L’ARTE DELLA CARTA IN AREA FABRIANESE TRA BASSO MEDIOEVO ED ETÀ MODERNA. SVILUPPO E DECLINO

 

Giancarlo Castagnari

 

Confermata, in sede storiografica, l’esistenza a Fabriano di manifatture cartarie nella seconda metà del XIII secolo, resta aperta la questione relativa all’iniziale sviluppo dell’artigianato cartario che, in un’area appenninica, relativamente lontana dalle principali vie di comunicazioni terrestri e marittime, fabbricava un prodotto proveniente dal mondo arabo, frutto di una civiltà che l’Europa cristiana guardava con diffidenza, osteggiandone l’uso e la diffusione [1].  Un’area economico-geografica in un primo momento identificabile nella valle del fiume Giano (allora denominato Castellano), affluente dell’Esino, allargatasi poi a macchia d’olio, inglobando Pioraco, piccolo centro nell’alta valle del Potenza, dominato da Camerino, ed altri insediamenti umbri, intorno a Foligno, nella valle del Menotre [2].  A Fabriano, dopo un periodo di sperimentazione, si cominciò a produrre carta introducendo nuove tecnologie che trasformarono i metodi arabi di lavorazione e consentirono di immettere nel mercato una materia scrittoria in grado di sostituire la più costosa pergamena [3].  La carta a mano fabrianese con il segno – oggi denominato filigrana, watermark in inglese – divenne la carta occidentale per antonomasia [4].

 

Se è vero – come sostiene Marc Bloch – che un’invenzione ha peso storico e senso quando trova un’applicazione quantitativamente forte e soprattutto qualitativamente significativa e importante, si può ribadire che la carta occidentale, per aver conquistato nel Trecento il mercato europeo, è un’invenzione italiana specificamente fabrianese.  Le nuove tecnologie, infatti, introdussero un metodo di fabbricazione che si perpetuò fino alla fine del XVIII secolo, quando con la rivoluzione industriale fu introdotta "la macchina continua da carta", inventata nel 1792 dal francese Luigi Nicola Robert.  Iniziò così "un nuovo rivoluzionario periodo" durante il quale "con la messa a punto della produzione su scala industriale delle cellulose (paste meccaniche e paste chimiche) che sopperirono alla carenza di stracci [di canapa, lino e cotone], sempre meno disponili ed affidabili, l’attività cartaria divenne effettivamente industria della carta" [5].

Quando a Fabriano cominciarono a circolare i primi fogli di carta, gli artigiani, che avevano iniziato ad esercitare il nuovo mestiere, si mossero in un ambiente antropico caratterizzato da preesistenti insediamenti manifatturieri in grado di sfruttare le risorse naturali del territorio e in modo particolare di utilizzare, con la costruzione dei vallati, le risorse idriche da cui ricavare l’energia idraulica per le gualche che i lanaioli usavano per la follatura dei panni lana [6]. L’arte della lana aveva trovato in una zona a forte vocazione silvo-pastorale la sua naturale fonte di approvvigionamento per svilupparsi adeguatamente ed essere nel 1278 annoverata fra le principali corporazioni del Comune, unitamente a quelle dei mercanti, dei fabbri, dei calzolai, dei guarnellari, dei merciai ed altre che riunivano gli esercenti mestieri indispensabili alla sussistenza di una comunità in fase di sviluppo demografico e urbanistico [7].  Anche se la corporazione dei cartai – secondo la documentazione disponibile – risale al 1326, alcuni nomi di fabbricanti di carta, riscontrabili in atti notarili della seconda metà del XIII secolo, confermano l’esistenza di questa fiorente attività in epoca precedente.  Fra il 1320 e 1360 si contano più di 50 nomi appartenenti all’artigianato cartario, e, fra il 1320 e il 1321, sono 22 gli artigiani firmatari di contratti di società e di locazione di opere ad artem chartarum operandam et exercendam [8].

 

Da alcuni documenti risulta che i monaci Silvestrini di Montefano presso Fabriano e i Benedettini dell'Abbazia di San Vittore delle Chiuse presso Genga furono possessori o locatori di gualchiere a cartis, e che alcune nobili famiglie, fra le quali i Chiavelli, signori di Fabriano nel 1378, favorirono lo sviluppo dell’arte cartaria con l’acquisto di gualchiere che gestivano direttamente o concedevano in affitto ai propri protetti e sostenitori [9].  Nel 1406, presente Cecchino di Guido Chiavelli, furono vendute quattro gualchiere a cartis, situate in località Camporege, al facoltoso mercante Lodovico di Ambrogio di Bonaventura per 540 ducati d’oro [10].  Questo evento conferma che i discendenti degli antichi feudatari mirarono ad esercitare il controllo delle attività artigianali più importanti per monopolizzare il potere economico e per recuperare quella posizione egemonica conquistata dalla borghesia artigiana e mercantile [11].

Il sistema pluriproduttivo assecondò la diffusione del nuovo mestiere e delle sue rivoluzionarie tecnologie impiegate per sostituire l’obsoleta lavorazione della carta con i metodi appresi dagli Arabi.  I cartai, infatti, dalla macchina per la follatura dei panni lana, che trasformava con l’energia idraulica il movimento rotatorio continuo in movimento alternato per mezzo dell’albero a camme, ricavarono, con le dovute modifiche, la pila a magli multipli, un ingegnoso marchingegno per preparare la pasta fibrosa con cui fabbricare il fogli [12].  A loro volta i fabbri fornirono la ferratura per la nuova macchina di legno messa a punto dai falegnami.  I cartai acquisirono l’uso di trattare il foglio con colla ricavata da sostanze proteiche, sostituendo così definitivamente la colla amidacea utilizzata dagli Arabi, dai conciatori, che per rendere più lisce le superfici delle raffinate pergamene impiegavano un appretto di gelatina animale [13].  Infine, i mercanti avviarono il commercio del prodotto che, impreziosito con l’introduzione della filigrana, nel volgere di poco tempo conquistò il mercato europeo [14].

 

Questa realtà entrò, integrandosi, nell’articolata architettura socio-economica di un territorio strategicamente importante, quello di un Comune impegnato nelle vicende politiche e militari dell’epoca e nella lotta fra guelfi e ghibellini, localmente guidati gli uni dai Fidismidie gli altri dai Chiavelli.  Per la sua intraprendenza, dovuta in gran parte al potenziale umano di cui disponeva e ai fermenti che si sprigionavano dalla sua emergente economia manifatturiera, Fabriano raggiunse un alto livello di civiltà chiaramente riscontrabile negli statuti comunali e delle Arti, nelle istituzioni cittadine, nella difesa della propria economia e dei propri interessi collettivi, nelle forme urbane, nell’uso delle risorse naturali, nei prodotti dell’artigianato, nelle arti figurative, nella vita religiosa [15].  La fine del Duecento segnò l’epoca "del più completo sviluppo delle istituzioni comunali" e le Arti, esautorati i "signori rustici", andarono a formare con i propri rappresentanti il Consiglio speciale del giovane Comune, capoluogo di un territorio di circa 358 kmq, che nella prima metà del Trecento contava 3.600 fuochi [16].  Con le fonti documentarie disponibili si può ricostruire la consistenza del comparto cartario che nel Trecento divenne il motore trainante dell’economia fabrianese.  Purtroppo le attività, le strutture e gli ordinamenti di questo ricco artigianato sono ricostruibili soltanto sulla base degli atti dei notai, dei libri dei mercanti, dei cialandratori [17].

