FARE LA CARTA ALLA MANIERA DI FABRIANO: LA CIRCOLAZIONE DEI "PRATICI" E LA DIFFUSIONE DELLE PRATICHE MANIFATTURIERE IN EUROPA SUL FINIRE DEL MEDIOEVO

 

Manlio Calegari

 

Pratici e imprenditori

Quando la ricerca si occupa di epoche remote – l’osservazione di Jean Irigoin si riferiva alle carte italiane delle origini – e le testimonianze sono rare o assenti, quelle disponibili, proprio per la loro rarità e gratuità, pongono problemi interpretativi non da poco. [1]  Le testimonianze riferibili alle carte italiane del secolo XII, erano però concordi – aggiungeva Irigoin – nel dire che si trattava di carte "arabe" e, ma solo dalla seconda metà del secolo, di carte spagnole (Valenza ecc.).  Per un cambiamento del panorama si doveva aspettare i primi decenni del secolo XIII quando erano cominciate le modifiche del formato, della densità delle vergelle, dell’impasto e di altro ancora.  Non sempre era un cambiamento in meglio, osservava Irigoin; vi erano infatti segni di ritorno a tecniche primitive.  Ma quello che contava era che dagli anni 1220-30 era apparsa sulla scena una produzione diversa dalla precedente (quella spagnola) che, malgrado il suo primitivismo, avrebbe mostrato nel corso dei decenni successivi una rapida capacità di miglioramento.  Sui luoghi di origine di questa nuova produzione ancora ci si interroga, anche se, rispetto all’epoca in cui Irigoin faceva le sue osservazioni, sappiamo qualcosa di più.  Ma i misteri restano.  Ci sono ad esempio i due documenti, rispettivamente del 1235 e del 1255, che provano l’esistenza di una produzione locale nell’area genovese, dove 3 dei 4 protagonisti dei contratti provengono da altre regioni.  Fatto che suggerisce, oltre una circolazione di "pratici", anche una pluralità di esperienze sulle quali però gravano le ombre.  Il caso genovese non doveva essere isolato perché – è stato ancora Irigoin a farlo notare [2] – in quello stesso periodo la carta spagnola stava cedendo il passo a produzioni diverse fino a quando, verso la fine del XIII secolo, era iniziata l’affermazione della carta fabrianese di cui già Briquet aveva colto il diffondersi, all’epoca, anche in Sicilia e nel Napoletano.

 

L’affermazione storica della carta fabrianese – osservava Irigoin – era già compiuta prima della fine del XIII secolo, e doveva essere attribuita ad almeno tre fattori: l’impiego di magli chiodati al posto di quelli di legno; la collatura con gelatina animale al posto di quella con l’amido; l’invenzione della filigrana, segno che accompagnava la certezza della qualità commerciale del prodotto.  È il punto di arrivo di una indagine che ha avuto il suo documento principe proprio nel foglio di carta, nella sua composizione, la sua struttura, senza ignorare, ovviamente, fonti documentali d’altro genere.  I risultati dell'indagine archeologica sul foglio di carta prodotto nel Fabrianese – formato, impasto, vergelle, filoni ecc. – e sull'area commerciale della sua diffusione tra XIII e XIV secolo, si sposano perfettamente con la documentazione pubblicata da Aurelio Zonghi, ormai quasi 120 anni fa.  I 18 rogiti di Matteo di Mercatuccio, compresi tra il 1320 e il 1321, ci dicono di personaggi, dotati di capitale, che affittano o subaffittano gualcherias per campagne di durata definita, all’interno delle quali si opera secundum consuetudinem diete artis, dove si producono risme di carta a prezzi contrattualmente definiti, così come risulta definita la remunerazione dell’investimento.  Dicono ancora di locatio operis dove altri personaggi sono chiamati ad operandum et studendum artem bombicinarum, per periodi variabili che hanno però a che fare con campagne produttive di durata definita, in cambio di denaro e a volte, esclusivamente nei diebus laborativis, anche delle spese.  Così come dicono di contratti di garzonato dove genitori concedono – locant – figli minori ad altri per la durata di una campagna.

 

Contratti – queste locationes – dove la differenza dei valori monetali segnala, più della durata, le differenze dei ruoli a cui gli interessati sono chiamati.  Nel complesso il quadro che emerge è di un apparato ampiamente collaudato dove si sa con precisione quanto frutta un investimento, quali siano i rischi, quanto pagare la manodopera, quanto viene a costare la carta prodotta e a quali prezzi sia possibile venderla.  Significa che, agli inizi del Trecento, la manifattura fabrianese della carta conosce la certezza della resa dei capitali commerciali e finanziari investiti, una organizzazione del lavoro segnata dalla consuetudine, che a sua volta ha come protagonisti "pratici" reclutati con locatio operis canonizzate dal documento notarile.  La manifattura fabrianese vive cioè una stagione già nota ad altre città italiane per altri settori manifatturieri: lana, seta, ferro, e non solo.  In corrispondenza di un tale processo Fabriano conosce un incremento delle gualchiere, degli addetti, dei capitali investiti, della raccolta della materia prima e così via; cose con cui l’organizzazione comunale e in genere tutta l’economia e la società locale fanno i conti.  Non è un caso che nel 1326 un rappresentante dell’arte chartariorum venisse eletto al Priorato.  Neppure sono un caso le parole – precedenti la metà del XIV secolo – di Bartolo di Sassoferrato, e il suo riferimento agli edificia multa ad hoc che ci sono a Fabriano e il signum che ad ogni foglio di carta qui viene apposto per indicare da quale edificio provenga.

