OMAGGIO A JACOB

(Seconda parte)

 

Brunella Danesi

 

Il Gioco dei possibili F. Jacob, nei Saggi di A. Mondadori, 1983) raccoglie 3 saggi dell’Autore: Mito e scienza, Il bricolage dell’evoluzione e Il tempo e l’invenzione del futuro, ognuno dei quali rappresenta un’opera in sé autosufficiente, ciascuna di circa trenta pagine.  Nella pratica didattica esso può quindi essere facilmente utilizzato, assegnando i diversi saggi a scansioni regolari.  Il primo saggio si apre con il chiarimento, come dice il titolo, della differenza, apparentemente così grande, che separa il mito dalla scienza.  L’intento di entrambi è certamente quello di fornire un quadro coerente od unitario del mondo.  Il mito immagina un mondo possibile, per poi inserirvi gli eventi naturali, interpretandoli come segni mandati dalle stesse forze che lo governano, per cui gli accadimenti sono al tempo stesso prove e conseguenze di queste stesse forze.  La scienza, che inizia il suo lavoro come il mito, costruendo però cosmologie più circoscritte, poi sottopone le sue ipotesi al vaglio dell’esperienza, accogliendo o meno le formulazioni proposte in una ricerca che praticamente non ha fine.  Sin dal suo emergere, la scienza occidentale ha cercato di sottrarsi alla tentazione, sempre presente soprattutto in campo biologico, di antropocentrismo, così che Monod può immaginare l’uomo, che si occupa di scienza ed ha rinunciato ai miti, come colui che "... sa che, come uno zingaro, è ai margini dell’universo in cui deve vivere.  Un Universo sordo alla sua musica, indifferente alle sue speranze, alle sue sofferenze, ai suoi crimini."

 

Mentre i miti hanno contenuti morali, la spiegazione scientifica del mondo non offre queste consolazioni rassicuranti e questo è il motivo principale per cui la teoria dell’evoluzione ha incontrato così tanti ostacoli per emergere ed affermarsi.  La controversia fra creazione ed evoluzione è stata soprattutto opposizione fra la costruzione tipica di ogni mitologia, di un mondo rassicurante, che ai suo centro vede l’uomo, l’essere prediletto dal suo creatore e quella di un universo come quello rappresentato dal precedente brano di Monod.  Anche quando la teoria dell’evoluzione è stata accettata nelle sue linee generali, per lungo tempo si è cercato di dimostrare che essa avveniva attraverso meccanismi neolamarchiani, molto più rassicuranti, e non darwiniani.  Il tentativo di dimostrare l’ereditarietà dei caratteri acquisiti, d’altra parte, accompagna la storia dell’umanità, tanto che se ne trovano tracce nella Bibbia (quando Giacobbe, per distinguere il suo gregge, fa in modo che esso procrei in prossimità di rami a cui sono stati tolti anelli di corteccia e così "... partorirono dei piccoli maculati ..."), ed è stata definitivamente abbandonata, almeno dalla maggior parte degli scienziati, solo grazie alla scoperta del DNA.  La teoria dell’adattamento formulata da Darwin, si è dimostrata feconda nell’interpretare i fenomeni evolutivi.

 

Jacob avverte, però, che questa teoria non deve trasformarsi in un nuovo mito, capace di interpretare ogni fenomeno e soprattutto portare al convincimento che tutto ciò che è, in quanto esistente, è bene, altrimenti si finisce col "vedere nel mondo vivente la stessa perfezione che un tempo veniva attribuita agli effetti della creazione divina".  Le varie modalità di speciazione, che si sono andate chiarendo per merito dei diversi ricercatori, mettono in evidenza tutta una serie di meccanismi (deriva genetica, geni neutri, speciazione quantica) che scompaginano il puro meccanismo selettivo.  La teoria dell’evoluzione manipolata in vari modi e per diversi scopi, anche fra foro contrastanti (di lei hanno detto un gran bene sia Marx ed Engels sia l’ideologia capitalista e colonialista) è stata utilizzata anche per derivare, dalla conoscenza della natura, una morale.  Il tentativo più recente di questa operazione pseudo scientifica è quello dei socio biologi, che, attraverso estrapolazioni fra animale ed uomo, cercano di giustificare le disuguaglianze sociali e sessuali: anche la società in cui viviamo, evidentemente, è per loro la migliore società possibile.  Jacob ribadisce il concetto che la teoria dell’evoluzione, in quanto teoria scientifica, deve essere continuamente rimessa in discussione e verificata e non trasformarsi in un nuovo mito.

 

Il saggio offre lo spunto per una serie di approfondimenti in diversi campi del pensiero scientifico e, se un insegnante ha la fortuna di poter collaborare con un collega di filosofia disponibile, può anche servire per introdurre all’antropologia culturale, utilizzando magari come testo di riferimento l’introduzione al libro "Il pensiero selvaggio" di Levi-Strauss, in cui si esamina la scienza del concreto dei "primitivi".  Ma senza uscire dal campo più strettamente biologico, il brano offre lo spunto per approfondire ulteriormente il concetto di adattamento, magari attraverso la lettura del saggio di Lewontin "L’adattamento" uscito sui n. 27 e 37 dei Quaderni delle Scienze, oppure parlando della sociobiologia e delle sue teorie, soprattutto esaminando concretamente la scientificità del concetto di razze umane, i rapporti fra natura e cultura, geni e comportamento, cattivo uso della genetica e così via.  Inoltre, dal momento che il brano cita quell’opera deliziosa che è il "Candido" di Voltaire, non è male suggerirne la lettura agli studenti, in quanto esso rappresenta un’ode contro qualunque ideologia.

