OMAGGIO A FRANÇOIS JACOB

 

Brunella Danesi

 

"Tardi, molto tardi, ho scoperto la vera natura della scienza, del suo cammino, degli uomini che la producono.  Ho capito che, contrariamente a quanto avevo potuto credere, il cammino della scienza non consiste in un susseguirsi di conquiste ineluttabili; che essa non avanza sulla via maestra della ragione umana; non è il risultato necessario, il prodotto inevitabile di osservazioni irrefutabili imposte dalla sperimentazione e dal ragionamento.  Ho scoperto invece un mondo di gioco e di fantasia, di manie e di fissazioni." (da "La statua interiore" di F. Jacob ed. il Saggiatore).  Ci sono libri che diventano come dei vecchi amici, su cui si può sempre contare per un consiglio, una rassicurazione e perché no, un momento di allegria.  Gli scritti di Jacob possiedono questa caratteristica, soprattutto per una persona che si occupa di biologia.  Jacob permette di capire che esiste una storia del pensiero scientifico diversa da quella che si impara a conoscere, peraltro poco e male, nella scuola secondaria e sui banchi delle facoltà scientifiche.

 

"La logica del vivente" (Einaudi, Torino 1971) è uscito in Italia venti anni fa, ma conserva ancora tutta la sua attualità.  Senza dubbio in questi anni l’atteggiamento culturale nei confronti della storia del pensiero scientifico è cambiato e, grazie anche al contributo di molti ricercatori italiani, sono uscite molte opere pregevoli di storia del pensiero scientifico sia su argomenti precisi che sulla storia delle scienze in genere (1).  Tuttavia, l’opera di Jacob rimane ancora una delle migliori storie della biologia e molti suoi brani possono essere direttamente utilizzati dagli studenti.  Generalmente i manuali di biologia, anche quelli a livello universitario, considerano la storia del pensiero scientifico e soprattutto della biologia un fattore secondario; si dà soprattutto importanza ai progressi attuali delle singole discipline e si cerca di fornire un quadro esauriente solo delle conoscenze attuali, spesso dimenticando di sottolineare l’aspetto provvisorio di qualsiasi ricerca scientifica, che invece rappresenta il punto di forza della scienza, il suo ricercare continuo una verità che è sempre al di là del già scoperto e del già dato per scontato.

 

Il lavoro dello scienziato è assai diverso dall’opera di un poeta; mentre il secondo, se è bravo, fa un’opera che è in sì compiuta e, come suoi dirsi, immortale, qualunque scienziato ha coscienza che il suo lavoro sarà soggetto a critiche e che prima o poi sarà superato da quello di altri per l’emergere all’interno della comunità scientifica di altri modelli interpretativi, che in larga misura sono condizionati dalle scoperte che avvengono in altri campi del sapere.  Pochi testi citano il contesto storico in cui avvengono le scoperte scientifiche; al più vengono riportate poche note sulla biografia dell’autore, ma anche in questo caso il personaggio è completamente avulso dal tempo in cui è vissuto ed ha operato.  Ne emerge così una scienza priva di qualsiasi dimensione temporale, perfettamente cristallizzata e perfetta, che sembra descrivere la realtà esterna e non un suo modello.  Il libro di Jacob non è un testo facile, denso come è di riferimenti ad altre branche del pensiero scientifico e di problematiche complesse.  È un libro, insomma, che la prima volta si può leggere solo con molta lentezza, magari prendendo appunti.  È però molto ben scritto e gli argomenti trattati sono molto interessanti. 

 

Nel volume l’autore affronta i temi cruciali attraverso i quali si è sviluppato dal ‘500 ai giorni attuali il pensiero biologico, evidenziando in particolare i motivi per cui certi modelli interpretativi non sono emersi in un dato momento storico, anche se in certi casi le "esperienze cruciali" erano state fatte, sebbene non venissero accolte come tali, oppure venissero travisate.  Dalla sua lettura emerge un fatto che attualmente chiunque si occupi della storia del pensiero scientifico sa bene che cioè lo scienziato trova sempre solo ciò che sta cercando e che la tesi dell’empirismo ingenuo secondo la quale la natura è un libro aperto che aspetta solo di essere letto, è decisamente falsa.  Il libro ha come filo conduttore i diversi modi con cui è stato affrontato e apparentemente risolto nelle diverse epoche, quello che può a buon diritto essere considerato il problema principe della biologia, il meccanismo della riproduzione, le ragione per cui da un batterio, un paramecio, un’azalea, un uomo ed una donna nascono, in un ciclo apparentemente immutabile, batteri, parameci, azalee, bambini.