 

Tuttavia è possibile illustrare brevemente il ciclo produttivo e la distribuzione del lavoro [168].  Gli addetti alla preparazione della pasta da carta (detta anche "pisto" o "pesto") provvedevano alla selezione e ai necessari trattamenti della materia prima: gli stracci di canapa e lino, raccolti dai "cenciari".  Il funzionamento delle pile a magli multipli, almeno due per gualchiera, era affidato a un responsabile identificabile con il nome di reggitore.  Il maestro cartario o "lavorente" addetto al tino veniva coadiuvato da una squadra composta dal "ponitore", dal "levafeltro", dal "levatore" dei fogli, dal conduttore della pressa a vite o torchio.  Lo "spanditore" era addetto allo stendaggio in un locale ventilato adibito all’asciugatura dei fogli [19].  Il "collaro" preparava la colla di gelatina animale con la quale erano trattati i singoli fogli, che, di nuovo pressati, passavano alla seconda asciugatura e poi all’allestimento.  Il personale che costituiva il nerbo dell’artigianato cartaio lavorava nella gualchiera collocata a monte del centro abitato, "extra moenia".  Gli addetti all’allestimento erano dislocati in un locale separato, chiamato "cambora", situato all’interno della città, dove il "cialandratore" eseguiva con il "calandro" la lisciatura dei fogli e dove la carta accuratamente scelta, piegata e confezionata dall’apparecchiatore, una volta imballata, era pronta per essere consegnata allo spedizioniere o vettore.  Di questo settore operativo, con gestione autonoma, era responsabile il "camborero", figura di collegamento tra la produzione e il commercio [20].  Nelle singole fasi di lavorazione venivano impiegati, donne, giovani apprendisti e fanciulli.  Un’altra figura, appartenente all’indotto della manifattura cartaria, era il formista o "modularo", costruttore dell'utensile indispensabile per la fabbricazione del foglio, capace anche di comporre il segno (filigrana) e cucirlo con filo metallico sulla tela che formava la superficie di lavorazione.  Seguendo le ipotesi di Osvaldo Emery, basate sulla produzione di una gualchiera, gestita da mastro Tommaso di Nassimbene e da Lodovico di Ambrogio di Bonaventura, operante nella seconda metà del Trecento, si apprende che i due addetti al tino (lavorente e ponitore) fabbricavano 4 risme di carta al giorno cioè 800 fogli, ammesso – come riferisce Aurelio Zonghi – che allora la risma si componesse di 200 fogli [21].  

 

Di conseguenza con un andamento costante della produzione si può ritenere che in un anno lavorativo di 300 giorni quella cartiera era in grado di produrre 1.200 risme di carta pari a 240.000 fogli.  Se questo calcolo approssimativo si estende alle 40 gualchiere, di cui parlano i memorialisti, non è azzardato dire che Fabriano verso la fine del XIV secolo produceva 48.000 risme di carta all’anno, pari a 9.600.000 fogli.  Sempre secondo Emery, all’inizio del XV secolo la produzione annua di carta raggiunse a Fabriano i 250.000 chilogrammi.  Dalle annotazioni contabili del cialandratore Cicco Antonio è possibile calcolare che nel 1456 due cartai delle gualchiere, definite di palazzo, in 111 giornate lavorative fabbricarono 186.725 fogli, di qualità e formati diversi.  Supponendo che una gualchiera con due pile a magli multipli (una a digrossare gli stracci e l’altra per raffinare la pasta da carta ottenuta dalla prima), con un tino, due presse, un impianto per la lavorazione della colla di gelatina animale, uno stenditoio potevano disporre di 5 unità lavorative (possibilità non remota se la famiglia del maestro cartaio era coinvolta nelle fasi di lavorazione), gli addetti al settore cartario dovevano ammontare a 200, cifra soggetta ad aumentare se si aggiungono gli addetti all'allestimento e i lavoratori dell'indotto [22].

 

Nel Trecento il sistema economico, concentrato nell'artigianato, di cui il settore trainante si identificava sempre più con la manifattura cartaria rappresentata dalla potente corporazione, trovò nuova linfa vitale nella mercatura, supporto economico fondamentale che avvantaggiò la produzione con l’impegno di capitali provenienti dal terziario [23].  L’economia cominciò a subire le dinamiche produttive di un ampio mercato ed emerse il mercante, portatore di una forma di protocapitalismo.  Nacque il mercante-imprenditore che nel mondo produttivo si inserì in modi diversi: come principale committente del maestro cartario ridotto al rango di terzista, al quale veniva fornita anche la materia prima; come socio dell’artigiano con il quale costituiva una società regolata dal contratto sottoscritto davanti al notaio; come proprietario della gualchiera che concedeva in affitto.  Non fu il classico padrone datore di lavoro con personale dipendente, bensì un operatore del terziario che impiegava direttamente le sue risorse fornendo, a volte, anche i mezzi di produzione a un settore produttivo che gli garantiva consistenti profitti.  Il suo coinvolgimento nelle attività manifatturiere attenuò l’indipendenza economica dell’artigiano che, non riunendo più nelle stesse mani capitale e lavoro, perse parzialmente l’autonomia tipica del lavoratore-imprenditore [24].  Fra XIV e XV secolo l’attività mercantile del settore cartario umbro-marchigiano fu intensa e si estese anche ai centri che non producevano carta.  I rapporti commerciali si infittirono fino al punto che si può configurare un’area montana, fra Umbria e Marche centrali, impegnata nell’esportazione e quindi nella diffusione della carta occidentale in altri centri italiani, europei e del Medio Oriente [25].

 

Perugia, Fano, Ancona, Venezia furono i principali empori della carta fabrianese.  Della intensa domanda di carta italiana nel basso Medioevo danno conferma Henry Alibaux, Anna Basanoff, Charles Briquet, Giovanna Derenzini, Andrea Gasparinetti, Nora Lipparoni, Renzo Sabbatini, i fratelli Zonghi e i due storici francesi Febvre e Martin [26].  Dal saggio del 1988 di Eliyahu Ashtor sul commercio anconitano con l’Occidente si apprende che nove compagnie mercantili della città dorica esportavano notevoli quantitativi di carta in Catalogna per le succursali allestite da Marco Datini a Barcellona, Maiorca e Valenza [27].  Dalla documentazione mercantile di Lodovico di Ambrogio di Bonaventura, uno dei maggiori mercanti di carta del suo tempo, si possono ricostruire i rapporti commerciali con molte città prevalentemente dell’Italia centro-settentrionale; nel porto di Ta-lamone presso Grosseto venivano imbarcati quantitativi di carta per Montpellier, Aigues-Mortes e per la Provenza [28].  Dalle città della fiera di Champagne giungeva a Parigi carta proveniente dall’Italia.  Il rigoglioso commercio con la Francia era facilitato anche dal prolungato soggiorno dei papi ad Avignone, dove confluivano arte, cultura e prodotti italiani.  Dai libri contabili di Lodovico di Ambrogio [29] si apprende che nel 1365, quindi nel corso di un intero anno, il mercante spedì 5.118 risme di carta e che prelevava la parte più consistente della merce dai cartai fabrianesi, ma anche dalle gualchiere di Pioraco e Sigillo [30].  Naturalmente i prezzi e i segni o filigrane in chiaro, che distinguevano i fogli di questo periodo, variavano con il variare della qualità e del formato della carta [31].

