LA CARTA

 

Giancarlo Castagnari

 

È ormai provato che sono gli Arabi a portare in Occidente l’arte di fabbricare la carta, esercitata dai Cinesi in epoca remotissima (123 a. C).  Nel 1173 la cartiera di Jativa (oggi San Felipe, provincia di Valenza) in Spagna conferma una prima presenza di questa attività manifatturiera nell’Europa occidentale.  Ma il passaggio dai rudimentali sistemi di lavorazione ai perfezionati processi produttivi introdotti dai Fabrianesi avviene all’inizio del XII secolo nella nostra penisola, dove si apre il ciclo arabo-italico della carta e della sua fabbricazione.  Un ciclo o periodo denso di incertezze che non consentono ancora di stabilire come, dove, quando e da chi è introdotta questa arte in Italia e tanto meno di risolvere il dibattuto problema del primato che tuttora si contendono la Sicilia, la Campania con Amalfi, la Liguria e le Marche con Fabriano.  Certamente tale passaggio è avvenuto gradatamente con la sperimentazione di nuove tecniche e l’impiego di mezzi e di materiali non usati dagli Arabi secondo le diverse e variabili risorse locali e le capacità creative e culturali dell’artigianato indigeno.  Una fase lunga, dai contorni temporali e spaziali confusi e scarsamente documentati, che si protrae fino alla seconda metà del XIII secolo, epoca in cui l’arte della carta bambagina fiorisce a Fabriano, nell’entroterra marchigiano.  Qui compie quel salto di qualità fino allora mai raggiunto, consentendo a questo Comune di imporsi all’attenzione dei mercati italiani ed europei e divenire uno dei maggiori centri cartari italiani, prerogativa che riuscirà a mantenere ininterrottamente per oltre due secoli.

 

Agli antichi cartai fabrianesi infatti si attribuiscono alcune importanti innovazioni tecniche quali la pila idraulica a magli multipli per battere gli stracci (o cenci) dai quali si ricava la pasta per fabbricare la carta, eliminando il mortaio di pietra e il pestone di legno azionato a mano di cui si servono gli Arabi; la colla animale (o «gelatina»), ricavata dagli scarti delle locali concerie («carniccio»), da impiegarsi nella collatura dei fogli per eliminare l’uso dell’amido di frumento che rende il foglio facilmente deteriorabile; la sostituzione nelle «forme» dei giunchi e delle lamelle di canna con fili metallici o «vergelle»; infine la filigranatura dei fogli mediante l’impronta lasciata nello strato di carta dal disegno in filo di rame sulla «forma» (osservando il foglio in trasparenza il «segno» della marca risulta visibile, particolarità che non ostacola la scrittura e la lettura del testo).  Sono le primitive e rudimentali filigrane a testimoniare l’attività fin dal 1293 dei «maestri» cartai, anche se l’uso della carta bambagina di fabbricazione fabrianese, in alcuni centri non solo marchigiani, è praticato in epoca più remota.  Del resto i nomi di artigiani cartai menzionati in alcuni atti del notaio Berretta, rogati nel 1283, lasciano supporre che a Fabriano si producono quantitativi di carta destinati all’esportazione.  Una conferma di ciò si ricava dall’Archivio Comunale di Matelica dove sono stati esaminati documenti datati a partire dal 1264 nei quali si registra una fornitura di carta bambagina, acquistata per uso del notaio comunale, di sicura provenienza fabrianese.  Il successivo e progressivo sviluppo di questa industria è segnato anche dalla comparsa ufficiale, nel 1326, della corporazione dei cartai, istituzione trecentesca che insieme alle arti minori nei primi decenni del secolo XIV partecipa al governo comunale con l’alterna elezione al priorato dei propri uomini.

 

L’arte della carta è un settore delle attività manifatturiere che ha una sua particolare struttura.  I veri fabbricatori sono i «maestri» cartai proprietari o affittuari di cartiere (gualchiere situate fuori del centro abitato lungo le sponde del fiume oggi denominato Giano).  La loro opera si limita alla produzione dei fogli.  Per le successive operazioni di allestimento (satinatura, piegatura, impaccatura) la carta passa ai «cialandratori» (il «cialandro» è l’utensile usato per lisciare la carta donde la moderna calandra) che lavorano nelle botteghe (cambore) entro le mura della città.  I «mercatori» di carta sono i «grossisti» i quali acquistano in proprio dai fabbricanti del posto o ad essi commettono gli ordini che loro giungono dalla clientela.  Sono alcuni di questi mercanti (famoso è Lodovico di Ambrogio di Bonaventura) che per intensificare la produzione e per assicurarsi più lauti guadagni diventano proprietari di cartiere dove impiegano artigiani come salariati dipendenti oppure formano società con i «mastri» riuscendo così a controllare la corporazione dei cartai.  Un calcolo approssimativo consente di stabilire che alla fine del XIV secolo le circa 40 gualchiere fabrianesi producono 48.000 risme di carta all’anno e secondo l’Emery – che ha studiato i pesi e i formati in uso in quell’epoca – la produzione annua della carta agli inizi del '400 raggiunge i 2.500 quintali.

