LA DIFFUSIONE DELLA CARTA NELL’OCCIDENTE EUROPEO

 

Giancarlo Castagnari

 

L’argomento della diffusione della carta in Occidente predispone non pochi problemi storici, specialmente se si vuole fare riferimento ad un’area culturale, piuttosto che ad un’area geografica.  Intanto va rilevato che la carta arriva in Europa mille anni dopo la sua invenzione.  Un ritardo notevole che può essere giustificato dal lento processo di acculturazione fra antiche civiltà ed anche dalla riluttanza del mondo cristiano a recepire prodotti e usanze provenienti dal mondo musulmano o ebraico.  Differenti religioni ed etnie provocano una netta separazione con conseguenti rifiuti ad accettare anche quelli che sono i risultati scientifici e tecnici più progrediti.  C’è una sorta di etnocentrismo che spesso impedisce, anche oggi, di avere più curiosità per le altre culture, di allargare cioè lo sguardo e di rivolgere l’attenzione verso le altrui identità per acquisire, apprezzare, studiare le altrui diversità.  Lo scrittore arabo Dscahiz, ricordato dal Briquet in un saggio del 1888, nel IX secolo faceva osservare che il papiro egiziano era per l’Occidente quello che la carta di Samarcanda era per l’Oriente.  Qui si indica il luogo convenzionale dello scontro tra Cinesi ed Arabi.  Questi ultimi, infatti, usciti vincitori nel 751 d. C. dalla battaglia di Talas nel Turkestan, diffondono la loro civiltà nel Medio Oriente e svolgono per alcuni secoli un ruolo innovatore nel bacino del Mediterraneo, unendo, ai molti meriti nel campo delle scienze e della tecnica, anche quello di avvicinare, con un’opera di mediazione e di integrazione, la cultura orientale a quella occidentale.

 

I segni di tale opera sono evidenti nella produzione e diffusione della carta che gli Arabi perfezionano migliorando le tecniche di lavorazione apprese dai Cinesi, senza peraltro toccare mai il livello qualitativo raggiunto con le innovazioni italiane che nel XIII secolo segneranno il definitivo passaggio dal tipo di carta orientale a quello occidentale, destinato a conquistare i mercati europei e a divenire, nella seconda metà del Quattrocento, l’unico supporto o materia scrittoria della sorgente arte tipografica.  Non si può stabilire con precisione se spetti alla Sicilia o alla Spagna il primato dell’uso di carta orientale.  Si potrebbe più facilmente sostenere che, quasi contemporaneamente, fra la fine del IX e l’inizio del X secolo, in tutte le regioni mediterranee, e quindi anche nelle aree musulmane del continente europeo più prossime all'Africa Settentrionale, si commercia e si utilizza il manufatto arabo, sostituendo il costoso papiro egiziano e creando un’alternativa alla pergamena.  Del resto il più antico documento cartaceo d’Europa, datato 1109, è una lettera bilingue (greco e arabo) di Adelasia (o Adelaide) degli Aleramici, moglie di Ruggero I, conte di Sicilia e di Calabria. Proviene dalla Cancelleria dei re Normanni ed è conservato nell’Archivio di Stato di Palermo.

 