 

È difficile formulare un listino dei prezzi instabili anche per la forte incidenza delle gabelle e delle spese di trasporto.  Abbastanza indicativi i dati che si ricavano da alcuni atti notarili: sette risme di carta nel 1392 furono vendute a 3 libbre e 15 soldi la risma; una balla di carta fina nel 1404 fu pagata 13 ducati d’oro; nel 1405 quattro balle di carta con segno di mezzo cervo fu valutata 52 fiorini d’oro e due balle di carta fina 25 ducati d’oro; nel 1421 quattro balle di carta di 12 risme per ciascuna balla vennero pagate 48 ducati d’oro; nel 1487 due balle e ? di carta di fioretto furono stimate 17 fiorini; nel 1499 una balla di carta di 14 risme fu offerta a 10 fiorini e mezzo [32]. Le molte notizie che affiorano dai vari documenti confermano ancora una volta l’elevato volume di affari e la complessa realtà del mondo commerciale che, attraverso una fitta rete di intermediari stanziati in punti strategici sulle più importanti direttrici di traffico, si diramava verso le più grandi città italiane.  Il volume di affari si dilata se si prende in considerazione anche il commercio degli stracci di canapa e lino che costituivano la materia prima indispensabile per la fabbricazione della carta [33].

 

A Fabriano e dintorni assistiamo ad uno sviluppo commerciale che iniziato nel Trecento si amplifica alla fine del secolo.  Lo sviluppo nel Quattrocento è frutto dell'umanesimo "che trova il suo riflesso socio-economico nell'individualismo e nell'iniziativa personale e non più nel corporativismo tipico del Medioevo" [34].  La nuova realtà economica, sorta "dalle ceneri delle corporazioni", che pur rimanendo operanti sono esautorate e perdono di importanza politica, "porta l’impronta dell’uomo nuovo, il mercante che, senza sostituirsi alla creatività artigiana, impara a servirsene per dare nuovi profili all’imprenditoria, esaltando la mentalità più tipicamente commerciale con spirito moderno, stimolato dal senso e dal gusto degli affari e mettendo nell’arte intrapresa intelligenza e passione, ma anche cultura e tecnica affinata dall’esperienza e dalle conoscenze scaturite dai frequenti spostamenti e dai contatti sempre più ampi con realtà diverse" [35].  Già sul finire del Trecento il peso economico della mercatura prevalse su quello delle attività manifatturiere e fra i due principali fattori del sistema economico si instaurò uno stretto rapporto di dipendenza del secondo dal primo che interessò le varie fasi del processo produttivo.

 

È evidente che il Trecento, nel suo intero arco temporale, fu "il secolo d’oro" della città della carta. Dopo la peste del 1348 le Constitutiones Aegidianae del 1357 inserirono Fabriano nelle Civitates et Terme magnae [36].  Il sistema economico fu dominato da un artigianato che ebbe potere e ricchezza tali da fronteggiare e sopraffare la classe formata dai signori rustici, ossia dai feudatari che, insediatisi in città nel XIII secolo, avevano contribuito al consolidamento istituzionale e all’ampliamento territoriale del Comune.  Le condizioni di benessere furono in gran parte generate dalla espansione della manifattura cartaria e del suo commercio, due settori trainanti che coinvolsero risorse umane e finanziarie. Tuttavia la fiorente economia del Trecento – è stato già accennato – si sviluppò in un ambiente politicamente inquieto, dilaniato da lotte intestine che videro protagoniste le maggiori famiglie guelfe e ghibelline in aperta violenta contesa per raggiungere quell’egemonia assoluta che verrà conquistata nel 1378 dai Chiavelli, proclamatisi signori di Fabriano e, benché ghibellini, omologati dalla Chiesa di Roma, di cui divennero i Vicari [37].  Una signoria che, insediatasi con un atto di forza poi legittimato, si impadronì di un Comune sostanzialmente ricco, del quale la potente famiglia già in parte controllava il potere economico.  Nell’arco di tempo che va dal 1378 alla metà del Quattrocento si verificò una serie di avvenimenti e di sostanziali modificazioni politiche e socio-economiche così rilevanti da aprire un ventaglio di questioni sul Quattrocento fabrianese [38].

 

In sintesi, l’era chiavellesca, che terminò nel 1435 con l’eccidio dei signori, fu il risultato delle mire autocratiche di una antica famiglia feudale che, fin dai primi anni del XIV secolo si era distinta per la sua politica egemonica alla guida del partito ghibellino.  Il regime chiavellesco fu l’effetto del processo di logoramento consumato ai danni della istituzione comunale basata sul sistema corporativo delle arti e dei mestieri che negli ultimi decenni del Trecento vide emergere la mercatura, divenuta massimo supporto della produzione manifatturiera, e primeggiare l’arte della carta.  Cause esterne ed interne di ordine politico, sociale ed economico facilitarono l’attuazione dell’intrigante disegno della potente famiglia alla quale lo stesso Comune aveva spesso ricorso nei momenti di maggiore difficoltà o durante le guerre con i Comuni vicini.  I Chiavelli per attuare il loro piano e sconfiggere il popolo grasso pilotarono il malcontento del popolo minuto formato dai piccoli artigiani che contestavano il supporto imprenditoriale dei ricchi mercanti, come Lodovico di Ambrogio, rappresentanti di una sorta di classe dominante, e la politica delle le Arti trasformate dai maggiorenti in altrettanti centri di potere [39].

 

Per adeguare le istituzioni comunali alla formula autocratica di governo i Chiavelli nel 1415 emanarono il nuovo Statuto con l’intento di dare alla comunità una costituzione che legittimasse la loro signoria e garantisse l’ordine e la concordia ai cittadini [40].  Il nuovo ordinamento, che stravolse gli antichi rapporti di forza basati sugli equilibri corporativi, contribuì ad alimentare il fuoco del dissenso.  Lo Statuto regolarizzò formalmente e sostanzialmente il mutamento istituzionale iniziato nel 1378 da Guido Napolitano Chiavelli con la conquista del potere.  A Tomaso Chiavelli, che ordinò di elaborare il nuovo strumento legislativo, vanno riconosciuti il merito e la sensibilità di aver rinnovato e modificato gli statuti tramandati dalla tradizione comunale per contribuire alla stabilità, alla sicurezza e alla prosperità di Fabriano e dei suoi signori.  La sua fu una riforma che codificò il mutamento costituzionale consumato trentasette anni prima, consolidatosi anche con il consenso popolare, con l’emarginazione degli avversari e degli oppositori, con l’omologazione da parte della Chiesa di Roma che aveva tutto l’interesse e la convenienza di assicurarsi la sottomissione di una delle più potenti famiglie ghibelline della Marca.  Infatti il signore divenne il legislatore unico e contestualmente il vicario, dominus e governatore generale "prò Sancta Romana Ecclesia".  A sua volta il podestà, vicario del dominus, nonostante il silenzio del nuovo Statuto, veniva nominato dal Signore, nelle cui mani prestava il rituale giuramento di investitura.

