QUESTIONI DI STORIA DELLA CARTA: IL TRECENTO FABRIANESE

 

Giancarlo Castagnari

 

La storiografia attualmente disponibile permette di stabilire che il Trecento fabrianese è il secolo d’oro dell’economia locale, basata sulle manifattute e sul commercio dei panni lana, delle spezie, della seta, delle pelli pregiate, dei corami lavorati, delle armi, dei metalli (il ferro battuto è forgiato con maestria dai fabbri che rappresentano il più antico mestiere praticato nella valle del Giano, il fiume Castellano affluente dell’Esino), della carta bambagina, arte che diviene il settore trainante del fiorente Comune medioevale, riconosciuto capitale europea di quel prodotto nel XIV secolo.  È la fine del Duecento che segna l’epoca del "più completo sviluppo delle istituzioni comunali, quando le Arti – sostengono Grimaldi e Luzzatto – conquistano il governo della città."  Sono gli atti consiliari del 1294 a dare l’elenco delle Arti con i loro consiglieri e capitani, con i loro priori, eletti supremi magistrati del giovane Comune democratico, di questa potente repubblica appenninica, capoluogo di un vastissimo territorio con estese proprietà pubbliche.  Alcuni anni prima, nel 1278, i nomi dei capi delle Arti, che eleggono podestà Orso degli Orsini, nipote del pontefice Niccolò III, compaiono in un documento pergamenaceo conservato nel Libro Rosso, depositato presso l’Archivio Storico Comunale di Fabriano (sezione cancelleria, vol. 1 dei registri, c. 54v), ma fin dagli inizi del XIII secolo il peso politico dei giudici, dei notai, dei mercanti, della borghesia imprenditoriale e artigiana si fa sentire e segna la lenta trasformazione della società feudale.

 

Nel citato documento del 1278 sono menzionate le corporazioni dei giudici, notai, mercanti, calzolai, guarnellai, sarti, cappellai, merciai, macellai, fabbri, bovari.  I lanaioli compaiono più tardi in alcuni documenti del 1294.  I cartai si costituiscono in corporazione nel 1326, ma la loro attività è documentata negli atti dei notai Berretta e Diotesalvi di Bianco, risalenti rispettivamente al 1283 e al 1296 e in quelli di Matteo di Mercatuccio, che nel 1320-1321 registra alcuni contratti "di società e di lavorazione di opere ad artem chartarum operandum et exercendum."  Sono queste alcune prime testimonianze che danno per certo l’esistenza a Fabriano delle manifatture cartarie sin dai primi decenni del XIII secolo, un artigianato che nella seconda metà del Duecento, esce dalla fase sperimentale e dopo le note rilevanti innovazioni tecniche (l’impiego della pila a magli multipli, collatura del foglio con gelatina animale, filigrana in chiaro) è già in piena espansione agli inizi del Trecento.  Con l’Arte della carta, regolarmente costituita nel 1326, operano le Arti di più remota istituzione rappresentate dai mercanti e dai merciai.  Mentre la corporazione dei mercanti è dalle sue origini una delle Arti maggiori che per potenza e ricchezza riuscirà nei secoli XIV e XV ad intensificare i traffici commerciali, conquistare sempre più vasti mercati (anche in lontane regioni italiane e in altri paesi europei del Medioriente), a far lavorare su commesse le piccole aziende cartarie, l’Arte dei merciai raggruppa invece gli esercenti di negozi o botteghe in cui si vendono articoli di largo e corrente consumo e generi voluttuari: spezie, candele, stoviglie, armi, funi, scarpe, stoffe, cinture, cappelli, arnesi da lavoro, accessori per l’abbigliamento, mercerie ordinarie ed altro.

 

