L’ARTE DELLA CARTA A FABRIANO: LE CARTIERE DEI MONACI DI MONTEFANO

 

Giancarlo Castagnari

 

Il secolo XIII segna con certezza l’inizio della lavorazione della carta bambagina a Fabriano.  L’attendibilità di tale notizia è data da un libro contabile pergamenaceo del 1264 conservato nell’Archivio Storico Comunale di Matelica. (1)  Nel documento sono registrate alcune partite di fogli e quaderni di carta provenienti da Fabriano e destinati alla cancelleria del Comune.  Questa operazione lascia intravedere che, intorno alla metà del Duecento, in area alto-esina è già fiorente la manifattura e il commercio della carta, la cui fabbricazione nel Fabrianese molto probabilmente muove i primi passi, magari in forma sperimentale, alcuni decenni prima, tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo. (2)  Del resto l’esistenza di fogli filigranati del 1293, perfettamente conservati presso l’Archivio Storico Comunale di Fabriano, può confermare che quell’industria, per aver raggiunti livelli tecnici così alti e raffinati, usufruisce ormai di un’esperienza consolidata attraverso processi di lavorazione iniziati in epoca più remota. (3)  Infatti il salto qualitativo della carta si compie, nella seconda metà del XIII secolo, ad opera dei fabrianesi, ai quali si attribuiscono tre fondamentali innovazioni tecniche: l’uso delle pile a magli multipli per pestare gli stracci e preparare la pasta da carta; l’impiego della colla animale, ricavata dal «carniccio» scartato dalle locali concerie, che sostituisce quella amidacea, assicurando la conservazione prolungata del foglio e la sua impermeabilità agli inchiostri; la filigranatura dei fogli, che, osservati controluce, presentano «segni» di varie forme e dimensioni, identificati, in un primo tempo, come marchio di fabbrica. (4)

 

Le innovazioni tecnologiche e la conseguente evoluzione qualitativa del prodotto sono sintomi che sottendono una economia in fase di sviluppo con una attività manifatturiera – in particolare quella cartaria – che ha una sua funzione trainante e caratterizzante e che cerca spazi e nuovi mercati in Italia e Oltralpe.  Una economia in espansione che si muove di pari passo alla conquista da parte del giovane Comune del territorio circostante sul quale, dopo la sottomissione dei piccoli feudatari dei castelli limitrofi, i fabrianesi estendono il loro dominio. (5)  Quando Silvestro Guzzolini nel 1231 si trasferisce a Fabriano e a Montefano fonda il suo eremo o quando nel 1244 la presenza dell’Ordine Silvestrino si consolida anche in città nel sito detto delle «castellare», ove successivamente viene edificata la chiesa di San Benedetto, destinata ad avere giurisdizione parrocchiale fin dal 1231, la comunità fabrianese è in fermento e vive il periodo magico della sua formazione strutturale, economica e culturale, in parte dovuta alla fusione dei due primitivi castelli: Castelvecchio e Poggio, dai quali nasce un fiorente centro appenninico con risorse vitali provenienti dalla vasta campagna e dalle sue manifatture: lavorazione del ferro, dei panni lana, del cuoio, della carta, organizzate nelle fiorenti corporazioni delle arti e dei mestieri fin dal 1278, fra le quali, a cominciare dal 1326, prende consistenza e sopravanza tutte le altre quella dei cartai. (6)

 

E nel Duecento che l’impianto urbanistico va assumendo la sua struttura fondamentale che poi si svilupperà in forma più organica nel secolo successivo anche se in effetti i primitivi insediamenti hanno già dato un’impronta indelebile all’assetto cittadino.  È nel 1255 che viene edificato il palazzo del podestà che, al di là della sua mole e dei suoi pregi architettonici, assurge a simbolo della concordia e della potenza comunali.  In questo stesso periodo, intorno al 1231, sorgono le prime mura, che segnano i contorni delle «terra» di Fabriano, mentre si vanno delineando i punti di riferimento e di aggregazione sociale, economica e religiosa: le due piazze principali, la chiesa matrice di San Venanzo, i palazzi delle magistrature, le officine dei fabbri nella piazza Mercatale, le gualchiere dislocate lungo gli argini del fiume Castellano (poi denominato Giano), da Cancelli al Ponte del Gualdo, alla Madonna della Quercia, nelle propaggini della chiesetta di San Lorenzo. (7)  In questo contesto ambientale l’arrivo di Silvestro è segnato da una favorevole accoglienza che si concretizza nelle donazioni che riceve il novello Ordine monastico le cui proprietà si vanno estendendo nei dintorni della città murata e nell'interno della stessa città con una politica patrimoniale mirata a disporre di beni immobili accorpati in aree prescelte, una delle quali è molto spesso indicata negli atti di donazione, compra-vendita, permuta e nei contratti di affitto o «nolo» e di enfiteusi; si tratta del Ponte del Gualdo, una località molto più nota oggi con il nome di Vetralla, dove si concentra una buona parte del patrimonio immobiliare dei Silvestrini: terre, mulini, gualche, case, vallati, chiuse. (8)  Un’area abbastanza estesa, con alcune prerogative essenziali per l’insediamento di gaulchiere: la vicinanza alla città, l’andamento pianeggiante del terreno e l’acqua del fiume per ricavarne la necessaria energia idraulica e per alimentare i vallati.