Le prime cartiere o mulini per la lavorazione della carta a mano in Europa sorgono in Spagna probabilmente intorno alla fine dell'XI secolo.  Secondo alcuni studiosi, fra i quali la Basanoff, gli Arabi fabbricano carta a Cordoba (che diviene il centro prestigioso e splendido della loro cultura, ricco di una biblioteca di 400.000 volumi e sede del califfato), a Toledo, Granada, Cadice tra la seconda metà del X e l’inizio dell’XI secolo, attività che fra il 1158 e il 1193 si estende a S. Vincente de Jonqueres, La Riba, Copòns, Manresa, Olot, Gerona nella Catalogna.  Fra tutti questi insediamenti il più importante, a partire dal 1151 è Jativa (oggi S. Felipe in provincia di Valenza).  Con quella data si può dire che inizi il periodo arabo-spagnolo o arabo-catalano e quindi la storia europea della carta.  In altri termini dopo una prima diffusione della carta, proveniente dai centri mediterranei dell’Africa, si passa alla sua fabbricazione nella parte della penisola iberica dominata dai musulmani.  Il Messale arabo del 1036, conservato nel Monastero di S. Domenico di Silos, presso Burgos, è il più antico codice di carta orientale fabbricata probabilmente in Spagna.  È rilevante il fatto che agli inizi del Duecento carta araba da Jativa e Capellades viene esportata in Sicilia, che, a sua volta, già importava a Palermo il manufatto uscito dai mulini tunisini.  Nella seconda metà del XII secolo, la carta di Jativa è esportata verso Est e verso Ovest e nel secolo successivo viene utilizzata in tutta la Spagna e in parte della Francia meridionale.  Il periodo storico arabo-spagnolo, che va dal XII secolo agli anni Settanta del Trecento, si conclude con la paralisi della diffusione della carta spagnola, soppiantata da quella di fabbricazione italiana, già conosciuta nei principali centri della penisola iberica a cominciare dalla metà del XIV secolo.

 

Secondo Jean Irigoin la preferenza per le carte italiane si deve alla migliore qualità ottenuta principalmente con la raffinata e omogenea preparazione della pasta preparata con l’impiego delle pile a magli multipli e con la nuova tecnica di trattare i fogli con colla di gelatina animale, sostituendo così le sostanze amidacee, utilizzate dagli arabi e dagli spagnoli; sostanze che non garantiscono una lunga conservazione del prodotto e il necessario grado di impermeabilità agli effetti degli inchiostri.  È stato riscontrato dallo stesso Irigoin che in alcuni registri reali conservati a Barcellona, presso l’Archivio della Corona di Aragona, datati tra il 1336 e il 1356 e contenenti fogli di diversa provenienza, lo stato di conservazione permette di identificare e, di conseguenza, di distinguere le carte di fabbricazione spagnola da quella italiana.  Le prime presentano evidenti segni di progressivo deterioramento ad opera dei microrganismi prodotti dalle colle amidacee, le seconde sono in ottime condizioni per il trattamento con colla di gelatina animale e confermano la loro provenienza dall’Italia anche per i segni di filigrana in chiaro simili o uguali a quelli adottati dai maestri cartai fabrianesi.  Questo dimostra che in Spagna nel Trecento si continua ad usare colla di farina e quindi a lavorare la carta con le antiche tecniche arabe, mentre in Italia si affermano le innovazioni attribuite ai fabrianesi e si esportano i primi fogli filigranati, che si ritrovano nei registri spagnoli di cui si è fatto cenno sopra.

 

Dalle cartiere europee installate in Spagna si ottiene un prodotto ricavato dagli stracci di canapa e lino che presenta le stesse caratteristiche dei più antichi codici cartacei arabi a cominciare dall’opera filologica di Abu Ubaid Al Gasin dell’865, dal già citato messale di Silos per finire con il trattato persiano di farmacologia di Abu Mansur Haravi, datato 1056, conservato a Vienna.  Agli Arabi va il merito di aver introdotto l’uso della carta in Europa e quindi anche in Italia, dove però si inizia a fabbricarla con ritardo rispetto alla Spagna.  L’inizio del periodo arabo-italico è posteriore, anche se di poco, al periodo arabo-spagnolo.  Nelle due penisole europee, per un certo lasso di tempo, la carta si lavora soltanto con le tecniche e i metodi arabi.  In Italia però accade qualcosa che non ha riscontro nella Spagna musulmana, si compie un’evoluzione tecnologica che apre il periodo italico, caratterizzato dal salto di qualità compiuto dalla carta nella seconda metà del XIII secolo, causato dalle innovazioni dei cartai che operano a Fabriano.  Un periodo che il Gasparinetti senza esitazione definisce fabrianese.  Nella Spagna, invece, la carta entra araba e tale resta senza subire mutamenti sostanziali e conseguentemente, battuta dalla concorrenza, si avvia verso l’irreversibile declino del XIV secolo.  In Italia la carta assume caratteristiche proprie, diviene europea, si fa occidentale, sostituisce quella orientale e mantiene per secoli inalterate le sue peculiarità.  È quindi interessante esaminare, per sommi capi, questo processo evolutivo e la dinamica del periodo italico che si colloca tra il XIII e XIV secolo.

