LA CARTA DI FABRIANO E DI PIORACO SUI MERCATI EUROPEI: LEADERSHIP E DISPERSIONE FRA XIV E XV SECOLO

 

Emanuela Di Stefano

 

All’interno di un convegno che mira ad analizzare il tema "impiego delle tecniche e dell’opera dei cartai fabrianesi in Italia e in Europa", obiettivo della mia relazione è individuare alcuni aspetti di lunga durata che ne costituiscono le premesse: i nodi principali di una rete commerciale vasta, europea ed extraeuropea, in cui s'inserisce la produzione cartaria marchigiana all’apogeo del suo sviluppo; i percorsi attraverso i quali le relazioni tra mercati di produzione e consumo si traducono, fra XIV e XV secolo, in una crescita di tale portata; fasi di sviluppo e fasi critiche che spiegano e alimentano la diffusione massiccia di tecniche e maestranze locali nei nuovi centri di produzione della carta.  L’attenzione convergerà infine sui risultati di una prima ricognizione delle fonti marchigiane relativa al reclutamento e alla circolazione di lavoratori, artigiani, mercanti.

 

Le condizioni e il contesto

Il punto di partenza in una storia di lungo periodo della manifattura della carta marchigiana è nel fitto reticolo di città, terrete e castra della Marchia medievale [1] dove si svolgono attività urbane che danno luogo – scriveva Sergio Anselmi in un breve saggio del 1993 – ad un processo di "prima industrializzazione": il problema storiografico di fondo – aggiungeva – non è quello di mettere in relazione la produzione cartaria regionale con la presenza di energia idrica nei suoi numerosi vallati, ma di rapportarla alla densa maglia di città e luoghi "ove gli uomini abitano e producono e, date le loro attività, consumano carta da scrivere". [2]  Poteva apparire inconsueto, agli inizi degli anni Novanta, sottolineare il nesso tra una manifattura diffusa come quella della carta che costituiva il principale veicolo di comunicazione della nuova società mercantile e un territorio che si riteneva diversamente connotato da un’economia in prevalenza rurale, secondo una tesi storiografica consolidata.  Ma studi recenti hanno restituito l’immagine di una società articolata e complessa e, al suo interno, il volto di una montagna vitale e umanizzata.  Le stesse condizioni che decretano oggi, con poche eccezioni, la crescente marginalità dell’entroterra marchigiano, si mostravano fattori strategici di sviluppo per la presenza, in ambienti spesso difficili, aspri e tormentati, di un sistema viario efficiente e capillare che favoriva, attraverso snodi essenziali, i transiti che dall’Adriatico risalivano verso l’Umbria, il Lazio e la Toscana, predisponendo a diffuse attività mercantili e manifatturiere. [3]  Nel periodo compreso fra XIII e prima metà del XIV secolo, segnato come altrove da profondi mutamenti in ambito economico e sociale, lungo la dorsale appenninica si compiono scelte economiche fondamentali con lo sviluppo di attività e strutture proiettate al di là di un semplice autoconsumo e numerosi castelli, terre e città, puntano sulla lavorazione dei metalli, sul settore tessile, conciario, quindi cartario: da Gubbio a Fossombrone a Pergola, da Fabriano a Camerino ad Ascoli. [4]  Ma è sull’asse Fabriano-Camerino, nel breve segmento di territorio posto tra il Giano e il Chienti ed inserito nel medesimo ambito diocesano, [5] che si evidenzia con maggior vigore – e il riferimento è diretto soprattutto al settore laniero e cartario – quella straordinaria flessibilità che consente alla Marca interna, seguendo tappe simili nella forma e nel significato, di compiere una profonda e duratura evoluzione. [6]

 

Un progetto di largo respiro.

La rilettura delle fonti documentarie, regionali ed extraregionali, conferma per i secoli XIV e XV la vivacità di settori solidamente radicati nel contesto locale e consente di delineare fasi significative del percorso attraverso il quale si afferma un "progetto" produttivo-commerciale non condiviso, ma coevo e complementare, fra i due maggiori poli cartari marchigiani, dove la coesistenza di un tessuto artigianale diffuso e del grande commercio ne consentono il decollo su scala europea.  L’attenzione si è concentrata in primo luogo su fonti archivistiche locali disomogenee come l’esiguo ma prezioso Fondo notarile di Camerino, [7] nel cui comitato era incluso, fino alla tarda età moderna, il castrum di Pioraco, e i registri contabili più remoti conservati nell’Archivio Comunale di Fabriano, [8] quindi su un patrimonio documentario ricchissimo, in grado di fornire adeguata informazione sul quadro d'insieme: i fondi dell’Archivio Datini di Prato.  Messa in risalto dagli studi di Federigo Melis, l’importanza della documentazione datiniana nello specifico campo oggetto d’indagine era ben nota: da qui, nel 1989, la pubblicazione integrale curata da Giancarlo Castagnari e Nora Lipparoni, delle lettere emesse da Fabriano e dirette alle compagnie Datini in Pisa e Firenze, [9] e la contestuale presa di coscienza del ruolo propulsivo svolto da Paoluccio di maestro Paolo, "l’intraprendente mercante di Camerino" – secondo la definizione del Melis – nell’esportazione della carta marchigiana oltre i confini regionali. [10]  Mancava tuttavia un’analisi serrata dei carteggi, allo scopo di enucleare dati concreti: qualità e quantità delle merci, sistemi di circolazione e distribuzione, itinerari spaziali e scansioni cronologiche.

 

L’acquisizione integrale del carteggio di Paoluccio di maestro Paolo con le aziende datiniane di Catalogna, Firenze e Pisa – ottenuta grazie alla piena disponibilità del prof. P. L. Falaschi, dell’Università di Camerino – assieme alle lettere emesse dai corrispondenti del Datini attivi ad Ancona, Fabriano e Sant’Angelo in Vado, ha costituito una tappa importante del percorso di ricerca pluriennale i cui primi risultati sono stati pubblicati nella primavera del 2005 dalla rivista «Proposte e ricerche». [11]  Su queste basi, un tentativo di bilancio delle nuove acquisizioni storiografiche induce ad insistere su alcuni elementi: il riconoscimento inoppugnabile di un tessuto della produzione cartaria denso e articolato in cui Camerino e Fabriano assumono via via posizioni egemoni incontrastate; la stretta connessione tra sviluppo delle cartiere e presenza di una dinamica compagine mercantile locale – di cui lo stesso Paoluccio di maestro Paolo è uno degli esponenti di punta – in grado di interagire con le più attive compagnie mercantili perugine, toscane, veneziane, catalane ed altre, allo scopo di proiettare i manufatti verso i mercati europei; infine un livello di organizzazione e affermazione della manifattura regionale tale da assicurare elevati profitti e sospingere i mercanti verso la produzione in maniera diretta e imprenditoriale.  Il quadro dei circuiti mercantili offerto dalla corrispondenza commerciale del mercante camerte con Francesco di Marco Datini – pressoché ininterrotta dal 1395 al 1410 ma con una breve appendice nel 1411, anno della liquidazione del sistema datiniano – è variegato e complesso: emerge con chiarezza la vastità del raggio d'azione nei mercati del Mediterraneo e del Nord Europa, orizzonte all’interno del quale si muovono altri operatori marchigiani. [12]  Il suo caso assume, pertanto, valore emblematico.