 

È facile supporre che tutto ciò che nel 1320-21 si trova documentato nei rogiti di Matteo di Mercatuccio non esista solo dall'anno precedente.  È la stessa fortuna commerciale del prodotto fabrianese a suggerirlo.  Ed è in questo stesso periodo, da quando il Duecento volge al Trecento e poi durante il Trecento che appaiono i casi di migrazione di magister chartarum bombicinarum, verso Bologna già da fine Duecento. Poi, nel 1340, Pace da Fabriano si porta a Padova e Treviso, in seguito altri, sembra che raggiungano la Lucchesia, poi ancora, all’inizio del Quattrocento c’è il caso di Grazioso che si stabilisce a Genova.  Non devono essere stati gli unici casi ma di loro è rimasta la memoria anche perché, sul posto, la loro storia non è stata breve.  Da un lato un sistema produttivo e commerciale collaudato, prestigioso, dall’altra la migrazione di personale esperto per altri lidi dove, per gemmazione, rinasce ciò che a Fabriano esiste già.  Gli studiosi sono particolarmente interessati a queste separazioni dal nucleo originario perché meglio di altri documenti aiutano a fotografarlo, a rappresentarlo.  Con Pace, con Grazioso, escono da Fabriano i modi e le parole di fare la carta, more fabrianese, di quel preciso momento.  E l’emigrazione dei pratici diventa un osservatorio privilegiato sulla madre patria.

 

Grazioso da Fabriano

Grazioso da Fabriano – la fonte era nota già a Briquet – si trovava a Genova da alcuni anni quando, nel 1424, chiese alla locale Signoria un decreto proibitivo della durata di 5 anni relativo all’esportazione degli stracci. [3] Stracci che gli erano necessari, sosteneva Grazioso – che nella supplica si definiva magister costruendi papirum – per l’attività che svolgeva in Voltri, borgo sede di Podestaria, posto a una dozzina di chilometri a ponente di Genova.  Per rendere più convincente la sua richiesta, Grazioso faceva notare che, prima che lui stesso si insediasse a Voltri fuit aliquis construens papirum nisi ipse.  Insomma, diceva: io, a fare la carta, qui da voi sono stato il primo, almeno da quando 18 anni fa, cioè nel 1406, ho iniziato la mia attività a Sampierdarena, nella Podestaria di Polcevera, nelle vicinanze della città.  La Signoria, dopo aver riconosciuto, concernere publicam utilitatem quod ars conficiendi papirum in districtu Janua propagetur, aveva concesso a Grazioso di far uscire stracias dalla città ma a condizione che fossero riservati solo a lui, prò elaborando dictam artem suam, e solo per i successivi 5 anni.  In definitiva una conferma di quanto Grazioso aveva sostenuto nella supplica: a far quel lavoro, nel Genovesato, c’era solo lui.  Così, anche grazie ai favori della Signoria, a Grazioso le cose erano andate bene e pochi anni dopo, nel 1431, lo troviamo ad affittare, per 15 anni, quodam aquaricium edificii prò faciendo papirum, un aquaricium posto sul Leira, torrente che esce in mare a Voltri dove Grazioso aveva trasferito la sua residenza. [4]  Un affitto per i successivi 15 anni: un investimento di lungo periodo, impegnativo; segno della fortuna, ma anche dello spessore economico di Grazioso.

 

Compratori delle carte prodotte da Grazioso erano all’epoca i cartai, negozianti a Genova, in città, di carta bombacina e di pergamene, e confezionatori dei libri necessari alla amministrazione pubblica, ai mercanti e alle famiglie.  Tra loro il cartaio Basilio Asinella che nel 1428 acquistava da Grazioso – magister faciendi apapirenses – alcune balle di papero.  Ed è proprio il cartaio Asinella che con altri prende l’iniziativa per dilatare il suo ruolo di committente a quello di fornitore di materia prima di Grazioso.  Nel 1450 infatti, col progetto di intrecciare vieppiù la sua fortuna con quella di Grazioso, chiede alla Signoria la revisione dei Capitoli delle Arti sanciti nel 1446.  Capitoli che riservavano all’arte dei pexari – negozianti in città di pece e stracci, articoli usati per lo più dai calafati nell’opera di calafataggio delle imbarcazioni – l’esclusiva d’acquistare e vendere in città vele e sartie vecchie (velia et sartias vetera).  Asinella chiedeva alla Signoria, per sé e per i cartai in genere, di condividere coi pexari la facoltà di acquistare anch’essi vele e sartie vecchie per poterle mandare fuori città, nel distretto, per venderle ai fabricatores apapiri.  Richiesta a cui la Signoria – dopo una breve inchiesta –acconsentiva ma ad un patto: in districtu Januae vele e sartiame vecchi potevano essere venduti solo ai fabricatoribus appapirri o per essere impiegati in fabricatione appapirri. [5]  La richiesta dei cartai e la decisione della Signoria permettono di fare alcune osservazioni.  La prima è che alla metà del Quattrocento, a Genova, il mercato della materia prima necessaria alla manifattura di carta è ancora in formazione.  La seconda è che alla stessa epoca gli interlocutori commerciali dei fabbricatori di carta come Grazioso sono i cartai di città.  Sono infatti i cartai che acquistano il loro prodotto e che per poterli liberamente rifornire di stracci, sottraggono ai pexari l’esclusiva del commercio degli stracci.  Infine che sono ancora i cartai che progettano un qualche controllo della manifattura i cui attori non sembrano avere sino ad allora il profilo economico e politico necessario per farla affermare.

