DALL’IMPRESA ARTIGIANA ALL’INDUSTRIALIZZAZIONE

 

Giancarlo Castagnari

 

Nella sua Guida e statistica della città e comune di Fabriano Oreste Marcoaldi dedica un capitolo alle "industrie" locali per mettere "mano su di una materia che nessun altro [ha] giammai esplorata" [1] e, con molto acume, rileva lo scarso interesse degli storici per lo studio "dello sviluppo economico {...}, delle arti, del commercio, delle industrie, effetti splendidi della pace, validi mezzi dell’incivilimento, della prosperità, della potenza dei popoli {...}.  Conciossiaché tali prodotti della longanime fatica della procacciante attività umana quanto sono oggidì a buon diritto onorati, altrettanto furono negli scorsi tempi oggetto di disprezzo pei ricchi, non attirarono lo sguardo degli scrittori". [2]  In effetti Marcoaldi è il primo, ma forse anche l’unico, fra i molti e validi cultori di memorie fabrianesi, che abbia tracciato un profilo storico della sua città approfondendo anche gli aspetti geomorfologici, demografici, le caratteristiche dell’ambiente naturale e ricostruito sommariamente gli aspetti economici dall’età comunale al primo decennio post-unitario, sul quale si è dilungato fornendo notizie preziose, che – come egli sostiene – se non fossero state raccolte sarebbero andate irrimediabilmente perdute.  A sua volta Aurelio Zonghi sostiene che lo studio degli statuti delle Arti "non possono non interessare grandemente gli studiosi delle patrie memorie, siccome quelli che ci forniscono ampia materia per ritessere una parte di storia nostra e forse delle più importanti, comechè nascosta sotto la ruvida corteccia di povere leggi di un collegio di artigiani e neglette, o non ben comprese in certi tempi e da certi scrittori che sol di gesta clamorose {...} rimpinzarono i lor sempre vuoti volumi {...}.  E se la nostra piccola terra nel basso medio evo seppe pur essa procacciarsi una qualche rinomanza, il dovette principalmente alle arti e della carta e della lana; quella celebratissima sempre e dappertutto, questa primeggiarne sulle altre nella Marca e nell’Umbria". [3]

 

Sono considerazioni quelle del Marcoaldi e dello Zonghi che trovano riscontro nel ruolo svolto sin dal XIV secolo dalla borghesia imprenditrice fabrianese, incontrastata protagonista della scena politica, detentrice del potere economico da cui dipendono le sorti e lo sviluppo della comunità.  Una classe dominante (egemone) cosciente del proprio potere, sicura di aver legato l’avvenire e la fortuna della città al proprio successo, pronta nel 1450 a sostenere per il tramite dei suoi rappresentanti – capitani e sindaci delle Arti – che la "terra di Fabriano" si regge, a causa della "sterilità del loco", sulla maestria "delli nomini" dediti alle attività industriali e mercantili, sulla operosità delle corporazioni dei mestieri: lanaioli, mereiai, fabbri, droghieri, sarti, conciatori e naturalmente cartai, ecc., sulla qualità dei prodotti che risultano migliori rispetto a quelli provenienti da altri centri. [4]  Sempre a questo proposito la relazione inviata nel 1565 dal Consiglio di Credenza al vicelegato della Marca precisa che "tutte le Arti ch’appartengono a materia di lana, di ferro, de metalli et di corami, quivi si esercitano in notabile quantità, essendovi trentasei para de valchiere.  Et per l’arte de ferri vi sono trent’otto botteghe tutte alla fila in una gran piazza co’ un portico avanti.  Dove no’ si può esercitare altr’Arti ch’di ferro.  Et li fabri non possono star’altrove ch’in dette botteghe". [5]  Dalla puntuale descrizione si ricavano altri particolari sugli abitanti che raggiungono le 16-18 mila unità, di cui una metà vive nel contado, e sul numero delle "case" (circa 400) dove non abitano famiglie e nelle quali "se fanno tutti li essercitij".  Il documento lascia intravedere che i settori artigianale e terziario sono prevalenti e più sviluppati rispetto ad un’agricoltura che, per la scarsa fertilità dei terreni, produce frumento sufficiente per soddisfare il consumo della popolazione "per metà o poco più dell’anno".  Anche il comparto della zootecnica si riduce a piccoli allevamenti di ovini ed a pochi capi di bestiame bovino.  Particolare rilievo invece è dato alla raccolta dello scotano molto usato per la concia delle pelli.

 

Sono tutte caratteristiche ricorrenti che rimbalzano da un’epoca all’altra e che, seppure risentono delle mutevoli situazioni esterne: epidemie e guerre, delle vicende legate al susseguirsi dei vari cicli economici, tuttavia definiscono il profilo di un Comune a prevalente economia manifatturiera da cui dipendono i livelli occupazionali della popolazione e buona parte delle attività commerciali, alcune delle quali protese a conquistare altri mercati, generalmente assecondate da un rigido protezionismo.  Un Comune afflitto da un’agricoltura tendenzialmente povera e ridotta ad alimentare la rendita parassitaria dei grossi proprietari o a sfamare le molte famiglie dei piccoli coltivatori che a stento riescono a trarre dai minuscoli fondi il sostentamento per sopravvivere.  Il possesso della terra – secondo il retaggio del feudalesimo che si perpetua nel corso dei secoli – conferisce ai ricchi prestigio e potenza, mentre si accentua il ruolo subalterno della classe contadina spesso emarginata ed umiliata, sempre soflocata dal peso dei tributi e dei patti colonici. [6]  In sede storiografica i lineamenti economici dell’area appenninica non danno un quadro organico delle cause e dei principali fenomeni che hanno determinato il processo di sviluppo le cui impronte sono ancora presenti nella cultura, nelle tradizioni popolari, nell’ambiente, nella labotiosità e nello spirito d’iniziativa delle genti.  Anche le notizie sul comportamento e sul ruolo delle prime componenti sociali che contribuiscono alla formazione della comunità fabrianese, di cui l’antico Comune diviene l’espressione politica, sono molto limitate.  Fanno eccezione gli illuminanti saggi del Luzzatto che, fra i molti "Comuni di castello" costituitisi intorno al XII secolo in regioni completamente rurali, dedica attenzione a Fabriano e studia i rapporti e i patti fra i signori del contado e i loro "uomini".[7]

 

Agli albori della società comunale

Non è possibile stabilire con certezza se all’inizio esistono nel territorio nuclei e insediamenti di artieri autonomi e liberi ai quali si uniscono o si sovrappongono i piccoli feudatari con i loro coltivatori dipendenti, ovvero se quest’ultimi, che numerosi provengono dal contado "incastellandosi" si dedicano anche ai lavori extra-agricoli necessari per mantenete in vita le primitive strutture e i servizi della comunantia.  Inoltre non si può stabilire con esattezza come e quando nasce quel ceto mercantile e artigianale che nel XIII secolo riuscirà ad avere il sopravvento sui "signori rustici" e a sostituirli nel governo del Comune.  C’è un vuoto di oltre un secolo tra i primi documenti del 1040 e 1041 che citano il toponimo e il castello di Fabriano" e l’atto del 1160 che indica ambo castra Fabriani; [9] mentre la serie dei primi consoli si apre con i nomi di Brunello e Ugolino, chiamati a ricoprire l’alta magistratura, nel 1165.[10]  Soltanto nella transazione del 1198 e nel documento del 1199 relativo ai "servizi dovuti a Bulgarino, Giacomo e Buonainsegna dai loro uomini", ambedue studiati dal Luzzatto, appare un Petrus faber in qualità di teste. [11]  In un momento così delicato, che segna l’evoluzione dei rapporti tra i boni homìnes o maiores e i minora o populares e quindi la lenta trasformazione della società feudale, la presenza di un fabbro come testimone dei patti stipulati fra le due parti contendenti lascia presumere che il ceto artigianale, non ancora organizzato nelle Arti, è inserito nell’apparato produttivo, acquista prestigio politico, aumenta la propria consistenza numerica anche per l’apporto di nuovi elementi che si assoggettano al sorgente Comune: è il caso di Boncompagno calzolaio che nel 1226 con la sua famiglia ed i suoi beni si stabilisce a Fabriano sicut alii castellani. [12]

 

Il peso politico degli uomini di legge (giudici e notai), dei mercanti, della borghesia artigiana si avverte sin dagli inizi del XIII secolo, anche se il primo documento conosciuto con i nomi dei capi delle Arti che eleggono podestà Orso degli Orsini, nipote di Niccolò III, è del 1278. [13]  All’interno della comunità fabrianese mutano i rapporti di forza, il ceto imprenditoriale, dinamico e intraprendente, guidato dai gruppi intellettualmente più evoluti e più attivi, contende apertamente il potere ai nobili, agli antichi piccoli ma potenti feudatari rurali che reggono il Comune aristocratico, e gradatamente prende il sopravvento sostituendosi alla primitiva classe egemone.  Intanto il Comune amplia la sua giurisdizione, conquista le terre del contado, stringe alleanze con i Comuni vicini, con Camerino nel 1214, con Gubbio e Matelica nel 1251, con Jesi nel 1255, stipula nel 1268 trattati di commercio con Ancona. [14]  La città prevale sulla campagna anche per densità demografica; si costruiscono le nuove mura nel 1231, [15] si innalzano edifici privati e pubblici fra cui nel 1255 l’imponente palazzo del popolo (poi del podestà).  Le acque del fiume Castellano (oggi Giano) vengono da tempo sfruttate come fonte di energia dalle gualchiere che sorgono lungo le sponde.  Da questo vitale corso d’acqua per mezzo di apposite chiuse si ricavano i vallati: il vallato cupo, costruito per iniziativa di Alberghetto I Chiavelli, presso la porta del mercato, il vallatum comunis, il vallatum molendinorum. [16]  La piazza mercatale (oggi piazza Garibaldi), collegata per mezzo di piccoli ponti al borgo S. Nicolò, sorto sulla riva sinistra del Giano, è il centro delle maggiori attività produttive ed economiche, da qui si diparte un’ampia area destinata ad ingrandirsi per accogliere nei secoli XIV e XV l’antica zona industriale. Molini, fornaci, cartiere sorgono fuori le mura, all’interno della città in aree prestabilite si insediano le fucine dei fabbri, le prime concerie e tintorie, le botteghe dei mereiai.

 

Verso la fine del Duecento l’agglomerato urbano si estende fino ai borghi sorti alla periferia del centro urbano fortificato come nuclei abitativi del ceto artigianale e operaio promossi e incentivati dal massiccio fenomeno dell’inurbamento assecondato dalla politica espansionistica del Comune.  Nasce così  la ripartizione per quartiere come supporto territoriale del tradizionale assetto amministrativo suddiviso in quattro grandi circoscrizioni: ad Est il quartiere di S. Biagio, a Nord il quartiere più antico quello di Castelvecchio, con il borgo S. Nicolò, a Ovest il quartiere Poggio e Poio, con i borghi del Piano e della Portella e infine quello di S. Giovanni (detto anche di S. Venanzo) a Sud.  È la fine del Duecento che segna l’epoca del "più completo sviluppo delle istituzioni comunali, quando le Arti conquistano il governo della città". [17]  Sono appunto gli atti consiliari del 1294 che danno l’elenco delle 12 Arti con i loro consoli e capitani, con i loro priori, eletti supremi magistrati, e i loro consiglieri, tre per ogni quartiere, che formano il Consiglio speciale del giovane Comune democratico, di questa potente "repubblica appenninica", capoluogo di un vastissimo territorio, con estese proprietà pubbliche all’occorrenza rivendicate anche con le maniere forti.  Un centro fra i più importanti della Marca per la sua economia in graduale sviluppo. [18]

 

Organizzazione corporativa delle Arti

Si passa infatti dalle prime attività artigianali dei fornai, macellai, tessitori, sarti, fornaciai, fabbri, ecc., indispensabili alla vita quotidiana della comunità, alla più solida e articolata economia promossa dall’organizzazione corporativa delle Arti.  Dalle deboli unioni artigianali che godono il privilegio di praticare in esclusiva un mestiere si passa alle più potenti e autonome corporazioni, organismi politico-economici istituzionalizzati che vanno a condividere il potere con la nobiltà.  Le Arti con i loro statuti, approvati annualmente dalle autorità comunali, garantiscono protezione e mutua assistenza ai propri affiliati, obbligati – se vogliono esercitare il mestiere – ad osservare scrupolosamente i regolamenti, ad applicare i prescritti procedimenti tecnici per la lavorazione dei singoli manufatti, di cui si controllano la qualità e la quantità, a rispettare l’orario di lavoro, i prezzi calmierati, i salari, le giornate di chiusura per le "botteghe", le gerarchie interne, la suddivisione in tre categorie funzionali: maestri, apprendisti, lavoranti, infine ad esercitare la professione negli insediamenti produttivi appositamente predisposti. [19]  "Le persone che compongono le università {...} distinte in capi e subalterni – scrive lo Zonghi nel suo studio sugli statuti artis lanae sono vincolate tra loro da intima reciprocità di diritti e di doveri, d’onde una perfetta cospirazione dei singoli al conseguimento del fine, cui siccome mezzo è coordinato l’esercizio dell’arte, perché appunto per esso se ne deve accrescere lo sviluppo, migliorare continuamente le condizioni; da qui la necessità che si osservino rigorosamente e le costituzioni disciplinari, e le altre promotrici del suo svolgersi, favoritrici del suo miglioramento; da qui il bisogno d’introdurre frequenti riforme suggerite dall’esperienza, dal caso dell’imitazione d’altrui; di mantenere sempre viva la lealtà nei mercanti, la fedeltà negli operai; di eliminare qualunque benché minima causa che questa o quella possa in alcuna maniera offendere o distruggere; di trar profìtto in una parola da tutto ciò che si offra opportuno al raggiungere di quel fine". [20]

 

Lo statuto dell’arte della lana è l’unico per la sua integrità dal quale è possibile ricavare notizie anche sulla lavorazione di prodotti molto diffusi e di largo consumo: pannine, rascie, saie, stamette, calotte, calze, berrette a reti, ecc. [21], che comportano un consistente impiego di manodopera tenuto conto che sono 81 gli artigiani (artifices) che partecipano alla votazione per l’approvazione dei loro ordinamenti in generali adunantia del 16 dicembre 1369. [22]  I numerosi addetti alla lavorazione della lana fin dal 1278 si trovano uniti in una potente corporazione ben presto in grado di svolgere un ruolo di primo piano nell’economia locale configurandosi come una delle principali industrie manifatturiere che coinvolge personale specializzato nella cardatura, tessitura, tintoria e con una mole di affari che va dal reperimento della materia prima al commercio dei prodotti finiti.  Un’Arte che a cominciare dalla fine del secolo XIV dispone di un ricco patrimonio immobiliare, possiede una sede propria, rerreni, case, l’edificio per il "purgo" dei panni, gualchiere. [23]  Un settore produttivo con imprenditori che molto probabilmente danno l’avvio in Fabriano anche alla lavorazione della carta se – come asserisce lo Zonghi – alcuni lanaioli esercitano contemporaneamente il mestiere di cartaio. [24]  Un’ipotesi che può essere avvalorata dal fatto che l’Arte della carta bambagina risulta ufficialmente costituita soltanto nel 1326, [25] anche se nel 1283 alcuni nomi di cartai fabrianesi appaiono negli atti del notaio Berretta. [26]