 

L’intensificarsi dei traffici e dei commerci nel mare Mediterraneo, dovuto prima alla vitalità dei mercanti arabi e poi al fiorire delle repubbliche marinare italiane, sviluppa i rapporti fra due civiltà, amplia i mercati, intensifica lo scambio dei manufatti e delle merci e quindi anche della carta, accresce la reciproca conoscenza delle rispettive culture e l’apprendimento delle tecniche e degli ultimi ritrovati delle scienze.  Nella società medioevale italiana uno dei primi segni di evoluzione si riscontra nelle pratiche commerciali.  In Italia si forma l’area più monetizzata del mondo.  La duecentesca coniazione delle prime monete d’oro dell’Occidente: il fiorino, il genovino e il ducato esprimono rispettivamente la potenza politica ed economica di Firenze, Genova e Venezia, dando il via, nel XIV secolo, alle monete di conto, alla matematica finanziaria, alla lettera di cambio, all’assegno, alla girata in uso nel secolo XV.  Al di fuori della Sicilia la penetrazione della carta araba in Italia si concentra nell’Amalfitano, a Genova, Venezia, Fabriano.  Delle quattro aree, soltanto l’ultima, benché collocata nell’entroterra marchigiano fra i monti dell’Appennino, svolgerà un ruolo di primo piano nel perfezionamento delle tecniche di lavorazione della carta e nella diffusione del prodotto.

 

L’impatto con la realtà italiana, cioè il passaggio dall’uso alla lavorazione del manufatto nelle aree citate, si vuole indicare come periodo arabo-italico.  È questo in effetti un arco cronologico denso di incertezze che non consentono di stabilire come e quando è introdotta l’arte della carta e di risolvere così il dilemma sul primato delle origini, conteso dalle regioni di antica tradizione cartaria che sono state nominate.  È un passaggio tuttavia lento e graduale dovuto alla sperimentazione di nuove tecniche e all’impiego di strumenti e di materiali non usati dagli Arabi, secondo le diverse e variabili risorse locali e le capacità creative e culturali dell’artigianato indigeno.  Una fase lunga, dai contorni confusi, che si protrae fino alla seconda metà del secolo XIII, epoca durante la quale a Fabriano la carta compie un salto di qualità mai raggiunto, consentendo a quel centro appenninico, già fiorente Comune, di imporsi all’attenzione del mondo commerciale e divenire così uno dei primi insediamenti cartai d’Italia, sicuramente il primo in Europa dove la carta si lavora con tecniche e metodi diversi da quelli fino allora conosciuti.  Al già menzionato documento di Palermo si aggiungono altre testimonianze del periodo arabo-italico, quali il registro notarile dello scriba Giovanni datato 1154 presso l’archivio di Genova, dove si conserva anche il più antico contratto (conosciuto in Europa) di assunzione di manodopera per la lavorazione della carta, risalente all’anno 1235, il Liber Plegiorum tenuto dagli amanuensi del Minor Consiglio della Serenissima datato 1223, ora presso l’Archivio di Stato di Venezia, e i documenti che provano l’attività delle manifatture amalfitane e dell’area campana.