 

Sono segnali che, all’epoca, la manifattura genovese della carta è ancora in fase di decollo.  In essa infatti deve ancora manifestarsi quanto avverrà di lì a poco: il suo passaggio nelle mani di un solido gruppo mercantile e la corrispondente affermazione nel panorama manifatturiero europeo dell’epoca.  I cambiamenti giungono sul finire del XV secolo.  Dalla metà del Quattrocento, a Genova, Grazioso e i suoi discendenti non sono più gli unici a far carta.  Altri personaggi si sono aggiunti.  Tra loro anche un veronese di cui però presto si perdono le tracce.  I Fabiano discendenti di Grazioso invece resistono.  Alcuni di loro prendono le mosse da Genova per raggiungere altre lidi.  Come quel Talamo da Fabian che opera a Barcellona dove un documento del 1523, a testimonianza della sua ultima provenienza, lo definisce papererius ianuensis della villa de Botri, storpiatura per Voltri dove appunto il clan dei Fabiano ha messo solide radici.  Come provano fonti del 1544 che riferiscono di un Giovanni da Fabiano, discendente di Grazioso, che a Voltri possiede col fratello Domenico, in proprietà e non più in affitto, un edificio da carta e il 50% di un altro simile.  Giovanni, col fratello Domenico, è coinvolto in un conflitto con altri, come lui proprietari di cartiere, perché ostile alla formazione di un consorzio per l’acquisto e la distribuzione degli stracci.  La documentazione relativa permette di accertare che all’epoca, nel 1544, operano nel Voltrese 29 edifici da carta che corrispondono a 21 proprietari.  Si tratta di personaggi che non appartengono all’arte di cartai ma al mondo mercantile, commerciano manufatti e materie prime di ogni tipo e sono presenti anche in altri settori manifatturieri, filatura e tessitura della seta, produzione di semilavorati di ferro ecc., dove, con i rispettivi pratici, stabiliscono contratti, di cui dirò più avanti, simili a quelli messi in opera anche nel settore della carta. [6]

 

Anche se i Fabiano fanno parte del gruppo, hanno poco in comune con esso.  Hanno un profilo proprietario, locano forza lavoro per le loro cartiere, praticano piccoli commerci ma sono, malgrado il loro ruolo storico di iniziatori, personaggi di secondo piano.  Più agevole per loro ritagliarsi nel panorama produttivo locale, per sé e i propri discendenti, una posizione di rendita strategica e, per questo, economicamente remunerativa.  Sin oltre la metà del Seicento, è nelle loro mani l’esclusiva della produzione locale di "forme di rame" e "trincarelle" con cui riforniscono, oltre l’area genovese, anche altri stati "ad eccezione di Roma, Francia, Firenze e Venezia".  Dei 29 edifici da carta del 1544 sappiamo tutto o quasi.  Tanto per cominciare, tra loro sono molto simili quando non uguali, come sono fatti, quanto sono costati, le prestazioni professionali necessarie e il tempo che c’è voluto a costruirli.  Sappiamo anche del ruolo dei loro proprietari, dei patti che li legano a coloro che risiedono in cartiera e che materialmente fanno la carta, dei pagamenti, delle forniture di stracci, della loro resa e delle quantità e qualità di carta prodotta annualmente.  Tutte cose di cui nel 1651 Gian Domenico Peri ha fornito una descrizione meticolosa: strutture, popolazione e relazioni sociali. [7]  Ma non esistono dubbi che l’edifìcium apapiri a cui Peri si riferisce nel 1651 è già operante almeno da un secolo, esistono i contratti notarili che lo provano.  È lo stesso edificio, con i suoi pratici e i suoi modi, che almeno dalla metà del XVI secolo i genovesi esportano in Francia, in Spagna e in altre regioni italiane. [8]

 

Tra il momento dell’arrivo di Grazioso a Genova e questo edificium apapiri, che dal Genovesato si trasferirà in altre parti del mondo, passa poco meno di un secolo e mezzo.  Anni durante i quali si compie nella manifattura della carta una mutazione sociale e tecnica.  Grazioso che inizialmente nei documenti che lo riguardano è nominato magister faciendi apapiros (1428) o magister fabricandi papirum (1430) entra in seguito nel novero dei fabricatores o coloro qui fabricari faciunt come inizialmente sono nominati i mercanti.  Persone che nulla hanno a che fare con i paperai, come dalla seconda metà del Quattrocento sono indicati quanti operano materialmente all'interno del processo produttivo, vivono in cartiera e, pur essendo una popolazione con una chiara identità artigiana, non ottengono di organizzarsi in arte.  Il che significa che non sono ammessi alla attività commerciale del prodotto che esce dalle loro mani.  Con i paperai, i fabricatores come Grazioso stabiliscono locatio operis regolate da compositio laborerii o da pacta.  Questi documenti sono importanti perché nell'elencare gli obblighi del paperaio ne indicano le competenze informandoci sul suo sapere.