 

Intorno all’anno 1275 si verificano notevoli passaggi di proprietà relativi a beni immobili situati in contrada Ponte del Gualdo legalizzati con atti di donazione o di compra-vendita.  Dalla lettura di alcuni di essi si ricavano importanti notizie sulle vicende dell’industria cartaria e dei cartai fabrianesi e sui rapporti avuti dai Silvestrini con la manifattura locale.  Anche in questa sede è il caso di ricordare che nel passato si attribuiva grande rilevanza a due documenti silvestrini, nei quali erroneamente veniva letto carterem là ove era stato scritto carcerem, inserendo così le due pergamene di Montefano fra il materiale documentario utilizzabile per ricostruire le origini della lavorazione della carta a Fabriano e in Europa. (9)  Questa errata interpretazione trae in inganno anche il Tiraboschi che nel capitolo IV della sua settecentesca Storia della letteratura italiana, dedicato alla Biblioteca e scoprimento dei libri antichi, traccia una nota informativa con la quale precisa che il 7 agosto 1275 (ma l’indizione fa spostare la data al 1276!) suor Benentese di Morico di Gentile dona alla chiesa di San Benedetto di Montefano cartere suo posito in contrada gualdi e che il 22 novembre 1278 Temperanza di Albertuccio vende al sindaco del monastero silvestrino per 8 libbre di rav. e anc. carterem cum solo et edificio positum a ponte gualdi. (10)  Il Tiraboschi, come egli stesso precisa, apprende queste notizie inesatte da una trascrizione dei due documenti trasmessagli dal suo corrispondente fabrianese Luigi Mostarda, il quale, dando alla lettera «c» il valore di «t», costruisce la parola cartere, sebbene nei documenti del Due-Trecento tale termine non sostituisce mai l’uso della voce corrente gaulchiera o valchiera o valca. (11)  È il Sassi a scoprire l’errore nel 1931 e a stabilire, una volta per sempre, che nelle due citate pergamene i beni donati o venduti sono due carceri, ossia due edifici o case ove solitamente si ritirano per meditare e pregare, in religioso isolamento, uomini o donne consacrati a Dio. (12)

 

Tuttavia l’opportuna correzione dei testi e le puntuali precisazioni filologiche del Sassi non demoliscono l’attendibile ipotesi secondo la quale le origini della fabbricazione della carta a Fabriano si fanno risalire alla metà del XIII secolo o anche ad epoca più remota.  Il ridimensionamento delle fonti invece conferma ancora una volta che il termine cartere non appare mai nei molti atti medioevali consultati e che non fanno più eccezione i due documenti di Montefano.  Particolare interessante, rintracciabile nel discusso atto di vendita datato 1278, è la presenza di Bonagrazia di Bartolo che, in qualità di sindaco heremi sancti benedicti de montefano acquista da Temperenza di Albertuccio quel carcere, scambiato per cartere, ubicato nei pressi del Ponte del Gualdo.  Si tratta dello stesso Bonagrazia che nel 1275 è al centro di alcune compra-vendite dalle quali prende corpo il patrimonio e la rendita dell’Ordine silvestrino, desideroso di avere sufficienti mezzi di sostentamento per evitare di praticare la questua e di non correre il rischio della soppressione prevista per i movimenti pauperistici dalla costituzione Religionum diversitatem nimiam, emanata il 17 luglio 1274 dal Concilio di Lione. Bonagrazia il 9 giugno 1275 acquista da Fidismido del fu Fidismido mulini e terre in contrada Ponte del Gualdo al prezzo di 1.500 libbre di rav. e anc. (13)  Il giorno dopo vende questi beni al Comune di Fabriano allo stesso prezzo. (14)  A questo punto bisogna annotare che lo Zonghi e il Sassi erroneamente riferiscono che queste proprietà immobiliari sono vendute dai Silvestrini al Comune, ma da una attenta lettura del documento originale, sia di quello in possesso dell’Archivio di Montefano, sia di quello conservato presso l’Archivio Storico Comunale di Fabriano, risulta chiaro che Bonagratia {...} dedìt, vendidit, tradidit {...} Venimbene Guidi sindìco comunis Fabriani{...} molendina sua, que habet in contrada pontis gualdi, que emit a domino Fildesmido {...} pro precio mille quingentarum librarum Ravennatum et Anconitanorum. (15)