 

Alla domanda: i Chiavelli per consolidare la loro supremazia su tutto e su tutti prima e durante il regime signorile sfruttarono a loro vantaggio le condizioni di sviluppo che nel Trecento caratterizzarono l’economia e la società fabrianese?  In sede storiografica si è risposto asserendo che nei decenni di pace conservata dalla vigile, spregiudicata e arrogante politica dei Chiavelli, Fabriano vide aumentare ricchezza e benessere e avvertì i sintomi di una cultura, riscontrabili anche nello spirito umanistico che aleggiava nella piccola corte dei Signori, non indifferenti al fascino delle nuove correnti di pensiero e dell’arte, e nelle realizzazione di opere pubbliche: palazzi, edifici sacri, vallati, mura castellane [41].  Ancora non è definibile se i Chiavelli furono portatori o beneficiari o continuatori del progresso e della crescita economica e culturale dovuti all'industria della carta bambagina, alla creatività dei maestri cartai, all’operosità del ceto artigiano e all'intraprendenza dei mercanti. Elementi di un sistema economico nel quale i Chiavelli seppero inserirsi con capitali e operazioni finanziarie poco trasparenti [42].

 

La borghesia, che controllava il regime delle Arti, rimase il principale avversario della consolidata signoria chiavellesca, anelò a recuperare l’antica egemonia di classe dirigente, privata del potere politico, e bramò di mettere le mani sui beni patrimoniali dei Chiavelli in parte illecitamente accumulati; una enorme ricchezza che – eliminati gli odiati signori – diverrà motivo di discordie, di lotte cittadine e di aperta contesa fra lo Stato della Chiesa e il Comune di Fabriano [43].  Del resto la congiura contro i Chiavelli, pilotata e voluta da un’opposizione elitaria, si alimentò di un movente articolato in tre principali componenti: l’idea forza di libertà, il cumulo degli interessi economici e politici lesi, la sete di vendetta degli oppositori emarginati, vittime di soprusi e di ingiustizie, consumati con eccesso durante l’ultimo tirannico periodo signorile dominato da Battista Chiavelli [44].  Le minoranze illuminate più attive e potenti dell’economia e della finanza, che il gruppo dominante dei nobili non era riuscito a piegare neppure con la forza, dopo aver realizzato il colpo di Stato presero il controllo della situazione e in pochi mesi con il nuovo Statuto del 1436 restituirono alle Arti il governo del Comune e l'antica autonomia.  Ritornarono in carica i Priori eletti dal Parlamento comunale che ristabilirono il governo democratico per volontà dei cittadini. Per assicurarsi la benevolenza e la protezione della Chiesa di Roma i Fabrianesi riconobbero l’autorità di Francesco Sforza marchese della Marca.  Accadde così che Fabriano credette di assicurarsi lo status libertatis, ma in realtà suo malgrado fu costretta ad osservare il principio della libertà limitata.  Si stabilizzò una condizione molto ambigua che si protrasse per nove anni e andò ad incidere anche sulla nomina del podestà sottoposta alla approvazione dello Sforza, che nello stesso tempo senza scrupoli attingeva con una pesante tassazione alle appetitose ricchezze dei Fabrianesi.  Gli ultimi anni della signoria chiavellesca e il periodo sforzesco lasciano trapelare i primi sintomi dell'incipiente declino del potente Comune appenninico.

 

L’economia continuò a prosperare e i ritmi della produzione si mantennero ancora sostenuti grazie ai settori trainanti delle manifatture, la classe imprenditrice si mantenne conservatrice, dimostrandosi poco incline alle innovazioni.  La vita sociale, ancorata alla cultura trecentesca, non subì quella profonda trasformazione tipica dei centri rinascimentali.

La degenerazione del regime signorile con il suo cruento epilogo bloccò il propagarsi delle nuove correnti di pensiero che, assecondate anche dai traffici commerciali, erano penetrate sufficientemente per influenzare gli ambienti culturali e artistici locali, favoriti dalla rigogliosa economia e dal benessere concentrato nelle mani della borghesia.  La criticità divenne palese con il diffondersi dell’arte della carta in altre regioni e con l’eccedenza di fabbricanti e di addetti al settore in aperta concorrenza fra loro.  A metà Seicento le cartiere in attività erano 20, per scendere a tre agli inizi del Settecento [45]. Alcuni di questi piccoli opifici vennero demoliti o trasformati in piccoli molini, a cominciare dalla fine del XV secolo [46].  Altri segnali del declino: la diaspora dei cartai fabrianesi, ricercati per la fama della loro avanzata tecnologia, i costi elevati della merce a causa delle pesanti gabelle e delle spese di trasporto, la difficoltà di reperire la materia prima: gli stracci.  Con l’arte della stampa la domanda di carta aumentò, ma si diffusero anche gli impianti di cartiere nelle aree dove proliferavano le tipografie.  Un esempio: Venezia, che, tra fine Quattrocento e inizio Cinquecento, divenne la capitale europea del libro stampato[47]. A Fabriano non si sviluppò l'arte della stampa come accadde nelle vicine Foligno e Jesi. Il primo libro che uscì nella città della carta fu stampato su pergamena dal tipografo Scacioppa nel 1619 [48].

 

Un altro sintomo dell’inarrestabile declino generale fu il variare del numero delle Arti: nel 1435 i mestieri regolati dalle 16 Arti erano 17, nel 1438 passarono a 19 con 22 mestieri.  Dopo l’infausto periodo sforzesco scesero a 14, per risalire a 20 nel 1468.  Tra il 1529 e il 1565 si stabilizzarono a 16. I più alti livelli di prestigio furono conservati dalle Arti della carta, della lana, dei fabbri, dei mercanti, dei calzolai.  Rilevante il decremento della popolazione.  Nel 1472 il rilevamento dei "foculari" indicò 1004 famiglie dimoranti in città e nelle immediate vicinanze (escluse le ville e i castelli del contado).  Nel XVI secolo sulla Comunità fabrianese si rovesciò una serie di calamità che aggravarono le instabili condizioni economiche. Terribile il saccheggio delle truppe ispano-napoletane di Ugo di Moncada, viceré di Napoli, che il 23 settembre 1517 inflissero alla città gravissime perdite [49].  Le drammatiche carestie del 1571, 1591 e del 1606 aggravarono il disagio economico, già in atto a causa delle lotte tra le due opposte fazioni degli Ecclesiastici e dei Chiavelleschi.  Il Sassi riferisce che "tali lotte furono accompagnate da contrasti economici col governo di Roma, causando agitazioni e sommosse duramente represse" [50].  Un altro impressionante episodio fu la defenestrazione a furor di popolo di due magistrati nel 1519.