 

Non c’è dubbio che l’attività produttiva più antica è legata al mestiere del fabbro-ferraio sin dalle origini del Comune.  L’Arte dei fabbri figura nel citato elenco del 1278, ma evidentemente gruppi di artigiani dediti alla lavorazione dei metalli sono inseriti nella comunità in epoca molto anteriore assurgendo poi a simbolo della tradizionale operosità delle genti insediate lungo le rive del Giano ed entrando così nell’affascinante mondo delle leggende popolari che esaltano la figura del fabbro fabrianese (faber in amne cudit).  È comunque accertato che già nel secolo XIII il sigillo del Comune rappresenta un attiere con il martello nella mano destra e le tenaglie nella sinistra intento a battere il ferro sull’incudine [27] e che 38 fucine occupano il lato Nord della piazza mercatale. [28]  Da esse escono alcuni manufatti molto richiesti come le molle da fuoco o "tenaglie a massello" dette comunemente chiappe, esportate in gran quantità fuori Fabriano [29] unitamente ai ferri battuti molto diffusi nel XIV secolo come testimonia un atto del 1370 in cui si fa riferimento alla fornitura di 15.000 libbre di ferri molictarum subtilium pagate 24 fiorini d’oro al migliaio, destinata al porto di Fano. [30]  Accanto alla lavorazione del ferro e della lana nell’ambito dell’artigianato di produzione sorge l’attività delle fornaci di cui si ha traccia documentata del XIII secolo.  Il prezioso frammento di statuto del 1283 sottoscritto da una ventina di fornaciai conferma che anche l’arte cuppanorum o dei fabbricatori di coppi opera attivamente e si regge con ordinamenti propri nel periodo che contrassegna lo sviluppo edilizio e la crescita della città a macchia d’olio. [31]  Anche questa corporazione si organizza con l’affermarsi del Comune democratico, benché la produzione di questo ramo dell’artigianato da decenni copre la domanda del mercato interno e alcuni fornaciai, che giurano di aderire all’Arte e di osservare lo statuto del 1283, esercitano il mestiere da antica data, disponendo di salariati, i quali, secondo regolare contratto di ingaggio, percepiscono il compenso di 16 soldi di ravennati e anconitani oltre il vitto per i lavori stagionali da aprile ad ottobre. [32]

 

Fra le Arti di più remota costituzione il settore dei commerci è rappresentato da quelle dei mercanti e dei mereiai che monopolizzano quasi tutto il meccanismo della distribuzione.  Mentre la corporazione dei mercanti è sin dalle sue origini una delle Arti maggiori che per potenza e ricchezza riuscirà nei secoli XIV e XV ad intensificare i traffici commerciali, a conquistare sempre più vasti mercati anche in lontane regioni italiane e all’estero e a far lavorare su commesse le manifatture locali della lana e della carta, quella dei mereiai raggruppa gli esercenti di negozi in cui si vendono articoli di più largo e corrente consumo e generi voluttuari: spezie, candele, stoviglie, armi, funi, scarpe, cinture, arnesi da lavoro, accessori minuti per l’abbigliamento, mercerie ordinarie, ecc.  Questi commercianti sono riuniti nella loro Arte con statuti che risalgono al 1290 e alcuni di essi svolgono la propria attività nella grande piazza del mercato dove occupano come locatari 12 botteghe o chambore messe a loro disposizione dalla stessa corporazione. [33]  Con questa complessa e articolata architettura sociale, che prende corpo in un territorio strategicamente importante per le comunicazioni tra la regione umbra e la Marca anconitana, il Comune di Fabriano partecipa alle intrigate vicende politiche e militari dell’epoca e alle lotte fra guelfi e ghibellini, localmente guidati gli uni dai Fidismidi e gli altri dai Chiavelli, ma contemporaneamente per la sua intraprendenza dovuta in gran parte al potenziale umano di cui dispone e ai fermenti che si sprigionano dalla sua emergente economia manifatturiera raggiunge un alto livello di civiltà chiaramente riscontrabile negli statuti comunali e delle Arti, nelle istituzioni cittadine, nella difesa della propria autonomia e dei propri interessi, nelle forme urbane, nell’uso delle risorse naturali, nei prodotti dell’artigianato, nelle arti figurative, nella vita religiosa.

 

Arte e commercio della carta

Sono gli artigiani che con la loro abilità e creatività favoriscono la crescita qualitativa e quantitativa della produzione e che una volta venuti in possesso delle rudimentali tecniche per fabbricare la carta le perfezionano a tal punto che nel giro di pochi decenni fanno di Fabriano la culla di quest’arte in Europa aprendo un nuovo capitolo dell’economia cittadina.  Come, quando e da chi sono introdotte a Fabriano le primitive tecniche per la fabbricazione della carta non è possibile accertare per la mancanza di ogni attendibile documentazione.  È verosimile che sono gli Arabi a rivelare ai Fabrianesi i segreti per ottenere il foglio di carta.  Sfuggono tuttavia all’indagine storica i termini di un così importante processo di acculturazione da cui trae origine il centro cartario marchigiano che a Fabriano trova favorevoli presupposti e adeguate strutture per avviare la diffusione del processo tecnico e per ampliare la base produttiva.  La lavorazione della lana, con le sue diverse fasi della filatura, tessitura e follatura – operazione quest’ultima che di solito si esegue nelle "gualche" mosse da ruote ad acqua – può aver suggerito l’invenzione della pila idraulica a magli multipli per battere gli stracci, da cui si ricava la poltiglia per la pasta da carta, eliminando il mortaio di pietra e il pestone di legno azionato a mano.  La colla di "carniccio", ricavata dagli scarti delle concerie locali, [34] viene impiegata dai primi cartai fabrianesi nella collatura della carta per evitare l’uso dell’amido di frumento, riuscendo così a superare il grave inconveniente del facile deterioramento dei fogli, di cui in alcuni paesi, proprio per questo difetto, si vieta l’uso soprattutto per gli atti pubblici.  Vengono altresì attribuite ai Fabrianesi la sostituzione nelle "forme" dei giunchi e delle lamelle di canna con fili metallici o "vergelle" e la filigranatura dei fogli [35] che in un primo tempo serve per segnare il marchio dei diversi fabbricatori di carta, una necessaria distinzione del resto praticata anche dai lanaioli che contraddistinguono i loro prodotti con "marche" di fabbricazione i cui prototipi sono depositati in appositi registri della corporazione. [36]

 

Sono le carte filigranate di produzione fabrianese a confermare dal 1293 la presenza di maestri cartai già da tempo in condizioni di esercitare il proprio mestiere ottenendo lusinghieri risultati. [37]  Del resto nell’Archivio Comunale di Matelica si conservano documenti del 1268, esaminati da Gasparinetti, in cui si registra una fornitura di carta bambagina, acquistata per uso del notaio comunale, di sicura provenienza fabrianese [38] e di lì a pochi anni il menzionato notaio Berrerta cita nei suoi atti del 1283 i nomi di artigiani cartai.  Comunque l’uso della carta alla fine del XIII secolo nell’alta valle dell’Esino e le filigrane, per quanto rudimentali e imperfette, dimostrano che a Fabriano questo nuovo tipo di attività manifatturiera si pratica da epoca remota  Successivamente il progressivo sviluppo della famosa industria locale è segnato anche dalla comparsa ufficiale nel 1326 della corporazione dei cartai, istituzione trecentesca che insieme alle Arti minori nei primi decenni del secolo XIV partecipa al governo democratico comunale con l’alterna elezione al priorato dei propri uomini. [39]  Altri elementi attestano il raggiunto grado di efficienza e di perfezione dell’Arte della carta: i più di 50 nomi di cartai vissuti fra il 1320 e il 1360 che si leggono negli atti notarili e nei registri contabili dei mercanti; alcune decine di gualchiere, piccoli opifici, dislocati lungo le sponde del fiume Giano, con uno o due locali, ricavati generalmente da antichi molini, dove lavorano non più di due o tre persone; le rilevanti quantità di balle e risme di carta esportate in diverse parti d’Italia e all’estero; la presenza di "mastri" fabrianesi fondatori di cartiere in Toscana, a Bologna, nel Veneto.  Nelle memorie sulle Antiche carte fabrianesi Aurelio Zonghi cita i nomi di 22 cartai fabrianesi rinvenuti in un volume di atti del notaio Matteo di Mercatuccio, rogati tra il 1320 e il 1321, dove sono registrati alcuni contratti "di società e di locazione di opere ad artem chartarum operandam et exercendam" e il Sassi cita documenti dai quali risulta che i monaci Silvestrini di Montefano e i Benedettini di S. Vittore delle Chiuse sono possessori o locatori di cartiere.

 

Interessanti testimonianze confermano l’espansione dei commerci della carta a cominciare dagli atti notarili di Benvenuto di Corraduccio di Manzia in cui si fa specifica menzione che 622 risme di carta bambagina "grossa" insieme ad altra partita di 72 risme di diversa qualità sono destinate nel 1347 a Venezia, per giungere ai preziosi registri del facoltoso mercante Lodovico di Ambrogio che, dal 1363 al 1414, annovera, fra i suoi numerosi clienti, committenti da Ancona, Fano, Rimini, Gubbio, Perugia, Spoleto, Città di Castello, Firenze, Pisa, Siena, Lucca e imbarca la sua pregiata mercanzia per l’estero a Talamone e nel porto di Aigues-Mortes per Montpellier. [41]  Per Talamone in soli tre anni dal 1364 al 1366 vengono spedite da Lodovico 240 balle di carta pari a un peso di circa 54.000 libbre; nel giro di venti anni sono inviate in diversi centri della Toscana 790 balle.  Alle richieste della sua sempre più numerosa clientela il ricco mercante fabrianese fa fronte anche con la produzione delle sue due cartiere – una delle quali gestita in società con tale Tommaso di Nassimbene – che rifornisce regolarmente di cenci e di colla di carniccio.  La sola "valchiera del Piano" con due operai gli consente di fabbricare 4 risme di carta al giorno cioè 800 fogli, ammesso – come riferisce lo Zonghi – che la risma si componga di 200 fogli ciascuna. [42]  Ipotizzando un andamento costante della produzione si può ritenere che in un anno lavorativo di 300 giorni quella cartiera è in grado di fabbricare 1.200 risme di carta, qualcosa come 240.000 fogli.  Se questo calcolo approssimativo si estende alle 40 cartiere, di cui parlano con insistenza i memorialisti, non è azzardato dire che Fabriano verso la fine del XIV secolo produce 48.000 risme di carta all'anno, ben 9.600.000 fogli.  Osvaldo Emery, supponendo che la risma sia composta di 400 fogli e basando i calcoli sui formati e i pesi allora in uso, presume che all'inizio del XV secolo la produzione annua di carta raggiunga i 250.000 chilogrammi. [43]

 

La figura di Lodovico di Ambrogio è quella tipica del grande mercante imprenditore che con i mezzi e i capitali di cui dispone commissiona agli artigiani, alcuni dei quali ridotti al rango di lavoratori a domicilio, gran parte dei manufatti destinati all’esportazione.  Da ciò è possibile stabilire che anche a Fabriano si delineano due categorie di artigianato.  Una formata dagli addetti alla produzione destinata al mercato interno: fornaciai, fornai, macellai, ciabattini, sarti, ecc., minuscoli imprenditori indipendenti, proprietari degli utensili, a volte della bottega e della materia prima, in condizione di disporre liberamente dei prodotti che rivendono ai clienti senza ricorrere ad intermediari; l’altra costituita in prevalenza da lanaioli, tessitori, cartai che lavorano dietro ordinazione dei mercanti, i quali spesso forniscono la materia prima, concedono a volte in affitto i piccoli opifici già attrezzati e infine prelevano tutto il prodotto finito, svolgendo cosi un ruolo molto simile agli imprenditori capitalisti o ai moderni grossisti che monopolizzano l’organizzazione commerciale per la vendita.  A questo punto è interessante esaminare più da vicino come è strutturato l’artigianato della carta che, unitamente alle Arti della lana e delle conce, lascia intravedere i primi sintomi del protocapitalismo dell’industria fabrianese.  I veri fabbricatori di carta sono i "mastri" cartai proprietari o affittuari di cartiere.  La loro opera si limita alla produzione dei fogli, mentre per le altre successive operazioni di allestimento "quali satinatura, piegatura, impaccatura, la carta passa a quelli che oggi chiamiamo allestitori, ma che allora sono chiamati cialandratori (da cialandra {...} l’utensile usato per lisciare la carta, donde il moderno calandra) e che tengono le loro botteghe entro le mura della città {...}.  nfine ci sono i mercatori di carta, che corrispondono ai moderni grossisti i quali acquistano in proprio dai fabbricanti del posto o ad essi commettono gli ordini che loro giungono dalla clientela". [44]  Sono questi che per intensificare il ritmo della produzione e per assicurarsi più lauti guadagni diventano proprietari di cartiere dove impiegano artigiani come salariati dipendenti oppure formano società con fabbricatori di carta o "mastri" riuscendo così a controllare anche la corporazione del cartai.  Di questa Arte che, sia per il numero dei consociati sia per l’impulso dato alla sviluppo economico della comunità, svolge un ruolo di primo piano anche nella vita politica comunale, non si conosce traccia di statuti; ecco perché le attività, le strutture e gli ordinamenti di questo settore dell’artigianato locale sono frammentariamente ricostruibili sulla base di altre fonti, quali gli atti dei notai, i libri dei mercanti, dei negozianti di carra, dei cialandratori.

 

L’importanza e la fama raggiunte dal principale e più diffuso prodotto fabrianese risaltano anche dallo statuto comunale del 1436 che, per comprensibili motivi di "utilità pubblica", vieta a chiunque di erigere in un raggio di 50 miglia da Fabriano edifici per fabbricare carta e di insegnare i segreti dell’arte ad alcuno non abitante nel territorio del Comune. [45]  È la prima tardiva norma con cui il legislatore interviene per proteggere la corporazione dalla concorrenza di altri centri – cartiere fondate da Fabrianesi altrove sono già attive – e per difendere l’economia locale che deve in gran parte la sua floridezza alla lavorazione e ai commerci della carta.  Il fatto stesso che alcune nobili e ricche famiglie come i Fidismidi e i Chiavelli favoriscono lo sviluppo dell’arte cartaria con l’acquisto di gualchiere che gestiscono direttamente o concedono in affitto ai propri protetti e sostenitori, prova con quale impegno i Fabrianesi assecondano l’espansione della domanda di un manufatto da cui si ricavano sicuri profitti, ma contemporaneamente dimostra che la nobiltà di origine feudale esercitando il controllo sulle attività industriali monopolizza il potere economico per riacquistare lentamente quella posizione egemonica che occupa la borghesia artigiana e mercantile.