 

Il 13 giugno dello stesso anno lo stesso Comune pietatis intuitu Deique amore {...} dedit, cepsit al priore del monastero di Montefano Bartolo i mulini con le relative pertinenze, recentemente acquisiti, in uso e in usufrutto convertendi in utilitatem dicte heremus et necepsitatem fratrum ipsi heremi in perpetuo, salvaguardando la proprietà che resta al concedente. (16)  Tutti questi passaggi, curati dal Bonagrazia, procuratore laico dei Silvestrini, hanno come obiettivo la costituzione di una rendita per l’Ordine che, in questo caso, viene apertamente favorito dal Comune, giunto a tali decisioni – secondo alcuni – per intercessione del santo anacoreta. (17)  Si narra infatti che Silvestro sia apparso in sogno al medico maestro Prisciano, uno dei testimoni dell’atto di compra-vendita del 10 giugno 1275, per annunciare ai monaci che le magistrature comunali daranno gli aiuti desiderati, come poi in realtà puntualmente si avvera, anche se in un primo momento il podestà in carica, Guinicello da Bologna si era opposto a dare elargizioni ai religiosi.  Più verosimilmente deve aver giocato a favore del Monastero silvestrino la capacità mediatrice di Bonagrazia ed anche l’intervento della potente famiglia guelfa dei Fidismidi, non disgiunta dalla volontà del Consiglio generale di creare un rapporto privilegiato con il nuovo Ordine monastico che godeva da decenni del devoto consenso dell'intera popolazione fabrianese.  Il materiale documentario a disposizione consente di identificare – come è già stato detto – una consistente proprietà silvestrina concentrata in località Ponte del Gualdo.  Ora è il caso di stabilire quando appare nei documenti esaminati il termine valchiera.  L’indicazione proviene dal Repertorio delle scritture de tutt'i luoghi della congregazione silvestrina del 1581, curato da Stefano Morenti, nel quale si registra una permuta di terre avvenuta nel 1279 e si cita il Ponte del Gualdo, specificando: in vocabolo valchiere, ossia nel luogo, così chiamato, perché evidentemente li sono concentrate alcune valche, di cui non si precisa l’attività produttiva. (18)  Nel 1293 si indicano alcuni «pezzi di terra» prossimi ai «nostri Molini o Valchiere».  Qui è chiaro che l’Ordine è proprietario di locali con impianti che servono per la follatura dei panni o per la lavorazione della carta bambagina.  Si può più facilmente propendere per questa seconda ipotesi se si prendono in esame due documenti rispettivamente datati 8 giugno 1342 e 25-30 ottobre 1348. (19)

 