 

Durante la seconda metà del Quattrocento il rapporto del genere che ha legato Grazioso al cartaio Asinella è rapidamente superato.  Un rapporto dove Grazioso, pur avendo il profilo del pratico non era escluso dalle possibilità commerciali: poteva comprare stracci e vendere carta.  Nella seconda metà del secolo, quando la carta si afferma come un business particolarmente interessante agli occhi del ceto mercantile, le relazioni sociali che governano la manifattura della carta cambiano radicalmente.  I cartai sono soppiantati nel loro progetto mercantile e devono contenere le loro aspirazioni al commercio della carta in città.  Sono invece i mercanti, qui fabricari faciunt, che possiedono o fanno costruire nuovi edifici da carta, a fornire la materia prima, gli stracci, nelle diverse varietà e quantità al paperaio che fornirà le balle di carta che il mercante venderà in tutto il mondo.  Il paperaio è responsabile della resa, della qualità e della quantità del prodotto che ne deve trarre, della manutenzione degli impianti e del rinnovo di quelli che fossero danneggiati.  È anche responsabile delle collaborazioni che, con diversi ruoli, esistono all’interno della cartiera; ed è lui a pagare le giornate dei suoi collaboratori che infatti gravano sul suo bilancio.

 

Pratici e mercanti

Torniamo ora a capo di questa storia, a Grazioso che arriva a Genova nel 1406, come qualche anno prima aveva fatto Pace da Fabriano, che era andato a Padova e a Treviso.  Probabilmente, come per altri Fabrianesi di quel periodo i suoi movimenti, anche se corrispondono alla stagione fortunata della carta fabrianese, richiedono egualmente di essere spiegati.  Prima di tutto, chi è Grazioso?  Sicuramente è persona che sa fare, che si accompagna con persone che sanno fare e che gode di risorse finanziarie proprie o messe a sua disposizione da qualcuno.  Grazioso non somiglia a quelli che negli atti del notaio Matteo di Mercatuccio rogati a Fabriano tra il 1320 e il 1321 locant o aposturant se, in genere per la durata di un anno, ad operandum et studendum artem chartarum bombicinarum, in cambio di una modesta somma di denaro e spesso del mantenimento.  Costoro infatti sono persone dal profilo economico modesto e in ogni caso la loro attività dipende da altri che, disponendo di capitali e, a volte di impianti di proprietà o in affitto, li reclutano in genere per una campagna di produzione.  Semmai Grazioso, è una deduzione fatta in base al ruolo che assumerà a Genova, somiglia a questi ultimi personaggi che le fonti fabrianesi definiscono col nome di chartarius che nelle stesse fonti ha a sua volta un profilo diverso dal mercante, che pure opera nello stesso ambito a volte sovrapponendosi al ruolo dei precedenti – infatti possiede cartiere, loca manodopera ecc. – e naturalmente dal "pratico" che si concede nelle locatio operis.  Aurelio Zonghi e in seguito altri in concordia con lui li ha definiti "fabbricanti di carta" o "rappresentanti di fabbricanti di carta" che "conducevano lavoranti ad operandum et exercendum artem chartarum".  Nel Fabrianese sono soprattutto loro che hanno il controllo della mano d'opera esperta, i "pratici".

 

A Genova Grazioso, al suo arrivo, si definiva magister costruendi papirum.  I suoi discendenti appartengono invece a quelli qui fabricari faciunt, a loro volta distinti dai cartai locali.  In seguito, nel corso del XVI secolo, solo i paperai vengono, a volte, chiamati "maestri", ma restano semplici "pratici" a cui è negato d'organizzarsi in arte.  A questo punto è così importante cercare di stabilire il profilo sociale ed economico di Grazioso?  È importante per rispondere alle domande poste da questo convegno sulle migrazioni professionali e in particolare su quelle fabrianesi.  Ad oggi siamo venuti a sapere sulle migrazioni professionali e dei pratici nel corso del tardo Medio Evo e poi nelle società di Antico Regime – ed escludendo fenomeni legati alla persecuzione religiosa o giudiziaria – siamo in grado di affermare che i protagonisti delle migrazioni hanno sempre posizioni sociali ed economiche di rilievo o, quando non sia così e si tratti semplicemente di persone a conoscenza di una pratica, si muovono sempre col sostegno o sollecitati da solidi intermediari, commerciali, finanziari, politici, tecnici.  Si può temperare l’astrattezza di questa formula facendo qualche esempio e tralasciando volutamente il settore dei costruttori di chiese e cattedrali che è sicuramente più noto e che conferma quanto ho appena detto.  Nella manifattura siderurgica, in particolare nella produzione di ghisa, i protagonisti a partire dalla fine del Duecento sono i pratici delle valli bresciane e bergamasche.  Dal Trecento in poi massicciamente durante il Quattrocento e nel secolo ancora successivo la migrazione di tali pratici verso molte regioni italiane e la Francia occidentale è continua.  A loro è affidata la costruzione dei forni da ghisa e del loro funzionamento, del reclutamento della mano d’opera necessaria e così via.