Con questo articolato sistema produttivo e commerciale innestato nella complessa architettura sociale dell’epoca, che prende corpo in un territorio strategicamente importante per le comunicazioni tra Umbria e la Marca anconetana, il Comune di Fabriano partecipa alle intrigate vicende politiche e militari del Trecento e alle lotte fra Guelfi e Ghibellini, localmente guidati gli uni dai Fidismidi e gli altri dei Chiavelli.  Per la sua straordinaria intraprendenza, dovuta in gran parte alle sue risorse umane e ai fermenti che si sprigionano dalla sua emergente economia manifatturiera raggiunge un alto livello di civiltà chiaramente riscontrabile negli statuti comunali e delle Arti, nelle istituzioni cittadine, nella difesa della propria autonomia, nelle forme urbane, nell’uso delle risorse naturali, nei prodotti dell’artigianato, nell’edilizia pubblica e privata, nelle arti figurative, nella cultura, nella vita religiosa.  Basterà ricordare che nelle Aegidianae Constitutiones Fabriano è inserita fra le "civitates magnae, subiectae regimini rectoris Marchiae Anconitanae", insieme a Pesaro, Fano, Macerata, Jesi ed altri centri marchigiani fiorenti nel XIV secolo.  In altri termini ci sono molte componenti che indicano le peculiarità locali connesse alle condizioni di benessere stabilizzatesi nel Trecento con il progressivo sviluppo delle attività manifatturiere e dei commerci, gestiti e pilotati dai mercanti e da alcune potenti compagnie mercantili, fra le quali primeggia quella di Ambrogio di Bonaventura e di suo figlio Lodovico, di cui si conservano alcuni registri nell’Archivio Storico Comunale.  In questa epoca, infatti, Fabriano si distingue come Città della carta e di pittori.

 

L’intraprendenza degli addetti alla mercatura è protesa alla diffusione della carta mediante una bene organizzata rete commerciale sostenuta anche con l’attivazione di "fondachi" in alcuni centri strategici come Perugia e Venezia, con operazioni promozionali e la ricerca dei committenti che vanno a formare l’articolata clientela distribuita in quasi tutta Italia, specialmente nell’area centro-settentrionale e nei paesi europei, soprattutto in Francia e in Spagna, con la collaborazione di corrispondenti, agenti, procuratori d’affari.  In pieno Trecento si tende a costituire società tra i maestri cartai, disposti a lavorare su commessa, e i mercanti in grado di garantire il regolare andamento del ciclo produttivo: dal reperimento della materia prima (gli stracci di canapa e lino), alla fabbricazione dei fogli, all’allestimento con l’impiego dei cialandratori gestori delle cosiddette "cambore", alla vendita e alla spedizione del prodotto finito.  Il commercio della carta in area altoesina risale al 1264, quando il Comune di Matelica acquista fogli e quaderni di carta bambagina, di provenienza fabrianese, ad uso del notaio comunale. Acquisto che si ripete anche negli anni seguenti.

 

Quella del 1264 è una data di riferimento che, oltre a dare la certezza dell’esistenza di attività manifatturiere cartarie a Fabriano ormai in grado di esportare il prodotto, conferma che quel tipico insediamento artigianale risale ad epoca antecedente.  Inoltre si può ritenere verosimile che se un Comune usa carta per i propri documenti ufficiali, la materia scrittoria acquistata deve avere caratteristiche qualitative, tali da garantire prolungata conservazione nel tempo e impermeabilità agli inchiostri dovute allo speciale trattamento con colla di gelatina animale, la principale innovazione introdotta nel XIII secolo dai cartai fabrianesi, i primi ad applicare questa nuova tecnica che andrà a sostituire le sostanze amidacee usate precedentemente dagli Arabi.  Innovazione con la quale si fa coincidere la fine del periodo arabo-italico della storia della carta e l’inizio del periodo italico o – come sostiene il Gasparinetti – periodo fabrianese, e che pone la nuova materia scrittoria in netta concorrenza con la pergamena.  Dall’analisi sin qui condotta nascono alcune questioni storiche che andrebbero maggiormente approfondite.  Infatti non si è ancora studiato abbastanza il ruolo avuto dalla produzione ed esportazione della carta nell’economia locale del Trecento.  Le fonti documentarie lasciano intendere che lo sviluppo economico sia prevalentemente dovuto all’artigianato cartario, alle capacità imprenditoriali dei suoi addetti, alla incisiva opera dei mercanti, categoria manageriale portatrice di un sistema proto-capitalistico che esce dai rigidi canoni e dai vincoli posti dal regime corporativo medioevale.  C’è da verificare come si viene consolidando quel modello di sviluppo così anomalo e quanto abbia inciso la mercatura nell’accumulo e nella distribuzione delle ricchezze.