 

Attivo in più sedi – Venezia, Camerino e L’Aquila – il mercante camerinese tesse una fitta rete di rapporti con le più importanti compagnie della penisola e quelle permanentemente stabilite, con propri soci e fattori, in varie parti dell’Europa e del Mediterraneo orientale: la compagnia Cavalcanti, saldamente stanziata in Alessandria, e altre operative a Damasco; le compagnie Datini in Maiorca, Barcellona e Valenza; le compagnie degli Alberti e degli Orlandini, dei Mannini e dei Mercadelli in Londra e Bruges; i numerosi tedeschi del fondaco in Venezia.  E attraverso la loro mediazione smercia annualmente in tutta Europa centinaia di balle di carta prodotte a Pioraco – in quelle che definisce eloquentemente "le mie gualchiere di Camerino" – assieme a quantità rilevanti di carta di Fabriano. [13]  Il sistema di relazioni e scambi ad amplissimo raggio attivato dal mercante e da altri dinamici operatori marchigiani è in grado di spiegare penetrazioni più avanzate.  Nel corso della ventitreesima Settimana Datini dedicata nel 1991 a Produzione e commercio della carta e del libro, era stata formulata l’ipotesi che la carta circolante in Russia nella seconda metà del Trecento con impressi i segni della corona e della testa di cervo, del fiore e del drago, del piccolo corno e della testa di bue fosse di provenienza italiana: ricerche mirate consentono ora di identificarla con sicurezza come carta marchigiana, fabrianese o camerte-piorachese. [14]

 

Una prima osservazione.  In un recente lavoro di sintesi, Giancarlo Castagnari ha indicato i punti nodali del commercio della carta di Fabriano: [15] appare chiaro, ad un attento confronto, che itinerari mercantili, rete di intermediari, ampiezza del mercato dei due maggiori poli cartari marchigiani s'intersecano e s’intrecciano.  D’altra parte anche nel listino dei mercanti fabrianesi, non diversamente da quelli camerti, compaiono tipologie di carta diverse da quelle prodotte in loco, come testimoniano fra gli altri i preziosi libri contabili di Lodovico di Ambrogio: congiunture avverse, esigenze di mercato, committenze urgenti e particolari impongono ai mercanti di Camerino di trattare frequentemente carta fabrianese e a quelli di Fabriano di commissionare e vendere manufatti camerti, prodotti naturalmente a Pioraco. [16]  È però da escludere, all’infuori di situazioni particolari, che i mercanti delle due città agiscano solitamente in concerto, quantunque sul mercato europeo le richieste dell'una e dell’altra carta si alternino e si affianchino ininterrottamente in relazione alla diversità dei prezzi, dei formati, della qualità, inducendo a frequenti interscambi e stretti rapporti di collaborazione.

 

Analogie e differenze

Il carteggio datiniano conferma dunque quanto già emerso dai più noti Trattati di mercatura: sin dalla prima metà del Trecento la carta marchigiana si afferma come la migliore e la più ricercata d'Europa. [17]  Qualche testimonianza, scelta fra le più significative: "Avrei voluto - scrive il 20 settembre 1379 Bongianni Pucci da Genova a Ludovico di Guido degli Adimari, Andrea del maestro Ambrogio e compagni in Pisa – di riciute (di Fabriano) 10 balle che, essendo fini, a primo parigino ne mandavamo subito e anche ad altri". [18]  Aggiunge dettagli preziosi Cardinale di Bonaccorso da Perugia, banchiere e mercante in stretti rapporti d'affari con la corte papale avignonese: "voi volete – scrive il 9 aprile 1382 in una lettera diretta ai soci della compagnia pisana – 10 balle di charte di Pioracho, 5 piane, 5 riciute pichole.  Queste si potranno avere [...]. A l’amicho di là le chiederemo le più fini e del migliore segnio e che si vogliono per Provenza: l’amicho n’è praticho e sa chome vogliono esere fatte sechondo i paesi. [E volete] 2 balle grandi di Fabriano, 1 piana e 1 non piana: queste abiamo chiesto a Fabriano". [19]  Il giro d’affari complessivo che coinvolge i due centri cartari marchigiani si profila imponente: è stato calcolato che la produzione annua di carta raggiungeva in Fabriano, ai primi del Quattrocento, i 2.500 quintali e che i lavoratori del settore ammontavano ad almeno 200, esclusi peraltro – come rileva Castagnari – gli addetti all’allestimento e i lavoratori dell’indotto. [20]  Sulla base della mole straordinaria di dati del Fondo Datini, anche per il castrum di Pioraco si può ipotizzare, nei periodi di stabilità demografica, un livello non dissimile di produzione: le forniture dirette alle compagnie Datini di Catalogna oscillano annualmente fra le 40 balle di 12 risme ciascuna del 1396 e le 135 del 1409; quelle per Londra e Bruges superano abbondantemente il centinaio nel solo anno 1396; [21] Venezia e Genova, Roma e Avignone ne assorbono frattanto quote cospicue, sia pure non quantificabili.