 

Una emigrazione a volte periodica, legata alle campagne di produzione, a volte stanziale e che dà luogo a dinastie locali.  Precedute da contatti, accompagnate da procuratori, atti notarili e inchieste mercantili, le presenze dei pratici siderurgici nulla hanno di casuale.  Così come del resto succede nel settore della cantieristica e della costruzione di imbarcazioni o ancora nello stesso settore della carta genovese.  A partire da prima della metà del Cinquecento e per tutti i decenni a seguire non c’è episodio di emigrazione di artisti, costruttori di edifici da carta, delle ruote idrauliche necessarie a farli funzionare, di paperai addetti al processo che non abbia a monte una organizzazione di sostegno o di richiamo finanziariamente dotata e, spesso, anche politicamente rilevante.  È un’altra delle ragioni per cui, contro questi movimenti di persone, possono poco o nulla i provvedimenti antiemigrazione.  Pensare che un pratico si mettesse in viaggio senza riferimenti, è quanto di più improbabile.  Oltre che di informazioni sui luoghi di arrivo, sulle condizioni politiche e commerciali che era necessario fronteggiare, c’era bisogno di mezzi di sussistenza per non dire di quelli necessari per gli investimenti, mezzi che dovevano essere disponibili o al momento della partenza o sul luogo di arrivo.  Immaginare un pratico che nottetempo lascia il suo paese, con un borsellino ben fornito, e si trasferisce in un altro paese dove o con le sue risorse o con quelle disponibili sul luogo, costruisce la sua cartiera, acquista stracci e la fa funzionare, magari dettando ai suoi nuovi committenti le sue regole del rendimento della materia prima, i prezzi del prodotto e così via è pura fantascienza. [9]

 

No, non è andata così. L,emigrazione dei pratici si alimenta di ragioni individuali ma si realizza in un contesto che ha in primo piano ruoli mercantili, gente che pratica il commercio e che del commercio ha le conoscenze e le relazioni.  Ecco il motivo per cui è molto probabile che il pratico trasferisca con se stesso, la sua famiglia e i suoi attrezzi, anche i rapporti di produzione messi a punto nella regione di provenienza.  Ed è questa la ragione di cui dirò più avanti per andare ad esaminarli e a compararli.  Il caso di Grazioso, come quello di Pace o di altri come loro, non sono diversi da quelli che, sullo scorcio del Medioevo, alimentano lo scambio di pratici e pratiche.  Casi che inducono a vedere in quel periodo un momento chiave della storia europea: quando diventano massicci la diffusione, lo scambio delle conoscenze tecniche e un complessivo arricchimento del tessuto economico; i prolegomeni della stagione straordinaria che si aprirà nel Quattro e Cinquecento.  Ma è pur vero che i casi di Grazioso, Pace ed altri – più facili da analizzare se si è consapevoli del contesto generale nel quale si collocano – mantengono però la loro natura di casi e come tali vanno indagati.  Altri interrogativi aspettano una risposta; ne accennerò qualcuno senza rispettare alcun ordine di importanza.

 

Emigrazione e congiuntura economica

Quale rapporto c’è tra l’emigrazione professionale dei vari Pace e Grazioso e la congiuntura economica locale, fabrianese?  Qui, come hanno osservato in molti, operano – durante il Trecento e poi nella prima metà del Quattrocento – in parziale promiscuità due gruppi.  Uno, per intenderci, è quello a cui appartengono i mitici Ambrogio di Bonaventura con suo figlio Lodovico, mercanti che insieme ad altre mercanzie commercializzano carte prodotte in impianti di proprietà insieme ad altre acquistate da chartai fabrianesi.  L’altro è composto dai cartai che locano forza lavoro, possiedono gualchiere e, come il gruppo precedente, le riforniscono di stracci.  I cartai sono organizzati in arte almeno dal 1326 e, finanziariamente, appaiono con un po’ di approssimazione, come un gruppo intermedio, tra i pratici da un lato e i mercanti dall'altro e con i mercanti non condividono la varietà delle merci e gli spazi commerciali, che per i cartai sono ridotti e locali e, anche per questo, tocca piuttosto a loro il controllo della manodopera esperta.  Non è casuale che provengano da loro i provvedimenti antiemigrazione e contro la diffusione dei segreti dell'arte emanati nel 1436 e poi nel 1470.

 

I due gruppi, mercanti e cartai, hanno ragioni e vivono congiunture in parte diverse.  Entrambe in crescita durante un lungo periodo, il XIV e poi il XV secolo, ma con una differenza: che la congiuntura mercantile fa i conti con situazioni – i mercati, luoghi e merci – lontane dalla percezione locale.  Al contrario di quanto succede nel mondo dei cartai, il cui punto di osservazione sembra limitarsi alla situazione locale.  Facile sembra allora la risposta alla domanda su chi e come, a Fabriano, possa maturare la convinzione che esistono, lontane da Fabriano, situazioni favorevoli dove creare o ricreare parte del tessuto produttivo esistente localmente.  Sono i mercanti dell’epoca: cittadini del mondo che del mondo hanno la cultura.  Genova è da tempo una piazza ben conosciuta; ci si vende molta carta, per i consumi locali e a mercanti che a loro volta la rivendono.  A Talamone, vero snodo dei traffici fabrianesi, opera nel 1365 un noto spedizioniere genovese, e sulla piazza di Genova opera nella seconda metà del Trecento una fortissima compagnia fiorentina.