 

I Chiavelli

In questa contesa saranno proprio i Chiavelli ad avere la meglio e potranno così nella seconda metà del XIV secolo divenire gli unici incontrastati signori di Fabriano.  Non a caso – tanto per citare l’esempio più calzante – Guido Napoletano Chiavelli, [46]  che dispone di un’immensa proprietà fondiaria, è fra i più attivi nel partecipare al mondo degli affari impiegando notevoli sostanze nell’acquisto di beni immobili, nella gestione dei mulini, nell’industria della carta e della lana e nei commerci.  Nel giro di due anni dal 1349 al 1350 egli investe 8.000 libbre di rav. e anc. in due società per il commercio delle stoffe, in una terza, impegnata nel mercato delle conce, partecipa con 25 fiorini d’oro, ad una quarta società per il commercio delle selle concede un finanziamento di 36 fiorini d’oro e 20 soldi con l’impegno da parte degli altri soci di restituire la somma insieme a metà del guadagno. [47]  Guido Napoletano intuisce che inserendosi nel mondo imprenditoriale e della finanza può indebolire il potere delle Arti ed avere maggiore spazio di manovra per attuare quella politica clientelare con cui assicurarsi il consenso dei ceti popolari economicamente più deboli.  Per realizzare questo disegno continua a profondere tesori e a creare senza molti scrupoli difficoltà a coloro che ostacolano la sua politica instaurando un regime di concorrenza con bassi costi di produzione tale da indurre molti piccoli imprenditori a cessare l’attività e a vendere le proprie gualchiere, rilevate prontamente dai Chiavelli sempre disponibili per potenziare nuove aziende da far gestire ai soci o agli amici della potente famiglia.  "Ma il popolo commenta lo Zonghi – che trae utile da quell’afferrata generosità non s'accorge che in cosifatta maniera il suo signore cresce in ismisurata potenza la quale più tardi gli frutterà oppressione e tirannia". [48]

 

I Chiavelli dopo decenni di aspre contese con i gruppi di potere prevalgono su tutti non solo per il loro riconosciuto valore militare, ma anche per la loro ricchezza [49] e per l’incontrastato controllo su tutti i settori economici con cui consolidano definitivamente nel 1378 la loro signoria che assicura a Fabriano un’era di pace per un sessantennio.  "Le relazioni di parentela della famiglia dominante, molto prolifica, con signorie vicine e lontane, – precisa il Sassi – mentre ne consolidano la potenza, rendono più sicuri i confini, proteggono con alleanze i molteplici interessi, n'estendono in territorio più vasto la sfera d’azione.  Mentre all’interno si riformano gli statuti comunali ed hanno tregua – almeno in palese, che il fuoco cova sotto la cenere – i contrasti civili, i Fabrianesi, deposti gli elmi e le bronzee corazze, indossano più a lungo il farsetto e la pannella dell’operaio; ed ha quindi felice incremento la produzione industriale nelle lane, nel ferro, nella carta; di opifici e di fondachi gli stessi Chiavelli si fanno fondatoti o patroni, ed ai prodotti lavorati di Fabriano si aprono sempre più largamente i mercati, anche lontani, mentre dentro le mura cresce la popolazione, raggiungendo un massimo che le sventure dei secoli posteriori diminuiranno". [50]  Il vicariato apostolico concesso da Urbano VI, l’inserimento di alcuni membri della famiglia nella gerarchia ecclesiale e negli ordini monastici, la calcolata generosità verso i poveri e le istituzioni pie e assistenziali completano la solida impalcatura con la quale i Chiavelli sorreggono la loro autorità e il loro prestigio.

 

L’avvento del regime chiavellesco è l’epilogo del processo di logoramento consumato ai danni del regime a base rappresentativa fondato sulle organizzazioni di mestiere e sulle cariche ad esse legate.  Un processo determinato da cause esterne ed interne di ordine politico, economico e sociale che viene facilmente gestito dalla più potente famiglia fabrianese alla quale, del resto, il Comune ricorre nei momenti di crisi e di difficoltà o durante le guerre con i Comuni vicini.  Con i Chiavelli, antichi feudatari del contado fabrianese, la nobiltà ghibellina assume la direzione del governo comunale esautorando i notabili borghesi di parte guelfa che unitamente alle corporazioni gradualmente perdono ogni peso politico. [51]  Per conseguire questo risultato, contrassegnato dalla definitiva sconfitta del popolo grasso, i nuovi signori di Fabriano speculano sul malcontento del popolo minuto, rappresentato da quella classe di piccoli artigiani, apprendisti, lavoranti che mal sopportano lo sfruttamento dei ricchi mercanti datori di lavoro, le rigide regole degli ordinamenti corporativi, l’autorità prevaricatrice dei maggiorenti che controllano tutte le attività delle principali Arti trasformate in altrettanti centri di potere.  Sgombrato il terreno dai più temibili avversari i Chiavelli tentano con ogni mezzo di conciliare i contrastanti interessi e di amalgamare i diversi elementi di un mondo cosi inquieto e articolato; poi per adeguare le istituzioni comunali alla formula autocratica di governo nel 1415 emanano nuovi statuti con l'intento di dare alla comunità una costituzione che consolidi la loro signoria e garantisca l’ordine e la concordia ai cittadini.  Un nuovo ordinamento che stravolge gli antichi rapporti di forza basati sugli equilibri corporativi e contribuisce ad alimentare il fuoco del dissenso covato – come dice il Sassi – sotto la cenere, pronto ad ingigantire la fiamma della rivolta scatenata da atavici rancori, da odi tramandati da padre in figlio.

 

L’avversione irriducibile alla signoria dominante proviene proprio da quel mondo imprenditoriale e finanziario umiliato, esautorato, politicamente emarginato dai Chiavelli e dai loro alleati e si manifesta con il feroce eccidio del 26 maggio 1435.  I congiurati massacrano senza pietà tutti i maschi della famiglia Chiavelli che personifica l’odiato regime per restaurare secondo un preciso calcolo politico il governo delle Arti e poi ottenere la protezione di Francesco Sforza che, seppure estraneo alla vicenda, accetta ben volentieri la sottomissione del Comune di Fabriano liberato dai tiranni. [52]  L’ardito piano che mette in atto la congiura è ideato da un gruppo elitario che ha la sua base di appoggio nell’alta borghesia, particolarmente interessata a ricuperare l’antica egemonia di classe dirigente a cui è sfuggito gran parte del potere economico e bramosa di mettere le mani sui beni patrimoniali dei Chiavelli, una immensa ricchezza che nella seconda metà del XV secolo diverrà motivo di ulteriori discordie e lotte cittadine e di aperta contesa fra lo Stato della Chiesa e il Comune di Fabriano. [53]  Le minoranze illuminate e più attive del mondo economico e finanziario, che il gruppo dominante non è riuscito a piegare neppure con la forza, dopo aver realizzato in modo cruento il colpo di stato, prendono il controllo della situazione e in pochi mesi con il nuovo statuto del 1436 restituiscono alle Arti – ridotte sotto i Chiavelli a semplici organizzazioni tecnico-regolamentari prive di autonomia e di peso politico – il governo del Comune.  Un ritorno allo statu quo che concilia l’anelito di libertà di molti con gli interessi egoistici di pochi.

 

Dalla rigogliosa economia del Secolo XV ai primi sintomi del declino

Durante l’epoca dei grandi capovolgimenti politico-istituzionali che va dal libero Comune alla signoria, dal rinnovato governo delle Arti al dominio sforzesco, le attività economiche già fiorenti nella metà del Trecento raggiungono le punte più elevate di floridezza.  Nei sessanta anni di pace assicurati dalla vigile e spregiudicata politica dei Chiavelli l’aumento della ricchezza trova riscontro anche nelle opere di regime: civici palazzi, edifici sacri, mura castellane.  I sintomi di una più raffinata cultura si riscontrano nello spirito umanistico che aleggia nella corte dei signori sensibili al fascino delle nuove correnti di pensiero.  A Fabriano però quando la situazione economica è rigogliosa e si intravedono gli effetti di una crescita culturale, il processo evolutivo si interrompe bruscamente: la corte dei Chiavelli è messa a ferro e fuoco, lo Sforza per nove anni attinge copiosamente alle appetitose ricchezze dei Fabrianesi opprimendoli con i tributi; è l’inizio di una irreparabile battuta d’arresto da cui prenderanno origine i secoli del declino.  Nel tardo Quattrocento e poi nel Cinquecento l’ambiente fabrianese conservatore e tradizionalista è poco disponibile alle innovazioni dell’epoca moderna e la vita sociale per i suoi limiti culturali non subisce quella trasfigurazione tipica dei centri rinascimentali.  Tuttavia l’economia continua a prosperare e i ritmi della produzione si mantengono costanti grazie ai settori trainanti delle manifatture locali, ma la classe imprenditoriale, che detiene le redini del governo comunale, è corrosa da interni contrasti e fortemente impegnata a regolare i difficili rapporti con le irrequiete popolazioni del contado, suddiviso in 10 castelli e 44 ville, [54] e con lo Stato della Chiesa al quale Fabriano ormai appartiene dal 1444. [55]

 

Nel mondo delle Arti non mancano fermenti che denotano il persistere di una certa vitalità dovuta anche alla diretta partecipazione dei propri rappresentanti alla direzione politico-amministrativa del Comune.  Dopo appena tre anni dall’eccidio dei Chiavelli le corporazioni regolarmente costituite nel 1438 sono 19 e raggruppano 22 mestieri, mentre nel 1435 i mestieri regolati dalle 16 Arti sono 17. [56]  Nel 1445, subito dopo l’infausto periodo sforzesco, le Arti che partecipano alla festa di S. Giovanni, patrono di Fabriano, sono soltanto 14, passano a 15 nel 1467, risalgono a 20 con 22 mestieri nel 1468, discendono e si stabilizzano a 16 nel 1529 e nel 1565. [57]  Durante questo lungo periodo accanto ai collegi dei giudici, notai, medici, sono sempre le Arti della lana, della carta, dei mercanti, dei mereiai che mantengono i più alti livelli di prestigio e che dominano la vita sociale ed economica. [58]  Ad esse – benché scarse siano le notizie pervenute e raccolte – si unisce la potente e ricca corporazione dei calzolai, già presente nel più volte ricordato elenco del 1278 e successivamente menzionata, per le particolari funzioni pubbliche affidate ai suoi capitani, in un frammento dello statuto comunale del 1287. [59]  Sorta in età imprecisata con il primo svilupparsi delle industrie nella "terra di Fabriano" ed ascritta fra le maggiori, quest’Arte "appare fin dai primi documenti nel triplice aspetto di universitas (economico-politico), fraternitas (religioso), hospitale (benefico)". [60]  I calzolai infatti, riuniti in corporazione, nel 1317 fondano il loro primo ospedale in piazza del mercato.  Forse per motivi di spazio, demolito il vecchio edificio, costruiscono un altro ospedale più grande nelle vicinanze intorno all'anno 1364, mantenendolo in attività fino al 1456 quando per iniziativa di S. Giacomo della Marca viene edificato l’ospedale di S. Maria di Gesù per riunire in un corpo unico le maggiori istituzioni di assistenza cittadine.  Saranno poi i vasai a rilevare l’antico ospedale dei calzolai il cui porticato fa ancora oggi bella mostra di sé. [61]

 

Alle condizioni di benessere concentrato nell’alta e media borghesia dedita alle attività produttive e terziarie e proprietaria di terre, [62] si contrappongono le misere condizioni del ceto operaio e contadino, la scarsa disponibilità finanziaria del Comune costretto ad imporre pesanti tributi per fronteggiare le più impellenti necessità e il decremento della popolazione urbana che il rilevamento dei foculari eseguito nel 1472 indica limitata a 1.004 famiglie dimoranti in città e nelle immediate vicinanze, senza tener conto dei castelli e di gran parte delle ville, rispetto ai 3.600 fuochi registrati intorno al 1340. [63]  I traffici commerciali raggiungono Costantinopoli dove si registra la presenza di mercanti fabrianesi, [64] ma nel territorio le "gabelle magne" colpiscono inesorabilmente gli esercenti arti e mestieri e sempre più rigorose diventano le norme per la riscossione dei "proventi". [65]  Le lotte fra i due opposti partiti dei Chiavelleschi e degli Ecclesiastici, i molti problemi economici e finanziari della comunità, la evidente conflittualità fra le varie classi sociali, il sacco degli Spagnoli di Moncada viceré di Napoli nel 1517, la crescente sfiducia verso i pubblici amministratori accusati di corruzioni con i conseguenti disordini popolari e la defenestrazione di due magistrati nel 1519, l’intolleranza plebea contro il patriziato, le gesta di Giambattista Zobicco, il valoroso capo popolo che difende la città sconfiggendo le milizie del vicelegato della Marca, rivelano una società sconvolta dalla violenza che giustifica l’intervento arbitrale del pontefice Leone X, la somma autorità che ristabilisce la pace fra i cittadini ma non restituisce al Comune lo splendore dei tempi passati, offuscato anche dalle calamità pubbliche e dalle carestie. [66]

 

Nel 1528 a Fabriano per concessione di Clemente VII si batte moneta, appositi capitoli istituzionalizzano la zecca comunale gestita dallo "zecchiero", sul quale vigilano quattro deputati, "probi" cittadini. [67]  Eliseo di Giacob ebreo nel 1529 è autorizzato a tenere aperta per 10 anni una banca di prestiti con pegno; [68] nel 1470 e poi nel 1534 si aprono due Monti di pietà, ai quali nel 1655 se ne aggiunge un terzo, con l’intento di aiutare le categorie economicamente più deboli e di liberare i poveri dalla piaga dell’usura. [69]  Tuttavia le vendite a privati nel 1530-1531 da parte del Comune di alcuni beni immobili fra i quali 12 torrioni della cinta muraria e il cassero vecchio – vendite permesse e poi revocate dal governatore della Marca. [70]  dimostrano la persistente crisi finanziaria dell’amministrazione pubblica e l’avvio verso la decadenza che diviene irreversibile quando nel 1610 il Comune perde la sua autonomia e il governatore prelato, simbolo del potere accentratore dello Stato della Chiesa, sostituisce per sempre il podestà elettivo, ponendo cosi fine al democratico regime delle Arti.  Anche i Priori, i Riformatori e gli "Officiali" del Comune sono scelti, nell’ambito ristretto della emergente oligarchia "patriziale", fra elementi che ai meriti e alle capacità personali possono unire il prestigio, il decoro, la "qualità" della famiglia di origine. [71]  Sorge così anche a Fabriano la nuova dasse dirigente che seppure opera "inquadrata nello schema antico del Comune {...} rompe con tutta la tradizione popolare fino a raggiungere una precisa fisionomia {...} – il patriziato cittadino – e ad eleborare {...} una rigorosa giustificazione teorica della propria egemonia di classe poggiante sull’idea di virtù come carattere originario del nobile trasmissibile unicamente per via ereditaria se attraverso l’esercizio di determinate funzioni pubbliche". [72]  Senza lasciare spazio alle categorie del ceto medio i gruppi privilegiati per nobiltà e censo sin dal XVII secolo si inseriscono nell’assetto istituzionale dell’amministrazione civica adattando ai propri fini politici anche gli ordinamenti dei principali organi comunali come nel caso della Congregazione del Camerlengato alla quale possono accedere soltanto coloro che, "immuni d’esercitio di mercantia, ed "arte meccanica" e provvisti di "qualità condecenti al decoro" del mandato ricevuto, appartengono alle 33 nobili famiglie elencate nell’apposito registro conservato presso la segreteria priorale. [73]