 

È dunque plausibile che anche a Pioraco gli addetti al settore oscillassero tra le 200 e le 300 unità, pari al 35-40 per cento della popolazione del luogo: [22] numeri straordinari che riflettono l’immagine di una comunità interamente coinvolta nelle varie fasi della lavorazione, di cui la memoria collettiva ha peraltro conservato squarci suggestivi.  Qui la differenza con Fabriano è marcata. [23]  Lo scarso peso demografico del castrum piorachese dove, per ovvi motivi ambientali ed energetici si concentrano tutte le operazioni produttive, mette in luce la particolare vulnerabilità del piccolo aggregato di fronte alle ripetute crisi di morbilità e mortalità che devastano la Marca del Tre-Quattrocento: eventi che riducono a quote modeste la popolazione delle cartiere con esiti catastrofici nelle comunità minori, dove risultano più difficili sia il recupero globale delle perdite subite, sia la reperibilità e l’intercambiabilità delle maestranze, con conseguenze tangibili su qualità e continuità della produzione. [24]  Il problema della connessione fra economia e demografia negli ultimi secoli del Medioevo s’impone come nodo centrale in un percorso di ricerca sul lungo periodo, anche in relazione al tema della mobilità di pratici e maestranze del settore cartario, oggetto del presente convegno.  Ma se, diversamente dal caso fabrianese, le caratteristiche di manifattura decentrata in un castrum dalle dimensioni esigue potevano determinare, per effetto della peste, vuoti profondi e difficoltà concrete non superabili in tempi brevi, il coinvolgimento diretto nella fase di reperimento della materia prima, nella gestione della rete commerciale, nella stessa organizzazione del lavoro di esponenti della borghesia e della nobiltà di una civitas maior dai connotati mercantili e manifatturieri come Camerino – cui apparteneva peraltro la gran parte delle gualchiere piorachesi [25] – incideva in modo propulsivo sul rapporto con i grandi mercati e la possibilità di mantenere proficue relazioni commerciali anche in tempi di crisi.

 

Verso il primato fabrianese

Al di là dello snodarsi di fasi di sviluppo e fasi critiche in connessione con eventi drammatici come le crisi demografiche tardo-medioevali – tema sul quale occorrerà soffermarsi, nel prosieguo, con riflessioni mirate –, non vi sono dubbi sul primato della produzione marchigiana nel suo complesso per almeno due secoli, il XIV e il XV, e sul suo lento, successivo declino, non anteriore tuttavia alla grave crisi economica e demografica che a partire dagli anni Novanta del Cinquecento piega quasi uniformemente l’economia delle più vitali aree montane della regione. [26]  Sono ancora una volta gli studi di Federigo Melis a fare luce sugli itinerari da percorrere allo scopo di penetrare nelle singole operazioni commerciali e raccogliere alcuni elementi fondamentali: committenze ed entità dei flussi, zone di emissione e destinazione della carta, quotazioni di mercato.  Nell’ambito di un’attività di ricerca promossa da Emilia Saracco Previdi sul tema "Centro e periferia dello Stato della Chiesa: movimenti commerciali nei secoli XIV e XV e contatti con Avignone", in corso nel Dipartimento di Scienze storiche dell’Università di Macerata, sono stati acquisiti sia la corrispondenza da Perugia – il cui ruolo di snodo fondamentale dei traffici fra Adriatico e Tirreno è ampiamente sottolineato dal Melis [27] – e diretta alle sedi datiniane di Pisa e Firenze, sia quella emessa dalla compagnia di Avignone.  La lettura sistematica della documentazione dell’Archivio pratese ha consentito di integrare e approfondire conoscenze, alcune delle quali particolarmente funzionali in questo contesto.  È difatti noto che l’Umbria annoverava nel tardo Medioevo numerose cartiere [28] e che il ceto mercantile perugino aveva interesse a sospingere la carta prodotta localmente verso i mercati extraregionali: il fondo Datini ne segnala i ripetuti tentativi, svelando tuttavia, senza possibilità di equivoci, l’esito sostanzialmente fallimentare di un’operazione di mercato volta a proporre, quando possibile, carta di Narni e Foligno, talvolta di Gualdo Tadino, in luogo della ben più nota e pregiata carta marchigiana. [29]  Anche le quotazioni di mercato non lasciano margini di dubbio sul primato camerte-fabrianese nei mercati nazionali ed extranazionali, ma è noto che esse variavano continuamente a seconda delle piazze e delle condizioni di mercato: fattori che impediscono, allo stato attuale delle ricerche, una ricostruzione organica del valore della carta nelle singole piazze commerciali.  Propone un primo, cauto confronto il prospetto che segue, privo peraltro dell’indicazione del segno impresso sulla carta (corona o bilancia, monte o campana, fiore o corneto), sovente indizio di differenze ulteriori e non marginali.

 

Tab. 1.  Il valore commerciale della carta marchigiana sulle piazze europee: estratti dal Fondo Datini.

 

 

FONTI: Archivio di Stato di Prato, Fondo Datini, lettere Perugia-Pisa (filze 537, 534) Genova-Pisa (filza 554), Avignone-Pisa (filza 426), Venezia-Barcellona e Venezia-Maiorca (filze 926, 927, 928, 929, 1082, 1083).

 

AVVERTENZE

·  Ogni balla spedita via mare comprende solitamente 12 risme di carta; quelle spedite via terra comprendono 8-10 risme;

·  Non si è proceduto ad equiparare il valore delle monete nei singoli mercati: per una lettura più corretta si rinvia pertanto alle note che seguono:

a) L’espressione "ricce bone" o "di buona ragione" indica una qualità di carta inferiore alle "ricce fini".

b) In questo caso la parità è di soldi 24 per fiorino (cfr. fig. 1).

c) Su questa piazza il franco di grossi 36 eguaglia il fiorino di Firenze (cfr. F. Melis, Documenti per la storia economica dei secoli XIII-XVI con nota di Paleografia Commerciale a cura di Elena Cecchi, Firenze 1972, p. 100, note 4 e 5).

d) Si tratta di lire maiolichine che eguagliano all’epoca il fiorino di Firenze (F. Melis, Documenti per la storia economica dei secoli XIII-XVI, p. 100, nota 4).

e) In questo caso la riscossione è prevista a sei mesi dal contratto di vendita.

f) Sono carte "bone e bene piene" con il segno dell'arco.

g) Si tratta di carte con il segno della testa di cervo che si vendono "al tempo",

h) Sono carte con il segno del monte col tondo "che più fine non si faciono".

 

Utilissima e pertinente è una testimonianza di Jacopo Soldanieri, mercante perugino che intrattiene rapporti con esponenti della corte papale avignonese almeno sin dal 1454: [30] le carte "ricce" di Pioraco con il segno dell’arco e delle chiavi non si vendono e "non vorebono vendere – scrive a soci e fattori della compagnia di Pisa il 18 luglio 1379 – a meno di 1 fiorino e mezzo per risma." [31]  Si tratta di una quotazione assai alta se confrontata con i prezzi praticati negli anni successivi, quando sulla stessa piazza il valore della carta fine di Pioraco non supera 1 fiorino e un quarto per risma. Diverso è l’andamento dei prezzi della carta fabrianese, le cui quotazioni sono stabili o in crescita sia a Perugia, sia a Genova e Avignone. [32]

 

 

Fig. 1.  Avignone, 6 aprile 1383.  Quotazioni della carta marchigiana sulla piazza di Avignone (1 fiorino = 24 soldi).  (Archivio di Stato di Prato, Fondo Datini, lettera Avignone-Pisa, busta 426, codice 504272).