 

Quando, nel 1406, Grazioso arriva a Genova dispone ragionevolmente di una buona massa di informazioni sul luogo dove ha deciso di operare.  La prima sede scelta per iniziare la produzione è Sampierdarena, una sede vicina alla città con forti presenze manifatturiere e disponibilità e tradizioni di sfruttamento di energia idraulica.  Pochi anni dopo, quando si trasferirà a Voltri, sceglierà il polo manifatturiero per eccellenza, con il maggior numero di mulini e prese d’acqua del Genovesato.  Grazioso arriva anche con il denaro necessario per sopravvivere, affittare, fare i lavori necessari per adattare impianti adibiti ad altre attività.  Grazioso arriva con i familiari e comunque con persone esperte dell’attività che vuole intraprendere e – lo sappiamo da documenti successivi – con le conoscenze necessarie per costruire le più originali attrezzature di cui dovrà servirsi.  Tutte ragioni per confermare che il suo profilo è più simile a quello del chartaio fabrianese che non al mercante della stessa città.  Ma il suo arrivo a Genova è reso possibile da una disponibilità finanziaria che sottintende strategie familiari e di gruppo.  Diversamente sarebbe impensabile.

 

Idee, esperienze, oggetti che migrano

S’impone qui un’altra domanda: che cosa, quale esperienza, quale sistema di conoscenze ed eventualmente quali oggetti trasferisce con sé Grazioso?  Perché quando si parla di trasferimento di tecniche, di migrazioni di pratici ecc. ci riferiamo a qualcosa che, almeno in questo caso, resta da scoprire?  La risposta è che Pace, Grazioso e gli altri trasferiscono, insieme a se stessi, una idea, una esperienza del processo produttivo, della sua organizzazione e forse anche oggetti, relativi ad un modo di fare che è precisamente quello operante nei luoghi da dove emigrano nel momento in cui emigrano.  È un modo di fare che però aspetta di essere precisato, analizzato, datato.  È quello che gli studiosi delle pratiche artigiane amano chiamare "sistema tecnico" che – è intuitivo – non è un sistema che nasce compiuto o che, dopo essersi sviluppato durante anni ad un certo punto si congela defintivamente.  Al contrario un sistema tecnico è fatto di conoscenze, pratiche, pratici, rapporti di produzione che a loro volta si traducono in lessici, anche tecnici, che costituiscono lo strumento di comunicazione all’interno e con l’esterno; un sistema in continua trasformazione nelle singole parti e quindi nel suo insieme.

 

Tanto per fare un esempio, il sistema tecnico della cartiera genovese che, dalla metà del Cinquecento, viaggia insieme ai paperai che – con il necessario supporto mercantile – si trasferiscono in Spagna e in altre regioni, è fatto di un certo edificio, dove circola un preciso numero di persone, che ha spazi distribuiti secondo una logica definita, che tiene conto di esigenze abitative, dell’organizzazione del lavoro, diurno e notturno, dell’afflusso della materia prima e della sortita del prodotto, un edificio con impianti (ruote, vasche, pile, torchi ecc.) che hanno dimensioni precise, destinate a funzioni precise; un edificio e un modo di lavorare che corrispondono ad una altrettanto precisa resa della materia prima a seconda della sua qualità e del regime della produzione giornaliera e così via. [10]  Così dev’essere stato anche per la cartiera che Grazioso porta a Genova.  Di quale impianto si trattava?  Nel patto stipulato nel 1410 da Lodovico di Ambrogio con Tomaso di Nassimbene – pubblicato da Zonghi – ne compare una descrizione essenziale, sufficiente però a dire che la costruzione o l’adattamento di un edificio precedente, come anche il resto delle strutture, richiedevano manodopera esperta.  La gualchiera, doveva avere da qualche parte il suo spanditoio, il suo magazzino e il resto: vasche di vario tipo, recipienti e locali destinati alla collatura, e poi le ruote ad acqua, di diametro ridotto, per muovere le pile.

 

Ma di quali dimensioni e come organizzati?  Grazioso è l’espressione di un sistema tecnico datato, di cui lui stesso fa parte.  Ne è consapevole al punto che quando nella sua prima supplica alla Signoria sostiene che lui è stato il primo a fare la carta sul territorio genovese intende probabilmente dire che lui è stato il primo a far la carta in quel modo nuovo di cui tutto il mondo parla; cioè il modo fabrianese.  Un modo che non è parente, anche se le parole con cui ad esso ci si riferisce sono quasi le stesse, di quello praticato nel Genovesato in epoca precedente, addirittura già attorno alla metà del Duecento. [11]  Il modo di Grazioso è diverso ma a definirlo non basta osservare l’esistenza della filigrana, della collatura animale, di martelli non più in legno come in passato.  Avremmo bisogno di sapere altro.  Anche perché c’è la possibilità che le pratiche della manifattura della carta esportate da Fabriano abbiano subito, in seguito al loro trasferimento, cambiamenti o contaminazioni dovute al contatto con altre tradizioni locali.  L’edificio – la gualchiera – che, al momento dell’affermarsi del more fabrianese di far la carta dovrebbe aver raggiunto la sua maturità, potrebbe essere lo stesso che Grazioso riproduce nel Genovesato almeno in tre occasioni.  Nel 1431 ad esempio affitta quodam aquaricium edificii prò faciendo papiri che sembra una cosa ben diversa dall’edificium apapiri di 50 anni dopo.  A Genova, l’aquaricium, è il sistema che grazie alla costruzione di bacini e sbarramenti permette di rifornire un bacino da dove è possibile prelevare l’acqua necessaria da inviare a canali e ruote idrauliche.