 

Sintomi di inquietudine serpeggiarono negli ambienti della potente corporazione dei cartai alle prese con la riforma degli statuti e della normativa che regolavano le tecniche di lavorazione, il commercio del manufatto e i rapporti tra gli affiliati in aperta concorrenza fra di loro.  Le suppliche del 1566 e del 1567 indicano che l’antica istituzione corporativa stentava a guidare, controllare e proteggere gli addetti alle manifatture [51].  Fra le 16 proposte di riforma che si leggono nei due documenti risaltano la preoccupazione di regolare l’approvvigionamento e la compravendita degli stracci, le pene più severe per coloro che andavano a lavorare la carta fuori Fabriano (già previste negli statuti del Quattrocento), la norma che stabiliva la dimensione dei fogli, da fissare in maniera definitiva in prototipi scolpiti nella pietra [52].  Trapela anche la volontà dei rappresentanti dell’Arte, fra i quali figuravano i membri di alcune famiglie nobili, di recuperare un potere che si era affievolito per il desiderio di autonomia da parte dei cartai più intraprendenti, ma anche per la lenta trasformazione dell’artigiano da lavoratore autonomo in socio o terzista del mercante-imprenditore [53].  A cominciare dal XVII secolo la politica tributaria del governo centrale colpì inesorabilmente le industrie, perno di un’economia locale che non poteva essere sostenuta da un’agricoltura montana prevalentemente a carattere silvo-pastorale.  Nel territorio le "gabelle magne" colpirono inesorabilmente gli esercenti arti e mestieri e sempre più rigorose divennero le norme per la riscossione dei proventi.

 

Il declino si accentuò nel 1610 quando il Comune perse la sua autonomia e il governatore prelato, simbolo del potere accentratore della Chiesa, sostituì per sempre il podestà, ponendo così fine al regime delle Arti.  Di conseguenza, nell’assetto istituzionale dell’amministrazione civica, alle categorie del ceto medio si sostituirono i gruppi privilegiati, che adattarono ai propri fini politici anche gli ordinamenti dei principali organi comunali.  Iniziò così il passaggio dai governi larghi all'assetto patriziale, studiati magistralmente da Bandino Zenobi [54].   Il secolo XVII segnò la crisi della manifattura cartaria fabrianese.  Il fenomeno, che non ha dimensioni soltanto locali, fu causato dalla scarsa disponibilità di materia prima e dalla diffusione in Europa delle tecnologie francesi, tedesche, inglesi ed olandesi che avevano perfezionato gli impianti e introdotto l’uso di nuovi macchinari.  Il cilindro olandese sostituì la pila a magli multipli per la preparazione del "pesto", provocando la diminuzione dei costi di produzione.  Da Oltralpe giunsero prodotti più competitivi di quelli italiani e fabrianesi.  Sarà Pietro Miliani alla fine del Settecento a far risorgere l’arte della carta e a passare dalla tradizionale politica produttivistica delle piccole manifatture ad un’industria al passo con i temi, che nel 1812 disponeva di un campionario con 71 tipi di carte, più quelle da creare su specifica ordinazione dei clienti, fra i quali figuravano Giambattista Bodoni, Francesco Rosaspina, Antonio Canova [55].

 

Il secondo rinascimento cartario italiano deve molto ai tecnici fabrianesi operanti a cavallo del XVIII e XIX secolo. Basta ricordare Carlo Campioni che, primo in Italia, riuscì a produrre carta dalle più varie specie vegetali, oltre alle tradizionali fibre di canapa, lino e cotone, e i Fornari che curarono con successo la filigranatura dei fogli [56].  Dei sette secoli della produzione cartaria a Fabriano Augusto Zonghi [57] riepilogò nel 1911 l’andamento in modo ineccepibile, asserendo che "l’industria fabrianese modestamente sorta, forse prima del XIII secolo, salita nei secoli XIV e XV al suo vertice, ne discendeva insensibilmente nel XVI, e si riduceva a modestissime proporzioni nel XVII, per riprendere la curva ascensionale verso l’ultimo ventennio del XVIII secolo e giungere all’importanza che ha ora" [58].  Questo profilo tratteggiato da Zonghi riporta alla mente alcune considerazioni che fece Sergio Anselmi, chiudendo il convegno sul tema "Carta e cartiere nelle Marche e nell’Umbria", tenutosi a Fabriano nel 1991 [59].  A proposito dell’altalenante andamento dell'industria cartaria.  Egli, premettendo che lo Stato italiano dopo il 1860 per soddisfare il bisogno di nuovi impianti poté contare anche sulla presenza di imprenditori sensibili alle innovazioni (come i discendenti di Pietro Miliani a Fabriano), precisò che "lo Stato non avrebbe potuto proseguire lo sforzo produttivo senza abilità antiche che si erano consolidate nella memoria collettiva di settore.  Ciò vale senza dubbio per la carta, ma anche per i comparti delle scarpe, del legno, della meccanica.  Così la storia della produzione industriale di questa area – sostenne Anselmi – ci si presenta come una lunga strada percorsa dal flusso di un fiume carsico: le conoscenze del basso Medioevo, altamente qualificate e tecnicizzate, a mano a mano che si perde la vivacità delle autonomie locali, tendono ad immergersi, a diventare sotterranee, come accade nei fiumi carsici, ma riemergono ora prima ora poi quando le condizioni politiche ed economiche generali consentono al fiume carsico di uscire dal sottosuolo.  "E non riemergono in luoghi diversi da quelli nei quali si sono immersi.  Così come la portata di tante sedimentazioni riproporrà la carta nel Fabrianese, cosi accadrà per la scarpe a Fermo, il mobile a Pesaro" [60].

 

Bibliografia e Note

1. Per la storiografia essenziale si indicano: Aurelio Zonghi, Le marche principali delle carte fabrianesi dal 1293 al 1599, Fabriano 1881, Id., Le antiche carte fabrianesi all'esposizione generale di Torino, Fabriano 1884, Augusto Zonghi, I segni della carta la loro origine e la loro importanza, Fabriano 1911, A. Gasparinetti, Carte cartiere cartai fabrianesi, in «Risorgimento Grafico», n. 9-10 (1938), Milano 1939, G. Castagnari, L'uomo il foglio il segno. Studi di storia della carta, Fabriano 2001.

2. G. Castagnari, a cura di, Carta e cartiere nelle Marche e nell'Umbria: dalle manifatture medioevali all'industrializzazione, Quaderni monografici di «Proposte e ricerche», n. 13, Ancona 1993. G. Fortunati, Le valli della carta. Natura e ambiente, in Carta cartiere cartai tra Umbria e Marche, Foligno 2004. Per le origini si veda anche F. Pirani, Fabriano in età comunale. Nascita e affermazione di una città manifatturiera, Firenze 2003.

3. A. Gasparinetti, op. cit., A. Basanoff, Itinerario della carta dall'Oriente all'Occidente e sua diffusione in Europa, Milano 1965, G. Castagnari, La diffusione della carta nell'Occidente europeo. Il periodo italico, in P. Lai, A.M. Menichelli, a cura di, Prima edizione a stampa della Divina Commedia, Studi I, Foligno 1994, pp. 39-50, Id., L'arte della carta nel secolo di Federico II, in C.D. Fonseca, Federico II e le Marche, Atti del Convegno di Studi (2-4 dicembre 1994), Roma 2000, pp.315-323.

4. Monumenta Carthae Papyraceae Historiam Illustrantia (or collection of works and documents illustrating the history of paper), vol. III, Zonghi’s Watermarks, Hilversum (Holland) 1953, G. Castagnari, a cura di, L'opera dei fratelli Zonghi. L'era del segno nella storia della carta, Fabriano 2003.