Avignon, 6th April, 1383. Quotations of paper of the Marches in Avignon (1 florin = 24 soldos). (Archivio di Stato of Prato, Fondo Datini, Avignon-Pisa letter, envelope 426, codex 504272).

 

Gli indizi di una flessione abbastanza consistente di alcune tipologie di carta di Pioraco tra il 1379 e il 1383 – anni in cui violenti ondate epidemiche colpiscono la Marca [33] – a fronte della stabilità o dell'aumento di valore della carta di Fabriano in alcuni importanti mercati, mette in evidenza la complessità della storia della produzione e del commercio della carta marchigiana nel tardo Medioevo.  L’ipotesi è che sin dai primi anni del Trecento il percorso dei due poli cartari, a tratti parallelo, si evolva in realtà in maniera dissimile fino al consolidarsi, fra tardo Trecento e primo Quattrocento, della leadership fabrianese: un tema tuttavia da approfondire con ricerche mirate e uno sguardo attento alle diverse scelte economiche dei gruppi mercantili locali.

 

Il problema della mobilità in età medievale

Il lungo preambolo consente di ribadire, sulla base di una documentazione ricca e omogenea come i carteggi datiniani, conoscenze diversamente acquisite: nel Trecento la carta marchigiana conquista i mercati europei e il primato fabrianese, pur all'interno di un sistema produttivo e commerciale locale e sovraregionale diffuso e articolato, si è certamente imposto negli anni Ottanta e Novanta del secolo XIV.  Ma non è facile, sulla base della stessa documentazione, rilevare le numerose conseguenze di carattere sociale, economico e demografico connesse alle varie crisi congiunturali che a più riprese coinvolgono il settore cartario, rappresentando non la sola, ma una delle spinte più forti all’evasione di maestranze da quest’area ad altissima specializzazione.  Il problema della mobilità degli uomini in età medievale e, al suo interno, quello specifico della circolazione di salariati, artigiani e mercanti, è complesso.  Non è legato solamente a fattori di instabilità demografica, né al classico tema dei rapporti città-campagna: vi incidono con forza le particolari vicende dell'una o dell'altra economia urbana o di uno dei suoi settori trainanti, specifiche aspirazioni economiche, interventi populazionistici mirati. [34]  È mio compito, in questa sede, circoscrivere l’attenzione alle correnti migratorie interne alla Marca, dove il fenomeno prende, come altrove, forme e direzioni diverse.  Essa è un largo segmento d’Italia già felix, ma segnata profondamente da reiterate pestilenze (nel 1348-50, nel 1360-63, nel 1374, nel 1383, nel 1399-1400, per limitarci al XIV secolo): [35] attrae flussi di slavi e albanesi che si distendono negli ampi spazi rurali realizzando una diffusa colonizzazione e antropizzazione. [36]

 

Rapide cadute e insufficienti riprese incidono su ogni elemento dell’apparato produttivo, sfaldano sistemi commerciali e riducono a borghi murati civitates e terrete che quasi nulla conservano di urbano, se non la memoria dell’età dell’oro, di un’età felix: [37] da qui la ricerca continua e affannosa, nelle città, nelle terre, nei castra, di soluzioni risolutive con l’attivazione di una forte politica di incentivazione delle immigrazioni di lavoratori generici, professionisti e artigiani. Lo spoglio sistematico delle Riformanze comunali di cui sovente si conservano, nei Comuni marchigiani, serie preziose e organiche fin dal Trecento, è in grado di lumeggiare la consistenza dei flussi migratori sia attraverso l’individuazione dei provvedimenti populazionistici attivati dalle magistrature (in particolare concessioni di diritti di cittadinanza, elargizione di privilegi fiscali, donazioni di immobili, assegnazioni gratuite di particelle di terra di proprietà comunale), sia disposizioni volte a scoraggiare i deflussi attraverso penalizzazioni pecuniarie e revoca dei diritti già concessi. [38]  Il reclutamento di professionisti e artigiani è uno degli obiettivi delle principali comunità marchigiane nel tardo Medioevo, quasi ovunque interessate al rilancio di attività di trasformazione: produzione di tessuti, carta e cuoiame, lavorazione del ferro e del legno. [39]  Ed è nell'ambito specifico della promozione forte di una "selettività" immigratoria che va principalmente inquadrato in ambito regionale, ma anche in quello feretrano-romagnolo oggi territorio della Repubblica di San Marino, [40] il tema odierno della "immissione" di tecniche e maestranze del settore cartario.  La ricerca d’archivio, base imprescindibile di una conoscenza non superficiale, va naturalmente condotta in più direzioni.  L’analisi causale del fenomeno deve difatti congiungersi con un’ampia ricognizione quantitativa atta a misurarne l’oggettiva consistenza laddove le fonti archivistiche siano meglio conservate, partendo però dalla consapevolezza di un limite difficilmente valicabile, insito in ogni ricerca di questa natura: quello della prevalente "unidirezionalità" delle informazioni desunte da fonti fiscali, atti notarili, strumenti di domicilio e cittadinanza che consentono di valutare con una certa sicurezza i movimenti centripeti, ma informano occasionalmente sul movimento inverso, centrifugo, di emigrazione da una località. [41]

 

Mobilità e dispersione nella "Marchia" medievale

Il tema richiede una precisazione: studi locali poggianti su dati "quantitativi" sono in grado di supportare ipotesi e animare riflessioni per una più ampia storia del popolamento e dell’immigrazione, confermando le potenzialità di una ricognizione archivistica ad ampio spettro geografico. [42]  Offre un esempio eloquente l’analisi delle Reformationes tardo medievali di una civitas nova in rapida espansione come Macerata, in grado di mettere in luce sia l’instabilità degli artigiani recentemente insediati, sia l’irradiazione prevalente di lanaioli, sarti, tessitori, legnaioli e fabbri dal triangolo Norcia-Fabriano-Camerino. [43]  La montagna appenninica assume in questo contesto la funzione di "area esportatrice" di maestranze qualificate e specializzate, che riversa numerose nei centri della media e bassa collina situati in una precisa fase di sviluppo.  E non sorprende che nel 1403 un mercante di origine fabrianese, Benedetto di ser Gregorio, stipuli patti con il Consiglio di credenza di Macerata per avviare la lavorazione di pannilana colorati e che successivamente, nel 1412, cerchi di attivare impianti per la produzione di carta bambagina, ottenendo dalle magistrature il privilegio di immettere o estrarre cincios, filtros et paraturas [...] sine aliqua solutione gabelle vel pedali (vedi fig. 2). [44]  Non è dato sapere, allo stato attuale delle ricerche, se il progetto abbia avuto sviluppi concreti, né l’eventuale durata della produzione cartaria, ma è plausibile l’ipotesi che gli impianti dovessero comunque prevedere l’utilizzo di maestranze di Fabriano.