 

Secondo il Gasparinetti il più antico documento su carta italiana è forse un registro bolognese del 1275 oggi giacente nell’Archivio di Stato di quella città, nel quale si conserva un altro codice con filigrana del 1282, che è certamente, come il primo, su carta di Fabriano.  Altri fogli contrassegnati dalla lettera "a" dell’alfabeto minuscolo si ritrovano in due codici cartacei del 1288 degli Archivi comunali di Macerata e di Todi.  "Questi tre archivi – riferisce Augusto Zonghi, fratello dell’illustre filigranologo Aurelio – hanno altri codici cartacei anteriori all’ultimo ventennio del secolo XIII, tutti però mancanti di qualunque traccia di filigrana il cui uso non si può quindi fare risalire ad un’epoca anteriore alla filigrana del codice bolognese del 1282".  A prescindere dal primato temporale, il vero problema storico è stabilire che tipo di carta si lavora fra XII e XIII secolo in queste zone e se si producono carte qualitativamente diverse dalle caratteristiche orientali, anche se sono fabbricate in Occidente.  Dalla consolidata avversione all’uso della carta bambagina per gli atti ufficiali dei notai e delle cancellerie si può ipotizzare che fino alla metà del Duecento il manufatto non doveva aver ancora subito sostanziali miglioramenti che potessero dare garanzie tali da preferirlo o quanto mai utilizzarlo in alternativa alla pergamena.  Una maggiore diffusione della carta e la scomparsa di divieti d’uso si verificano dopo la seconda metà del XIII secolo, quando sono evidenti le diversità del tipo occidentale da quello orientale o meglio – si può dire – quando le carte italiane risultano migliori di quelle arabe.

 

Questa evoluzione qualitativa si riscontra fin dal 1264 in area fabrianese, dove i cartai locali già producono per l’esportazione.  Lo confermano un registro membranaceo dell’Archivio di Matelica nel quale è contabilizzata una partita di carta bambagina acquistata per la cancelleria del Comune e alcuni documenti del secolo XIII nell’Archivio di Camerino e fra questi un frammento cartaceo di catasto del 1264, non filigranato, segnalato ad Augusto Zonghi nel 1911 da Dino Feliciangeli.  Matelica e Camerino nel Medioevo avevano continui rapporti economici e culturali con Fabriano ed è quindi naturale che si rifornissero di carta reperibile in un centro così vicino.  Quindi nel Duecento circola carta con nuovi requisiti qualitativi dovuti all’uso della pila a magli multipli, della colla di gelatina animale, ricavata dagli scarti delle locali concerie, dei segni di filigrana, che sono le tre principali innovazioni introdotte dai cartai fabrianesi dopo la metà di quel secolo.  Il risultato pratico derivante dalla nuova tecnologia, che rivoluziona il mondo cartario consentendo a questo manufatto di divenire la materia scrittoria per eccellenza, è visibile nell’Archivio Storico Comunale di Fabriano dove si conservano fogli filigranati del 1293 e del 1294 con caratteristiche uguali a quelle del codice bolognese del 1282, appartenenti alla raccolta Zonghi delle marche principali delle carte fabrianesi, alla quale l’editore olandese Labarre ha dedicato il terzo volume della sua collana «Monumenta Chartae Papyraceae Historiam Illustrantia».

 

Con questo salto di qualità inizia il periodo italico della storia della carta, mentre si assiste al declino delle manifatture spagnole e dei centri che in Italia avevano iniziato a produrre carta araba prima di Fabriano.  "Lasciamo questi centri italiani primi nati – afferma Calegari – al loro destino che è oscuro.  Stentano e poi cadono tutti, meno uno.  {...}.  Sopravvive invece l’area di produzione fabrianese.  Anche qui le ragioni sono più di una.  Una, sicura, è che la produzione fabrianese ha dalla sua un valido supporto mercantile, quello folignate e perugino che a sua volta è solidamente integrato al nucleo mercantile egemone all’epoca, quello toscano.  {...}.  Non è casuale, se a partire dalla prima metà del Trecento, le carte di Fabriano e di Pioraco compaiono nei più celebri manuali di mercatura.  {...}.  Manuali che confermano tra l’altro il peso dell’esportazione della carta fabrianese nel Mediterraneo occidentale, il ruolo di Talamone come porto di tramite e di Montpellier come centro di smistamento di questa merce; così come del resto aveva segnalato Aurelio Zonghi, quasi un secolo fa, esaminando i libri del mercante fabrianese Lodovico di Ambrogio".  La manifattura fabrianese non solo sopravvive, ma si consolida per le specifiche caratteristiche tecniche, per l’organizzazione delle principali fasi di fabbricazione, per l’impiego di capitali e il controllo dei mezzi di produzione e soprattutto per la maestria degli artigiani addetti al settore.