5. U. Mannucci, Lineamenti di storia della tecnica cartaria da Ts'ai Lun a Pietro Milioni, in G. Castagnari, a cura di, Miscellanea di storia della carta. Origini tecniche imprenditori fede religiosa, Fabriano 1991, pp. 7-63.

6. Aurelio Zonghi, Documenti storici fabrianesi. Statuto Artis Lanae terrae Fabriani (1369-1674), Fabriano 1880, G. Castagnari, Dall’impresa artigiana all’industrializzazione, in Id (a cura), La città della carta. Ambiente società cultura nella storia di Fabriano, 2.a ediz., Fabriano 1986,pp.l93-262.

7. Si veda Archivio Storico Comunale Fabriano (d’ora in poi ASCF), Sezione Cancelleria, Re­gistri, vol. 1, Libro rosso, e. 54v, 30 settembre 1278. Sono elencati i nomi dei capi delle 12 arti che elessero podestà di Fabriano Orso degli Orsini, nipote di Niccolò III, si veda G. Castagnari, Dall'impresa artigiana, cit., p. 199.

8. L’esistenza dell'Arte della carta è attestata da un documento membranaceo del 30 giugno 1326 nel quale il nome de Masscius Bene Vite, "arte cartariorum bambacis", figura fra i quattro Priori eletti per il mese di luglio dello stesso anno, ASCF, Sezione Cancelleria, Riformanze, vol. 2, e. 8. Nella monografia di Aurelio Zonghi, Le antiche carte fabrianesi, cit., pp. 29-34, si legge la trascrizione di 19 contratti «ad artem chartarum operandum et exrcendum». Dagli atti notarili di Matteo di Mercatuccio, rogati dal 27 agosto 1320 al 13 luglio 1321, si rilevano i nomi di 22 cartai tutti fabrianesi, ASCF, Atti Privati, vol. 1.

9. R. Sassi, Due documenti che non esistono nella storia antichissima delle cartiere fabrianesi, in “Atti e memorie della Deputazione di Storia Patria per le Marche”, serie V, vol. VII, fase. 1 (1931), pp. 1-8 (dell’estratto), Id., I Chiavelli, Fabriano 1934, Id., Un’antica cartiera dei monaci di S. Vittore sul Semino, estratto da “Atti e memorie della Deputazione di Storia Patria per le Marche”, serie V, vol. V, Monza 1942, A. Gasparinetti, Conclusione su due documenti di Montefano, Torino 1942, G. Piccinini, Nell’alta valle dell’Esino: presenza economica dei Silvestrini, in Aspetti e problemi del monachesimo nelle Marche, Atti del Convegno di Studi, Fabriano, Monastero di San Silvestro Abate, 4-7 giugno 1981, II, Fabriano 1982, pp. 379-405, G. Castagnari, L’arte della carta a Fabriano: le cartiere dei monaci di Montefano, in U. Paoli, a cura di, Il monachesimo silvestrino nell’ambiente marchigiano del Duecento, Atti del Convegno di Studi, Fabriano, Monastero di San Silvestro Abate, 30 maggio-2 giugno 1990, Fabriano 1993, pp. 203-215,

10. Sezione Archivio di Stato Fabriano (d’ora in poi SASF), Archivio Notarile, Protocollo di Agostino di Matteo Bene, 38, e. 89v, 3 febbraio 1406.

11. G. Castagnari, Dall'impresa artigiana, cit., pp. 211-212. Per le società alle quali partecipa Guido Napoletano Chiavelli ( 1325c.-1404), che dispone di un’immensa proprietà fondiaria ed è fra i nobili più attivi nel partecipare al mondo degli affari, impiegando notevoli sostanze nell’acquisto di beni immobili, nella gestione dei mulini, nell’industria della carta e della lana e nei commerci, si veda ASCF, Sezione Cancelleria, Clavellorum, vol. 1 (686), R. Sassi, Documenti chiavelleschì, Ancona 1955.

12. U. Mannucci, La gualchiera medioevale fabrianese, Fabriano 1992.

13. Ibidem.

14. G. Castagnari e N. Lipparoni, Arte e commercio della carta bambagina nei libri dei mercanti fabrianesi tra XIV e XV secolo, in "Atti e memorie della Deputazione di Storia Patria per le Marche", anno 87° (1982), Ancona 1989, pp. 185-222.

15. G. Castagnari, Dall’impresa artigiana, cit., pp. 205-206.

16. Nel XIV secolo i castelli di Cerreto d’Esi e di Genga, oggi comuni autonomi, con una estensione territoriale rispettivamente di Km2 16,60 e 72,35 ricadevano sotto la giurisdizione di Fabriano che attualmente con i suoi 269,61 Km2 figura fra i Comuni più estesi d’Italia. E. Saracco Previdi, Descriptio Marchine Anconitanae, Ancona 2002, p. 51. N. Lipparoni, Agricoltura e civiltà contadina, in G. Castagnari, a cura di, La città della carta, cit., pp. 131-132. Nel 1472 i fuochi scendono a 1004, si veda ASCF, Sezione Cancelleria, Riformarne, vol. 20, c. 170v. Per l’andamento demografico del comprensorio composto dai bacini dell'Esino, del Misa e del Nevola si rimanda a E. Moretti, La popolazione del comprensorio, 1658-1791, in S. Anselmi, Nelle Marche centrali. Territorio economia società tra Medioevo e Novecento l'area esino-misena, tomo I, Jesi 1979, pp. 249-277.

17. A. Gasparinetti, op. cit.

18. Ibidem. G. Castagnari, A. Grimaccia, N. Lipparoni, U. Mannucci, L'arte della carta a Fabriano, Fabriano 1991.

19. Anticamente i fogli «venivano portati ad asciugare al prato» dividendoli singolarmente per non farli attaccare fra loro, poi fu impiegato lo «stendaggio a corde», U. Mannucci, La gualchiera medioevale, cit., pp. 20-21.

20. N. Lipparoni, Produzione e commercio della carta nel XV secolo. I libri del "chamboreri" fab danesi, in G. Castagnari, a cura di, Carta e cartiere nelle Marche e nell'Umbria, cit., pp. 14-26.

21. O. Emery, L'arte della carta Fabriano (notizie storiche), Fabriano 1957, N. Lipparoni, Il ruolo dei mercanti fabrianesi nella commercializzazione della carta e nella organizzazione della attività produttiva tra il XIV e il XV secolo, in G. Castagnari, Contributi italiani alla diffusione della carta in Occidente tra XIVe XVsecolo, Fabriano 1990, pp. 61-82, Aurelio Zonghi, Le antiche carte, cit., p. 20.

22. Le dimensioni di un edificio adibito a gualchiera (il termine cartiera affiora nel Seicento) si ricavano da un rogito notarile che riguarda la costruzione di una casa prò gualcheriis bonbicinarum cartarum lunga 120 piedi, larga 20, con dentro un laboratorio lungo e largo 20 piedi e l’abitazione dei cartai, si veda SASF, Archivio Notarile, Protocollo di Agostino di Matteo Bene, 36, c.741v, 18 ottobre 1422.