 

I secoli del declino economico

Le Arti, coinvolte nella recessione economica generale, già indebolite dalla concorrenza esterna, esauriscono la loro funzione politica e perdono lentamente gran parte delle loro attribuzioni.  Al processo di decadenza resistono i cartai, i quali nella metà del ‘600 dispongono ancora di una ventina di fabbriche e continuano ad inviare i loro prodotti anche all’estero, ma agli inizi del ‘700 soltanto 3 sono le cartiere in attività "mentre tutte le altre o si sono demolite o sono state cambiate in uso di piccoli molini da grano, olio e valche". [74]  È il collasso della principale e più famosa industria fabrianese denunciato aperramente dagli stessi fabbricatori in una supplica del 1759 per chiedere l’abolizione della gabella imposta dalla Rev. Camera Apostolica su ogni risma di carta. [75]  Un colpo duro per l’economia locale dovuto a fattori diversi: l’Arte della carta già nella seconda metà del ‘500 accusa gravi disordini dovuti all’inosservanza delle regole statutarie, in particolare della norma che vieta di esercitare il mestiere fuori Fabriano, [76] e al mancato aggiornamento delle tecniche di lavorazione concernenti l’imbiancamento, l’uso degli incollaggi più dolci, il perfezionamento delle carte per la stampa e per il disegno, tutti miglioramenti introdotti con successo dalle industrie francesi, tedesche, inglesi e olandesi che riescono ad immetere nel mercato prodotti più competitivi di quelli fabrianesi. [77]  Uguale sorte tocca all’industria della lana che prolunga la sua lenta agonia fino al 1749, anno in cui viene sciolta l’università e Arte dei lanaioli. [78]  "Ma il commercio di tali lanifici – scrive il Marcoaldi – (o perché rimangono stazionari verso al progressivo miglioramento delle manifatture, tantoché sostenere non possono la concorrenza di quelle d’altri paesi che in Italia e fuori applicansi a siffatta industria; o perché all’opera di mano viene sostituito il telaio in ispecie per le calzette; e perché l’amore al lusso e ai prodotti stranieri fa parere agli occhi degli Italiani brutte le manifatture italiane; o perché vendensi a minor prezzo di queste: e perché nei primi del secolo XVIII vengono in moda i panni ordinari di Arpino ma più di Germania detti panni del Nord; e perché cessa nel principio dello stesso secolo la privativa, che tale università avea goduto per lo spazio di 36 anni di fabbricazione le pannine per vestiari delle soldatesche papali) non menando più adeguato frutto al danaio impiegato, comincia a decadere nella metà del secolo XVII, specialmente per le pannine, rimanendo ancora per alquanti altri anni coi suoi consoli e statuti la fabbrica delle calzette; prosegue a declinare nel secolo XVIII tanto che i 30 mercanti i quali poco innanzi contavansi, nel 1761 si riducono a due, e possono i lor fondachi tenere aperti per aver ottenuto dalla C.A. l’impresa di fabbricare le pannine per il vestiario delle soldatesche che sono di presidio a Ferrara e in Forte-Urbano (nel Bolognese) piazze di frontiete; cessa del tutto nel primo decennio dell’Ottocento". [79]

 

Sin dal 1687 non mancano tentativi per risollevare le sorti dell’Arte dei calzettai cercando di porre rimedio agli abusi commessi da parte di alcuni mercanti, riformando gli statuti di questa corporazione "che mantiene il numeroso popolo" fabrianese e stabilendo nei capitoli anche la mercede da darsi ai lavoranti secondo questo preciso tariffario:

 

per le calzette ordinarie da uomo

bajocchi 5

al paio

per i terzi piccoli

1/3 di 5 baj

al paio

per i quarti

baj 2½

al paio

per i tetzoni grandi

baj 4

al paio

per calzetta alla spagnola da uomo

baj 8

al paio

per calzetta alla spagnola da donna

baj 6

al paio

per i terzi stessa qualità alla spagnola

1/3 di 8 baj

al paio

per i quarti stessa qualità alla spagnola

baj 4

al paio

 

Le "mercedi" vengono pagate in danaro o in grano; chi paga con altri generi è multato con 25 scudi; altre tariffe sono fissate pet gli "sgametini" addetti alla battitura e pulitura della lana, per gli "scardazzieri" (cardatori), per le filatrici e per i principianti. [80]  Per "rimettere in piedi l’arte della Pannina quasi dimessa" il Consiglio di Credenza nel 1697 impone che si dia "ogni assistenza e si usi ogni cortesia agli Artieri Matelicani di Pannine" che sono a Fabriano per cimare e cardare le rascie e delega quattro deputati per definire se questi artigiani sono disposti ad inttodutte qualche "Arte o Mestiere" a beneficio del numeroso popolo "che si trova con piccolo impiego" e per sapere quali facilitazioni e vantaggi richiedono una volta stabilitisi in città con il proposito di impiantare le loro manifatture. [81]  A distanza di tempo nel 1711 il Consiglio Generale, per alleviare le "estreme miserie in cui si vede ridotto il Popolo" accresciute dalla diminuita produzione dei panni di lana e per incrementare questa attività industriale, vieta categoricamente "l’ingresso e uso de Panni, e Robbe di Lana Forestiere in questa terra, e suo contado" e di vestire con panni e indumenti di lana non fabbricati a Fabriano. [82]  In una relazione della stessa epoca, presentata alla competente autorità per ottenere la revoca del decreto sulla "estrazione" della lana, si rileva che i Fabrianesi sono privi "d’ogni sorte di beni, e vivono alla giornata col solo assegnamento del lucro quotidiano nell’aucchiare calzette". [83]  Si precisa inoltre che gli addetti alle manifatture delle pannine sono 100, alle conce 85 (ma l’Arte dei conciatori sostiene che gli addetti sono 200), alla lavorazione del ferro 80 e che non superano i 300 gli addetti alle Arti "nobili, liberali e meccaniche".  Nella stessa relazione si ribadisce che "la sola terra è composta di circa 7.200 anime, non compresi Religiosi regolari, e solo vi è l’assegnamento di vivere nel solo aucchiare di calzette per circa 6.500" e infine si aggiunge che "il territorio di questa è composto di circa 7.000 anime, e queste tutti li mesi d’inverno vivono o con il filare lane, o aucchiare calzette".

 

All’invocato protezionismo delle lane si oppongono i conciatori che riconoscono la povertà delle popolazioni, ma sostengono che i contadini ricavano notevoli utili dalla raccolta dello scotano e che i mercanti di calzette – oltre a sfruttare gli addetti a questo genere di manifattura – intendono salvare soltanto gli interessi della propria Arte a danno di altre e impedire la libera circolazione delle lane e quindi attentare alla libertà dei commerci.  A nessun risultato positivo approda l’impiego di capitale pubblico nella gestione del "fondaco delle calzette" o "Bottegone" – divenuto "Casa Grande" nel 1711 – anche per la mancata collaborazione dei mercanti locali, i quali non mantenendo fede alle programmate commesse lasciano che il magazzeno del fondaco si riempa di calzette non vendute e che per carenza di capitali si paralizzi la produzione fino ad indurre un elevato numero di donne disoccupate a chiedere soccorso al magistrato della città, costretto, per evidenti motivi umanitati e di ordine pubblico, a far ricorso all’uso del denaro "che si ritrae dalla vendita del pane nel pubblico forno e che proviene da molti debiti fruttiferi dovuti contrarre per la provvista de' grani in mantenimento della famelica popolazione". [84]  È la crisi di un’attività che le privative e il protezionismo non riescono a rimuovere e che induce il visitatore apostolico monsignor Barni a cedere ai privati la gestione della Casa Grande.  Un aspetto della desolante situazione economica che il Consiglio Generale della Comunità espone in un documento del 1754. [85]  "Questa relazione oltre a dare notizie sulla consistenza della popolazione, che assomma, a più di 6.000 abitanti nella città e a circa 12.000 nelle campagne, e sulla spesa di 25.000 scudi che la Comunità deve affrontare per le provviste di olio, legumi e di due terzi del fabbisogno di grano, insiste sulla depressione economica precisando che le concerie {...} da 23 sono scese a 16, le cartiere da 20 si sono ridotte a 3 e fa inoltre notare che non è stata sufficiente la somma di 40.000 scudi per riparare i danni provocati dai numerosi e violenti sisma verificatisi nella zona.  Particolatmente significativo il parere del Consiglio Generale secondo cui, data la montuosità del territorio e il peso dei tributi che grava sui beni non privilegiati, è da escludere una ripresa dell’agricoltura menrre si dovrebbe trarre vantaggio dalle copiose risorse idriche per lo sviluppo di nuove arti, stimolando così anche le attività commerciali". [86]

 

Anche quest’ultime languono da tempo e per tale motivo vengono stimolate con l’introduzione di due grosse fiere istituite da Clemente X con chirografo del 28 settembre 1625, alle quali fa seguito l'altra concessa il 14 luglio 1716 da Clemente XI per tutte tre si garantisce l’esenzione dalle gabelle e dai pedaggi, eccettuata la tassa per l’occupazione del suolo pubblico. [87]  Si vuole così riprendere l’antica tradizione fieristica che risale al 1378, quando Guido Napoletano Chiavelli per celebrare una sua vittoria militare istituisce la fiera del 25 giugno, [88] e proseguire con l’altra del 1481 di cui si ha notizia nel chirografo del 31 maggio 1804 con cui Pio VII ripristina la fiera per la solennità del Corpus Domini e per la festa di S. Giovanni Battista, credendo così di creare "vantaggi alla popolazione" e favorire i commerci. [89]  Sono palliativi per risanare un’economia incapace di riprendere quota dopo la perdita quasi totale delle principali industrie: lana e carta, il cui vuoto non può essere colmato con altre piccole attività di ripiego e senza la ripresa dei traffici commerciali, inattivizzabili con il limitato mercato aperto dalle fiere locali.  Per una più dettagliata conoscenza delle condizioni generali in cui versa il Comune può essere utile accennare all’andamento demografico dal 1565 al 1808, separando – per quanto è possibile – la popolazione del centro urbano da quella del contado.  I dati ricavati dai volumi delle Riformanze, dalle relazioni inviate alle superiori autorità dello Stato e dai "ristretti" dello stato delle anime danno la totalità della popolazione residente includendo anche gli abitanti di alcuni castelli e ville passati in epoca successiva ad altre circoscrizioni amministrative.

 

Tabella n. 1.  Popolazione residente nella città e nel territorio di Fabriano dal 1565 al 1808.

 

anno

centro urbano

contado

totali

1565

8 o 9.000

8 o 9.000

16 o 18.000

 

1644

24.025 [90]

 

1708

7.348

10.560

17.908

 

1744

16.852

 

1751

17.301

 

1754

6.000

12.000

18.000

 

1763

6.742

11.801

18.543 [91]

 

1798

6.033

12.143

18.176

 

1808

6.035

12.889

18.924

 

               

 

 

Il prospetto è più indicativo se si confrontano i dati dello stesso periodo raccolti, sulla base delle attuali circoscrizioni amministrative, da Eros Moretti nella sua analisi demografica del comprensorio Esino-Misa-Nevola. [92]

 

Tabella n. 2.  Popolazione residente a Fabriano dal 1656 al 1802 sulla base della circoscrizione amministrativa del 1971.

 

anno

abitanti

1656

13.977

1701

14.384

1708

14.050

1736

14.609

1769

14.155

1782

14.211

1802

15.008

 

I dati delle due tabelle indicano che durante i secoli del declino economico la totalità della popolazione presente nell’area appenninica fabrianese si stabilizza intorno a valori che nel XVIII secolo variano di poche centinaia di unità, mentre il numero degli abitanti del centro urbano tende a diminuire.

 

Premesse e prospettive di sviluppo fra la fine del Settecento e la prima metà dell'Ottocento

Anche lo spirito riformatore del Settecento, assimilato e rielaborato dallo Stato Pontificio per adattarlo alle proprie condizioni sociali ed economiche, non determina innovazioni sostanziali e incentivi tali da risollevare le sorti della depressione industriale e commerciale di Fabriano.  E non mutano la situazione gli squilibranti provvedimenti di monsignor Marazzani, visitatore apostolico, che nel 1786 credendo di attenuare il grave stato di disagio delle piccole aziende manifatturiere – dovuto alla scarsa competitività dei prodotti e ai metodi e alle tecniche di lavorazione superati – e di giovare al mondo imprenditoriale locale, non impone alcuna tassa sui commerci e sulle industrie e concentra l’inasprimento fiscale sulla proprietà e sulla rendita fondiaria e quindi sull'agricoltura che è il settore economico più debole.  Anzi la politica economica e tributaria calata dall’alto, senza tener conto delle diverse realtà locali, accentua gli squilibri e il processo di impoverimento delle zone montane che non riescono a trarre vantaggi neppure dalla liberalizzazione degli scambi commerciali all'interno dello Stato. [93]  L’ambito titolo di Città concesso nel 1728 da Benedetto XIII per meglio legittimare l’erezione di Fabriano a diocesi congiunta a Camerino – poi da quesra separata nel 1785 per volontà di Pio VI che istituisce la diocesi di Fabriano e Matelica – aumenta nominalmente il prestigio del Comune e appaga le ambizioni campanilistiche di una parte dell’alto clero secolare e del ceto aristocratico, ma non rimuove l’immobilismo economico e le carenze dell’amministrazione pubblica al cui riordino periodicamente provvedono le autorità statali con l’invio sul posto dei visitatori aposrolici incaricati di risanare la finanza locale e di applicare correttivi alla dissestata economia. [94]

 

Agli inefficaci interventi pubblici suppliscono l’iniziativa, il coraggio, la creatività dei privati.  Infatti è Pietro Miliani che con la sua intelligente intraprendenza salva da sicura rovina l’industria cartaria fabrianese portando la produzione a così alti livelli qualitativi e di competitività da recuperare nel giro di pochi anni i mercati italiani e internazionali. [95]  È suo il merito di aver ridato ai cartai la fiducia nella loro capacità professionale, nella apprezzata laboriosità, nell’onestà e scrupolosa applicazione in un’arte che al di là di ogni retorica consente a Fabriano di fregiarsi giustamente del titolo di "Città della carta".  La ripresa di una così importante attività industriale, mentre sembrava avviata al tramonto e sul punto di scomparire, in concomitanza con gli sconvolgenti avvenimenti che si susseguono dalla dominazione francese del 1798 alla fine del Regno Italico, [96] è dovuta alla provata efficienza organizzativa e all’aumento della produttività delle risorte cartiere e alla prudente politica della classe dirigente che bada a difendere i propri interessi e le condizioni di pace e di tranquillità.  A differenza di quanto si verifica altrove le nuove idee liberali del Sette-Ottocento non riscuotono successo negli strati nobili e dell’alta borghesia fabrianesi, avversi alle repentine innovazioni socio-politiche e fautori dell’ordine costituito – non importa sotto quale regime – soprattutto per impedire disordini e sconvolgimenti che possono turbare la quiete pubblica e danneggiare gli interessi economici delle categorie più ricche e privilegiate.