 

Quanto emerso dalle Riformanze maceratesi è di fatto un tentativo di riproduzione di tecniche fabrianesi dell’arte cartaria ma anche di un preciso modello imprenditoriale, alle cui origini non è certo estraneo lo slancio impresso dalla politica economica e populazionistica attivata dalla classe dirigente maceratese allo scopo di promuovere la crescita di una città e di un territorio dalla vocazione economica eminentemente rurale e dall’incerta fisionomia manifatturiera.  Diverso il caso delle cartiere ascolane – di cui almeno una di proprietà della Camera apostolica – in quanto inserite sin dal Trecento in un tessuto socioeconomico e ambientale che predispone allo sviluppo di attività produttive.  Indagini d’archivio hanno individuato, accanto a rare presenze imprenditoriali e tecniche locali, l’affluenza continua di maestri e famuli provenienti da Pioraco o da Fabriano. [45]

 

 

Fig. 2.  Macerata, 24 giugno 1412.  Il Consiglio di Credenza concede al mercante Benedetto di ser Gregorio olim de Fabriano et nunc civis maceratensis la facoltà di esercitare in città e nel suo territorio artem bambacinam.  (Archivio di Stato di Macerata, Priorale. Riformarne, 10, c. 99v.)

Macerata, 24th June, 1412.  The Consiglio di Credenza (City Council) agrees the merchant Benedetto di ser Gregorio olim de Fabriano et nunc civis maceratensis the right to practice artem bambacinam in the town and its territory.  (Archivio di Stato of Macerata, Priorale, Riformanze, 10, c. 99v.)

 

Val la pena indugiare sui numeri e le singole provenienze emersi da una ricognizione il cui limite è la discontinuità cronologica legata forse alle lacune della fonte: il Fondo notarile ascolano.  Nell’arco di tempo quasi bisecolare che va dal 1414 al 1600, tra i maestri conduttori o famuli poi ascesi al rango di gestori delle gualchiere ascolane figurano non meno di dieci piorachesi, due camerti già habitatores di Pioraco [46]  e quattro fabrianesi.  Si tratta di dati eloquenti che confermano, pur all’interno di un tessuto della manifattura cartaria marchigiana denso e articolato, la posizione nettamente egemone del modello di produzione camerte-fabrianese, e rivelano l’interesse forte e mirato di una civitas maior a vocazione mercantile e manifatturiera come Ascoli, già produttrice di seta grezza e guarnelli, fustagni e cotone filato tinto destinati all’esportazione, [47] al decollo di un centro di produzione cartaria autoctono.  Ascrivibili ad un fenomeno di disseminazione dell’arte cartaria interna al Camerte sono invece le cartiere di Esanatoglia, centro che nel corso del Medioevo e dell’età moderna rappresenta una delle "terre raccomandate" del distretto di Camerino.  Alcuni indicatori sono inequivocabili: dall’analisi dei rogiti notarili condotta dal Mazzalupi si evincono il possesso di una o più cartiere da parte dei Varano; contratti di societas, sia pure cinquecenteschi, fra gestori locali ed esponenti della borghesia camerte come i Vicomanni; presenza frequente di maestranze piorachesi a fronte della più rara componente fabrianese. [48]

 

Un’osservazione conclusiva.  Se è prematuro fare bilanci, dalle indagini compiute si profila tuttavia con sufficiente chiarezza un quadro che consente di scorgere le principali direttrici migratorie nella Marca del Tre-Quattrocento.  Appare difatti secondario che risultino per lo più ignoti sia gestori e lavoratori degli impianti cartari presenti nel 1350 a San Severino, [49] sia operai e maestranze delle gualchiere attive a Tolentino nel 1325, come attesta la presenza di un cartarius olim de Eugubio fra i testimoni del processo per la canonizzazione di S. Nicola. [50]  Ad un’analisi complessiva dei dati la ripartizione territoriale delle maestranze del settore cartario marchigiano è abbastanza netta e riflette l’estensione di sistemi commerciali preesistenti e consolidati: a sud della linea Ancona-Fabriano maestri e salariati di origine camerte-piorachese dominano, sia pure in maniera non esclusiva, il quadro delle provenienze; a nord dell’Esino, mentre si dilegua la componente piorachese, si diffondono in prevalenza operatori e maestranze di Fabriano.  Eloquenti i casi di Fossombrone e Fermignano, in cui la funzionalità delle cartiere lungo il corso del Quattrocento è assicurata dalla costante presenza di cartai di origine fabrianese. [51]  La ricerca ha tuttavia bisogno di accertamenti documentari più ampi: appaiono incerti e incompleti sia approcci quantitativi al tema della circolazione infra-regionale di lavoratori dell'arte cartaria (il riferimento è ai salari, al numero delle famiglie emigrate, ai singoli individui, alla qualità e quantità della produzione attivata), sia risposte a problemi di carattere generale, o semplicemente subregionale e locale, che spieghino fattori, modalità e cronologia di una disseminazione tanto capillare di impianti e maestranze sin dallo scorcio del XIII secolo.  Molti dunque, nonostante l’abbondare di studi recenti e remoti, i problemi storiografici aperti anche nella Marca, che pur costituisce, fra Medioevo ed età moderna, campo d’indagine naturalmente ricco di prospettive.

 

Bibliografia

1. Il reticolo è costituito da 5 civitates maiores e da civitates e terrae tra le quali 9 magnae, 22 mediocres, 26 parvae, 13 minores, alle quali vanno sommati castra e villae: P. Sella, Costituzioni Egidiane dell'anno MCCCLVII, Roma 1912. Per una conoscenza articolata, anche sotto il profilo demografico, si rimanda a E. Saracco Previdi, Descriptio Marchiae Anconitanae, Deputazione di Storia Patria per le Marche, Fonti per la storia delle Marche, n. s. III, Ancona 2000

2. S. Anselmi, Produzione e consumo di carta nell'Italia centrale: secoli XIV-XIX, in G. Castagnari (a cura), Carta e cartiere nelle Marche e nell'Umbria dalle manifatture medioevali all'industrializzazione, Quaderni monografici di «Proposte e ricerche», n. 13, 1993, p. 313. Quanto all’esigenza culturale del territorio si rinvia a P. L. Falaschi, Studia e Università, in W. Angelini, G. Piccinini (a cura), La cultura nelle Marche in età moderna, Milano 1996, pp. 178-189 e R. M. Borraccini Verducci, La tipografia nelle Marche. Tessere per un mosaico da comporre, in La cultura cit., pp.68-81.