Il primo riguarda l’assegnazione di beni fatta da Ugo, priore generale dell’Ordine di Montefano, con il consenso del capitolo generale, al monastero di San Benedetto di Fabriano.  L’atto specifica che fra queste proprietà ci sono mulini e terre situate nel Ponte del Gualdo usque ad valchieras nostras.  Il secondo riporta un inventario, fatto eseguire dagli esecutori testamentari del mercante di carta Filippo di Matteo, detto Cava, nel quale si elencano alcuni strumenti per la lavorazione della carta bambagina, annotando a margine che omnes iste sunt in valcheriis fratrum de Montefano quas dictus Pbilippus habebat ad pensionem a dictis.  Questo documento è fondamentale ai fini dell’indagine fin qui condotta, infatti si apprende per la prima volta, senza ombra di dubbio, che i monaci sono padroni di valchiere per la fabbricazione della carta bambagina che danno in affitto o a «nolo» ad operatori del settore, nel caso specifico al mercante Filippo di Matteo, che deve essere piuttosto ricco e affermato se può permettersi di avere un deposito di carta nella città di Venezia al quale sono addetti due suoi uomini di fiducia: Venanzio di Vanni e Bartolomeo di Massio, ambedue di Fabriano.  È quindi possibile che anche prima del 1348 i monaci dispongano di questi opifici dai quali traggono un profitto sicuro e si può immaginare che negli anni dedicati alla politica degli acquisti abbiano saputo fare dei buoni investimenti, considerando l’aumento di valore di un capitale immobiliare comprendente opifici destinati alla manifattura cartaria, settore trainante dell'economia fabrianese fra Tre e Quattrocento.  Dai tempi di Filippo di Matteo i Silvestrini figurano locatori di valchiere, a confermarlo è un appunto, datato 15 settembre 1393, rinvenuto per caso dal prof. Avarucci nel manoscritto 169 della Biblioteca Comunale di Fabriano, dal quale si apprende che il Generale dell’Ordine di Montefano riprende in possesso le valchiere che erano state date a nolo. (20)  Da quell’anno al 1535 non si conoscono documenti sui quali seguire le vicende di queste proprietà silvestrine.  Probabilmente bisognerebbe spostare la ricerca sui protocolli dei notai del XV secolo conservati nell’Archivio Notarile, presso la sezione di Fabriano dell’Archivio di Stato, per accertare se sono reperibili arti attinenti all’argomento trattato.  Frattanto è possibile acquisire un altro dato importante dal secondo volume contenente le registrazioni degli affitti e delle proprietà dei Silvestrini.  Si tratta di una serie di concessioni in enfiteusi di ben 5 «paia» di valchiere a cartis, tutte ubicate presso il Ponte del Gualdo, a quattro gruppi di richiedenti con i quali si stipulano altrettanti contratti tutti datati 1535. (21)

 

A conti fatti, se nel primo contratto per la concessione di un paio di valchiere si pretende un canone annuo di 15 fiorini, considerato che gli altri tre contratti, non trascritti per intero, ricalcano i contenuti e le clausole del primo, si può stabilire che l’Ordine ricava da questi beni una rendita annua di 75 fiorini.  Non è possibile stabilire la struttura e le dimensioni di questi opifici che, tuttavia, non dispongono di molti locali e di grandi spazi, ma certamente sono dotati di uno «spanditoio», dove si stendono i fogli ad asciugare, e di uno stanzone, prossimo ad un corso d’acqua, dove sono collocate le pile a magli multipli azionate con l’energia idraulica.  Di solito le pile sono due, una per sgrossare gli stracci ed una per raffinare la pasta da carta.  A volte si aggiunge una terza pila per «affiorare» ed ottenere un materiale grezzo tale da produrre carta di prima qualità.  Nello stesso stanzone sono collocati il tino con la «pasta», intorno al quale operano il lavorente e il ponitore addetti alla fabbricazione, e le attrezzature necessarie per il collaggio dei fogli.  Un altro locale è adibito alla scelta degli stracci; qui si effettuano due importanti operazioni, denominate nel linguaggio dell’epoca: «arcapatura» e «scrollatura» (22).  In ambienti separati, chiamati «cambore», quasi sempre ubicati in città, si eseguono le operazioni di rifinitura: la cialandratura (ossia la lisciatura), la battitura e la scelta dei fogli, la formazione delle risme, la confezione delle balle per la spedizione.  I documenti esaminati non registrano dati riferibili agli impianti e alla produzione, ma è dato sapere che, almeno in parte, utensili e attrezzature sono di proprietà del maestro cartaio o del mercante che gestisce la valchiera.  Lo conferma l’inventario di Filippo di Matteo detto Cava che, nelle valchiere avute a nolo dai Silvestrini, dispone di una pressa, di un tino, di forme o moduli, di caldai di rame per la colla, di secchi, di corde e stanghe per «uno spanditoro», tutto di proprietà del defunto mercante. (23)

 