 

Frequentissimo nelle zone scelte da Grazioso – Sampierdarena e Voltri – l’aquaricium è la condizione prima della gualchiera.  Di quest’ultima ricordo che, ad un convegno che avemmo a Fabriano anni fa, era stato detto che ne erano state trovate tracce, qua e là, durante varie fasi della trasformazione urbana di Fabriano ma non so se siano state sottoposte ad una indagine archeologica così da restituirci qualche idea sulla ripartizione dei suoi spazi e sugli impianti che vi erano contenuti.  Eppure l’edificio dove si svolgeva il processo è sicuramente un punto chiave dell’esperienza fabrianese, e quindi nell’esportazione della manifattura.  Anni fa, circolava tra gli addetti ai lavori – ricordo in proposito un colloquio con la dott.ssa Nora Lipparoni – l’ipotesi che il ciclo manifatturiero della carta fabrianese, durante la prima metà del Trecento, non si realizzasse in una sola unità produttiva ma in unità distinte tra loro che solo in seguito – ma quando? – erano state riunite in un unico edificio.  È possibile?  Diviso tra ambienti staccati tra loro o riunito in un solo edificio l’ipotesi, suggerita da alcune tracce giunte sino a noi, è che, tra la fine del Duecento e i primi anni del Trecento, a Fabriano si venga a consolidare una struttura fatta di canali, ruote, sistemi di trasmissione del movimento, vasche, torchi, mescolatori, spanditoi ecc., e di attrezzi, telai, reticelle, che a loro volta presumono attività di filatura e tessitura di filo d’ottone o di rame, costruzione di forme e altro ancora.  Tutti elementi che, insieme al tipo di colla, alla selezione degli stracci e al loro mixaggio in relazione al prodotto voluto, vanno a comporre la peculiarità della esperienza fabrianese. Grazie alla quale – è accertato – la carta di Fabriano se ne viaggia, con successo, per il mondo di allora.

 

D'accordo: la filigrana, i materiali usati per la produzione, la collatura, la qualità raggiunta nella lavorazione del foglio sono il punto di arrivo – di eccellenza come si ama dire oggi – che rendevano la carta fabrianese rinomata, famosa.  Ma non basta riconoscere l’originalità, dell’esperienza fabrianese, e la sua importanza rispetto alla canonizzazione dei modi di fare la carta, ai prodotti – la qualità definita, la riconoscibilità ecc. –, per dare ragione della sua diffusione lontano da Fabriano.  All’epoca Comuni e Principati difendevano strenuamente con leggi proibitive la diffusione delle pratiche e la migrazione dei pratici oltre i loro confini.  Sappiamo che non bastavano ad impedire fughe e trafugamenti, ma sono comunque sufficienti a capire che la diffusione di una pratica nella società medievale e in generale in quelle di antico regime non avviene per una sorta di naturale traboccamento, un eccesso di abbondanza, e neppure – soltanto – per un universale riconoscimento della sua bontà o superiorità.  Un prodotto originale, superiore, è sicuramente più vendibile; e fa aggio su altri analoghi.  Ma altro è vendere carta e altro è trasferire un centro di produzione.  La ragione dei movimenti dei vari Grazioso e Pace va cercata nella storia dei singoli casi e non in una teoria economica.

 

Migrazione di parole

Infine le parole.  Il sistema tecnico della manifattura della carta fabrianese è fatto, come qualsiasi sistema tecnico, anche di parole: il lessico impiegato per descrivere i compiti dei pratici, per fissare i loro patti con mercanti e cartai, per stilare gli inventari delle strutture e gli elenchi degli oggetti necessari o connessi alla manifattura.  Parole che servono a regolare i contratti d’ogni tipo che accompagnano la manifattura della carta: un territorio che può ancora essere battuto con successo.  È stato ad esempio grazie alla analisi dei lessici tecnici e alla loro comparazione che è stato possibile ricostruire i movimenti dei pratici siderurgici bresciani e bergamaschi e la centralità della loro esperienza rispetto alle aree oggetto delle loro migrazioni.  Parole – quelle del lessico tecnico – che entrano nei contratti d’ogni tipo che si stabiliscono nell'ambito della manifattura: acquisti, vendite, società dalle più diverse forme di partecipazione, locatio operis, patti per lavori in economia o a prodotto.  Patti rogati per lo più di fronte ad un notaio che permettono di fissare i rapporti giuridici tra le parti: pratici e mercanti, pratici e cartai, così come storicamente si sono dati.  Fare della storia comparata sarebbe da questo punto di vista molto utile.  Perché l’esportazione di una attività manifatturiera ha fatto spesso tutt’uno, oltre che con il suo lessico, con le relazioni sociali maturate attorno ad essa nella regione di provenienza degli artisti o dei pratici.  Non ultimo perché è in forza di quei rapporti sociali che storicamente erano andate definendosi le loro prestazioni insieme al rendimento delle materie prime.