23. G. Castagnari, Carta e artigianato cartario a Fabriano, in E. Sori, L'artigianato nelle Marche storia e tendenza, Ripatransone 1989, pp. 122-129.

24. G. Castagnari, Cartai e mercanti-imprenditori nel tardo Medioevo, in Carta cartiere cartai tra Umbria e Marche, Foligno 2004.

25. Si rimanda a G. Castagnari, a cura di, Carta e cartiere nelle Marche e nell'Umbria, cit., al volume collettaneo Carta cartiere cartai tra Umbria e Marche, cit., e a E. Di Stefano, La carta marchigiana sul mercato europeo e il caso di Camerino nei secoli XIV-XV, in «Proposte e ricerche», n. 54, Senigallia 2005, pp. 194-221.

26. «E però fuori dubbio – scrive Aurelio Zonghi – che, se a Fabriano non si può dare per ora la gloria di aver lavorato la prima carta di lino, non le si può certamente toglier quella di averne fabbricata tanta fin dal principio del secolo XIV e così via via, da riempirne l’Italia, e provvederne in abbondanza le altre nazioni, in ispecie la Svizzera e la Francia», Aurelio Zonghi, Le antiche carte, cit., p. 23. «L’industria cartaria europea sorge in Italia e si diffonde soprattutto dall'Italia», in L. Febvre e H.J. Martin, La nascita del libro, a cura di A. Petrucci, Bari 1985, p. 13. Per duecento anni l’Italia domina il mercato della carta sostituendosi nell’approvvigionamento dell'Europa alla Spagna e a Damasco: A. Basanoff, Itinerario della carta dall'Oriente all'Occidente, cit., p. 13. Per approfondire l’argomento si rimanda a C.M. Briquet, Les papiers des Archives de Gé-nes et leursfdigranes, in "Atti della Società Ligure di storia patria", 19 (1888), pp. 267-394, H. Alibaux, Les premières papeteries francaises, Paris 1926, A. Gasparinetti, Carte cartiere e cartai fabrianesi, cit., J. Irigoin, Les origines de la fabrication du papiers en Italie, in «Papierge-schichte», 13,1963, pp. 62-67, G. Derenzini, La carta occidentale nei manoscritti greci datati del XIII e XIVsecolo, in G. Castagnari, a cura di, Contributi italiani, cit., 99-135, N.Lipparoni, Il ruolo dei mercanti fabrianesi nella commercializzazione della carta, cit.

27. E. Ashtor, Il commercio anconetano con il Mediterraneo occidentale nel basso Medioevo, in “Atti e memorie della Deputazione di Storia Patria per le Marche”. 87 (1982), Ancona 1989, pp. 9-71. Per i conti di ditte anconetane presentati alla compagnia Datini e gli estratti dei registri della stessa compagnia riguardanti partite di carta Ibidem, pp. 66-71. N. Lipparoni, Produzione e commercio della carta nel XVsecolo, cit, p. 25.

28. G. Castagnari e N. Lipparoni, Arte e commercio della carta bambagina, cit., ASCF, Mer­catura della carta, vol. 1351, ce. 39, 46, 48, 56.

29. Nell’Archivio Storico Comunale di Fabriano sono conservati alcuni libri riguardanti il commercio della carta bambagina nella seconda metà del XIV secolo, si veda ASCF, Mercatura della carta, voll. 1351, 1352, 1353, 1354, 1355, 1356. 1448, a questi si aggiunge il registro n. 1357, appartenuto a Bonaventura, figlio del mercante Lodovico di Ambrogio.

30. Lodovico di Ambrogio nel 1366 esportò 663 balle di carta contenenti 6.106 risme aventi un peso complessivo di libbre 162.222 (una libbra dell’epoca = Kg 0,339072). Di queste balle 170 furono inviate a Talamone, 300 a Perugia, 188 a Fano, 5 a Firenze. Il maestro Meo di Matteo del Vanno, che lavorava in una gualchiera del ricco mercante, dal 26 giugno 1410 al 10 novembre dell’anno successivo, produsse 1.091 risme e 19 quaderni di vari tipi di carta: fina, fioretto, fiorettone, di miglioramento.

31. Ricorrenti i segni: grifone, monte, cappello leone, cicogna,corona, cavallo campana, mezzo cervo, bilancia, melograno, agnello, scure, giglio, drago, aquila, san Giovanni, spada, mezza luna, stella.

32. Si indica la reperibilità di ogni singolo atto notarile seguendo l’ordine cronologico: ASCF, Fondo Brefotrofio, pergamena n.1135, rogito del notaio Bentivegna di Ventura, 14 novembre-2 dicembre 1392; SASF, Archivio Notarile, protocolli di Agostino di Matteo Bene, 38, e. 6, 14 ottobre 1404; 36, e. 536, 13 luglio 1405; 38, c. 53, 11 luglio 1405; 36, c. 604v, 20 dicembre 1421; protocollo di Francesco Iannarelli, 107, c. 279, 22 novembre 1487; protocollo di Agostino di Ser Francesco di Giuliano Milliutij, 70, c. 157, 7 settembre 1499. Il notaio Agostino di Matteo Bene, dal 1391 al 1423, fra atti di vendita, contratti di locazione, recupero crediti e donazioni accumula una folta documentazione connessa agli affari sviluppatisi intorno al settore cartario e fornisce indicazioni sui prezzi di vendita della carta in anni diversi, sul valore venale delle gualchiere e sul movimento dei capitali liquidi per l’esercizio della mercatura.

33. Per esemplificare: nel 1396 Lodovico di Ambrogio fece confluire in una gualchiera 40.000 libbre di cenci acquistati da tutto il centro Italia. A sua volta Bitto di Andrea, "cinciaio" dell’impresa, provvedeva all’operazione di "archapatura" (scelta) con un compenso di 11 soldi e 8 denari ogni 1000 libbre , al quale si sommavano 25 soldi, ogni 1000 libbre, per la "scrollatura" (la pulitura) dello straccio, si veda ASCF, vol. 1448, cc. 17v, 37v, 87v; G. Castagnari e N. Lipparoni, Arte e commercio della carta, cit., p. 197.

34. Si veda N. Lipparoni, Il ruolo dei mercanti fabrianesi nella commercializzazione della carta, cit., p. 65.

35. Ibidem, p. 66.

36. S. Anselmi, La ricolonizzzione agricola dei secoli XIV e XV, in Economia e società: le Marche tra XV e XX secolo, Bologna 1978, pp. 49-55. G. Castagnari, La città della carta, cit., p. 219.

37. R. Sassi, I Chiavelli, Fabriano 1934. Id., Documenti chiavelleschi, Ancona 1955.

38. R. Sassi, Sommario storico, in B. Molajoli, Guida artistica di Fabriano, Roma 1990, pp. 10-12.

39 Si veda G. Castagnari, Dall'impresa artigiana, cit, pp. 212-221.

40. I. Quagliarmi, I primi statuti ed ordinamenti comunali, in G. Castagnari, a cura di, La città della carta, cit., pp. 263-325. G. Avarucci e U. Paoli, Lo Statuto comunale di Fabriano (1415), Fabriano 1999.