 

Il secondo saggio "Il bricolage dell'evoluzione", è forse il più stimolante per il felice paragone fra il lavoro del "bricoleur" e l’azione dell’evoluzione: il bricoleur "... prende un oggetto dal suo stock e gli dà una funzione inattesa.  Da una vecchia ruota di automobile costruisce un ventilatore da un tavolo rotto un parasole.  Questo genere di operazione non è molto diverso da ciò che compie l’evoluzione quando produce un’ala a partire da una zampa o un pezzo di orecchio con un frammento di mascella ..."  A differenza dell’ingegnere, che prima elabora un progetto, quindi raccoglie i materiali necessari e poi attua la sua opera, l’evoluzione lavora su ciò che di volta in volta le si presenta e, mentre diversi ingegneri posti di fronte ad un problema simile lo risolveranno probabilmente in modo simile, l’evoluzione, come tanti bricoleur, ha trovato per problemi simili soluzioni diverse (basti pensare ai diversi tipi di occhio esistenti in natura).  L’evoluzione non si può permettere di gettar via niente, almeno all’interno degli organismi che sopravvivono, per cui i viventi risultano un insieme di strutture vecchie e nuove.

 

Jacob considera come esempio di questo il cervello umano, riprendendo in ciò la teoria di Me Lean del "cervello rettiliano" (rinencefalo), che governa le attività viscerali ed emotive, del cervello dei mammiferi inferiori, che sovrintende alla memoria ed alle emozioni e della neo-corteccia, il "cervello della ragione" e delle capacità creative, che dovrebbe controllare il tutto, anche se talvolta i cervelli più antichi sfuggono al controllo e si manifestano liberamente.  Questa tendenza alla conservazione di vecchie strutture si è verificata sperimentalmente esaminando numerose sequenze di basi azotate che caratterizzano il DNA; non solo proteine con uguali funzioni in organismi diversi hanno sequenze simili, ma anche proteine con funzioni diverse hanno ampie sequenze simili.  Anche in questo caso l’evoluzione ha tagliato e riaggiustato vecchi pezzi per costruire il nuovo.  L’uomo sta imparando a tagliare i geni ed a riassemblarli insieme e la nascente ingegneria genetica solleva polemiche a non finire, "ma ciò che uccide ed asservisce non è la scienza, sono l’interesse e l’ideologia".  Questo brano offre molti spunti di riflessione e, a parte l’uso scontato per un’analisi della teoria dell’evoluzione, si presta ad una discussione sulle biotecnologie, sul rapporto scienza-ideologia, e a un’introduzione ai meccanismi di funzionamento del cervello.

 

Il terzo saggio si apre con la bella descrizione del mito di Aurora; la dea aveva ottenuto da Zeus il dono dell’immortalità per il suo amante, dimenticandosi però di chiedergli anche l’eterna giovinezza, così che questo si fece sempre più vecchio e brutto.  Il tema che viene affrontato è quindi quello del degrado fisico che precede la morte dei viventi e dell’uomo in particolare che, grazie o per colpa del suo cervello, è in grado di averne coscienza.  Tutto le specie hanno percezione del mondo esterno, ma solo l’uomo possiede il linguaggio grazie al quale può esprimere concetti ed evocare ricordi e sogni; solo l’uomo sembra possedere il raro dono di progettare il futuro creando infiniti mondi possibili, solo l’uomo è, al massimo livello, un "animale culturale" e, malgrado molti abbiano voluto scorgere conflittualità fra le due nature, fra codice genetico ed ambiente esiste semplicemente complementarità ed è un falso ideologico negare l’una o l’altra dello due componenti.  Gli esseri umani, dunque sono fra loro diversi, sia per natura che per cultura e sbaglia chi dà particolare importanza ad uno dei due fattori piuttosto che all’altro.  Proprio queste diversità culturali e biologiche, d’altra parte, hanno permesso di utilizzare al meglio le risorse ambientali del pianeta, anche se purtroppo molte culture stanno attualmente scomparendo, assorbite dalla civiltà industriale.  Il tema affrontato da Jacob nella prima parte del saggio è generalmente molto coinvolgente per gli studenti; d’altra parte il desiderio di scoprire i segreti della morte affascina chiunque e, in questa direzione anche il libro di Medawar L’unicità dell’individuo.  I problemi centrali della Biologia (UE Feltrinelli, 1969) può essere ampiamente utilizzato.  La seconda parte del saggio si presta a molti lavori interdisciplinari.

 

 

Pubblicato originariamente su Naturalmente, 1991, 4 (3), 17-18.