IL LINGUAGGIO CHIMICO NELLA STORIA DELLA CHIMICA

 

Aldo Borsese, Vito Dolcetto

 

Istituto di Chimica Generale Università di Genova

 

È sempre stato in uso presso gli autori di testi chimici del 700 e '800 introdurre i contenuti di carattere generale in maniera storico-critica, nella funzione esplicitamente didattica di mostrare come ogni teoria, ipotesi, legge, oggetto di studio, scopo evolva nel tempo.  Nel nostro caso tale tipo di trattazione diventa indispensabile se si considera che ogni linguaggio è un prodotto storico, e che in particolare il linguaggio chimico, pur modificato e sistematizzato convenzionalmente da vari congressi di chimici (di cui l’ultimo nel 1971), è formato da serie di termini e da criteri costruttivi sovrapposti nel tempo e mantenuti in uso per la difficoltà di una riforma integrale della nomenclatura, per il fatto che non si è ancora trovato un sistema linguistico soddisfacente per tutti i settori e gli scopi della chimica.  Il dato da cui si deve partire è che "la nomenclatura è il riflesso delle idee teoriche dominanti" [1].

 

Una rassegna storica dello sviluppo della nomenclatura e della simbolistica chimica coincide in larga parte con la storia stessa della chimica e della cultura in cui essa si sviluppa.  Il termine di nomenclatura che noi usiamo ha una accezione assai più larga di quella relativa alle sostanze chimiche, potrebbe essere definito "sistema di designazione degli oggetti e dei concetti di cui fa uso il chimico".  Accanto alla nomenclatura con pari importanza sta il sistema simbolico di rappresentazione grafica di cui oggi la chimica fa uso sempre più largo.  Abbiamo pensato di suddividere il linguaggio nella storia della chimica in tre parti:

 

1) Dall’antichità al porsi della Chimica come scienza.

2) Nascita e consolidamento della Chimica come scienza.

3) Il linguaggio della Chimica nel XX secolo tra specialismo ed unificazione dei linguaggi scientifici.

 

1) Dall'antichità al porsi della Chimica come scienza

Gli antichi non conobbero e non si servirono del metodo sperimentale, eccelsero invece nell’indagine logica e filosofica, per cui accanto ad ipotesi ad alto valore speculativo (visto con occhi moderni) come quella atomica e il principio della conservazione della massa, se ne ritrovano molte altre in quasi totale contraddizione con i fatti.  Per questo, in tale periodo storico si preferisce parlare di "alchimia", parola di significato incerto: arte dell’estrazione dei succhi, o arte "nera", magica ed esoterica, e non di "scienza chimica".  Il sistema teorico, che fino alla fine dell'alchimia (databile a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo) ha fatto storia, pur con modifiche parziali ed opinioni contrastanti di vari alchimisti, è la dottrina aristotelica dei "4 elementi", mutuata da Edosso e che si ritrova anche in civiltà più antiche quali quelle indiana e persiana.  Secondo tale dottrina la materia universale è unica e caratterizzata da quattro proprietà principali (più svariate altre secondarie) che sono: caldo, freddo, secco, umido.  In corrispondenza si hanno le quattro sostanze principali: aria, calda e umida, acqua fredda e umida, terra, secca e fredda, fuoco, caldo e secco.  Così i passaggi di stato di aggregazione vengono interpretati come variazioni di qualità: dall’acqua all’aria si passa per riscaldamento, rendendo così caldo ciò che era freddo.  La terra si ottiene riscaldando fino a secco l’acqua, passando così da umido a secco.  Solo con Lavoisier si dimostrò che la "terra dannata" altro non erano che sali o parti del recipiente scioltosi nell’acqua.

 

Su tale base teorica le sostanze venivano ritenute portatrici di qualità, i metalli non erano considerati elementi ma formati da acqua e terra: la prima conferiva il principio di fusibilità, la seconda la consistenza.  Agli elementi aristotelici gli alchimisti associavano forme particolari con le relative dimensioni (Fig. 1).

 

 

Fig. 1.  Agli elementi aristotelici gli alchimisti associavano forme particellari particolari con relative dimensioni.  Eccone la rappresentazione di Davisson in Philosophia pirotecnica, pubblicata a Parigi nel 1642.

