in campo biologico dovranno non solo possedere una seria professionalità, ma anche essere esempio di comportamenti corretti, essere capaci di informare e coinvolgere la gente in una fattiva collaborazione.  Tutti gli addetti al settore sono convinti che i progetti di difesa e di ripristino ambientale hanno successo solo se possono contare su una collaborazione convinta e consapevole della popolazione del territorio su cui è stato programmato l’intervento.  Il corso dell’indirizzo biologico non può limitarsi quindi a trasmettere informazioni e tecniche, ma deve sensibilizzare ai problemi e indurre atteggiamenti di partecipazione attiva.

 

Realizzare l’interdisciplinarietà.

Sebbene l’ecologia abbia come oggetto di studio i sistemi viventi ai più alti livelli di organizzazione, una corretta lettura dell’ambiente deve abbracciare uno spettro di scenari a diverse scale: dal molto piccolo al molto grande, dalle molecole all’intera ecosfera.  E poiché l’uomo è ormai un fattore decisivo nel mutamento dell’intero pianeta, la conoscenza dell’ambiente abbraccia anche altre aree del sapere.  È necessario pertanto affrontare i problemi da più punti di vista tenendo presente che competenze e conoscenze diverse devono integrarsi e non semplicemente sommarsi.  Lo studio dell’ecologia può diventare l’occasione importante per realizzare un’integrazione interdisciplinare: non solo all’interno delle discipline scientifiche (biologia, chimica e fisica), ma anche tra l’area scientifica e l’area delle scienze umane e sociali.

 

Valorizzare l’operatività sul campo.

Partendo dal presupposto che l’ambiente si studia nell’ambiente, è opportuno abituare gli studenti a lavorare sul campo, impostando il corso attorno a dei problemi concreti, preferibilmente su scala locale.  Questo non significa cercare situazioni degradate: non è necessario, anzi a volte può essere dannoso, impostare un corso di ecologia attorno al binomio ecologia = inquinamento.  È invece indispensabile tenere sempre conto della presenza dell’uomo: la specie umana è un fattore presente in quasi tutti gli ecosistemi, in particolare in quelli accessibili all’osservazione degli studenti, e analizzare un ecosistema trascurando questa presenza si riduce a pura astrazione.

 

Preservare la complessità e nello stesso tempo la specificità.

Se si vogliono affrontare problemi concreti è necessario preservare la complessità e tenere presente che qualsiasi dato ottenuto con l’indagine sul campo deve essere inserito in una dimensione più ampia.  La raccolta di dati e di osservazioni su singoli fattori ambientali è senz’altro indispensabile, ma si tratta di non fermarsi a questa fase del lavoro e di non dimenticare che ogni dato fa parte di un sistema più complesso.  La comprensione dell’ambiente richiede lo sviluppo negli studenti di un pensiero dinamico che li metta in grado di avere contemporaneamente una visione globale e una visione analitica dei fenomeni.  La sola visione globale non permette di comprendere nei dettagli i processi ambientali, la sola una visone analitica non permette di integrare i dati in una totalità funzionale.

 

Le strategie didattiche

Per conseguire queste finalità è necessario innanzitutto che l’insegnante accerti ciò che gli studenti già sanno e pensano.  Uno degli errori più frequenti commessi dai docenti è quello di azzerare le conoscenze degli allievi, negando dignità al loro sapere.  È da questo invece che bisogna partire per collegare il vecchio al nuovo e per operare una ristrutturazione delle conoscenze.  Sicuramente alla scuola spetta il compito di fornire le informazioni e i concetti, sia generali (ad es. il concetto di sistema) che specifici (ad es: biocenosi, biotopo, flusso di energia ...), fondamentali per la comprensione del funzionamento degli ecosistemi e dei problemi legati al degrado ambientale.  Ma è bene avere sempre presente che nella nostra società funziona una pluralità di fonti di informazione a cui anche gli studenti attingono.  Il contributo di queste alla loro formazione non sempre si concilia con le conoscenze apprese sui banchi.  I mass-media tendono ad affrontare i problemi complessivamente, spesso senza approfondimenti, puntando l’attenzione sugli aspetti più aneddotici.  Essi utilizzano spregiudicatamente espressioni che colpiscono l’immaginazione (ad es. effetto serra, buco dell’ozono ...) e si occupano prevalentemente di calamità e disastri.  Gli effetti negativi di questo tipo di informazione si fanno sentire: gli studenti tendono ad avere atteggiamenti catastrofisti, a generalizzare acriticamente le responsabilità, a idealizzare e mitizzare una natura di volta in volta matrigna o benigna.