 

Esso si apre con la descrizione del lento e faticoso processo che ha portato l’uomo del ‘500 secondo il quale "... Ogni animale, ogni pianta diventa una specie di corpo proteiforme che si prolunga non solo negli altri esseri viventi, ma anche nelle pietre, nelle stelle e nelle stesse attività umane ..." a liberarsi della stretta rete di similitudini ed analogie, per cui ogni cosa significa altro da ciò che in realtà è e per esempio una pianta, se ha la forma di un occhio può a buon diritto curare le malattie di questo organo.  Il fenomeno riproduttivo, che per noi rappresenta la causa prima della rassomiglianza fra genitori e figli, è in questo periodo considerato un fenomeno contingente, perché gli organismi non si riproducono, ma vengono generati e ogni nascita richiede sempre l’intervento diretto di Dio.  Il concetto di specie, come verrà inteso nel seicento, non esiste: gli organismi si formano perché in essi avviene una sintesi fra materia e forma e il legame fra le due entità è assicurato da due componenti: l’anima che è diversa da individuo ad individuo e anche qualitativamente diversa a secondo la posizione che l’organismo occupa nella scala dei viventi, e il calore, comune a tutti gli esseri viventi e che si allontana quando sopravviene la morte; una parte del calore è stata messa da Dio negli animali e nelle piante capaci di generare ed è stata perciò posta nel seme maschile, capace di attivare posateria contenuta nella donna per darle forma "perché noi vediamo che le donne producono solo cumuli e frammenti di carne informe, ma, per fare una generazione buona e naturale, hanno bisogno di un altro seme" (Montaigne).

 

L’altra parte è stata posta nel sole, il cui calore è in grado di attivare direttamente gli elementi, la terra, l’acqua e ogni sorta di rifiuti per dare luogo alle creature vili, come serpenti, topi, mosche "e tutto ciò che nasce spontaneamente, non da seme ma dalla materia putrida e dal fango" (Fernel) (2).  Per gli uomini del ‘500, dunque la generazione spontanea è un evento naturale e spontaneo almeno quanto la generazione che avviene tramite lo sperma, il quale d’altra parte nasce per mezzo del calore del corpo; unica funzione dei genitori è quella di fornire la sede alle forze che congiungono materia e forma.  Jacob dimostra come in quest’epoca si assista alla costruzione di una conoscenza che offre un quadro della natura perfettamente coerente, fatto di osservazioni, ipotesi, magia, astrologia, anche se esso è molto lontano dalla cosmologia contemporanea.  Dopo un solo secolo l’attenzione del ricercatore si sposta, il rapporto uomo-natura si fa più diretto, non si ricercano più nel mondo le intenzioni divine ma vengono effettuate ricerche scientifiche nel senso moderno del termine e avvengono così svolte radicali in tutti i campi del sapere.  In questo secolo il rapporto uomo-natura si fa più diretto: "bisogna prendere in considerazione solo due cose: noi che conosciamo e gli oggetti che devono essere conosciuti" (Cartesio).

 

"La filosofia è scritta in questo grandissimo libro, che continuamente ci sta aperto dinanzi agli occhi ... ma non si può intendere se prima non si impara ad intendere la lingua e conoscere i caratteri ne’ quali è scritto" (Galileo).  "Se vogliamo leggere un testo scritto in caratteri sconosciuti, non vi scorgiamo indubbiamente alcun ordine; vogliamo, tuttavia, immaginarcene uno, non soltanto per esaminare tutte le congetture che si possono fare su ogni segno, ogni parola, ogni idea, ma anche per disporli in modo da conoscere per enumerazione, tutto ciò che può essere dedotto" (Cartesio).  Dio insomma ha creato un mondo ordinato ed interpretabile che può essere conosciuto dall’uomo, se questi sarà in grado di scoprirne il codice.  In questo periodo quindi non si indaga, né si potrebbe farlo, l’origine del mondo ne quella della vita, in quanto eventi prodotti da Dio, ma si cercano liberamente le leggi che regolano l’universo e l’esattezza dell’interpretazione non è data della rispondenza di questa col pensiero di Dio, ma dal fatto che essa abbia una propria coerenza interna.  La natura d’altra parte può essere indagabile perché Dio, al momento della creazione, le ha imposto un ordine non più modificabile.