 

Fabriano non vive la realtà stimolante della rivoluzione giacobina e non conosce il fascino dell’epopea napoleonica; subisce l’annessione al Regno Italico senza cogliere gli effetti positivi di uno Stato moderno che tenta invano di trasformare in cittadini gli ex sudditi del Papa, abituati ad un tipo di governo indolente e paternalistico e troppo legati agli interessi individuali per recepire il senso unificante dell'interesse nazionale.  Soltanto più tardi gli effetti delle passate e corroboranti esperienze vedranno la luce prima ad opera della borghesia più illuminata e poi per la spinta della emergente classe operaia, portatrici entrambe di nuove energie libertarie e progressiste.  Il risveglio dell’economia locale avvertito alla fine del Settecento dà lusinghieri risultati.  Nel 1808 infatti sono attive 7 cartiere, 17 concerie, 2 fabbriche di calzette di lana, 2 di feltri, 8 di cappelli, 1 di salnitro, in tutto 37 opifici nei quali lavorano circa 630 operai. [97]  Nel 1810 si contano 8 cartiere che mettono in funzione 47 pile, 13 concerie, 14 molini idraulici per granaglie; aumenta il numero degli esercenti: 112 venditori di vino (molti sprovvisti di licenza per il commercio), 9 albergatori, numerosi fornai, 10 macellai, 5 pizzicagnoli, 2 venditori di bevande alcooliche. [98]  Nel 1849 delle 8 cartiere 3 sono dei Miliani ed impiegano 120 operai; le concerie scendono a 4 non per mancanza di lavoro ma perché alcuni proprietari di conce per dare maggiore impulso alla produzione fondano società riunendo capitali, macchinari e manodopera; le 4 fabbriche di cremore di tartaro esportano anche in Inghilterra; sono invece in declino i cappellifici ridotti a 3 per la concorrenza dei cappelli di felpa; in fase produttiva crescente le fabbriche di colla forte o "garavella" e di terraglie e maioliche. [99]

 

Economia industriale e classe operaia dopo l'Unità

Della industria e dei commerci a Fabriano subito dopo l’Unità fa un quadro il Marcoaldi in un breve saggio dal quale si apprende che nel 1861 gli abitanti sono 17.796 e che "esistono 9 conce, 6 cappellerie, 2 fonderie di rame, 2 nitrerie, 2 fabbriche di cremore, 1 di terraglia, 6 di maiolica, 1 di colla cerviona, 1 di colo di sevo, 1 di birra e liquori, 2 di paste; e finalmente 7 cartiere, le più antiche in Italia {...}; e la carta della fabbrica di P. Miliani, nella esposizione di Londra dell’anno 1851, ebbe la medaglia di premio ed unica fu in tutta Italia.  Vi si importano dall’Umbria per esportarle nelle Romagne ed all’estero lane per 250 mila lire, oltre 20 mila lire di olio.  Si esportano in Ancona legnami di costruzione, carbone, fascine ecc., per un valore di 60 mila lire, e a Roma vini per 75 mila.  Nella totalità infine le importazioni ascendono a 635 mila lire e le esportazioni ad un milione". [100]  Il periodo post-unitario è contrassegnato da fenomeni di adattamento e di orientamento ai nuovi criteri dell’organizzazione finanziaria e ai metodi della tecnologia moderna tipici agli albori della economia industriale.  Intanto desta perplessità estendere a Fabriano il giudizio del Milone secondo il quale "le Marche in rapporto al resto della penisola e ai tempi dovevano essere parecchio più sviluppate nell’attività industriale, quando vennero a far parte del Regno d’Italia, anzi che oggi". [101]  Infatti – sempre secondo Marcoaldi – gli opifìci da 41 segnalati nel 1861 salgono a 49 nel 1871 e si calcola che almeno il 10% dei 6.303 abitanti del centro urbano (la popolazione legale del Comune è di 19-844 abitanti) è occupato nelle più importanti attività manifatturiere, a cui si aggiungono gli 818 addetti all’artigianato. [102]  Più chiaramente ricostruisce la situazione del settore industriale intorno al 1871 il prospetto estratto da un recente studio sugli aspetti socio-economici di Fabriano dal 1861 al 1914. [103]

 

 

ANNOTAZIONI

Nelle cartiere i reggitori e i lavorenti hanno un salano giornaliero di L. 1,42; i ponitori e gli avanzieri percepiscono rispettivamente L. 1,12 e L. 1.  Nelle concerie gli apparecchiatori hanno un salario da L. 1,50 a L. 2 al giorno; i lavoranti L. 1,25 e L. 1,30, i cottimisti L. 2,10.  Nelle iabbriche di laterizi i formatori hanno un salario da L. 2 a L. 2,40, i formatori a giornata L. 1,75-2, i maltarori da L. 0,80 a L. 1.  Gli operai agricoltori percepiscono L. 0,50 al giorno con il vino, L. 1 senza vino.

 

Secondo le fonti statistiche del 1871 riportate dal Marcoaldi si può stabilire che su una popolazione attiva di 10.889 unità, 7.853 sono addetti all’agricoltura e 3.036 (il 27,89%) alle attività extraagricole.  Fenomeni attestanti il ristagno economico dopo gli anni Settanta del secolo scorso sono la flessione del numero degli iscrirti ai ruoli degli esercenti, numero che riprende a salire nel secondo decennio del Novecento, e la crescita naturale media della popolazione inferiore al moto medio annuo dell'emigrazione.

 

Tuttavia, anche sulla scorta di più recenti approfondimenti, è esatto affermare che "malgrado l’eccessivo fiscalismo con cui vengono colpiti i settori vitali dell'economia locale, il mondo imprenditoriale dimostra uno spirito di iniziativa e di intraprendenza di considerevoli proporzioni che si concretizza nelle numerose aziende manifatturiere, artigianali e commerciali insediate nel territorio del Comune {...}.  Nell’ultimo decennio del secolo cominciano a delinearsi i primi sintomi dello sviluppo industriale, scompaiono alcune attività tradizionali minori, altre presentano un netto regresso, altre ancora rendono a concentrarsi, potenziando le strutture ed iniziando il processo di rinnovamento tecnologico degli impianti.  La presenza di corsi d’acqua a regime costante favorisce l’impiego dei motori idraulici e delle caldaie a vapore con combustibile a legna ricavata dai boschi della zona.  In questo periodo le concerie dispongono di due motori idraulici della potenza di otto cavalli, mentre le cartiere Miliani e Fornari contano complessivamente sette caldaie a vapore, che sviluppano 81 cavalli e dieci motori idraulici.  All’inizio del '900 la sola ditta Miliani dispone di 13 motori idraulici con 208 cavalli. Nel 1910 la stessa ditta inaugura il nuovo impianto idroelettrico di S. Vittore delle Chiuse, appositamente costruito per fornire l'energia alle cartiere di Fabriano.  Anche nel settore del credito si manifesta un fiorire di iniziative che si affiancano alla già esistente Cassa di Risparmio e che danno vita alla Banca Operaia di Credito, alla Banca Popolare ed alla Banca Cattolica Cooperativa.  Un ulteriore impulso all’economia locale viene dato dallo sviluppo della viabilità ed in particolare dalla costruzione della ferrovia Ancona-Roma prima e Fabriano-Urbino poi". [104]  L’ossatura dell’economia locale è però costituita dalle cartiere che rappresentano ormai il primo vero nucleo industriale in grado di resistere anche agli urti della recessione di fine secolo.  Per la spinta di un iniziale processo di capitalizzazione le cartiere tendono a concentrarsi in poche mani; "due infatti rimangono i titolari delle 5 fabbriche esistenti che impiegano 269 dipendenti". [105]  La possibilità di utilizzare manodopera specializzata a basso costo, lo sfruttamento consistente di fanciulli e di donne per i lavori più umili e pesanti permettono ai proprietari di questa industria di provvedere ad una prima modernizzazione degli impianti.

 

Al dinamismo imprenditoriale si contrappongono l’inerzia e l’immobilismo sociale e politico che paralizzano anche la pubblica amministrazione.  I gruppi egemoni della nobiltà in decadenza e della ricca borghesia imprenditrice e conservatrice presumono di affrontare i complessi problemi dell’emergente mondo del lavoro con i metodi del filantropismo e del paternalismo tipici dell’antico rapporto servo-padrone e "non avvertono il processo di evoluzione in atto nelle coscienze dei lavoratori e non possono partecipare concretamente all’emancipazione della classe operaia e tanto meno condividere le incessanti richieste di miglioramenti economici, nonostante che le maestranze cartare comincino a dare sintomatici preannunci di malcontento che sfocerà nel grande e grave sciopero del 1884.  In realtà la classe operaia rimarrà a lungo emarginata dalla vita politica e soltanto agli inizi degli anni Novanta i primi rappresentanti repubblicani delle società operaie andranno a sedere in Consiglio comunale sui banchi dell’opposizione". [106] 

 

Sono le forze della sinistra democratica e gli intellettuali progressisti del ceto medio che con la loro azione riescono ad inserire nella gestione del potere comunale anche i rappresentanti dei lavoratori e a sferrare l’attacco concentrico contro la classe egemone accusandola di immobilismo, clientelismo e trasformismo, senza approfondire però i problemi sindacali che rimangono insoluti.  "Soltanto dopo lo sfortunato sciopero dell’84, di ispirazione anarchica, la classe operaia – constatato il fallimento dell’agitazione per non aver raggiunto i risultati prefissati, ma anzi per aver offerto l’occasione {a Giambattista} Miliani [107] di introdurre più severe norme di disciplina all’interno della fabbrica – comincia ad avvertire i limiti e l’inadeguatezza della propria azione spontaneistica e ad acquistare una più matura coscienza sindacale, di cui i primi sintomi si avvertono nella Confederazione Operaia Democratica, ispirata al mazzinianesimo, che nel 1891 stampa "L’indipendente", [108] nella "Lega di Resistenza" sorta nel 1897 come organizzazione sindacale di categoria, che con l’adesione degli operai di Jesi, Camerata Picena, Sigillo e Pioraco si trasforma in "Federazione di Resistenza Cartai".  Quando nell’ultimo quinquennio di fine secolo per il blocco dei salari fermi agli anni Ottanta si accresce il disagio economico dei cartai, che ormai sono alla testa del movimento operaio fabrianese, soltanto la pesante minaccia di chiudere le fabbriche da parte del Miliani – il quale pervicacemente respinge tutte le richieste di miglioramenti avanzate dalle maestranze – trattiene la classe operaia dal promuovere agitazioni e scioperi. [109]

 

La industrializzazione dell'area fabrianese dopo il Novecento

Ormai al principio del nuovo secolo in provincia si avvertono apertamente "i fermenti che preannunciano un periodo di irrequietezza profonda del corpo sociale dovuta al corso politico impresso dal governo centrale, all'intensificarsi delle lotte sindacali e delle agitazioni agrarie, alla riorganizzazione delle forze cattoliche e all’azione del partito socialista; fermenti con effetti destinati a scuotere le fondamenta dello Stato liberale e a caratterizzare l’arco di tempo che si identifica con l’età giolittiana". [110]  A Fabriano prendono più consistenza i partiti popolari che, alla guida della classe operaia, si contrappongono alla borghesia liberale e monarchica ancora al potere, mentre le campagne sono controllate dal clero e dalle forze cattoliche in aspra contesa con le sinistre: anarchici, repubblicani, socialisti.  Frattanto Giambattista Miliani – leader dell’imprenditoria locale, stimato per le sue doti manageriali e per la sua elevata cultura, ma anche noto per la politica di contenimento dei salari, [111] imitata da quasi tutti i datori di lavoro locali" – apre nel 1902 un nuovo stabilimento, rileva la cartiera Fornari e trasforma la propria azienda individuale a patrimonio familiare in industria con capitale sociale, riuscendo nel 1905 ad impiegare 948 unità lavorative.  Forte anche per il suo peso politico – che nel 1906 gli consentirà di essere eletto deputato di parte liberale – inizia "una serie di brillanti operazioni finanziarie con l’acquisto della cartiera di Pioraco, intrecciando relazioni commerciali con numerosi Paesi esteri per la produzione di carte valori, assicurandosi numerose commesse da parte di banche italiane e dello Stato e trasformando {infine nel 1906} la Società in accomandita in Società anonima con l’appoggio della Banca Commerciale Italiana". [112]

 

Prende corpo così quell’industria che con alterne vicende può considerarsi l’unico settore dinamico dell’economia fabrianese fino al secondo dopoguerra, una tipica industria marchigiana tradizionale e fortemente specializzata, che riesce a sviluppare bene grazie a due essenziali requisiti: la qualità del prodotto e l’alta professionalità delle maestranze, nonostante l’apertura dei mercati, la concorrenza spietata, i cambiamenti di regime e i sussulti degli eventi bellici.  L’unica attività manifatturiera che per sette secoli non è mai venuta meno ai suoi requisiti originari di artigianato nobile, riuscendo a sopravvivere anche nei momenti più difficili e critici, a salvare l’economia locale e a rendere famosa nel mondo la città di Fabriano.  Il salto di qualità compiuto dall’artigianato fabrianese nei secoli XIII e XIV grazie alle spinte propulsive della nuova arte della carta bambagina – che in un certo senso rivoluziona il mondo dell’economia e del lavoro – favorisce poi verso la fine dell’Ottocento il formarsi delle principali strutture indispensabili per avviare il moderno processo di industrializzazione e stabilizzare l’odierno sistema produttivo e l’apparato operativo, sviluppatisi gradatamente fra la fine della prima guerra mondiale e la seconda, anche per il prevalere del settore metalmeccanico.  Sistema e apparato potenziati infine nel ventennio 1950-1970 da Aristide Merloni [113] – capitano d’industria, senatore democristiano nel 1958 – l’uomo che domina la scena economica e politica del secondo dopoguerra fabrianese.  Un punto di riferimento per l’esame dello sviluppo socio-economico è l’andamento demografico nel secolo XX.