Come si è visto, nel Cinquecento dal nolo o affitto si passa all’enfiteusi, con concessione fino alla terza generazione (in tertiam generationem masculinam). (24)  Questo è il primo segnale che l’attività manifatturiera locale tende al declino, accentuatosi nei secoli XVII e XVIII e cioè fino alla grande ripresa di fine Settecento, guidata da Pietro Miliani.  Quando la domanda di opifìci per la carta cresce, a causa dell’espansione dei mercati, ai monaci conviene stipulare contratti di locazione della durata media di due o tre anni per avere maggiore possibilità di aumentare il canone annuo e trattare con i locatari.  Quando la domanda diminuisce e si corre il rischio di tenere sfitte le valchiere, anche per lunghi periodi, gli accorti amministratori del monastero ricorrono all’enfiteusi che assicura a lungo un canone annuo fisso, la manutenzione e il miglioramento degli stabili e degli impianti.  Con le dovute differenze lo stesso criterio si applica anche per la concessione di terre date in enfiteusi tra la metà del Cinquecento e l’inizio del Seicento. (25)  Nel secolo XVII va segnalata l’introduzione del termine «cartiera» anche nei documenti silvestrini.  Si dice infatti, tanto per fare un esempio, che «Li 2 di 9mbre 1610 fu data in terza generazione una valchiera, ovvero cartiera al sig. Gio. Andrea Ambrosi rogato Gio. Battista Venturini per annua risposta di scudi 22 da pagarsi di 4 mesi in quattro mesi». (26)  Altro termine di uso corrente al posto di valchiera è «edificio di carta».  Nel II volume del registro degli affitti e delle proprietà di Montefano a carta 115 è riportato un memoriale presentato alla Sacra Congregazione che inizia cosi: «L'Abbate e i Monaci di S. Benedetto di Fabriano della Congregazione Silvestrina {...} rappresentano (...) possedere nel territorio del mddetto luogo due edifizij di carta dati in terza generazione mascolina, il primo al q. Curzio Coradini l'anno 1605 con annua risposta di scudi 15 l'altro al q. Gio. Andrea Ambrosi l'anno 1610 con annua risposta di scudi 22 e con il pagamento di scudi 400 per buona antrata». (27)  Il memoriale si dilunga sulle permute di terre e case e sulla cessione di un terreno valutato 200 scudi e una casa del valore di 150 scudi a titolo di buonuscita da parte degli Ambrosi che si dichiarano disposti a restituire il possesso degli edifici di carta o cartiere al monastero, rescindendo il contratto di enfiteusi.

 

Un’altra annotazione precisa che nel 1651 gli Ambrosi subentrano ai Corradini nella gestione delle cartiere silvestrine e che nel 1688 il Capitolo Generale esamina un memoriale nel quale gli Ambrosi si dichiarano disponibili a rinunciare alla concessione pagando un laudemio di 300 scudi, permutabili anche con beni di pari valore, probabilmente con il terreno e la casa di cui si è fatto cenno sopra. (28)  In questa fase seicentesca delle vicende legate alle valchiere silvestrine si può accertare che le nobili famiglie fabrianesi si dedicano all’Arte della carta, come del resto a suo tempo fecero i Chiavelli e i Fidismidi, divenendo così detentrici di redditi derivati dall’agricoltura e dall’industria e aumentando le possibilità di partecipare, con maggior peso decisionale, alla vita economica e politica del Comune.  Nel periodo più critico per le sorti dell’industria cartaria fabrianese, ridotta ad un numero esiguo di cartierette che a stento sopravvivono con impianti obsoleti e con una produzione non più in grado di fronteggiare qualitativamente la concorrenza d’Oltralpe, i monaci vendono le loro cartiere ai signori Perozzi e Ungarini, come risulta da una scrittura privata del 5 maggio 1715, ma nel 1725 risultano ancora proprietari di due cartiere, nella stessa località del Ponte del Gualdo (dove si trovano anche le altre cedute pochi anni prima) dalle quali ricavano 25 scudi e una libbra di cera l’anno; queste cartiere sono riconosciute fra i beni di prima erezione e pertanto vengono esentate dalla colletta. (29)  Per quanto riguarda le sorti di questi opifici, dopo una sommaria indagine si può ricostruire alcuni passaggi di proprietà.  A seguito della divisione della società Perozzi-Ungarini le cartiere a destra del Ponte del Gualdo (per chi va in direzione di Cancelli) passano ai Sordini e nel 1767 ai Serafini; nel 1843 vengono rilevate dai Miliani.  Quelle a sinistra, situate più a monte, passano nel 1745 dall’Ungarini a Campioni e finiscono in mano dei Miliani nel 1854.  Dalla serie dei passaggi e dagli atti notarili si intuisce che le cartiere ubicate in località Ponte del Gualdo risultano essere sempre più di due, anche se con l’andare del tempo e per necessità tecniche i piccoli opifici vengono accorpati e modificati per acquisire nuovi spazi quando la proprietà si concentra in una o due ditte ovvero quando nel periodo di declino alcune valchiere sono trasformate in magazzini o utilizzate per altre attività. (30)