3. Si veda il recente lavoro di sintesi di G. Pinto, Produzioni e circuiti mercantili nella Marca centro-meridionale (secc. XIII - inizio XVI), in Fermo e la sua costa. Merci, monete, fiere e porti fra tardo Medioevo e fine dell'età moderna, vol. II, Grottammare 2004, pp. 7-20; Id., Le città umbro-marchigiane, in Le città del Mediterraneo all'apogeo dello sviluppo Medievale: aspetti economici e sociali, Pistoia 2003, pp. Su aspetti del sistema viario e le sue connessioni con i commerci, E. Di Stefano, La viabilità interregionale nelle fonti sammarinesi dei secoli XV e XVI: lo snodo umbro-camerte, in «Studi Maceratesi», 38 (2004), pp. 471-485, ora in Id., Uomini, risorse, imprese nell'economia camerte fra XIII e XVI secolo, in «Studi e testi per la storia dell’Università di Camerino», 8, Camerino 2007.

4. Cfr. G. Pinto, Produzioni, cit., anche per l’aggiornata bibliografia.

5. Fabriano e il suo territorio sono inclusi, nel Medioevo e in età moderna, nella diocesi di Camerino, la più vasta delle Marche assieme alla diocesi di Fermo: cfr. P. Sella (a cura), Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII-XIV. Marchia, Biblioteca Apostolica Vaticana. Studi e testi, Città del Vaticano 1950.

6. Per Fabriano si rimanda a G. Castagnari, Dall'impresa artigiana all'industrializzazione, in Id. (a cura), La città della carta. Ambiente società cultura nella storia di Fabriano, Fabriano 1986, pp. 193-262 e F. Pirani, Fabriano in età comunale. Nascita e affermazione di una città manifatturiera, Firenze 2003; per Camerino si rinvia a E. Di Stefano, Una città mercantile. Camerino nel tardo medioevo, in «Studi e testi per la storia della città di Camerino», 4, Camerino 1998, Id., Uomini, risorse, imprese nell'economia camerte fra XIII e XVI secolo, cit.

7. Il Fondo è conservato nella Sezione di Archivio di Stato di Camerino.

8. Si tratta di registri preziosi, la cui analisi è stata effettuata da molti studiosi. Qui si rinvia a N. Lipparoni, Il ruolo dei mercanti fabrianesi nella commercializzazione della carta e nella organizazione dell'attività produttiva tra XIV e XV secolo, in G. Castagnari (a cura), Contributi italiani alla diffusione della carta in Occidente tra XIV e XV secolo, Fabriano 1990, pp. 61-82.

9. G. Castagnari, N. Lipparoni, Arte e commercio della carta bambagina nei libri dei mercanti fabrianesi tra XIV e XV secolo, in «Atti e memorie della Deputazione di Storia Patria per le Marche», 87 (1982), in particolare pp. 209-213.

10. F. Melis, Aspetti della vita economica medievale (Studi nell'Archivio Datini di Prato), Siena 1962, p. 220. Si rinvia, per un primo approccio, a E. Di Stefano, Il carteggio di un mercante camerte con Francesco di Marco Datini, 1395-1410, in «Proposte e ricerche», 37 (1996), pp. 78-93.

11. E. Di Stefano, La carta marchigiana sul mercato europeo e il caso di Camerino nei secoli XIV-XV, in «Proposte e ricerche», 54 (2005), pp. 194-221.

12. Le fonti forniscono indicazioni inequivocabili: a partire dal 1325, e con cadenza regolare, Venezia concede a mercanti di Camerino e di San Severino (dal 1334 a quelli di Fabriano), ma anche ai mercanti di altre località dell’interno della Marca, esenzioni fiscali sulle merci condotte a Venezia. La concessione della cittadinanza veneziana aggiungeva non di rado la facoltà di praticare il commercio internazionale al pari dei cives originarvi: per i dettagli e precisi riferimenti d’archivio mi sia consentito il rinvio a E. Di Stefano, Una città mercantile, cit., pp. 28-29 e Id., La carta marchigiana sul mercato europeo, cit., pp. 199-202.

13. Ibid, in particolare pp. 207-213.

14. Cfr. S. M. Kachtanov, Le papier Occidental en Russie du XlVe au XVIe siede: les voies de pénétration et sa typologie, in S. Cavaciocchi (a cura), Produzione e commercio della carta e del libro. Secc. XIII-XVIII, serie II, Atti delle Settimane di Studi dell’Istituto "F. Datini" di Prato, 23, Firenze 1992, pp. 251-267. Si confronti con i segni della carta di Pioraco e di Fabriano spedita sul finire del Trecento da Paoluccio di maestro Paolo da Camerino: E. Di Stefano, La carta marchigiana, cit., p. 203, pp. 209-210, pp. 214-215.

15. G. Castagnari, L'arte della carta in area fabrianese tra basso Medioevo ed età moderna. Sviluppo e declino, in «Proposte e ricerche», 56 (2006), pp. 174-193.

16. Per acquisti di carta piorachese si rinvia al noto lavoro di Aurelio Zonghi, Le antiche carte fabrianesi alla Esposizione generale di Torino, Fano 1984, p. 8 e al recente, accurato saggio di N. Lipparoni, Il ruolo dei mercanti fabrianesi, cit., in particolare p. 73 e nota 12. Sul versante camerte si rimanda a E. Di Stefano, La carta marchigiana sul mercato europeo, cit., passim.

 

17. Cfr. F. Balducci Pegolotti, La pratica della mercatura, Cambridge, Massachusetts, 1936, p. 294, che inserisce le carte marchiane tra le spezierie richieste dal mercato ante 1340.