 

Tabella n. 4 Popolazione del centro urbano e dell'intero territorio del Comune di Fabriano dal 1901 al 1971

 

anno

centro urbano

Comune

1901

9.445

22.996

1911

8.084

24.917

1913

--

25.075

1921

--

27.165

1931

--

27.586

1936

-

26.382

1951

12.409

28.017

1961

15.427

27.389

1971

18.433

27.278

 

Anche se sarebbe interessante conoscere l’entità dell’emigrazione d’inizio secolo, tuttavia – stando ai dati ufficiali – si registra un incremento costante della popolazione, interrottosi nel 1936 e poi nel ventennio 1950-1970, il triste periodo che ha segnato il fenomeno dell’esodo massiccio da tutta la fascia montana marchigiana, [114] tamponato a Fabriano dalla industrializzazione promossa dall’iniziativa privata e caratterizzata da stabilimenti monoproduttivi vicini alla manodopeta proveniente dal settore agricolo e disponibile a bassi costi, anche per il diffondersi della tipica figura del lavoratore a part-time che crea ancor più stretti rapporti di interdipendenza tra agricoltura e industria.  Notevole è il decremento degli abitanti che passano dalle 29-154 unità registrate nel 1958 (dal 1951 al 1958 nonostante l’esodo la tendenza è a salire) [115] alle 27.389 unità censite nel 1961.  Contemporaneamente e in modo irreversibile si accentua il fenomeno dell’inurbamento e dell’espansione disordinata della città.

 

La ripresa di questa area, a tradizionale vocazione artigiana e manifatturiera con un’economia agricola permanentemente arretrata e limitata all’autoconsumo degli addetti, dipende anche dall’accentuato fenomeno dell’espulsione delle forze lavorative dall’agricoltura.  La popolazione attiva del settore primario passa infatti dal 43,1% del 1951 al 12,7% del 1971 rispetto a quella del settore industriale che nello stesso periodo dal 22% sale al 48%.  È la conferma – dopo l’analisi sin qui condotta – che le varie fasi di sviluppo del comprensorio fabrianese affondano le radici nei fattori storici ambientali strettamente connessi alla struttura socio-economica locale caratterizzata da alcune costanti: l’endemica arretratezza dell’agricoltura montana, l’insediamento delle attività manifatturiere e l’accentuato divario città-campagna, dovuto al persistere degli squilibri settoriali, economici, territoriali che non mutano nel corso dei secoli e che contrassegnano anche l’evoluzione spontanea della recente e stabilizzata industrializzazione.

 

Bibliografia e Note

1. O. Marcoaldi, Guida e statistica della città e comune dì Fabriano, Fabriano 1873, p 105.  Da p. 105 a p. 136 l’Autore traccia i lineamenti storici e le condizioni in cui versano le tradizionali manifatture: cartiere, concerie, fabbriche di cappelli, di terraglia, di stoviglie in terra cotta, di gesso, di sevo, di pasta, di vini e liquori, dell’arte della lana.

2. Ibid., p. 105.

3. A. ZonghI, Documenti storici fabrianesi Statata Artis Lanae terrae Fabriani (1369-1674), Fabriano 1880, pp. X-XI.

4. Archivio di Stato Siena (d’ora in poi = A.S.S.), Arte dei mereiai in Fabriano, Ms. C. 67, C. 20, Supplica dei capitani e sindaci delle Arti al Podestà, ai Priori e ai signori del Consiglio, 12 aprile 1450.

5. Archivio Storico Comunale Fabriano (d’ora in poi = A.S.C.F.), Sezione Cancelleria, Riformanze, vol. 56, cc. 161-164, Descriptio situs et qualìtates Fabriani, 14 Maggio 1565.

6. Cfr. G. Castagnari, N. Lipparoni, Agricoltura e politica tributaria a Fabriano sotto Pio VI, in "Atti e Memorie" della Deputazione di Storia Patria delle Marche, serie VIII, vol. X, Ancona 1976, pp. 193-228.

7. G. Luzzatto, Rustici e signori a Fabriano alla fine del XII secolo, Milano 1909.  Altri saggi dello stesso autore sulle origini dei Comuni marchigiani in Dai servi della gleba agli albori del capitalismo, Bari 1966, dove è riportato anche lo studio del 1909 (pp. 232-243) senza la trascrizione dei documenti originali.

8. R. Sassi, Le carte del Monastero di S. Vittore delle Chiuse nel Sentina, Milano 1962, pp. 29-30.

9. G. Benedettone, Riflessioni storiche topografiche georgiche orittologiche sopra Piero-sara castello di Fabiano, in G. Colucci, Antichità Picene, tomo II, Fermo, 1788, appendice diplomatica, p. XV. R. Sassi, op. cit., pp. 50-51.

10. O. Marcoaldi, op. cit., pp. 303 ss.

11. G. Luzzatto, Rustici, cit.; i due documenti si conservano presso A.S.C.E, Carte diplomatiche. Busta I, n. 31 e n. 42.  La transazione si riferisce ai pacta et obsequia debenda quibusdam nobilibus de Fabriano per plebeios aliquos.

12. A.S.C.F., Carte diplomatiche, Busta II, n. 101/1.

13. A.S.C.F., Sezione Cancelleria, Registri, vol. 1, Libro rosso, c. 54 v., 30 settembre 1278.  Le Arti menzionate nel documento sono 12; giudici, notai, mercanti, calzolai, lanaioli, guarnellai, sarti, cappellai, meteiai, macellai, fabbri, bovari. I priori, i consoli e i capitani di queste Arti, con i poteri e le attribuzioni del Consiglio generale del Comune di Fabriano, nominano il podestà: Attributa nobis lincentia et potestate a Consilio generalis comunis Fabriani eligendi Potestatem in comuni Fabriani prò anno fucturo....  Il Marcoaldi nella Guida, cit., p. 254 fa riferimento a questo documento, ma nell’elenco delle Arti che egli riporta non figura quella dei lanaioli.  È un particolare che sfugge anche allo Zonghi, il quale nel suo studio sugli statuti dell’Arte della lana in un primo momento sostiene che non esistono documenti del XIII secolo che provino l’esistenza di questa corporazione, poi in una nota aggiuntiva riferisce di averne trovato traccia in documenti del 1294.  Comunque anche lo Zonghi, che dichiara di aver letto il documento del 1278, fa risalire la presenza dell’Arte dei lanaioli ad epoca posteriore, A. Zonghi, op. cit., pp. VII-VIII e pp. 180-181.

14. A.S.C.F., Sezione Cancelleria, Registri, vol. 1, Libro rosso, c. 112 v., c. 114 v., anche i trattati di alleanza sono registrati in questo importantissimo "libro".

15. A.S.C.F., Carte diplomatiche, Busta II, n. 103.

16. R. Sassi, Stradario storico di Fabriano, Fabriano 1953, p. 81.

17. G. Grimaldi, G. Luzzatto, I più antichi "Libri consiliari" di Fabriano (1293-1327), Fano 1904, p. 2.

18. A.S.C.F., Sezione Cancelleria, Rivendicazioni comunali, vol. 7.  In questo "libro" dei consigli del 1294 appaiono i nomi dei 4 priori delle Arti, dei 12 consiglieri dictorum priorum, dei 24 consoli e capitani delle 12 Arti: consules mercatorum, capitami notanorum, lanaiolorum, fabrorum, cappellariorum, bovariorum, fornaciariorum, merciariorum, sartorum, becchariorum, guarnellariorum, magistrorum legnaminis et petrariorum e si riportano gli atti delle adunanze del Consiglio speciale convocate dagli ufficiali forestieri "preposti all’amministrazione del Comune, allo scopo di rivendicare quelle pubbliche proprietà che avevano tonnato una delle prime ragioni di esistenza di tutti i liberi comuni", v. G. Grimaldi, G. Luzzatto, op. cit., pp. 3-9.

19. I fabbri possono esercitare il mestiere soltanto in luoghi stabiliti dagli statuti comunali: in "Foro sive mercato", dove sotto un porticato a Nord della piazza mercatale sono ubicate 38 "forine", e "in ponte ipsius mercati", vedi A.S.C.F., Sezione Cancelleria, Statuti, vol. 2 libro III, rub. 64 (statuto chiavellesco del 1415); vol. 3, libro IV, rub. 25 (statuto sforzesco del 1436).

20 A. Zonghi, op. cit., pp. XV-XVI.

21. Cfr. O. Marcoaldi, op. cit., p. 133.

22. A.S.C.F., Arte della lana, vol. 801 (999), fasc. 3, Statuto del 1369.  Il codicetto molto bene conservato è acquistato il 16 dicembre 1832 da Luigi Castrica Bartoli al prezzo di 25 baiocchi per ordine dell’Anziano facente funzioni di Gonfaloniere Alessandro Altini e depositato ptesso l’Archivio del Comune.  Questo statuto del 1369 è una "riformanza" di altri precedenti ordinamenti che nella seconda metà del XIII secolo regolano l’Arte costituita e rappresentata dai suoi capitani nei Consigli del Comune fin dal 1278.

23. Cfr. A. Zonghi, op. cit., p. XXI.

24. Ibid, p. XIII.

25. A.S.C.F., Sezione Cancelleria. Riformarne, vol. 2, c. 8, 30 giugno 1326.  Fra i quattro Priori eletti per il mese di luglio dello stesso anno figura Masscius Bene Vite de quartiero Podii prò arte cartariorum bambacis, vedi G. Grimaldi, G. Luzzatto, I primi "Libri consiliari", cit., p. 37.

26. A.S.C.F., Atti del notaio Berretta, vol. 1279, cc. 19, 30 v., 106, 110.

27. A.S.C.F., Sezione Cancelleria. Registri, vol. 1, c. 125 v., il Cardinale dei Tomaquinci di Firenze ripudia la potestaria offertagli dal Comune di Fabriano, 21 agosto 1286.  Il passo che riguarda l’arme del Comune è il seguente: ...ymagho cuiusdam bominis ad modum fabri cum martello in manti destra et cum tanalglis in manu sinestra tenentis dictas tanalglis super ancudine....

28. Cfr. R. Sassi, Una lettera inedita dell'accademico Montani (l'Arme di Fabriano), in "Atti e Memorie" della R. Deputazione di Storia Patria per le Marche, serie IV, vol. V, fasc. 1-2 (1928), Ancona, pp. 135-153.  Il Sassi a p. 139 conferma che "l’arte prevalente a Fabriano nei primordi, quando quella delle carte bambacine non aveva ancora acquistato tutta la sua importanza, era proprio quella dei fabbri.  Ben trentotto focine, sotto un porticato, si allineavano lungo il lato Nord della piazza del Mercato".  Undici focine sono acquistate dal Comune nel 1297, v. F. Graziosi, Appunti (manoscritti), vol. VI, cc. 131 ss., conservati presso A.S.C.F., Fondo Zonghi-Moscatelli.

29. O. Marcoaldi, Le usanze e i pregiudìzi i giuochi de’ fanciulli degli adolescenti e adulti, i vocaboli più genuini del vernacolo, ì canti e i proverbi del popolo fabrianese, Fabriano 1877, p. 147.

30. Archivio famiglia Bargagnati Fabriano, Pergamena n. 49.

31. A.S.C.F., vol. 501, n. 1, Frammento dello statuto dell'Arte de Fornacciari (Cuppariorum) Fabbricatori di coppi, 1 gennaio 1283.

32. A.S.C.F., Fondo Brefotrofio, cassetta I, pergamena n. 87, 2 febbraio 1268.  Mercato di Attone di Ugolo si impegna di lavotate nell’arte della fornace con Compagnone di Morico, Agustolo di Paganello e Michele di Rolando dall’aprile all’ottobre per la mercede di 16 soldi di rav. e anc. oltre il vitto.

33. A.S.S., Arte dei mereiai in Fabriano, Ms. C. 67, cit., è una copia dello statuto ttascritta in volgare nel 1512 per mano di Pellegrino da Fabriano. A c. 11 v. si fa specifico riferimento agli otdinamenti del 1290.  Seguono le riforme, gli emendamenti, le riconfetme degli anni successivi, fra cui quelle del 24 settembre 1318 per vietare la vendita di mercanzia rubata predata e proveniente da incauto acquisto.  I merciai che praticano l’usuta sono cancellati dal libro dell’Arte.  I pagamenti dei canoni d’affitto relativi alle 12 botteghe site nel mercato di Fabriano sono registrati nel libro dell’entrata, vedi A.S.C.F., vol. 1394, cc. 110-113.

34. L’uso diffuso dello scotano nel XIII secolo dimostra che l’industria della concia delle pelli ovine risale a quell’epoca, cfr. G. Benedettomi, op. cit., p. 259; O. Marcoaldi, Guida, cit., p. 110; R. Sassi, Le carte del Monastero dì S. Vittore, cit., pp. 100, 102, 104, 106, 145.

35. La forma, utensile per la fabbricazione della carta a mano, è composta di un telaio rettangolare in legno sul quale, parallelamente ai lati minori, vengono sistemate ad intervalli regolari asticelle di legno, chiamate colonnetti, che servono di appoggio alle verghe metalliche, tese nel senso dei lati maggiori, distanziate tra loro con un filo metallico denominato catenella e fissate con altro filo sui colonnetti.  Le verghe e le catenelle lasciano le impronte sul foglio.  Per questa ragione tutte le antiche carte filigranate sono vergate.

36. A.S.C.F., Arte della lana, vol. 801 (999).  I lanaioli aggregati all’università dell’Arte della lana dal 1369 al 1600 hanno tutti il proprio marchio di fabbrica.  L’elenco dei 331 fabbricanti e mercanti di lana è riportato da A. Zonghi, Documenti storici fabrianesi. Statuta artis lanae, cit., pp. 141-147.

37. A. Zonghi, Le antiche carte fabrianesi alla esposizione generale dì Torino, Fabriano, 1884.  Inoltre v. Monumenta Chartae Papyraceae Historiam Illustrantia (or collection of works and documents illustrating the history of paper), vol. III, Zonghi's watermarks, Hilversum Holland, 1953.