 

C’è bisogno di un sistema di simboli per analizzare i vari aspetti della realtà e ricavarne un ordine e una misura; ma il segno non è più una traccia lasciata dal creatore sulle cose per poter rintracciare le sue misteriose intenzioni, esso è alla portata delle capacità umane, anzi ne fa parte integrante ed è dato dal linguaggio matematico.  Per tutto il seicento solo ciò che può essere espresso in linguaggio matematico può essere oggetto di conoscenza.  Nasce quindi una scienza che si rivolge inizialmente al direttamente misurabile.  Lo studio degli esseri viventi si indirizza verso due precisi campi di indagine: la fisiologia, come ramo della medicina e la storia naturale, intesa come ordinamento di tutti gli organismi viventi e non viventi.  La seconda assurge a ruolo di vera e propria scienza moderna, perché lo spirito teorico del tempo favorisce l’analisi delle strutture visibili, lo studio delle forme geometriche presenti in minerali, piante, animali la seconda resta invece limitata per mancanza di concetti teorici adeguati.  Dal momento che non è possibile esaminare l’organismo come un tutto, perché troppo complesso, si analizzano le singole parti, così che il lavoro del sistematico si semplifica, anche perché si ricercano le caratteristiche essenziali, trascurando le qualità irrilevanti.  Il compito di classificare però, si presenta arduo perché ancora, e la situazione permarrà sino agli inizi del ‘900, non esiste demarcazione netta fra viventi e cose, ma tutto è un continuo, per cui attraverso gradi impercettibili si passa dai sassi agli organismi delle infusioni, dalle alghe alle querce, dalle amebe all’uomo.

 

Il legame fra gli individui è così stretto che il loro insieme forma una catena ininterrotta che "noi vediamo snodarsi sulla superficie terrestre, sprofondare negli abissi del mare, slanciarsi nell'atmosfera e penetrare negli spazi celesti" (Bonnet).  Altra difficoltà in cui si imbatte il sistematico è che in natura esistono soltanto gli individui, non le classi; bisogna allora cercare criteri di separazione arbitrari là dove tutto è continuo.  Il criterio stabilito da Linneo per la sua classificazione botanica, deriva direttamente dall’aspetto che più interessava gli studiosi in quel periodo, cioè la generazione; Linneo prende così gli organi riproduttori delle piante come base distintiva della sua classificazione botanica.  Le caratteristiche di un individuo si prolungano nei figli attraverso il seme e perché una specie conservi un carattere universale è necessario che la generazione sia "continua, perpetua, invariabile, simile insomma a quella degli altri animali" (Buffon).

 

La visione del mondo dello studioso del seicento ha le sue basi nella meccanica: i pianeti, le stelle, i sassi ubbidiscono alle sue leggi, che hanno contribuito e sempre più contribuiranno a liberare l’uomo della schiavitù del lavoro con l’invenzione di macchine che funzionano proprio su questa base.  Le leggi della meccanica sono quindi il criterio unificante del mondo e, o i viventi sono macchine, o si rinuncia a fare scienza su di loro.  Fa i suoi primi passi la fisiologia, legata strettamente al pensiero meccanicistico del tempo, grazie al quale, per esempio, Harvey (1578-1657) scopre i meccanismi di circolazione sanguigna; quando però lo studioso cerca di capire qualcosa sulla riproduzione animale, sebbene gli vengano messe a disposizione settimanalmente delle cerve gravide da sezionare, non viene a capo di nulla.  Poco dopo Leewenhoek scopre degli "animaletti" nel liquido spermatico e Reinier de Graaf individua le uova anche nei vivipari, ma sino a che non viene superata l’idea meccanicistica, per cui l’uomo è pensato come un insieme di leve e pulegge, non è possibile risolvere il problema, che a noi sembra così banale, ma che è invece legato ad una considerazione non possibile all’epoca e cioè che il nuovo organismo si forma grazie a lenti e graduali trasformazioni.