 

Il contratto che lega il capitalista al pratico è aspetto fondamentale di un sistema tecnico.  Illumina sui rendimenti della materia prima, sulla capacità produttiva quotidiana e per campagne e su altri aspetti dello standard che definisce la manifattura fabrianese e la rende popolare, superiore ad altre.  È molto probabile che le relazioni sociali strette nell'ambito della produzione abbiano accompagnato il trasferimento delle strutture produttive, degli esperti a costruirle e manutenerle e dei pratici chiamati a farle funzionare.  Così è avvenuto – sia pure nel corso del Cinquecento – nel trasferimento di paperai genovesi in regioni lontane dalla patria, ma anche per altre attività manifatturiere.  Ecco perché riservare una attenzione particolare al contratto che in patria lega il pratico al mercante o al capitalista non è questione secondaria nel momento in cui ci accingiamo a indagare sul trasferimento di una attività manifatturiera da una regione all’altra.  Perchè la partenza del pratico se da un lato implica la rottura di questo contratto potrebbe – questa è l’altra possibilità – costituirne la premessa per uno sviluppo altrove. [12]  Chiedo scusa se le mie domande sono state molte di più delle risposte ma, come amava dire Marc Bloch, "meglio una buona domanda che una risposta insoddisfacente".  Spero che, tra quelle che vi ho proposto, ci sia almeno qualche buona domanda.

 

Bibliografia

1. J. Irigoin, Les origines de la fabrication du papier en Italie, in «Papiergeschicte» 13,1963, pp. 62-67.

[2] J. Irigoin, L'introduction du papier italien en Espagne, in «Papiergeschicte» 10, 1960, pp. 29-32.

3. Archivio di Stato di Genova (A.S.G.), Artium, 179, fascicolo "12 aprile 1424".

4. G.B. Cabella, Pagine Voltresi, Genova 1908, pp. 62.

5. Tutta la pratica in Artìum, 179, cit.

6. La documentazione relativa è stata raccolta da L. Volpicella, Notizie su carte e cartai liguri, manoscritto composto alla fine del XIX secolo e conservato presso la Società Ligure di Storia Patria, Genova.

7. G.D. Peri, I frutti di Albaro, Farroni, Genova 1651, pp. 63-71.

8. M. Calegari, La manifattura genovese della carta, Genova 1986.

9. M. Calegari, Nel mondo dei "pratici": molte domande e qualche risposta, in «Saper fare, Studi di Storia delle Tecniche», Consiglio Nazionale delle Ricerche, Genova 2004.

10. Può essere utile richiamare come, in un contesto storico diverso, l’architetto Heinrich Schickhardt, giudicava la cartiera genovese esistente tra XVI e XVII secolo – la stessa le cui caratteristiche furono in seguito indicate da G.D. Peri nel 1651, ne Il negoziante – come la soluzione strutturale più congrua rispetto ad altre viste operanti in altre regioni italiane.  Al punto da rappresentare, a suo dire, un modello da riproporre.  Negli stessi anni avvengono dal Genovesato ad aree limitrofe migrazioni di pratici esperti della manifattura della carta.  Ecco un esempio di una possibile relazione tra la popolarità di una soluzione strutturale, l’edificio dove si consuma l’attività, e la popolarità dei pratici che ve ne sono preposti.  Schickhardt, tra la fine del 1599 e i primi mesi del 1600, nell’ambito di un lungo viaggio che aveva interessato varie città del Nord Italia, aveva trascorso a Genova alcune settimane.  Della città lo avevano colpito, oltre le residenze patrizie – lo attestano i suoi schizzi – anche i dintorni.  Schickhard, che era nato nel 1558 e all’epoca aveva da poco superato i quarant’anni, era da tempo interessato all’utilizzazione dell’energia idraulica per i più svariati fini, quindi ruote e sistemi di trasmissione.  Anche per questa ragione la cartiera genovese gli parve come una struttura razionale con una convincente ripartizione e destinazione produttiva degli spazi, come anche i sistemi di comunicazione interna.  Grazie agli schizzi presi sul campo, Schickhardt potè disegnarne, in seguito, un piano completo (conservato nell’Archivio di Stato di Stoccarda) per un progetto da realizzarsi in Francia, nella regione di Besançon.

11. Risalgono rispettivamente al 1235 e poi al 1255 due documenti che attestano in modo indiscutibile, J. Irigoin, Les origines de la fabrication du papier en Italie, cit., l’esistenza di una produzione riferita all’area cartaria genovese.

12. M.. Calegari, La manifattura genovese della carta, cit., pp. 21-28.

 

 

Pubblicato originariamente in L’impiego delle tecniche e dell’opera dei cartai fabrianesi in Italia e in Europa, a cura di Giancarlo Castagnari.  © Cartiere Miliani Fabriano – Fedrigoni Group, p. 67-80.