 

Purtroppo non sono disponibili i dati relativi alla produzione di quelle cartiere e non sono stati rintracciati documenti sui quali si possano approfondire i rapporti fra l’Ordine silvestrino e gli addetti alla produzione e alla commercializzazione della carta.  Ugualmente mancano notizie sulla quantità di fogli cartacei consumati dai monaci per il loro scriptorium e per il fabbisogno dei propri copisti, ammesso che si praticasse nel monastero l’arte della scrittura.  A titolo di informazione si segnala che il documento cartaceo più antico di Montefano è del 1330 ed è formato da fogli filigranati con il segno dell’ascia o accetta, contenenti gli atti di una lite fra i monaci di S. Benedetto di Fabriano e i canonici di S. Venanzo. (31)  Tuttavia, anche se mancano i dati sul costo di impianto di una valchiera medioevale e di una cartiera di età moderna, si può giungere ugualmente a formulare una conclusione di un certo interesse sul ruolo svolto dai Silvestrini nel settore manifatturiero.  È confermato da alcuni studiosi, quali il Calegari e il Sabbatini, che per fabbricare la carta è indispensabile un investimento iniziale piuttosto elevato: locali adatti, attrezzature, canalizzazione delle acque, ecc., realizzabili con la disponibilità di un capitale non indifferente, in prevalenza alla portata di comunità, di enti religiosi, di mercanti, di nobili e di ricche famiglie, raramente di singoli cartai. (32)  Al capitale fisso si deve unire la disponibilità di capitale circolante necessario per far fronte «ai tempi lunghi del processo produttivo, risultato dalla giustapposizione dei diversi cicli lavorativi, e per il fatto che la carta deve essere venduta dopo una notevole stagionatura. Da tale disponibilità dipendono il pieno e continuo funzionamento della manifattura e lo stesso livello degli utili, poiché la possibilità di stoccaggio delle materie prime e del prodotto finito rafforzano la posizione sul mercato e consentono di strappare prezzi più convenienti e remunerativi». (33)

 

Ad esempio a Fabriano l’incontro precoce, all’inizio del Trecento, tra l’arte della carta e il capitale mercantile ha consentito a questa industria «di dispiegare tutte le sue potenzialità in risposta ad una domanda in rapida espansione e diversificazione» (34).  Infatti proprio nel periodo che va dall’inizio del XIV secolo ai primi anni del Cinquecento, le cartiere nell’area dell’alto Esino si moltiplicano, si potenziano e conquistano il mercato europeo (35)  .Il merito dell’Ordine silvestrino sta nell’aver assicurato ininterrottamente per cinque secoli un capitale fisso all’industria cartaria fabrianese e nell’aver reso disponibili le proprie strutture in un’area adeguatamente attrezzata che si potrebbe paragonare ad un piccolo polo industriale dell’età contemporanea dotato delle indispensabili infrastrutture, quelle che, in termini urbanistici, solitamente si chiamano opere di urbanizzazione primarie e secondarie.  In altri termini i Silvestrini affittando o concedendo in enfiteusi i propri beni hanno garantito una rendita sicura al proprio ordine monastico ed hanno svolto un’opera di promozione imprenditoriale e sociale con chiari risvolti positivi per l’economia fabrianese e per lo sviluppo dell’arte della carta.

 

Precedentemente pubblicato in U. Paoli (a cura di), II monachesimo silvestrino nell'ambiente marchigiano del Duecento, Atti del Convegno di Studi (30 maggio – 2 giugno 1990), Fabriano, Monastero San Silvestro, 1993.

 

Bibliografia e Note

1. Matelica, Archivio Storico Comunale, Serie tasse e proventi, registro n. 3 c. 1, anno 1264; G. Castagnari, Il lungo viaggio della carta. La fase italiana in Charta. Dal papiro al computer, a cura di G. R. Cardona, Milano 1988, pp. 106-112.