38. A. Gasparinetti, Carte, cartiere e cartai fabrianesi, in "Risorgimento Grafico", (1939 n. 9-10), Milano, pp. 376-385.  Ho rilevato che il Comune di Matelica acquista carta dal 1264, vedi Archivio Storico Comunale di Matelica, tasse, proventi, spese, n. 3, anno 1264 (pergamenaceo).

39. G. Grimaldi, G. Luzzatto, I più antichi "Libri", cit., p. 41; si riporta un documento dove si legge che il 30 luglio 1326 Vannes Morici de quartiero Sancii Venantii prò arte hovariorum è eletto Priore delle Arti; vedi A.S.C.E, Sezione Cancelleria, Riformanze, vol. 2, c. 12 v.

40. A. Zonghi, Le antiche carte fabrianesi. cit., pp. 5-6 e pp. 29-34.  R. Sassi, Due documenti che non esistono nella storia antichissima delle cartiere fabrianesi. estratto da "Atti e Memorie" della R. Deputazione di Storia Patria per le Marche, serie V, vol. VII, fasc. I, Fabriano 1931, pp. 3-8; R. Sassi, Un'antica cartiera dei monaci di S. Vittore sul Sentina, estratto da "Atti e Memorie" della R. Deputazione di Storia Patria per le Marche, serie V, vol. V, Monza 1942, pp. 3-26.

41. A.S.C.F., Atti del notaio Benvenuto di Corraduccio, vol. 1293, c. 41, 28 agosto 1347; Atti dei mercanti di carta, voll. 1351-1354.  Questi ultimi sono le principali fonti che permettono di quanrificare parzialmente l’entità dei commerci e della produzione cartaria a Fabriano.

42. Lo Zonghi fornisce anche i nomi delle diverse qualità di carta: "fina, fina sottile, fioritto piccolo e de megloramento (miglioramento) de fiorettone, da involtare", prodotte dalla cartiera di Lodovico di Ambrogio, vedi A. Zonghi, Le antiche carte fabrianesi. cit., pp. 19-21.

43. Cfr. L'arte della carta a Fabriano, notizie storiche raccolte a cura di O. Emery, Jesi 1978, p. 9.

44. A. Gasparinetti, Carte, cartiere, cit., p. 408.  Alcuni registri appartenenti a cialandratori del XV secolo si conservano presso A.S.C.F., voll. 1210, 1360, 1361, 1362.  Di particolare interesse i registri di Cicco Antonio di ser Cicco "cialandratore e aparecchiatore de charta babagina" con annotazioni che vanno dal 1442 al 1467 (vol. 1360) e dal 1442 al 1464 (vol. 1362).

45. A.S.C.F., Sezione Cancelleria, Statuti, vol. 3, libro IV, rubrica 24, (statuto sforzesco del 1436).

46. Guido Napoletano Chiavelli (1325 c. -1404), figlio di Albergetto II, prende parte attiva alle guerre di suo padre ora a favore or contro i papi; milita nella campagna di Urbino contro i Malatesta; rientra a Fabriano con i suoi armati la notte dell’Epifania del 1378, occupa la rocca e se ne assicura stabilmente il dominio.  E finalmente riconosciuto vicario apostolico di Fabriano e Serrasanquirico.  Acquista vasta proprietà immobiliate, fa prosperare le industrie e le arti; v. R. Sassi, Il "Chi e?" fabrianese, Fabtiano 1958, p. 77.

47. Per le società alle quali pattecipa Guido Napoletano vedi A.S.C.F., Sezione Cancelleria, Clavellorum, vol. 1 (686).

48. A. Zonghi, Documenti storici fabrianesi. Statuta artis lanae, cit., p. IX.  In un passo a p. VIII lo Zonghi dice testualmente: "Erano {...} i ricchi che, o per amore di guadagni, o per sottrarre i popolani allo squallore della miseria, e così averseli anche più affezionati, alimentavano la industria nascente, ponendo tutto il capitale, che poteva occorrere all’esercizio più o meno largo di essa, ed ammettendo il povero operaio ad un eguale partecipazione dell’utile.  Lo stesso Guido Napoletano Chiavelli, il quale uscì a farsi amare e temere più de' suoi antenati e successori, pur dominando e prepotendo sempte, profondeva tesori nelle società conttatte {...} e negli acquisti di molini con valchiere che restaurava e migliorava a beneficio de' suoi soci e di altri".

49. Per i beni patrimoniali dei Chiavelli vedi A.S.C.F., Sezione Cancelleria, Clavellorum, voll. 1-10.

50. R. Sassi, I Chiavelli, Fabriano 1934, pp. 22-23.

51. Cfr. G. Galasso, Potere e istituzioni in Italia. Dalla caduta dell'Impero romano ad oggi, Torino 1975, pp. 35-45.

52. Sulla strage dei Chiavelli c'è una cronaca di fine ‘500 presso la Biblioteca Comunale di Fabriano, ms. 232/10 trascritta da R. Sassi, Un'antica narrazione inedita dell'eccidio dei Chiavelli: in "Studia Picena", vol. VIII (1932), Fano pp. 221-233.  Per i rapporti intercorsi tra lo Sforza e il Comune di Fabriano v. M. Mariani, Francesco Sforza e la città di Fabriano, 1435-1443, Senigallia 1908.  Secondo il Sassi "lo Sforza nei nove anni che tenne soggetta Fabriano (1435-1444) mirò specialmente ad accrescere il valore militare, facendone uno dei perni della sua signoria, ne riformò le mura, costruì una nuova rocca {accanto alla porta del Piano}; ma, sebbene accolto con molti onori quando si trattenne nella tetra, specialmente quando condusse con sé la sposa Bianca Visconti, la quale si compiacque della bellezza e della nobiltà delle gentildonne fabrianesi, il suo governo fu nell’insieme oppressivo e violento politicamente, rovinoso economicamente per gli enormi pesi imposti dalla Comunità"; vedi R. Sassi, Sommario storico, in B. Molajoli, Guida artistica di Fabriano, Fabriano 1936, p. 10.

53. Cfr. R. Sassi, Moti rivoluzionari e agitazioni politiche a Fabriano nella seconda metà del Quattrocento) in "Atti e Memorie" della Deputazione di Storia Patria per le Marche, serie VIII, vol. IV ( 1964-1965), fasc. 2, Ancona, pp. 283-333.

54. A.S.C.F., Sezione Cancelleria. Riformanze, vol. 4, cc. 81-83, 23 giugno 1438.

55. Cfr. V. Benigni, Compendioso ragguaglio delle cose più notabili di Fabriano, Tolentino 1924, pp. 12-14.

56. Per gli elenchi delle Arti vedi A.S.C.F., Sezione Cancelleria, Riformanze, vol. 3, c. 15, 24 luglio 1435; vol. 4, cc. 81-82, 23 giugno 1438.

57. Anche questi dati si ricavano dagli elenchi delle Arti, v. A.S.C.F., vol. 2064 del 1445 Sezione Cancelleria, Riformanze, vol. 18, c. 4, 8 ottobre 1467; vol. 18, cc. 70-71, 24 giugno 1468; vol. 36, c. 285, 11 giugno 1529; vol. 56, c. 167 v, 29 giugno 1565.  Nelle Riformanze del 1565 sono menzionate le Arti dei notai, cartai, lanaioli, berrettai (cappellai), calzolai, fabbri, mereiai, oliari, ortolani, fornaciai, vasai, sarti, barbieri, macellai, bovari, scalpellini e falegnami, questi ultimi due uniti nella corporazione scultorum et lignariorum.

58. Ad ogni Arte spetta un rappresentante fra i Reformatores del Comune.  Per l’evidente superiore importanza rispetto alle altre corporazioni quella dei cartai e dei lanaioli eleggono due rappresentanti, vedi A.S.C.F., Sezzone Cancelleria, Riformanze, vol. 22, c. 239 6 dicembre 1477.

59. A.S.C.F., Sezione Cancelleria, Statuti; vol. 1, c. I v.: Statuimus quodper Cap. Artis calplariorum et Odo bonos Homine electos per ipsos eligi debeant CCCC Homines qui venire debeant ad palatium Comums quotiecunque et quandocunque placuerit Potestati armis muniti.

60. R. Sassi, L'Hospita/e calçolanorum terre Fabriani, in "Rassegna Marchigiana", a. IV.

61. Ibid., p. 11.  Per la storia dell’Ospedale S. Maria di Gesù v. R. Sassi, L'Ospedale degli esposti di S. Maria del Buon Gesù, Fabriano 1956.

62. Nei primi decenni del XV secolo si riscontrano diversi artigiani e negozianti proprietari di terre v. A.S.C.F., Arte dei guarnellai, vol. 1405, registro di Francesco di Giovanni di Francescuccio, giugno 1418; Arte dei merciai, vol. 1445, c. 29, anno 1425.  Successivamente nel 1472 su 816 contribuenti per redditi agrari 44 esercitano altra arte o mestiere, vedi R. Sassi, Il contributo di Fabriano alla guerra di Sisto IV contro i Turchi (1472), in "Atti e Memorie" della R. Deputazione di Storia Patria per le Marche, serie V, vol. I (1937), Ancona, pp. 78-79.

63. Ai 1.004 fuochi si fa specifico riferimento in una annotazione del 30 gennaio 1472, vedi A.S.C.F., Sezione Cancelleria, Riformanze, vol. 20, c. 170 v.  Con i suoi 3.600 fuochi, contati nel 1340 dalla Cameta della Chiesa Romana, Fabriano risulta al nono posto fra i 76 centri delle Marche dei quali si conosce la densità demografica; nelle Constitutiones Aegidiane del 1357 il Comune è inserito fra le Civitates et terrae magnae insieme a Pesaro, Fano, Fossombrone, Cagli, Jesi, Recanati, Macerata, San Severino, dopo le maiores: Urbino, Ancona, Camerino, Fermo, Ascoli; vedi S. Anselmi, La riconolizzazione agricola dei secoli XIV e XV, in Economia e società: le Marche tra XV e XX secolo, Bologna 1978, pp. 49-55.

64. Cfr. A. Gasparinetti, Intorno al sacco di Fabriano del 1517, in "Atti e Memorie" della R. Deputazione di Storia Patria per le Marche, serie VI, vol. II (1942), Ancona, pp. 157- 170.

65. A.S.C.F., Sezione Cancelleria, Capitolati, voll. 1-2.

66. Per notizie più dettagliate su questo tormentato periodo vedi A.S.C.F, Sezione Cancelleria. Calamità pubbliche, voll. 1-3; A. Zonghi, Liber Luguberimus, in "Le Marche" a. VII (1907), n. 3-4, Senigallia, pp. 221-240; a. VIII (1908), nn. 1-2; 4-5, Senigallia, pp. 56-84; 238-260; O. Angelelli, Avvenimenti fabrianesi dal saccheggio spagnolo (1517) alla pace cittadina (1528), Fabriano 1923; O. Angelelli, La più grande carestia (1591), Fabriano 1923.  Il sacco degli Spagnoli costa a Fabriano 161 morti, 473 feriti, 1.702 "martorizzati"; i danni ai beni patrimoniali denunciati ammontano a 241.201 fiorini, il Monte di Pietà perde un capitale pari al valore di 30.000 fiorini.  Le 1.217 denuncie di furti e danni subiti dagli abitanti sono ripartite per quartieri: Castelvecchio 321, S. Biagio 365, S. Giovanni 267 Poio 264. Fra i 177 denuncianti che dichiarano la professione o il mestiere figurano 18 notai, 3 dottori, 2 chirurghi, 6 speziali, 8 calzolai, 8 fabbri, 15 berrettai, 5 fornaciai, 17 pannari, 12 tessitori, 3 cattai, 23 bottegai; tisultano inoltre nella lista 2 schiavoni, 5 albanesi, 4 ebrei; v. A. Zonghi, Liber, cit.

67. A.S.C.F., Sezione Cancelleria, Riformanze, vol. 36, c. 102 v., 9 giugno 1528; cc. 128-130, 22 luglio 1528; cc. 265-267, 7 maggio 1529.  Per le notizie storiche vedi C. Ramelli, Della zecca fabrianese, Fabriano 1836.

68. A.S.C.F., Sezione Cancelleria, Riformanze, vol. 36, cc. 347-353, 19 ottobre 1529.

69. Brevi cenni sui Monti di pietà in O. Marcoaldi, Guida, cit., pp. 142-143.

70. A.S.C.F., Sezione Cancelleria. Riformanze, vol. 37 (anni 1530-1531), cc. 164-165, 171, 209, 210.

71. A.S.C .F., Sezione Cancelleria, Statuti, vol. 6, Riforma de Statuti Sopra Il Reggimento, e altri Offitij pubblici, s.d. {metà ‘600}.

72. B. G. Zenobi, Dai governi larghi all’assetto patriziale, Urbino 1979, pp. 12-13.

73. A.S.C.F., Sezione Cancelleria, Camerlengato, vol. 1, anno 1710.  La Congregazione del Camerlengato ha il delicato compito di discutere e risolvere "per lo più tutti i pubblici interessi, composta sino dall'erettione della medesima di soggetti di merito e di qualità che godendo ì gradi et onori primari) di questa Patria, davano regola e componevano tutte le pubbliche emergenze".

74. A.S.C.F., Miscellanea, vol. 1107 (1285), lettera C, n. 7, 26 febbraio 1759.  Memorie sull’Arte dei cartai dal XVI secolo in poi si ricavano da O. Angelelli, Notizie storiche intorno all'Università dei cartai di Fabriano, Fabriano 1932 e R. Sassi, La pia Università dei cartai di Fabriano e la sua Chiesa di S. Maria Maddalena, Fabriano 1951.

75. La gabella o dazio varia da 3 a 15 paoli sopra ciascuna risma di carta, secondo la diversa qualità e specie.

76. A.S.C.F., vol. 501, Repertorio Vecchi, lettera FF, n. 6, 13 dicembre 1567.

77. Cfr. O. Angelelli, L'industria della carta e la famiglia Milianì in Fabriano, Fabriano 1930, p. 15.

78. A.S.C.F., Miscellanea, vol. 1102 (1280), lettera A, n. 31.

79. O. Marcoaldi, Guida, cit., p. 135; v. anche A.S.C.F., Miscellanea, vol. 1098 (1276), lettera A, n. 13, "Progetti e risposte circa la restaurazione dell’Arte delle Pannine", 1737; vol. 1113 (1311), lettera L, n. 4, Editto di Mons. Amenio Bolognini, Governatore di Fabriano, con cui si proibisce l’estrazione di ogni "sorta di lana", 20 aprile 1756.

80. A.S.C.F., Arte dei calzettai: vol. 802 (1000), 30 giugno 1687.  Nel preambolo allo statuto è detto che 200 anni prima era stata introdotta a Fabriano l’arte di fabbricare berrette e guanti, ampliata e accresciuta "con l’esercitio de calzetti e calzettoni parimenti agucchi".