 

Il concetto di reazione chimica era naturalmente opposto al nostro, le sostanze iniziali si annullano ed ha origine, al variare della qualità, una sostanza del tutto nuova portatrice delle qualità conferite.  Se era possibile mutare l’acqua in terra, pensavano, allora è anche possibile mutare un metallo in un altro attraverso il calore, o reagenti particolari, dosando opportunamente i supposti principali portatori delle qualità costitutive dei metalli.  Il Guareschi [2] osserva come il concetto di tramutazione o "nobilitazione" dei metalli non fosse poi così assurdo relativamente alle esperienze pratiche di duemila anni fa: l’alchimista prendeva la galena, minerale di privo valore, lo trattava e ne ricavava piombo indubbiamente più utile. — Non solo, dal piombo riusciva anche ad estrarre un po’ di prezioso argento.  Ne concludeva (non possedendo il concetto di elemento) che fosse possibile trasformare un minerale o un metallo in qualsiasi altro più utile e prezioso.

 

Come quinta qualità Aristotele propose l’"ousia" o etere, qualità immateriale e spirituale permeante tutto lo spazio, che solo in epoche successive (nel medioevo) fu ritenuto invece un fluido imponderabile ed elastico (questo fino a Maxwell).  "Il mondo è un animale unico, del quale tutte le parti, quale ne sia la distanza, sono legate tra loro in maniera necessaria" disse il neoplatonico Jamblico.  Questa concezione unitaria delle leggi della natura, in cui regolarità e bellezza presiedono alla generazione dei metalli come degli esseri viventi, dei popoli come delle stagioni, della vita, del sole, degli astri, i numeri, le parole, la musica, caratterizza tutto il pensiero antico degli Assiro-babilonesi, ad Egizi, Etruschi, Greci, al mondo romano, con riflessi che si propagano nel Medioevo fino quasi alle soglie del secolo scorso.  Si intuisce così come le antiche teorie, lungi dall'essere prive di significato, discendono da una interpretazione del mondo e da una filosofia della natura dove confluiscono scienza e religione, fatti e miti, esperienza e filosofia.  A tale filosofia naturale si aggancia l’alchimia attraverso il rapporto simbolico tra metalli e pianeti; il fatto che entrambi fossero sette non sembrò affatto casuale, anzi, andava a confermare il significato magico e mistico del numero sette (Fig. 2).

 

 

Fig. 2.  I celebri simboli dei metalli e dei pianeti.

 

Sette i pianeti, sette i metalli, come erano i colori, le zone celesti, le note, le corde della lira, le vocali dell’alfabeto greco, i giorni della settimana, le stelle dell’Orsa, le porte di Tebe, i suoi sette regnanti, i saggi della Grecia, gli dei del cielo, della terra, degli inferi.  L’origine del significato del numero sette pare risalire ai sette giorni di durata del quarto di luna, già usato dai Caldez e ben noto nella Genesi biblica.  In epoca romana, per influenza di religioni orientali, quali il culto di Mitra (della Persia), circa 2000 anni fa, fu introdotto l’uso, che continua ancor oggi nelle lingue neolatine, di chiamare i giorni della settimana col nome dei pianeti delle relative divinità.  Ricordiamo che anche in matematica e geometria tali associazioni rivestivano grande importanza: presso i Pitagorici note, numeri, forme geometrice e orbite planetarie erano considerati elementi costitutivi dell’armonia universale.

 

Ritornando alla rappresentazione simbolica dei metalli in cui varietà è descritta in Figura 2, occorre notare che oltre a denotazioni mistiche e filosofiche, contiene informazioni pratiche attraverso analogie di proprietà che si intendevano mettere in evidenza.  Oro e argento sono simboleggiati da sole e luna per i rispettivi colori, per il valore e la preziosità sia dei metalli che dei pianeti.  Il piombo è associato a Saturno in quanto il primo è un metallo pesante ed il secondo il pianeta più lento, per gli antichi lucentezza e pesantezza erano fenomeni strettamente collegati.  Il ferro da alcuni è stato simboleggiato con Mercurio dio del Commercio, poiché era metallo largamente commerciato, da altri con Marte, dio della guerra e naturalmente delle armi (di ferro), e per l’analogia di colore tra molti ossidi di ferro e il colore rosso del pianeta.  Il rame si associa a Venere per il colore bluastro del pianeta e di molti sali di rame.  Lo stagno è simboleggiato sia da Mercurio che da Giove; solo in poche e abbastanza recenti viene individuato il mercurio, il cui nome latino hydrargirium ricorda come venisse considerato "argento liquido".  Il settimo metallo noto nelle epoche storiche più antiche era il bronzo, non riconosciuto come lega di stagno e rame.