 

Sicuramente la qualità della carta prodotta con le innovazioni tecnologiche a lungo sperimentate incide molto sull’aumento quantitativo e sull’esportazione dovuti alla crescente domanda ed al prestigio professionale dei maestri cartai fabrianesi.  Gli itinerari della carta da e per Fabriano non influiscono soltanto sullo sviluppo dei commerci e sul movimento delle merci, ma divengono altrettante vie di comunicazione.  Circolano idee, mode, costumi.  Migliora il tenore di vita si diffonde la cultura.  Affiorano forme di mecenatismo che si concretizzano con le commesse di opere d’arte o con lasciti destinati alle maggiori chiese e agli ordini religiosi.  È questo il secolo dei pittori e dei capolavori del Maestro di Campodonico e di Allegretto Nuzi, le massime espressioni pittoriche del Trecento fabrianese.  "La produzione fabrianese – afferma il Calegari – ha dalla sua un valido supporto mercantile, quello folignate e perugino che a sua volta è solidamente integrato al nucleo mercantile egemone all’epoca quello toscano.  {...}  Non è casuale se, a partire dalla prima metà del Trecento, le carte di Fabriano e di Pioraco compaiono nei più celebri manuali di mercatura.  Manuali che confermano fra l’altro il peso dell’esportazione della carta fabrianese nel Mediterraneo".  Un altro aspetto da approfondire è il fenomeno della diaspora dei cartai fabrianesi manifestatosi a cominciare dalla metà di quel secolo.  Fabriano esporta anche tecnologia.  Nell’esodo storico di quegli artigiani, che vanno – o per intraprendenza o per chiamata – ad impiantare cartiere e a lavorare altrove, portandosi dietro il prezioso bagaglio delle loro esperienze e delle loro tecniche avanzate e innovatrici, si intravede una sorta di "know how" che imprime alla manifattura cartaria italiana una dinamica eccezionale e tale da portarla a svolgere un contributo fondamentale nell’opera di diffusione della carta in tutta Europa.

 

Nel 1378 i Chiavelli, divenendo Signori di Fabriano, sono riconosciuti vicari della Chiesa e vanno ad esercitare il potere assoluto in un Comune che, ad opera delle Arti, dirette espressione del ceto medio, e della borghesia imprenditrice, aveva raggiunto da alcuni decenni un grado di sviluppo socio-economico molto elevato e il primato europeo nella produzione e commercializzazione della carta.  Essi ereditano una Città potente con una giurisdizione su un vastissimo territorio caratterizzato da una costellazione di castelli e ville, un centro attivo e laborioso nel quale già svolgono un ruolo determinante nella difesa militare del Comune e con un enorme peso politico e con mire e azioni tendenti ad ottenere il controllo del sistema economico, in aperta contesa con i più autorevoli esponenti delle Arti, che governano le pubbliche istituzioni, e con le potenti e nobili famiglie di parte guelfa, destinate a soccombere.  Da questa premessa si apre la questione, che dovrà basarsi su una rigorosa verifica storica, del ruolo svolto dai Chiavelli dopo l’avvento della loro Signoria che si protrae fino al 1435, anno della congiura conclusasi con l’eccidio di tutti i maschi della famiglia, e con la restaurazione del governo delle Arti, l’approvazione del nuovo Statuto comunale e il passaggio sotto il dominio dello Sforza.

 

Prima della loro definitiva conquista del potere comunale i Chiavelli, e per essi il più intraprendente Guido Napoletano (1325 c.-1404), figlio di Alberghetto II, intuiscono che inserendosi nel mondo imprenditoriale e della finanza, può indebolire il potere delle Arti ed avere maggiore spazio di manovra per attuare quella politica clientelare con cui assicurarsi il consenso dei ceti popolari economicamente più deboli.  Per realizzare questo disegno Guido continua a profondere tesori e a creare senza scrupoli difficoltà a coloro che ostacolano la sua politica instaurando un regime di concorrenza, con bassi costi di produzione, tale da indurre molti piccoli imprenditori a cessare l’attività e a vendere le proprie gualchiere, rilevate dai Chiavelli, sempre disponibili per potenziare nuove aziende da far gestire ai soci o agli amici della potente e ricca famiglia e pronti a sbarazzarsi degli oppositori.  "Ma il popolo – commenta Aurelio Zonghi – che trae utile da quella affettata generosità non s’accorge che in cosifatta maniera il suo signore cresce in ismisurata potenza la quale più tardi gli frutterà oppressione e tirannia".  A sua volta il Sassi, con toni un po’ enfatici, precisa che "le relazioni di parentela della famiglia dominante, molto prolifica, con signorie vicine e lontane, mentre ne consolidano la potenza, rendono più sicuri i confini, proteggono con alleanze i molteplici interessi, n’estendono in territorio più vasto la sfera d’azione.  Mentre all’interno si riformano gli statuti comunali {si riferisce allo Statuto del 1415} ed hanno tregua – almeno in palese, che il fuoco cova sotto la cenere – i contrasti civili, i Fabrianesi, deposti le bronzee corazze, indossano più a lungo il farsetto e la pannella dell’operaio; ed ha quindi felice incremento la produzione industriale nelle lane, nel ferro, nella carta; di opifici e di fondachi gli stessi Chiavelli si fanno fondatori o patroni, ed ai prodotti lavorati di Fabriano si aprono sempre più largamente i mercati, anche lontani, mentre dentro le mura cresce la popolazione, raggiungendo un massimo che le sventure dei secoli posteriori, diminuiranno".