18. Archivio di Stato di Prato, Fondo Datini, lettera Genova-Pisa, codice 101202

19. Ibid., Lettera Perugia-Pisa 303120

20. G. Castagnari, L'arte della carta in area fabrianese, cit., pp. 180-181.

21. E. Di Stefano, La carta marchigiana sui mercati europei, cit., passim.

22. Sulla base dell’Inventario Borgesco del 1502, conservato nell’Archivio di Stato di Modena e, in copia manoscritta, nella Biblioteca Valentiniana di Camerino, ai primi del Cinquecento Pioraco contava 111 fuochi fiscali (includendo la villa de Gemmo ma escludendo Seppio, all’epoca villa direttamente dipendente da Camerino). Ad un calcolo complessivo che comprenda, sia pure approssimativamente, esenti e graziati (clero e miserabili, vedove e pupilli, ovvero orfani poveri e soli), la comunità non raggiungeva i 650 abitanti. Nello stesso anno 1502 Camerino contava 1200 fuochi fiscali, pari a 6-6500 abitanti (ma non si esclude una cifra superiore per la presenza della Curia arcivescovile, della corte varanesca, di numerose comunità religiose), mentre nella prima metà del Trecento annoverava, assieme all'ampio comitato, 8 mila fumantes.

23. Non si dispone per Fabriano medievale di dati demografici precisi e disaggregati: si riferiscono sia al distretto che alla città i 3.600 fumantes (16-18 mila abitanti circa) indicati dalla Descriptio Marchiae e relativi ai primi decenni del Trecento (si rinvia per questo ad E. Saracco Previdi, op. cit., p. 47). Si sa con certezza che nel centro urbano e nelle sue immediate pertinenze nel 1472 abitavano non più di 1004 famiglie pari a 5 mila abitanti circa: cfr. G. Castagnari, Dall'impresa artigiana all'industrializzazione, cit., p. 219.

24. Sulle conseguenze devastanti delle pestilenze sul tessuto economico, sociale e demografico delle piccole comunità dell'Appennino mi sia consentito il rinvio a E. Di Stefano, Dinamica del popolamento in una comunità dell'Appennino centrale. Sarnano nei secoli XIII-XVI, Quaderni monografici di «Proposte e ricerche», n. 15, 1994. Sull’incidenza della peste nelle Cartiere genovesi, cfr. M. Calegari, La manifattura genovese della carta, sec. XVI-XVIII, Genova 1986.

25. E. Di Stefano, Una città mercantile, cit., pp. 47-52; Id., La carta marchigiana sul mercato europeo, cit., p. 197 e nota 11, pp. 206 e passim.

 

26. Cfr. D. Fioretti, Risorse alimentari e crisi demografica nel Fabrianese fra Cinque e Settecento, in «Proposte e ricerche», 16, 1986, pp. 19-28; E. Di Stefano, La crisi del Seicento nell'area appenninica: il territorio camerte, in «Proposte e ricerche», 17, 1986, pp. 73-85.

27. F. Melis, Aspetti della vita economica medievale, cit., p. 223.

28. Si rinvia a B. Marinelli, La valle del Menotre e l'attività cartaria nel Medioevo e G. Metelli, Carta e cartiere folignati tra Cinquecento e Settecento, in G. Castagnari (a cura), Carta e cartiere nelle marche e nell'Umbria, cit., rispettivamente pp. 185-208 e pp. 209-209-242, al più remoto M. Faloci Pulignani, Le antiche cartiere di Foligno, Foligno 1909 e F. Bettoni, La montagna di Foligno, in «Proposte e ricerche», 56, 2006, in particolare pp. 65 ss.

29. Ci si limita qui a qualche indicazione archivistica: Archivio di Stato di Prato, Fondo Datini, lettera Perugia-Pisa della compagnia di Berizo e Antonio di Bonanno del 21 aprile 1388, codice 101269, e dell’11 agosto 1388, codice 101290; lettera Perugia-Pisa di Jacopo Soldanieri del 12 luglio 1379, codice 402166, del 23 novembre 1379, codice 402169 e del 16 dicembre 1379, codice 402172.

30. Cfr. J. Clénisson - Guilleaume Mollat, Correspondances des légats et vicaires genereux Gil Albornoz et Andrein De la Roche (1353-1367), Paris 1964, p. 26.

31. Archivio di Stato di Prato, Fondo Datini, lettera Perugia-Pisa 402167.

32. Ibid., in particolare lettera Avignone Pisa dell’aprile 1383, busta 426, codice 504272, qui parzialmente riprodotta in fig. 1.

33. Un esplicito riferimento alla peste che imperversa nella Marca – e nel Camerte, in particolare – è contenuto in una delibera del Senato della Serenissima del 22 settembre 1383 con la quale si concede, su richiesta "Magnifici Domini Rodulfi de Camarino, intimi amici nostri", che una nave veneziana, un "lignum custodiae Ripariae nostrae Istriae quod est paratum ad exeundum vadat ad terram Fluminis et levet ipsum dominum Rodulphum cum sociis, familiaribus et arnesis suis et conducat Venetias libere quia recessit de partibus suis prò epidemia in partibus Marchiae" (Archivio di Stato di Venezia, Senato. Misti, 38, e. 76v). Sulla gravità delle pestilenze trecentesche e le loro conseguenze si rinvia a E. Di Stefano, Dinamica del popolamento, cit., in particolare pp. 64-65.

34. Per un lucido inquadramento R. Comba, Emigrare nel Medioevo. Aspetti economico-sociali della mobilità geografica nei secoli XI-XVI, in R. Comba, G. Piccinni, G. Pinto (a cura), Strutture familiari, epidemie, migrazioni nell'Italia medievale, Napoli 1984, pp. 45-74; privilegia problematiche relative al reclutamento di manodopera del settore secondario G. Cherubini, I lavoratori nell'Italia dei secoli XIII-XV: considerazioni storiografiche e prospettive di ricerca, in Artigiani e salariati. Il mondo del lavoro nell'Italia dei secoli XII-XV, Atti del decimo Convegno Internazionale (Pistoia, 9-13 ottobre 1981), Pistoia 1984, pp. 1-26. Ancora su aspetti di carattere generale, Forestieri e stranieri nelle città basso-medievali, Atti del Seminario Internazionale di Studio (Bagno a Ripoli, 4-8 giugno 1984), Firenze 1988.

35. L’impressionante successione di epidemie che imperversano nella Marchia del secondo Trecento – peraltro puntualmente concomitanti con quelle che dilagano nel resto della penisola – è desumibile dalla documentazione conservata negli Archivi Storici Comunali Marchigiani: cfr. E. Di Stefano, Dinamica del popolamento, cit., pp. 53-70.

36. S. Anselmi (a cura), Italia felix. Migrazioni slave e albanesi in Occidente. Romagna, Marche, Abruzzi: secoli XIV-XVI, Quaderni di «Proposte e ricerche», n. 3, 1988.

37. Si rinvia per questo a M. Ginatempo, Dietro un'eclissi: considerazioni su alcune città minori dell'Italia centrale, in Italia 1350-14.50: tra crisi. Trasformazione, sviluppo, Atti del XIII Convegno del Centro Italiano Studi di Storia e d’Arte, Pistoia 1993, pp. 41ss.