81. A.S.C.F., Sezione Cancelleria, Riformanze, vol. 108, 28 febbraio 1697.

82. A.S.C.F., vol. 501, n. 322, "capitoli da osservarsi nella terra di Fabriano e suo distretto circa il vestire et introdurre robbe di Lana Forestiera in detta terra e suo distretto" 11 luglio 1711.  Ai ttasgressori sono inferte severe pene: "perdita della merce o degli abiti e 50 scudi di ammenda; sono previste anche pene corporali".

83 A.S.C.F., vol. 510, n. 364.

84. A.S.C.F, Miscellanea, vol. 1106 (1284), lettera B, n. 18, anno 1763.  Nel decennio 1763-73 sono "purgate" più di 12.339 "pilate" di calzette di lana pari a 111.051 dozzine, ridottesi nel decennio successivo a pilate 8.589 pari a 77.301 dozzine.  "Inoltre nella Revisione di libri del fondaco pubblico delle calzette terzone di lana dal 15 giugno al 19 ottobre 1776 l’entrata di lana è di libbre 33.491 per la "giustarella", "mezza giusta" e "bigia" e di libbre 6.863½ pei il "rifrodo", impiegato nelle punte delle calzette confezionate", v. G. Castagnari, N. Lipparoni, op. cit., p. 224.

85. A.S.C.F, Miscellanea, vol. 1097 (1275), letteta A, n. 8, anni 1753-1754.

86. G. Castagnari, N. Lipparoni, op cit., p. 197.  Secondo il Marcoaldi "nel secolo XVII e fino ai primordi del presente {XIX sec] esistono in Fabriano 18 concerie ridotte ai nostri giorni a 7, forse producenti una quantità assai maggiore di lavoro, almeno nei corami, che non faceano per avventura le 18 di prima {...} Ora codesto scemar di numero delle fabbriche par che abbia avuto origine, non da decadenza della industria, ma dallo scomparire de' piccoli fabbricatori, e di due o tre opifìci formarsene uno solo, e con aumento di capitali e di operai dilatare il lavoro delle pelli lanute e di capra ed introdurre quello dei manzi, della suola, delle vacchette, delle mongane e dei vitelli".  Per la lavorazione delle pelli ovine si usa materia prima locale, per le altte è necessario introdurre pellami da altri centri; vedi O. Marcoaldi, Guida, cit., pp. 111-112.  Inoltre dal 1580 fino al termine del secolo XVIII risulta attiva una fabbrica di salnitro che produce per lo Stato Pontificio.  Dal 1770 al 1815 il prodotto annuo in nitro è di 4.000 kg. e la fabbrica impiega 12 operai, vedi O. Marcoaldi, Guida, cit., pp. 111-112, 124-125.

87. Le fiere istituite da Clemente X si celebrano ogni anno dal 25 al 28 maggio e dal 23 al 28 ottobre e successivamente vengono regolate con appositi capitoli; la fiera concessa da Clemente XI va dal 15 al 16 agosto e si svolge nella pianura di S. Maria in Campo, vedi A.S.C.F., Miscellanea, vol. 1114 (1292), lettera C, n. 42.

88. O. Marcoaldi, Guida, cit., p. 266, qui si elencano le sette principali fiere fabrianesi accreditate per bestiame e merci:

 

20 marzo

fiera

di S. Giuseppe

26 maggio

 “ S. Filippo

25 giugno

 “ S. Giovanni

16 agosto

 “ S. Maria Assunta

26 ottobre

 “ S. Crispino

 4 novembre

 “ S. Carlo (Albacina)

 9 dicembre

della concezione

89. A.S.C.F., Miscellanea, vol. 1128 (1306), lettera F, n. 23.

90. Questo dato davvero sorprendente è ricavato da A.S.C.F., Sezione Cancelleria. Riformanze:, vol. 88, e. 212 v., 21 ottobre 1644.

91. Lo "Stato delle Anime di Fabriano e di tutto il suo territorio formato con fedi autentiche de' Curati e de' Superiori delle Monache e Frati nel mese di ottobre 1763" (A.S.C.F., Sezione Cancelleria, Regesto Riformanze, vol. 1, c 218), ingloba nelle 18.543 unità anche i 4.000 abitanti residenti a Cerreto, Rosenga, Avenale, Trenquelli, Pierosara, Genga, Domo, Colcello, S. Fortunato, Monticelli, piccoli centri che oggi non appartengono più alla circoscrizione amministrativa del Comune di Fabriano.

92. E. Moretti, La popolazione del comprensorio, 1656-1971, in S. Anselmi (a cura di), Nelle Marche Centrali Territorio economia società tra Medioevo e Novecento l'area esìno-misena. tomo I, Jesi 1979, pp. 249-277.

93. Cft. G. Castagnari, N. Lipparoni, op. cit., p. 228.

94. Le principali visite apostoliche sono quelle dei monsignori Giuseppe Firrao nel 1712, Giambattista Barni nel 1715, Giuseppe dei Conti Vinci nel 1784, Francesco Maria Marazzani Visconti nel 1786.

95. Pietro Miliani (1744-1817), capitano d’industria, fonda una nuova azienda cartaria che ingrandisce e potenzia con nuovi impianti tecnologici ottenendo prodotti che per qualità e finezza di lavorazione conquistano i mercati italiani ed esteri, nonostante l'accanita concorrenza.  Nella sua vasta clientela figurano tipografi e disegnatori famosi come il Bodoni e il Rosaspina con i quali è in assidua amichevole corrispondenza.  Uomo energico dinamico, rude, generoso con il prossimo; prudente e accorto cerca di tenersi lontano dalla vita politica, ma nel 1798 accetta di presiedere la municipalità fabrianese e durante il Regno Italico fa parte del collegio elettorale dei commercianti per il dipartimento del Musone.  Si deve alla paziente ricerca di Andrea Gasparinetti, illustre storico della carta, gli interessanti studi – a cui si rimanda – sulla vita e l’opera del Miliani, vedi A. Gasparinetti, Pietro Miliani fabbricante di carta, Fabriano 1963; dello stesso autore Bodoni-Miliani, Parma, 1970.

96. Il 27 giugno 1799 le truppe francesi guidate dal generale Monnier mettono a ferro e fuoco Fabriano occupata dagli insorgenti; v. A.S.C.F., Sezione Cancelleria, Calamità pubbliche, vol. 2 (680).

97. Archivio di Stato Macerata, Dipartimento del Musone, Arti e professioni. Busta n 1, fascicolo 67.

98. A.S.C.F., Arti e professioni, titolo I, atti 1810.

99. A.S.C.F., Arti e professioni, titolo I, atti 1849.

100. O. Marcoaldi, Intorno alla soppressione del Circondario di Fabriano nel nuovo ripartimento territoriale delle Marche, Genova 1861, pp. 12-13.

101. F. Milone, L'Italia nell'economia delle sue regioni. Torino 1955, p. 588.

102. Cfr. O. Marcoaldi, Guida, cit., p. 31-44.

103. G. Castagnari, N. Lipparoni, Potere e classi sociali a Fabriano dall'Unità alla settimana rossa, in "Atti e Memorie" della Deputazione di Storia Patria per le Marche, nuova serie, a. 83° (1978), Ancona, 1979, p. 463.

104. Ibid., pp. 459-460.

105. Ibid., pp. 463-464.

106. G. Castagnari, La stampa periodica a Fabriano da 1875 al 1914, in S. Anselmi (a cura di), Nelle Marche Centrali. Territorio economia, società tra Medioevo e Novecento l'area esino-misena, tomo II, Jesi 1979, p. 1822.

107. Giambattista Miliani (1856-1937) si dedica giovanissimo alla gestione della cartiera paterna che perfeziona con nuovi impianti e ampliamento di locali.  Esporta i prodotti delle sue fabbriche in tutto il mondo.  Agricoltore, esperto e studioso di economia agraria.  Uomo di grande cultuta. Sindaco di Fabriano nel 1889-1900, Podestà nel 1927-1930; deputato al Parlamento nel 1906 fino al 1929, poi Senatore del Regno; Ministro per l’Agricoltura dal 1917 al 1918.

108. G. Castagnari, La stampa periodica, cit., p. 1824.

109. Cfr. G. Castagnari, N. Lipparoni, Potere e classi sociali, cit., p. 469.

110. G. Castagnari, La stampa periodica, cit., p. 1826.

111. L’ammontare dei salari giornalieri percepiti dai cartai riportati dalla "Lotta Democratica", a. II (5 maggio 1906) n. 26, Fabriano, è il seguente: lavorenti lire 2,55, ponitori 2,05, meccanici e fabbri da lire 0,75 a lire 2,75, falegnami da lire 1 a lire 2,70, reggitori lire 2,30, formisti lire 2,20, personale addetto ai reparti colla, satinatura e rivestitura lire 1,85, facchini diversi e personale in giro lire 1,70; reparri donne: modulari da lire 1 a lire 1,25, addette alla colla lire 1,7, addette alla stracceria lire 1,05; ragazzi e ragazze – in tutto 10 unità – nel primo anno percepiscono 15 centesimi al giorno di modo che – commenta l’articolista – vi sono giovani di 20 anni che non guadagnano nemmeno una lira al giorno e delle giovanette di 17 o 18 anni che guadagnano soli 45 o 50 centesimi".  Contemporaneamenre "L’Eco del Giano", a. II, (20 maggio 1906) n. 20, Fabriano, fornisce i salari giornalieri degli operai locali:

 

Cappellai lustrotti – lavoro a cottimo

lire 3-4

operai addetti alla caldaia

lire 2-3

facchini

lire 1,50

donne

lire 1

Falegnami

 

padroni di bottega

lire 3

garzoni (18-25 anni)

lire 2,50

apprendisti

lire 0,65-1,65

Tipografi

 

compositori

lire 2,50-3

apprendisti

lire 0,60

Gesso e cemento

 

giovani (16-20 anni)

lire 0,80-1,20 massimo 1,50-2

Fornaciari

 

formatori – lavoro a cottimo

lire 2,50-3

garzoni e facchini

lire 1,50

Conciatori

 

Muratori

 

mezza paletta

lire 1-1,50

muratore

lire 3

apprendisti (sotto capo mastro)

lire 0,75-2,50

manovali donne

lire 0,90-1

Fabbriferrai

 

padroni di bottega

lire 2,25

apprendisti

lire 0,50-1

Sarti

lire 0,50-2,50

tagliatori

lire 3

Calzolai

lire 2,50

apprendisti

lire 1,25

Orefici

lire 2-2,50

 

Dal 1905 al 1908 le numerose agitazioni dei cartai danno risultati che non ripagano i sacrifici compiuti dalla classe operaia per sostenere la lotta e gli scioperi, vedi G. Castagnari, N. Lipparoni, Potere e classi sociali, cit., pp. 470-471.

112. Ibid, p. 469.

113. Aristide Merloni (1897-1971), nel 1930 dà vita ad una modesta fabbrica di bilance, dopo quaranta anni è alla testa di un complesso industriale di rilevanza nazionale.  Presidente della Cassa di Risparmio di Fabriano e Cupramontana, poi Sindaco di Fabriano nel 1951 e nel 1956, eletto Senatore per la Democrazia Cristiana nel 1958, viene riconfermato in tale mandato nel 1963 e nel 1968.

114. G. Castagnari, La montagna che piange. Situazione economico-sociale di zone montane depresse delle Marche, Fabriano I960.

115. Ibid, p. 9.  La popolazione del Comune di Fabriano tende ad aumentare con un incremento, fra il 1951 e il 1958 di 1.137 unità; aumento notevole se si consideta che nello stesso periodo sono cancellate dall’anagrafe 4.240 unità emigrate in altri centri e all’estero.

 

 

Pubblicato originariamente in: G. Castagnari, (a cura di), La città della carta. Ambiente società cultura nella storia di Fabriano, Jesi, Città e Comune di Fabriano, la ediz. 1982, 2a ediz. 1986.

 

 

Arme dei Chiavelli

 

Stemma dell’arte dei Calzolai del 1317 con iscrizione, in marmo nero, collocato sotto l’antico loggiato dell’ospedale edificato da quella corporazione in piazza mercatale (oggi piazza Garibaldi)

 

Il viaggio storico della carta

 

Antiche pile a magli per la “sfilacciatura” degli stracci

 

Alcune filigrane del XIII e XIV secolo.  Riproduzioni (XX secolo)

 

Operazione di lisciatura del foglio col cialandro

 

Libro dei conti (brogliaccio), attribuito al mercante di carta Lodovico di Ambrogio, relativo agli anni 1398-1414 (Archivio Storico Comunale di Fabriano, vol. 1354)

 

Libro entrata-uscita di mercanti di carta negli anni 1435-1439 (Archivio Storico Comunale di Fabriano, vol. 1357)

 

Libro della “gialandratura” appartenenti ai mercanti di carta Cicco Antonio di Cicco e Costanzio di Niccolò nell’anno 1442 (Archivio Storico Comunale di Fabriano, vol. 1357)

 

Statuto dell’Arte della Lana emanato nel 1369 (Archivio Storico Comunale di Fabriano, vol. 801)

 

Marche dei mercanti aggragati all’Arte della Lana, sec. XVI (Archivio Storico Comunale di Fabriano, vol. 801)

 

Marche dei mercanti aggragati all’Arte della Lana, sec. XVI (Archivio Storico Comunale di Fabriano, vol. 1357)

 

(Archivio Storico Comunale di Fabriano, vol. 800)

 

Statuto dell’Arte dei Tessitori dato in Fabriano il 18 maggio 1627 (Archivio Storico Comunale di Fabriano, vol. 798)

 

(Archivio Storico Comunale di Fabriano, vol. 826)

 

Facsimili di monete fabrianesi riprodotte nell’opera di C. Ramelli, Della zecca fabrianese Cenni Storici, Fabriano, 1838 (ingrandimento fotografico S. Tobaldi).  Fig. 1.  Piccolo del 1464, figure 2 e 3.  Quattrini, prima metà del XVI secolo. Esemplari delle tre monete si conservano presso la Pinacoteca Comunale di Fabriano (sezione numismatica).  Nel Quattrino della fig. 2 sono riprodotti lo stemma cardinalizio di Giulio dei Medici e S. Giovanni Battista; nel Quattrino della fig. 3 sono impresse l’arme papale di Clemente VII (Giulio dei Medici) e l’immagine di S. Pietro.

 

frontespizio del “Liber Luguberrimus” in cui sono elencati i danni ai beni immobili e mobili riportati dalla comunità di Fabriano durante il sacco degli Spagnoli nel 1517 (Archivio Storico Comunale di Fabriano, Sezione Cancelleria, Calamità pubbliche, vol. 2)

 

 

 

Pietro Miliani, fabbricante di carta (1744-1817) da un disegno di Francesco Rosaspina

 

Cartiere Miliani Fabriano – l’uscita dalla fabbrica (1902)