 

Con il moltiplicarsi di esperienze pratiche, specie in metallurgia, i significati del simbolo si complicano ancor più: la parola piombo ed il simbolo Saturno vengono a rappresentare non solo il metallo piombo, ma in genere metalli e leghe grigio-bianche, bassofondenti, tra cui talvolta anche lo stagno. È chiaro che con l’addensarsi di così vari significati la confusione era estrema, tanto più che le operazioni alchimiste avevano.nello stesso tempo valore pratico e significato di azione magica e mistica.  A questo punto si può evidenziare un aspetto caratterizzante il linguaggio alchimistico dalle origini sino ai tempi moderni.  Essendo nell’antichità attribuito all’alchimia il carattere di arte sacra e magica, capace di nobilitare i metalli (come era consentito pensare in base alla teoria aristotelica) e guarire le malattie, quindi di attività dispensatrice di ricchezze e benessere, i suoi segreti venivano gelosamente custoditi e rivelati solo a categorie particolari di persone: sacerdoti, figli dei re, appartenenti alla medesima corporazione, ecc.  Per questo veniva usato un linguaggio oscuro e misterioso, accessibile solo agli iniziati all’arte specifica, tanto che è molto difficile ricostruire le antiche conoscenze chimiche attraverso i manoscritti pervenutici.

 

La criptografia alchimistica era molto varia: alcuni usavano nascondere il nome con dei numeri come 719 (59) per il mercurio, altri invertivano le lettere, come in zenerp al ereitam che significava "prenez la matiere" oppure usavano associazioni particolari di nomi come osiris dio egiziano dei morti per zolfo e piombo sostanze infernali.  Del resto anche nel simbolismo rispetto alla sequenza classicamente nota esiste ampio spazio di creatività simbolica.  I primi a far uso di simboli particolari per metalli e sostanze coloranti sono stati gli egizi che facevano uso di geroglifici (vedi Fig. 3).

 

 

Fig. 3.

 

Del resto, la prima personalità legata alle origini dell’alchimia è quella di Ermete Trimegisto, dal cui nome sono derivate le espressioni di "arte ermetica", "scritti ermetici" definenti le pratiche alchimistiche.  La non comprensibilità dei testi alchimistici ai non iniziati ha fatto si che la parola "ermetico" passasse a designare, come usa ancor oggi, linguaggi, scritti, persone che nascondono quanto vogliono dire, difficili da interpretare.  L’uso di tale tipo di linguaggio consentiva sì di mantenere segrete le conoscenze acquisite, ma anche ad individui di pochi scrupoli (e nel Medioevo ce ne furono a bizzeffe) di arricchirsi contrabbandando sistemi fasulli di preparazione di reagenti miracolosi, capaci di dare giovinezza eterna, produrre oro a volontà, guarire tutte le malattie (i celebri "elexir" e la pietra filosofale) facendo uso di formule ammantate di mistero che facevano presa sugli spiriti superstiziosi e creduloni di quel tempo.  Tanto più che si possedevano ottime conoscenze per fabbricare leghe metalliche gialle simili all’oro, e quindi anche tecnicamente era possibile la falsificazione dell’oro.

 

L’alchimia trovò nel Medioevo in molte corti di Europa protezione e culto, poiché nulla parve più semplice che risollevare con l’aiuto dell’oro artificiale le finanze generalmente povere di vari paesi, cosa che già in epoca romana si era sperato.  Le conseguenti disillusioni furono piuttosto amare, così che correntemente si ritrovavano, ora in questo, ora in quel paese, divieti di occuparsi di alchimia, punizioni severissime per chi non li avesse osservati, notizie di enormi inganni.  La Chiesa vedeva di malocchio una attività piuttosto pagana come l’alchimia, spesso associata alle cosiddette stregonerie (quanti maghi e streghe furono bruciati suoi roghi!).  Tali divieti costringevano i pochi alchimisti seri, interessati ad uso onesto delle conoscenze, a camuffare ancor più i loro scritti e le loro formulazioni, onde evitare i rigori della legge.  La pratica della falsificazione dell’oro ebbe un peso non indifferente nell’economia di vari paesi.

 

Alla corte di Enrico VI d’Inghilterra l’alchimia ebbe indulgenza speciale, sebbene i re precedenti avessero dovuto espiare amaramente le loro propensioni per l’arte ermetica, ed avessero emanato leggi severe contro di essa.  Questo favore ebbe come conseguenza la produzione di grandi quantità di oro falso, che dopo essere stato coniato inondò i paesi vicini. Carlo VII di Francia, mal guidato da un alchimista di nome Le Cor, essendo in guerra con gli inglesi, tentò lo stesso esperimento ma gli andò male, gravando considerevolmente di debiti il proprio paese.  Per avere un’idea del tipo di espressioni usate nell’alchimia e del loro significato basta guardare il titolo di libri di argomento chimico: "Carro trionfale dell'antimonio", "Sulla grande pietra degli antichi filosofi", "Rivelazioni della chiave nascosta", "Ultimo testamento".  Comunque il tipo di linguaggio e di simbolismo che noi prendiamo in maggior considerazione è quello più saldamente legato allo sviluppo di conoscenze chimiche e largamente diffusosi presso gli studiosi della materia.