38. La bibliografia generale è vasta. Ci si limita a rinviare ad A. I. Pini, La popolazione di Imola e del suo territorio nel XIII e XIV secolo, Bologna 1976, pp. 17ss; Id., Un aspetto dei rapporti tra città e territorio nel medioevo: la politica demografica "ad elastico" di Bologna fra il XII e il XIV secolo, in Studi in memoria di Federigo, Melis I, Napoli 1978, pp. 365-408; G. Pinto, La politica demografica delle città, in Emigrare nel Medioevo, cit., pp. 19-43.

39. Sul tema anche G. Pinto, Produzioni e circuiti mercantili nella Marca centro-meridionale, cit., pp. 7-20.

40. Per aspetti della mobilità in ambito feretrano-romagnolo, E. Di Stefano, Commerci, prestito e manifatture a San Marino nel Quattrocento, Quaderni del Centro Sammarinese di Studi Storici, Università degli Studi della Repubblica di San Marino, n. 20, 2000.

41. R. Comba, Emigrare nel medioevo, cit., p. 54. Sulle problematiche relative allo specifico del comparto cartario, R. Sabbatini, La produzione della carta dal XIII al XVI secolo: strutture, tecniche, maestri cartai, in Tecnica e società nell'Italia dei secoli XX-XVI, Atti dell'undicesimo Convegno Internazionale (Pistoia, 28-31 ottobre 1984), Pistoia 1987, pp. 37-70, in particolare pp. 50ss.

42. Per un approccio di carattere generale alle fonti d’archivio G. Pinto, Forestieri e stranieri nell'Italia comunale: considerazioni sulle fonti documentarie, in Forestieri e stranieri nelle città basso-medievali, cit., pp. 19-27. In ambito sub regionale e locale mi sia consentito il rinvio a E. Di Stefano, Popolamento e immigrazione a Macerata nel tardo Medioevo, in «Proposte e ricerche», 27 (1991), pp. 192-203, poi ampliato e rielaborato in Id., Mobilità della popolazione e politiche demografiche comunali: Macerata nel tardo Medioevo, in «Proposte e ricerche», 31 (1993), pp. 51-122. L’analisi incrociata di più fonti consentirebbe una visione articolata: fondamentale l'uso dei catasti, come mostrano i saggi di E. Saracco Previdi, Per una ricerca sulla situazione economica e sociale in un catasto dell'anno 1268, già in «Studi Maceratesi», 10 (1976), poi in Convivere nella 'Marchia' durante il Medioevo. Indagini e spunti di ricerca, Ancona 1986 e Id., I possessi immobiliari in un catasto maceratese del 1268, in «Atti e Memorie della Deputazione di Storia Patria per le Marche», VIII, IX (1975), ripubblicato in Convivere nella 'Marchia', cit., pp. 81-97.

43. E. Di Stefano, Mobilità della popolazione e politiche demografiche comunali: Macerata nel tardo Medioevo, cit., in particolare p. 70 e appendice documentaria.

44. Archivio di Stato di Macerata, Priorale. Riformanze, n. 10, c. 99v.

45. A. M. Eustacchi Nardi, La cartiera di Porta Cartara in Ascoli Piceno: dal Medioevo all'età contemporanea, in G. Castagnari (a cura), Carta e cartiere nelle Marche e nell'Umbria, cit., pp. 123-140; A. M. Nardi, V. Borzacchini, A. Guidotti, Gli opifici di Porta Cartara ad Ascoli Piceno. Storia e futuro di un complesso industriale, Ripatransone 1996.

46. I due operai, poi gestori di un impianto, sono Angelo Francesco e Nicola di Domenico, entrambi fabrianesi (A. M. Nardi, V. Borzacchini, A. Guidotti, Gli opifici di Porta Cartara ad Ascoli Piceno, cit., Scheda comparativa, anno 1584). Sulla base delle fonti citate il computo esatto delle maestranze piorachesi e fabrianesi immigrate ad Ascoli non risulta possibile per alcune incongruenze presenti nella pur accurata di esposizione dei dati raccolti, emergenti dal confronto dei dati contenuti nei saggi, nell’appendice documentaria e nella scheda comparativa che conclude il lavoro.

47. G. Pinto, Ascoli tra Due e Trecento: linee di una ricerca, in Istituzioni e società nelle Marche (secc. XIV-XV), Ancona, Deputazione di Storia Patria per le Marche, 2000, pp. 263-288; Id., Città e spazi economici nell'Italia comunale, Bologna 1996, pp. 187-201.

48. Si tratta di Natale di Angelo da Fabriano al quale Landolina, vedova di Simone di Francesco di Esanatoglia, affitta la cartiera dei Vitali per due anni al prezzo di due fiorini al mese: C. Mazzalupi, Le cartiere del Comune di Santa Anatolia dal XV al XIX secolo, in G. Castagnari (a cura), Carta e cartiere, cit., pp. 73-89 e in particolare p. 77.

49. Cfr. R. Paciaroni, La fabbricazione della carta a Sanseverino Marche dal Medioevo al Novecento, in G. Castagnari (a cura), Carta e cartiere, cit., pp. 91-122. Qui le cartiere attive almeno dal 1350.

50. Un Baldello cartarius olim de Eugubio figura fra i testimoni del processo nel luglio del 1325: cfr. N. Occhioni (a cura), Il processo per la canonizzazione di S. Nicola da Tolentino, Ecole francese de Rome, Roma 1984, pagine 15, 24, 28.

51. Essenziale il riferimento a G. Luzzatto, Un'antica cartiera dei Montefeltro a Fermignano, in «Atti e Memorie della Deputazione di Storia Patria per le Marche», 11 (1904), pp. 87-98 e C. Leonardi, La cartiera di Fermignano, in G. Castagnari (a cura), Carta e cartiere, cit., pp. 141-162, cui si rinvia per i numerosi dati d’archivio e l’esaustiva bibliografia di carattere locale. Per le cartiere di Fossombrone si rinvia a G. Volpe, Le cartiere della via Flaminia da Fano a Sigillo, in G. Castagnari (a cura), Carta e cartiere, cit., pp. 163-183, i cui dati vanno integrati con quelli desumibili dalla bibliografia fermignanese.

 

 

Pubblicato originariamente in L’impiego delle tecniche e dell’opera dei cartai fabrianesi in Italia e in Europa, a cura di Giancarlo Castagnari.  © Cartiere Miliani Fabriano – Fedrigoni Group, p. 33-50.