 

Il rischio è che nelle loro menti si giustappongano due culture incomunicabili: quella ad effetto dei mass-media e quella cristallizzata della scuola formalizzata in programmi disciplinari privi di rapporti con la realtà vissuta.  La scuola dovrebbe abbandonare la presunzione di essere depositaria della “unica e vera” cultura e contribuire piuttosto a costruire un tessuto di conoscenze, all’interno del quale si possano disporre in modo coordinato il sapere personale, il sapere sociale e il sapere scolastico.  Per le considerazioni sin qui fatte non è pensabile affrontare i concetti e i metodi dell’ecologia esclusivamente in classe e limitare l’intervento didattico a lezioni frontali e a osservazioni in laboratorio.  È indispensabile invece che gli studenti abbiano la possibilità di acquisire una formazione ecologica pratica, sperimentando direttamente sul terreno.  Si sa che le uscite sul campo non sono facilmente realizzabili per ragioni strutturali difficili da rimuovere (organizzazione scolastica rigida, orario parcellizzato, mancanza di attrezzature).  Ma è anche vero che forti sono le resistenze degli insegnanti a intraprendere attività con cui hanno una scarsa dimestichezza e alle quali si sentono impreparati.  Queste remore vanno superate, ripensando in modo nuovo il ruolo dell’insegnante.  Egli non deve essere per i suoi allievi un esperto “che sa tutto”, ma una guida “che sa come si fa a conoscere” e fa ricerca insieme a loro.

 

All’inizio la preparazione delle uscite richiederà molto tempo e impegno, ma i risultati non si faranno attendere: rendendosi conto che l’insegnante non è il giudice della loro ignoranza, gli studenti saranno incoraggiati a esprimersi, non avranno paura di porre delle domande e di cercare delle risposte.  Per rendere più fattibili e nel contempo formative le esercitazioni sul campo, è utile proporre agli studenti di proseguire in modo autonomo le attività anche fuori dall’orario scolastico.  Essi, divisi in piccoli gruppi, potranno eseguire su un prato, un muro o una piccola pozza d’acqua vicini a scuola, le osservazioni e le operazioni da affiancare alle lezioni in classe.  Le attività continuate nel tempo permettono di non perdere di vista l’ecosistema nel suo complesso anche quando si stanno esaminando i singoli fattori.  In questo modo sarà anche possibile:

 

rifornirsi di materiale da osservare in laboratorio;

discutere attorno a problemi concreti;

imparare ad osservare secondo un “punto di vista”;

riconoscere in modo più approfondito le relazioni tra i fattori dell’ecosistema;

osservare e interpretare gli adattamenti degli organismi in ambienti diversi;

individuare le relazioni trofiche per provare a costruire semplici catene alimentari;

realizzare misurazioni fisico-chimiche su fattori abiotici dell’ambiente;

riconoscere animali e piante mediante le chiavi analitiche;

seguire nel tempo le variazioni quali/quantitative della comunità in funzione delle variazioni climatiche.

 

Questo intreccio di attività teoriche e pratiche, dentro e fuori dall’aula, stimola la curiosità e la capacità di osservare, educa a riflettere sui fatti osservati, abitua a lavorare in equipe consentendo così di raggiungere diversi obiettivi formativi e metodologici.  In un indirizzo biologico le esercitazioni sul campo hanno anche obiettivi addestrativi.  Questo significa che durante il corso lo studente deve impadronirsi di alcune delle tecniche fondamentali per la ricerca in campo ecologico: campionamento di fattori biotici e abiotici e loro conservazione, determinazione dei principali parametri chimico-fisici, riconoscimento di animali e piante, utilizzo di alcuni semplici indicatori biologici, censimento di associazioni vegetali.  Insegnanti e studenti devono essere consapevoli che, quando si conduce una ricerca, gli esiti sono spesso incerti o addirittura imprevedibili.  Essi quindi devono assumere un atteggiamento flessibile, disponibile a non seguire rigidamente il percorso precedentemente programmato a tavolino.  Se infatti, durante il suo svolgimento, dovessero emergere aspetti non previsti o nuovi interessi, il percorso dovrà essere modificato e adeguato alle nuove esigenze.

 

 

Pubblicato originariamente su Naturalmente, 1993, 6 (2), 14-16.