 

Nonostante l’empiria e la casualità che contraddistinguevano la pratica chimica, il simbolismo e la nomenclatura dell’alchimista medioevale non erano privi di criteri informatori.  Schematicamente si può affermare che essi seguissero due tipi di regole: uno per i metalli e i loro derivati, l’altro per sostanze minerali e organiche in uso in farmacia, cosmesi, tintoria.  Già si intravede in questa prima distinzione quelli che sono i due campi guida della ricerca alchimistica: la metallurgia e la farmacia.  I principali simboli alchimistici sono rappresentati nella celebre tabella di Lemery, dove si trovano accomunati i simboli di metalli, pianeti, sali, polvere, allumi, reagenti acidi, (vetriolo, aceto, acqua ragia, acqua forte), ossidi (calce, soda, segni zodiacali, giorno, notte, ora), operazioni chimiche (coagulazione, calcinazione, cristallizzazione, digestione, distillazione, filtrazione, precipitazione, purificazione, sublimazione), sostanze varie (ceneri, terra, urina, vino, vetro, sabbia, sapone, veleno, olio, gomma, alcool), fuoco, attrezzatura di laboratorio (bagnomaria, storta cornuta, testa di morto), simboli indicanti particolari stati morfologici (cristalli, fiori di antimonio, strato superiore, lamelle di acciaio).

 

Non disponendo l’alchimista degli strumenti, concetti, metodi di analisi chimica come si verranno sviluppando da Boyle in poi, evidentemente gli unici dati di cui poteva disporre per caratterizzare le sostanze erano quelli dovuti all’osservazione diretta come colore, forma, stato di aggregazione o fatti noti come zona, minerale, pianta da cui le sostanze potevano essere estratte, operazioni chimiche o mistiche che occorreva compiere per ottenerle.  Ed i simboli visti in tabella avevano appunto lo scopo di trasmettere tale tipo di informazioni, in particolare per i due gruppi di sostanze succitati si aveva:

a) I metalli e pochi loro derivati avevano uno o più simboli caratteristici. — I derivati dei metalli, almeno di quelli noti, venivano rappresentati dal simbolo del metallo e dai simboli delle operazioni fatte sul metallo o sul minerale per ottenere il composto detto, con indicazione della morfologia in cui si potevano presentare reagenti e prodotti (lamine, foglie, roccia, corpo calcinato). — Ad esempio la parola "albero" indicava in generale cristalli metallici per lo più ramificati (in foglie), si dicevano allora "albero di Diana" un amalgama di argento e mercurio, "albero di Giove" lo stagno, "albero di Marte" un silicato basico di ferro.  Si ritrovano alcuni tentativi per una nomenclatura riferentesi alla composizione, come un "litargirio", letteralmente "pietra d’argento", selenite, sempre sale di argento, da Selene = luna = simbolo dell’argento, o altri come siderite, cuprite, ecc.  La tendenza a derivare dal metallo la designazione dei suoi derivati è un fatto che si accentua sempre più a mano a mano che ci si avvicina al passaggio dall’alchimia alla chimica.

b) Negli altri composti il criterio di designazione più frequentemente usato è quello di indicare lo stato di aggregazione o comunque di raggruppare i composti in famiglie, associando poi aggettivi caratterizzanti relativi a colori, luogo di provenienza, proprietà farmaceutiche assai spesso lasciando sbizzarrire la fantasia nel ricercare analogie più o meno significative.  L’alcool etilico, che non si otteneva puro e veniva usato in farmacia, era denominato "acqua vitae" o acqua della vita, per via dell’euforia che provocava.  Olio, vetriolo, mercurio in senso alchimistico non indicano sostanze specifiche come oggi ma solo lo stato di aggregazione, per cui "acqua" è genericamente ogni liquido simile all’acqua, ivi comprese un gran numero di soluzioni di sali e di acidi (si vedevano ad esempio "acqua regia": soluzione di acidi nitrico e cloridrico, "acqua fortis": soluzione di acido nitrico, ecc.) "mercurio" si diceva di sostanze liquide, pesanti, lucenti; "olio" per liquidi viscosi; "spirito" per liquidi molto volatili; "vetriolo", che significa letteralmente sostanza simile al vetro, per cristalli lucenti e trasparenti.  Venivano poi tutte le famiglie dei composti colorati i blu, gialli, le porpore, neri, ecc.