 

Sgombrato il terreno dai più temibili avversari i Chiavelli tentano di conciliare i contrastanti interessi e di amalgamare i diversi elementi di una società articolata e inquieta.  Con lo Statuto del 1415 vogliono dare alla comunità una costituzione che consolidi la loro Signoria e garantisca l’ordine e la concordia ai sudditi.  È un nuovo ordinamento che stravolge gli antichi rapporti di forza basati sugli equilibri corporativi e contribuisce ad alimentare il fuoco del dissenso covato – come dice il Sassi – sotto la cenere e a preparare la rivolta alimentata da atavici rancori, da odi tramandati da padre in figlio.  A questo punto si pone la domanda: i Chiavelli sfruttano o promuovono le condizioni di sviluppo a loro esclusivo vantaggio per consolidare la loro supremazia su tutto e su tutti fondata sul dispotismo illuminato in un primo momento e poi trasformato in una forma di regime tirannico?  È evidente che l’avversione irriducibile alla Signoria proviene proprio da quel mondo imprenditoriale e finanziario umiliato, esautorato, politicamente emarginato.  Infatti i protagonisti della congiura e dell’eccidio del 26 maggio 1435 appartengono a un gruppo elitario che ha la sua base di appoggio nell’alta borghesia, particolarmente interessata a recuperare l’antica egemonia di classe dirigente a cui è sfuggito anche gran parte del potere economico.  Infine sono le minoranze illuminate e più attive del mondo economico e finanziario, che dopo il colpo di stato, prendono in mano la situazione e restituiscono alle Arti – ridotte dai Chiavelli a semplici organizzazioni tecnico-regolamentari prive di autonomia e peso politico – il governo del Comune.  Un ritorno allo "statu quo" che concilia l’anelito di libertà di molti con gli interessi egoistici e corporativi di pochi.

 

Alla domanda posta in precedenza in sede storiografica si è risposto asserendo che nei decenni di pace (1378-1435), assicurati dalla vigile, spregiudicata e arrogante politica dei Chiavelli, aumentano ricchezza e benessere e i sintomi di una più raffinata cultura è riscontrabili nello spirito umanistico che aleggia anche nella corte dei Signori, non indifferenti al fascino delle nuove correnti di pensiero.  Non si è però stabilito se i Chiavelli sono portatori o beneficiari del progresso e della crescita economica registrati a Fabriano nel Trecento.  Non si conosce ancora bene come e quanto abbia contribuito il regime signorile allo sviluppo dell’arte cartaria e all’espansione della domanda di un manufatto da cui si ricavano rilevanti profitti e quali effetti abbia provocato il controllo sulle attività industriali il concentrato potere economico assunto per conquistare la posizione egemonica occupata dalla borghesia artigiana e dai mercanti-imprenditori.  Ci sono giustificate ragioni per riaprire le indagini storiche sul Trecento fabrianese e trovare le risposte esatte alle molte domande inevase e disattese, non ultima quella ricorrente che pone il perché è rimasto indefinito il ruolo avuto dalla "città della carta" nello sviluppo dei commerci con i centri adriatici di Ancona, Fano, Venezia e dell’altra sponda, ma anche con quelli umbri, toscani, del settentrione e del meridione d’Italia e dei paesi europei.  Non si ha una esatta cognizione del peso economico raggiunto da un apparato produttivo e da un modello di sviluppo che, per quel poco che si conosce, erano in grado di accumulare una mole di affari piuttosto rilevante.  Infine, le fonti documentarie da scoprire e consultare non solo a Fabriano, il campo inesplorato dell’archeologia industriale cartaria, lo studio del paesaggio agrario e urbano aprono un vasto terreno per intraprendere quella scrupolosa ricognizione e quella rigorosa analisi che potranno portare alla risoluzione delle questioni aperte e dirimere le molte incertezze accumulate in questi ultimi tempi.

 

Precedentemente pubblicato in Palio di San Giovanni, 12-24 giugno 1999, Fabriano 1999.