 

Dall’analisi della struttura visibile degli organismi si passa alla ricerca della loro "organizzazione"; si fa chiaro così il convincimento della necessità di ricercare, nella multiformità delle strutture visibili, un’uniformità di funzionamento e i singoli caratteri degli organismi, inizialmente studiati per puri tini tassonomici, vengono ora esaminati sia per cercarne le relazioni con le altre parti sia per scoprirne le analogie funzionali.  Ci si rende conto che il vivente non è un semplice assemblaggio di organi, ma un insieme di funzioni fra loro interdipendenti.  Per reagire al meccanicismo cartesiano portato alle sue estreme conseguenze, si postula l’esistenza di un qualcosa situato al di là di ogni conoscenza, capace di eseguire la volontà divina e che sia giustificazione del finalismo degli esseri viventi; questa forza, che alla fine del settecento prenderà il nome di forza vitale, però, non modifica il modo di far ricerca; le osservazioni compiute dai meccanicisti non sono di qualità diversa da quelle compiute dagli animisti, il vitalismo interviene solo dopo l’osservazione, non per vedere, ma per interpretare.  Il di Cartesio aveva due componenti: la materia e il movimento; con Newton entra in scena, lo spazio, cioè un vuoto in cui si muovono, regolate dalla forza di attrazione, le particelle; ciò rende possibile la nascita della chimica moderna.

 

La forza di attrazione spazza via tutte le influenze di natura astrale che, secondo gli alchimisti, collegavano i metalli alle stelle e ai pianeti.  L’affinità non è più un principio magico, ma una proprietà che si può misurare, determinando la facilità con cui un elemento si unisce ad un altro.  A poco a poco si delineano famiglie e gruppi di sostanze con proprietà comuni e il lavoro di Lavoisier è in tutto simile a quello di Linneo: si individua il carattere principale di ogni sostanza e le si dà un nome in base a questo carattere.  La chimica è innanzi tutto una scienza analitica e per questo il nome dei corpi assume un’importanza particolare.  Vede la luce la chimica del vivente, che trova giusto e produttivo paragonare il processo della respirazione alla combustione di una lampada a petrolio e gli alimenti al petrolio stesso in quanto "... se gli animali non recuperassero attraverso gli alimenti ciò che perdono con la respirazione, ben presto la lampada resterebbe senz’olio e l’animale perirebbe ..." (Lavoisier).

 

La respirazione, d’altra parte, è legata alla circolazione, perché il combustibile deve in qualche modo arrivare alla zona di combustione, e alla traspirazione, perché venga evitato quell’aumento di temperatura che si accompagna necessariamente alla presenza di un fuoco sempre acceso.  Si continua a ritenere che il funzionamento dei viventi è analogo a quello di una macchina, che però ubbidisce non esclusivamente a leggi meccaniche, ma anche chimiche ed elettriche.  D’altro canto proprio i modelli utilizzati e le analogie osservate contribuiscono a trasformare radicalmente, alla fine del ‘700, la rappresentazione degli esseri viventi.  Ci si rende conto che l’organismo non è semplicemente un assemblaggio di organi, ma un insieme di funzioni tutte fra loro interdipendenti e dietro la struttura si cela l’organizzazione che coordina il tutto; i viventi quindi si stanno per staccare definitivamente dalle cose.  La ricerca del principio unificante sembra concludersi con la formulazione della teoria cellulare.  Pressoché negli stessi anni nasce quella che a buon diritto viene considerata la più rivoluzionaria teoria biologica, la teoria dell’evoluzione e con essa entra in scena il tempo, non più come fattore Dimensionale, come era considerato dalla fisica classica, ma come processo irreversibile.  Gli organismi che abitano attualmente il pianeta, sono diversi da quelli che l’abitavano un tempo e da quelli che saranno presenti in futuro e la vita stessa degli uomini non ha la rassicurante cadenza dei cicli stagionali, pensata dagli antichi.

