UN SALTO TECNICO: FABRIANO E L’ARTE DELLA CARTA

 

Giancarlo Castagnari

 

Il materiale documentario relativo al XII, XIII e XIV secolo, conservato presso l’Archivio Storico Comunale di Fabriano consente una ricostruzione parziale e frammentaria degli inizi e della evoluzione che in questo centro delle Marche ha avuto la lavorazione della carta.  Di questa attività manifatturiera, già fiorente nella seconda metà del Duecento, le prime attendibili notizie si ricavano da un documento del 1264, conservato presso l’Archivio Storico di Matelica, nel quale sono registrate alcune forniture di carta bambagina, di sicura provenienza fabrianese, acquistate per uso del notaio comunale.  A Fabriano in questo scorcio di secolo la corporazione dei cartai non figura fra le dodici Arti che governano il Comune e che risultano elencate in un atto pubblico del 1278.  Fra queste le due maggiori che emergono per potenza e dimensioni e che si impongono come organismi politico-economici istituzionalizzati, ormai ascesi al potere comunale, sono quelle dei mercanti e dei lanaioli.  L’arte della lana, di cui si conservano gli statuti del 1369 nell’Archivio Storico di Fabriano, riunisce, fin dal XIII secolo, artigiani e personale specializzato nella cardatura, tessitura e tintoria con un ciclo completo che va dal reperimento della materia prima alla commercializzazione del prodotto finito.  Oltre a disporre di una sede propria i lanaioli possiedono un edificio per il "purgo" dei panni e numerosi locali attrezzati per la lavorazione, denominati "gualchiere".  Può ritenersi questa l’Arte che dà l'avvio alla fabbricazione della carta, ipotesi avvalorata dal fatto che la corporazione dei cartai risulta ufficialmente costituita nel 1326, anche se nel 1283 gli atti del notaio Berretta riportano i nomi di alcuni cartai fabrianesi.  Perciò è presumibile che questi artigiani, non ancora riuniti in una loro autonoma corporazione, operino in un settore in fase di sviluppo e di sperimentazione promosso dalla stessa Arte della lana a cui in un primo tempo appartengono per identità di interessi e di colleganza.  La specificazione "gualchiera a cincis" o più semplicemente "gualchiera" diviene infatti il termine più diffuso per indicare il piccolo opificio ubicato presso le sponde del fiume Castellano (oggi Giano) e predisposto per la lavorazione della carta bambagina.

 

L’abilità creativa dei primi cartai favorisce rapidamente la crescita qualitativa e quantitativa della produzione e perfeziona le rudimentali tecniche di lavorazione a tal punto che nel giro di pochi decenni Fabriano diviene la culla dell’arte della carta in Europa.  Sfuggono tuttavia all’indagine storica le origini di un così importante processo di sviluppo.  Si può osservare che l’industria cartaria marchigiana si avvia in un centro dell’entroterra appenninico predisposto a questo genere di attività produttiva proprio perché favorito dalle fiorenti manifatture dei panni di lana che, con le loro diverse fasi di lavorazione – ad esempio la follatura eseguita con le "gualche" mosse da ruote ad acqua – possono aver suggerito l’impiego della pila a magli multipli per battere gli stracci, da cui si ricava la poltiglia per la pasta da carta, eliminando così il mortaio di pietra e il pestone di legno azionato a mano usato dagli Arabi.  Per eliminare inoltre l’inconveniente del facile deterioramento dei fogli dovuto al collaggio con amido di frumento – causa principale dei divieti di impiegare la carta per gli atti pubblici delle cancellerie e dei notai – i Fabrianesi sostituiscono le sostanze amidacee con la colla di "carniccio" o gelatina animale ricavata dagli scarti delle locali concerie. Altra importante innovazione attribuita ai Fabrianesi è la filigranatura dei fogli che, osservati controluce, lasciano intravedere quello che inizialmente era il marchio dei diversi fabbricanti di carta; una necessaria distinzione del resto già praticata dai lanaioli che imprimono sui loro prodotti "marche" di fabbricazione i cui prototipi sono depositati in appositi registri della corporazione.  L’uso fin dal 1293 di fogli prodotti dalle locali "gualchiere" e contrassegnati da filigrane, per quanto rozze e imperfette, conferma la presenza di esperti cartai e lascia supporre che i Fabrianesi, apprese le rudimentali tecniche arabe nei primi decenni del XIII secolo, siano poi riusciti, dopo poco, e comunque nella seconda metà del Duecento, a dare una propria impronta alla loro arte.  Quindi a Fabriano si chiude il ciclo arabo-italico della lavorazione della carta a mano e inizia il periodo italico o più propriamente "fabrianese".

 

Infatti, a partire dal XIV secolo, il commercio della carta di Fabriano si espande e conquista i mercati dell'Italia centro-settentrionale e d’Europa.  Consistenti spedizioni verso le città di Ancona, Fano, Rimini, Venezia e Talamone, annotate fra il 1363 e il 1416 nei registri contabili attribuiti al facoltoso mercante Lodovico di Ambrogio, sono le prove storiche degli intensi rapporti con i centri oltremare.  Sempre a Fabriano fra Trecento e Quattrocento si contano quaranta gualchiere, che producono circa 250.000 chili di carta l’anno, e cresce la fama dei maestri cartai che – o per intraprendenza o su chiamata – introducono l’arte in altri centri d’Italia, in Austria, in Francia e in Svizzera.  Ora questa città appenninica al confine umbro-marchigiano rappresenta con le sue moderne industrie sette secoli di ininterrotta tradizione cartaria.

 

 

Precedentemente pubblicato in R. Cardona (a cura di), Charta. Dal papiro al computer, Milano, Mondatori, 1988.