 

Fra Tre e Quattrocento, e poi fino al XVI secolo, notevoli quantitativi di carta pregiata vengono spediti ad Ancona, a Venezia, Fano, Rimini, Gubbio, Perugia, Spoleto, Città di Castello, Firenze, Pisa, Siena, Lucca.  La mercanzia viene anche imbarcata a Talamone in Toscana e nel porto di Aigues-Mortes.  Il commercio della carta fabrianese si estende nella Provenza, raggiunge il Nord Europa e il Medio Oriente.  Gli intraprendenti cartai fabrianesi fondano cartiere a Fossombrone nelle Marche, a Foligno, Bologna, Treviso, Pinerolo, Salò, Colle Val d’Elsa; altre presenze si segnalano a Padova, a Basilea in Svizzera, a Eger in Austria e nella Francia del periodo avignonese.  Per spirito di emulazione l’arte della carta si sviluppa in altri centri marchigiani: a Pioraco, a Fermignano, ad Ascoli Piceno e, in epoca più recente, a Camerata Picena, a Tolentino, a Jesi (carta paglia), a Castelraimondo.  I sintomi della decadenza si fanno sentire verso la fine del '500.  Nella metà del XVII secolo a Fabriano si contano appena una ventina di fabbriche di carta e nei primi anni del '700 sono soltanto tre le cartiere in attività.  Fra i vari motivi che provocano il collasso di questa famosa industria marchigiana incide soprattutto il mancato aggiornamento delle tecniche di lavorazione concernenti l’imbiancamento, l’uso di incollaggi più dolci, il perfezionamento delle carte per la stampa e per il disegno; tutti miglioramenti introdotti con successo dalle industrie francesi, tedesche, inglesi e olandesi che riescono ad immettere nel mercato prodotti più competitivi di quelli fabrianesi.

 

Avviata al tramonto e ormai sul punto di scomparire, l’industria cartaria si salva grazie all’intelligente intraprendenza manageriale di Pietro Miliani, che sul finire del Settecento riesce a portare la produzione a così alti livelli qualitativi e di competitività da recuperare nel giro di pochi anni i mercati italiani ed esteri e a produrre nella sua cartiera due nuovi tipi di carta per incisioni su rame e per il disegno, ricevendo attestati di ammirazione e di compiacimento anche da parte di noti artisti ed incisori quali Morghen, Bodoni, Rosaspina, Volpato, Longhi, Gandolfi, Anderloni, Toschi, Garavaglia.  Dalla fabbricazione artigiana il Miliani passa all’industria organizzata con criteri moderni e, da vero precursore, aspira a riunire in un unico grande complesso le piccole imprese che operano nella sua città, sopra le quali ormai emerge per fama e per volume di affari la sua ditta.  La grande ripresa continua con Giuseppe e con Giambattista Miliani.  A quest’ultimo non si deve soltanto il merito di aver mantenuto alto il prestigio delle maestranze fabrianesi nella lavorazione della carta a mano secondo la secolare tradizione, ma anche di aver contribuito a rendere la sua cartiera (trasformata in società per azioni nel 1906) pressoché insuperabile anche a livello internazionale nella produzione delle carte valori, un campo nel quale anche oggi questa industria marchigiana (a partecipazione statale) con i suoi moderni stabilimenti (Fabriano, Pioraco, Castelraimondo) non teme concorrenze.  E il marchio delle «Miliani» (che ancora si conserva) riscuote credito ovunque, quasi a convalidare l’antico motto che sovrasta l’arme del Comune di Fabriano: «Faber in amne cudit olim cartam undique fudit».  A questo punto si possono comprendere i motivi che hanno indotto uno studioso specialista del settore come il Gasparinetti ad affermare che la storia di questa secolare attività produttiva marchigiana «compendia» la storia della carta in Italia.

 

 

Precedentemente pubblicato in S. Anselmi (a cura di), Il Picchio e il Gallo. Temi e materiali per una stona delle Marche, Jesi, Cassa di Risparmio, 1982.