41. R. Sassi, I Chiavelli, cit.

42. G. Castagnari, Questioni di storia fabrianese del '400, di prossima pubblicazione.

43. Ibidem.

44. Ibidem.

45, G. Castagnari, Fonti documentarie fabrianesi per la storia della carta dal XVI al XVII secolo, in Id., a cura di, Carta e cartiere nelle Marche e nell'Umbria, cit, pp. 208-216.

46. SASF, Archivio Notarile, protocollo di Agostino di Francesco di ser Giuliano Millutij, 69, c. 103v, 9 novembre 1495, un edificio già adibito a gualchiera viene trasformato in mulino «ad molendum frumentum».

47. A. Gasparinetti, Stampatori veneziani e mercanti fabrianesi, Urbino 1943.

48. Il volume contiene le regole dei frati dei santi Barnaba e Ambrosio.

49. Il saccheggio fece registrare 161 morti, 473 feriti, 1.702 “martorizzati”, i danni e le ruberie di ogni sorta ammontarono a un valore patrimoniale denunciato di 246.531 fiorini, si veda ASCF, Sezione Cancelleria, Calamità pubbliche, vol. 2, Augusto Zonghi, Liber luguberrimus, Senigallia 1908, A. Gasparinetti, Intorno al sacco di Fabriano del 1517, estratto dagli “Atti e memorie della Deputazione di Storia Patria per le Marche”, s. VI, vol. II, Monza 1943.

50. R. Sassi, Sommario storico, cit., p. 13. Per notizie più dettagliate sul tormentato periodo si rimanda a O. Angelelli, Avvenimenti fabrianesi dal saccheggio spagnolo (15717) alla pace cittadina (1528), Fabriano 1923, Id., La più grande carestia (1591), Fabriano 1928.

51. ASCF, voi. 501, fase. 5.

52. Ibidem. Due verbali di adunanze degli "uomini dell’Arte della carta" databili 1524 lasciano trapelare le animate discussioni intorno a vitali argomenti quali la elezione e la nomina dei capitani e degli ufficiali, l’osservanza delle dimensioni dei fogli dei quali non si danno i formati, la riappropriazione, da parte dei legittimi titolari, dei segni delle rispettive gualchiere (ossia i marchi di fabbrica), le feste in onore dei santi patroni e del Corpus Domini. I due documenti provengono da un piccolo fondo non catalogato dell’ASCF e appartengono a un repertorio cartaceo del notaio Giovanni Perini Malatesta, che esercitò la professione a Fabriano dal 1493 al 1529.

53. L’Arte della carta nel secolo XVI prese il nome di "Università dei cartai" e perse parte delle antiche attribuzioni, prima fra tutte la rappresentanza nei consigli del Comune, cfr. R.Sassi. La Pia Università dei cartai di Fabriano e la sua chiesa di S. Maria Maddalena, 2.a edizione, Fabriano 1986, pp. 11-22. Fra le famiglie nobili e patrizie interessate all’attività manifatturiera e commerciale della carta figurano: Ambrosi, Corradini, Domizi, Fiori, Isaia, Lori, Mentenne, Righi, Santacroce, Stelluti, Vallemani, si veda O.Angelelli, Notizie storiche intorno all'Università dei Cartai di Fabriano, Fabriano 1932, p. 23. Uno spaccato della vita agiata della borghesia fabrianese si ricava da un passo dell’opera di G.A. Gilio, Due dialoghi (ristampa anastatica a cura di P. Barocchi, edizione camerte dell’anno 1564, Firenze 1986, pp. 70-122) nel quale si racconta che alcuni giovani letterati, dopo una cena nei giardini della cartiera del ricco mercante Bernardino Sarti sulle rive del fiume, Giano dissertano a lungo sulla pittura. Nel 1585 le gualchiere che pagavano l’imposta sulle pile (uno scudo e mezzo a pila) erano 20, con 71 pile a tre mazzi o magli; la gualchiera Vallemani, che nel 1782 passerà a Pietro Miliani, disponeva di 12 pile: G. Castagnari, Fonti documentarie fabrianesi per la storia della carta dal XVI al XVII secolo, cit., p. 214.

54 B .G. Zenobi, Dai governi larghi all'assetto patriziale: istituzioni e organizzazioni del potere nelle città minori della Marca dei secoli XVI-XVIII, Urbino 1979.

55. «Il Settecento chiude il periodo prettamente medioevale dei magli, che fu il più lungo nella storia della fabbricazione della carta, ed inizia l’epoca delle macchine: contemporaneamente pone le premesse per la sostituzione dello straccio con fibre di diversa natura e di più larga disponibilità: ma prepara altresì l’ecatombe, che avverrà nel secolo successivo, di quante cartiere non si presentarono sufficientemente preparate al rapido e dispendioso passaggio dall’artigianato all'industria», in A. Gasparinetti, Pietro Miliani fabbricante di carta, Fabriano 1963, pp. 21-22. G. Castagnari, Giambattista Miliani, industriale della carta, in Id., a cura di, Miscellanea di storia della carta: origini tecniche imprenditori fede religiosa, Roma 1991, pp. 95-138. B. Brevetti, Giambattista Miliani storia di un uomo, Ancona 1994. Si veda anche A. Balzani, Alcuni aspetti dell'industria della carta nello Stato Pontificio tra la fine del '700 e la prima metà dell'800, in "Annali" della Libera Università della Tuscia, anno IV, fase. HI (1972-1973), Viterbo, G. Castagnari, Carta e cartiere nel Fabrianese agli albori dell 'industrializzazione, in «Proposte e ricerche», n. 23, Ancona 1989, pp. 170-180.

56. G. Castagnari, Carta e cartiere nel Fabrianese, cit., p. 174. Carlo Campioni ( 1772-1830), fabbricante di carta, titolare di una cartiera presso Ponte del Gualdo nella periferia di Fabriano, divenne direttore della cartiera camerale di Roma nel 1816. La stirpe dei Fornari iniziò con Antonio e Malatesta, dediti all'industria cartaria dal XV secolo. La cartiera Fornari rimase attiva con lo stesso nome fino al 1902, poi fu rilevata da Giambattista Miliani che la inglobò nella sua azienda.

57. Augusto Zonghi (1840-1916), professore di matematica e scienze. Archivista e bibliotecario a Fabriano. Autore di saggi di storia locale, a lui si deve il riordinamento della Pinacoteca civica fabrianese. Apprezzato cultore di filigranologia, curò insieme al più famoso fratello Aurelio (1830-1902) la raccolta delle antiche filigrane fabrianesi, riproducendo i segni dei fogli con maestria: R. Sassi, Il “chi è ?” fabrianese, Fabriano 1989, p. 239.

58. Si veda Augusto Zonghi, I segni della carta la loro origine e la loro importanza, cit., pp. 27-28.

59. Si rimanda a S. Anselmi, Produzione e consumo di carta nell'Italia centrale: secoli XIV-XIX, in G. Castagnari, a cura di, Carta e cartiere nelle Marche e nell'Umbria, cit., pp. 311-315.

60. Ibidem, p. 315.

 

 

Pubblicato originariamente in Proposte e ricerche. Economia e società nella storia dell’Italia centrale.  Libreria Editrice Sapere Nuovo, 29, inverno/primavera 2006.