 

A titolo di esempio riportiamo i nomi di alcuni degli oltre cento tipi di acqua: aerata, africana, d’allume, amara, angelica, antipsorica, ardente, argentina, d’argento, bianca, di Benelli, di Bolo, di calce, celeste, cinese, cruda, dissolvente, divina, dura, d’Egitto, Etiopica, fenica, filosofica, forte dei capellai, generale, di San Giovanni, di giovinezza, imperiale, degli Inglesi, di magnanimità.  Generalmente il nome derivato da opportuni riferimenti aveva il compito di definire o l’uso o il modo di ottenere il composto designato [3].  Non di rado, anche se forse casualmente, analogie di nomenclatura corrispondevano ad analogie di composizione come nel caso di vetriolo blu per il solfato di rame e vetriolo verde per quello di ferro, la comunanza del termine vetriolo corrisponde alla comunanza del gruppo solfato.  Come vetriolo sia divenuto poi solfato è dovuto innanzitutto al riconoscimento che lo stesso contiene zolfo.  Altre volte succede il contrario come in magnesia nigra e magnesia bianca, dove il primo è l’ossido di manganese ed il secondo di magnesio; il termine piombo o piombaggine veniva spesso riferito a sostanze grigie o nere come ad esempio la grafite. — Del resto ancora oggi si usa il termine "cappa di piombo" per definire un ambiente o un’atmosfera grigia, tetra, pesante.

 

Abbiamo visto caratteri e problemi del linguaggio alchimistico, quello che viene ora da chiedersi in chiusura di tale capitolo è "quanto di esso è rimasto nel linguaggio scientifico ed in quello comune?".  Poco e tanto, a seconda dei settori dove le nuove designazioni si sono rivelate insoddisfacenti o comunque difficili da introdurre.  C’è il fatto poi che le antiche designazioni pur avendo scarso valore scientifico, affascinano anche lo scienziato moderno, per cui almeno nel linguaggio verbale, magari per sfoggio di cultura alcune di esse continuano ad essere usate.  Nella mineralogia sono stati conservati gran parte dei nomi antichi, o comunque degli antichi criteri di designazione, poiché essa si trova a studiare materiali eterogeni a struttura e composizione complesse, spesso impuri e con caratteristiche morfologiche variabili a seconda della provenienza del minerale.  Si ritrovano allora nomi quali: il vaite, vesuniana, dolomite, ecc. (derivati dal luogo di provenienza), covellina, menighinite (dal nome dello scopritore), sellaite, struveite (dal nome di noti mineralogisti), gothite (da personaggi illustri), tetraedrite, feldspato, azzurrite (da alcune proprietà caratteristiche), pirite, cuprite, stibina, siderite, pirargirite, cromite, ecc. (dall’elemento caratteristico contenuto).  Situazioni analoghe si ritrovano in chimica organica, farmacia, ecc.

 

Anche nel linguaggio comune permangono designazioni sopravvissute alla tradizione alchimistica, come ad esempio "saturnismo" con cui si indica la intossicazione da piombo, "panacea", usata nel linguaggio colto per indicare "cosa che risolve tutti i problemi", spirito per alcool etilico, "acquavite" per distillato di vino (abbiamo visto come esso derivi da "della vita" e non "della vite").  Si dice ancora "furia degli elementi" per indicare fenomeni naturali piuttosto violenti come venti, piogge, fulmini, incendi, terremoti, alluvioni, ecc. dagli aristotelici elementi terra, acqua, fuoco ed aria.  Senza contare altri modi di dire in uso anche nell’ambiente scientifico come bagnomaria, acqua madre, acqua ragia, acqua di lavanda, latte di calce, acqua di barite, blu di prussia, ecc.  Del simbolismo sono rimasti in uso quelli di Marte e Venere per indicare caratterizzazioni sessuali.

 

Bibliografìa

1. A.D. Wurtz, Dictionaire de chemie et applique, Machette, Paris, 1873.

2. I. Guareschi, Storia della chimica, Utet, Torino, 1904.

3. A. Casali, Dizionario di chimica, Zanichelli, Bologna, 1890.

 

 

Pubblicato originariamente su La Chimica nella Scuola, 1981, 3, 10-16. Riprodotto con l'autorizzazione del Prof. Pierluigi Riani, direttore di CnS.