 

La scoperta che gli esseri viventi hanno un passato, porta con sé altri nuovi concetti: quello dell’origine degli organismi, in quanto deve essere esistito un tempo in cui nessuna forma vivente abitava il pianeta; il concetto della continuità, perché dalla nascita della vita si suppone che solo la vita abbia originato la vita; quello di instabilità, perché anche se nella maggior parte dei casi il simile genera il simile, questo non è vero sempre, altrimenti non sarebbe possibile alcuna evoluzione e infine il concetto di contingenza, in quanto ancora non si riesce a scorgere alcuna direzionalità nel cammino evolutivo.  Il libro analizza i precedenti punti e l’emergere dei successivi livelli di interpretazione della natura: l’opera dei primi evoluzionisti, le polemiche e le ragioni delle critiche, l’opera di Mendel, ignorata per quasi mezzo secolo, per mancanza di referenti concettuali adeguati.  A proposito del destino scientifico di Mendel, il giudizio di Jacob è lapidario: "Come è possibile, allora, affermare che lo spirito umano aspetta soltanto che le idee nuove si manifestino per impadronirsene e metterle subito a frutto?  Come è possibile pensare che lo sviluppo della scienza sia guidato esclusivamente dalla finalità della logica?  Quest’ultima in realtà, si muove soltanto nello spazio che le è, di volta in volta, assegnato dagli atteggiamenti concettuali di un’epoca, e intorno agli oggetti di analisi che le vengono concretamente offerti ..."  A questo punto la storia della biologia fa parte della nostra storia recente: i cromosomi, la decifrazione del codice, la morfologia della cellula che trova i suoi riscontri nella fisiologia cellulare, le molecole della vita ...  Il libro si chiude con questa domanda: "Quale ulteriore analisi scomporrà domani gli oggetti della nostra conoscenza per ricomporli in una nuova dimensione?  Quale nuova bambolina russa ne emergerà?"

 

Mi sono dilungata molto nel cercare di riassumere nelle sue grandi linee il passaggio descritto dal libro fra magia e scienza, per fornire a chi non l’ha letto una sia pur vaga idea di come i vari argomenti vengano affrontati dall’autore.  Naturalmente queste brevi note non sono sufficienti a dare dell’atmosfera che Jacob, con il suo stile, riesce a creare e che rappresenta forse l’aspetto più importante del volume.  In effetti l’autore, prima ancora che un grande scienziato, possiede una straordinaria vena di scrittore e una profonda cultura umanistica, che utilizza a pieni mani; tutto questo rende piacevole la lettura di ogni suo brano.  Il libro può essere utilizzato nella pratica scolastica per preparare le lezioni introduttive almeno ad alcuni temi fondamentali di biologia ed a volte si possono trovare anche studenti disposti se non a leggerlo, almeno a comprarlo, per poi consultarlo magari saltuariamente.  Questo è un testo fondamentale, in quanto da una parte aiuta a smontare quella vecchia idea così dura a morire, e tanto cara ai mass media, di un’infanzia del pensiero scientifico in cui si guardava alle cose con occhi ingenui ed inesperti, in cui scienziati non ancora in camice bianco, non avevano scoperto la "Verità ultima" e dall’altra mette in luce la profonda valenza culturale del discorso scientifico e ci permette, come operatori della scuola, di sperare in un futuro, che dati i tempi della riforma appare sempre più lontano, in cui si potrà costruire una scuola con contenuti scientifici non ridotti a puro tecnicismo.

 

Note

1. È difficile fornire una bibliografia anche appena esauriente su tutti gli argomenti di storia della biologia usciti in questi anni.  Certamente non si può trascurare il lavoro svolto da Paolo Rossi, sia attraverso i suoi libri sull’argomento che come direttore della collana della casa editrice Feltrinelli "Storia della scienza", che come direttore dell’Enciclopedia di storia della scienza moderna e contemporanea della UTEF uscita nel 1988 ed infine, ma forse al momento mi sfugge qualcosa, come direttore della Storia della scienza della Loescher.

2. Fernel Jean-Francois (1497-1558) da "De abditis rerum causis".

 

 

Pubblicato originariamente su Naturalmente, 1991, 4 (2), 12-14.