2. A. Gasparinetti, Carte, cartiere e cartai fabrianesi, in «Risorgimento grafico», (1938) n. 9-10, Milano, 1939, pp. 376-385.

3. A. Zonghi, Le antiche carte fabrianesi alla esposizione generale di Torino, Fano 1884. Vedi anche Monumenta Chartae Papyraceae Historiam lllustrantia (or collection of works and documents illustrating the history of paper), III, Zonghi's watermarks, Hilversum Holland 1953, G. Castagnari, Le principali fonti documentarie fabrianesi per la storia della carta dal XIV al XV secolo, in ID. (a cura di), Contributi italiani alla diffusione della carta in Occidente tra il XIV e il XV secolo, Roma 1990, pp. 29-60.

4. A. F. Gasparinetti, Carte, cartiere e cartai, cit.; G. Castagnari, Dall'impresa artigiana all'industrializzazione, in ID. (a cura di), La città della carta. Ambiente, società, cultura nella storia di Fabriano, Fabriano 19862 pp. 206-212.

5. G. Castagnari, Dall'impresa artigiana, cit., pp. 195-212.

6. A. Bolzonetti, Il Monte Fano e un grande anacoreta. Ricordi storici, Roma 1906; R. Sassi, Chiese artistiche di Fabriano: S. Benedetto, in «Rassegna Marchigiana ...», X (1932), pp. 121-132, 143-166; G. Castagnari, Dall'impresa artigiana, cit., pp. 195-212.

7. G. Castagnari, Dall'impresa artigiana, cit.

8. S. Moronti, Repertorio de le scritture de tutt'i luoghi de la Congregatione Silvestrina. ordinatamente registrate secondo l'ordine de lo Archivio di San Benedetto di Fabriano..., Archivio del monastero di S. Silvestro in Montefano presso Fabriano (= AMF), ms. del 1581, cc. 52rv, 53, 57rv, 58, 59. L. Mostarda, Appunti {sulla storia della carta), Archivio Benigni Fabriano (= ABF), ms. secolo XVIII, cc. 5-16. Vedi anche G. Piccinini, Nell'alta valle dell'Esimo: presenza economica dei Silvestrini, in Aspetti e problemi del monachesimo nelle Marche. Atti del Convegno di Studi tenuto a Fabriano, Monastero S. Silvestro Abate. 4-7 giugno 1981, II, Fabriano 1982, pp. 379-405 (Bibliotheca Montisfani, 7), pp. 815-850; E. Saracco Previdi, Uomini e ambiente dalla documentazione silvestrina nel sec. XIII, in Aspetti e problemi del monachesimo nelle Marche. Atti del Convegno di Studi tenuto a Fabriano, Monastero S. Silvestro Abate, 4-7 giugno 1981, I, Fabriano 1982 (Bibliotheca Montisfani), pp. 459-569.

9. Cf. R. Sassi, Due documenti che non esistono nella storia antichissima delle cartiere fabrianesi, in «Atti e Memorie della Deputazione di Storia Patria per le Marche», serie V, vol. VII, fasc. 1 (1931), pp. 1-8 (dell’estratto); A. E Gasparinetti, Conclusione su due documenti di Montefano, Torino 1942.

10. A. Gasparinetti, Conclusione su due documenti di Montefano, cit., pp. 9-14.

11. Ibid., p. 15. Luigi Mostarda (1723-1801), erudito appassionato di storia fabrianese, raccolse molte memorie storiche in un manoscritto, conservato presso l’Archivio Benigni in Fabriano, dal quale si ricavano notizie, non sempre attendibili, sull’Arte della carta.

12. R. Sassi, Due documenti, cit.

13. Amf, Fondo Cumulo comune, 8, rogito 27.

14. Cf. Le carte dell'Archivio di San Silvestro in Montefano. I. Montefano - S. Benedetto - Fabriano, a cura di G. Avarucci e U. Paoli, Fabriano 1990 (Bibliotheca Montisfani, 14), pp. 389-393; Archivio Storico Comunale di Fabriano (= ASCF), busta IV, perg. 171/1.

15. Cf. A. Zonghi, Carte diplomatiche fabrianesi, in Collezione di documenti storici antichi inediti ed editi rari delle città e terre marchigiane..., a cura di C. Ciavarini, II, Ancona 1872 (nst. an. Sala Bolognese 1976), pp. 256-257, R. Sassi, Le cartiere dei monaci di Montefano, in «Inter Fratres», 10 (1959), pp. 36-37.

16. Le carte dell'Archivio di San Silvestro, cit., pp. 57-59.

17. Cf. Vita Silvestri, in Agiografia silvestrina medievale. Edizione critica a cura di R. Grégoire, Fabriano 1983 (Bibliotheca Montisfani, 8), pp. 124-128.

18. Per le compravendite e permute di questo periodo si può consultare presso l’AMF l’anonimo ms. del sec. XVIII La storia del monastero e chiesa del sagro Fremo di Montefano..., c. 8v.

19. Le carte dell'Archivio di San Silvestro, cit., pp. 305-307; ASCF, Fondo Brefotrofio, scatola V, perg. 956.

20. È un ms. cartaceo proveniente dal monastero di S. Benedetto di Fabriano: contiene le regole grammaticali della lingua latina. L’appunto, datato 15 settembre 1393, appare nel recto dell’ultima carta.

21. AMF, Amministrazione, II, cc. 1-2. In un libro dell’Arte della carta datato 1585, si precisa che «valchiere in oggi si chiamano due pile di una cartiera, in ciascuna delle quali battono tre mazi, sempre che tutti sei li mazi di esse due pile vengano alzati da una sola ruota». Dopo aver dato questa informazione il Mostarda conferma, a sua volta, che «oggidi valchiera si dice quella che è composta di sei mazi, i quali alzati da una sola ruota, battono dentro due pile. Da ciò si argomenta che gl’Antichi dal nome di tal parte di cartiera costumavano d’indicare tutto l’edifìcio che in oggi dicesi cartiera, e non valchiera, onde gl’Antichi usassero il nome di una parte di cartiera per il tutto. Pila in oggi si dice quella in cui battono tre mazi alzati da una ruota». Abf, L. Mostarda, ms. cit., cc. 11 e 40.

22. La raccolta degli stracci, materia prima per la fabbricazione della carta, che si pratica in loco, risulta insufficiente alle necessità della produzione fabrianese e pertanto l’incetta è praticata anche in altre zone. A questo proposito cf. Ascf, Fondo Brefotrofio, scatola VI, perg. 1137 (18 dicembre 1372): locazione d’opera per la raccolta degli stracci («ad colligendum cincis») a Pisa tra Bartolo di Guiduccio da Fabriano e Mando anch’egli fabrianese.

23. Ascf, Fondo Brefotrofio, scatola V, perg. 956.

24. Amf, Amministrazione, II, c. 118v.

25. G. Piccinini, Nell'alta valle dell'Esino. cit., pp. 830-831.

26. Amf, Amministrazione, II, c. 114v.

27. Ibid., cc. 115-116.

28. Ibid., cc. 114-116, 121.

29. Amf, Fondo Congregazione, Libri diversorum, II, pp. 183-185, Fondo S. Benedetto di Fabriano, Scritture diverse, ad a.

30. Nel 1734 la Congregazione Silvestrina risulta proprietaria di un molino in località Ponte del Gualdo, che viene concesso in enfiteusi a Emidio Tisi nel 1775: Amf, Amministrasione, II, e.  149v.

31. Amf, Acta litis vertentis inter monachos S. Benedicti Fabriani et canonicos S. Venantii dicti loci super parocebia actitata corani D. Ugolino abate S. Petri Perusiae iudice a summo pontifice delegati, ms. del 1330 Segn. LM.

32. Cf. M. Calegari, La manifattura genovese della carta (secc. XVI-XVII). Genova 1986; R. Sabbatini, Di bianco lin candida prole. La manifattura della carta in età moderna e il caso toscano, Milano 1990.

33. R. Sabbatini, Di bianco lin candida prole, cit., p. 84.

34. Ibid.

35. G. Castagnari, N. Lipparoni, Arte e commercio della carta bambagina nei mercanti fabrianesi tra XIV e XV secolo, in Mercati, mercanti, denaro nelle Marche (secoli XIV-XIX), Ancona 1989 (Atti e Memorie della Deputazione di Storia Patria per le Marche, 87, 1982), pp. 185-222; N. Lipparoni, Il ruolo dei mercanti fabrianesi nella commercializzazione della carta e nella organizzazione della attività produttiva tra XIV e XV secolo, in G. Castagnari (a cura di), Contributi italiani, cit., pp. 61-82.