 

Una maestranza, ricca di esperienza e di grande capacità lavorativa, che aumenta gradatamente anche la sua consistenza numerica e di conseguenza il suo peso economico e politico.  Sono una cinquantina infatti, i cartai operanti nei primi decenni del Trecento e i loro nomi si ricavano dai documenti rinvenuti e studiati da Augusto Zonghi, alcuni dei quali, risalenti al 1283, 1287, 1291, sono contratti trascritti nel protocollo del notaio fabrianese Berretta.  Una realtà manifatturiera in espansione confermata anche dal grande giurista Bartolo da Sassoferrato nel suo noto trattato De insignis et armis e, in età contemporanea, dal Wittek, il quale sostiene che la carta di Fabriano si diffonde in Italia e arriva in Francia, in Germania e nel mondo bizantino.  Da quell’insediamento industriale marchigiano, come per gemmazione, si formano e si sviluppano altri centri cartai in Italia: a Bologna, Pioraco, Foligno, Treviso, Modena, Padova, Colle Val d’Elsa nel XIV secolo e poi, nel Quattrocento, l’espansione in modo particolare nel settentrione: Piemonte, Lombardia, Liguria, Veneto, ma anche al centro: in Toscana, nelle Marche, in Abruzzo.  Un fiorire di imprese e di iniziative produttive e commerciali tali da indurre la Basanoff ad affermare che per duecento anni almeno l’Italia domina il mercato della carta, sostituendosi, nell’approvvigionamento dell’Europa, alla Spagna e a Damasco.

 

Tutte queste aree per diversi e per lunghi periodi sono grandi produttrici di carta, alcune anche con caratteristiche proprie, ma è ormai accertato che, nell’arco temporale dal Tre al Quattrocento, la mobilità della manodopera specializzata proveniente da Fabriano è prevalente.  Si può intravedere nella diaspora storica degli artigiani fabrianesi, che vanno – o per intraprendenza o per chiamata – ad impiantare nuove cartiere o a lavorare altrove, portandosi dietro il prezioso bagaglio di una tecnologia avanzata, una sorta di "know how" ante litteram che imprime alla manifattura cartaria italiana una dinamica eccezionale e tale da portarla a svolgere un contributo fondamentale nell’opera di diffusione della carta in tutta Europa, mentre sempre a Fabriano, nello stesso periodo si contano quaranta cartiere che mediamente producono circa 250.000 chili di carta all’anno destinati ai mercati italiani ed europei conquistati, con una merce che non teme ancora la concorrenza, da validi e bene introdotti operatori commerciali.  Alcuni di questi si identificano con la figura del mercante-imprenditore, anticipatore, per certi versi, del mondo proto-industriale dei secoli successivi.  È appena il caso di ricordare con Sabbatini che "il ruolo del capitale mercantile è, in molti casi, rilevante sia per quanto concerne l’investimento fisso per la costruzione dell’impianto sia – e più spesso – per il non indifferente capitale circolante necessario ad una buona gestione della cartiera".

 

Tanto per fare un esempio, lungo la Senna sorgono, con il parziale impiego di capitali italiani, alcuni insediamenti cartai che riforniscono Parigi, dove giunge anche carta prodotta in Italia proveniente dalle città di fiera della Champagne.  Del resto anche gli storici francesi, fra i quali Henri Alibaux, riconoscono che l’arte di fabbricare carta è passata dall’Italia alla Francia, probabilmente facilitata dal prolungato soggiorno dei papi ad Avignone, dove confluiscono arte, cultura e attività commerciali italiane.  Secondo il tedesco Renker la prima fabbrica di carta a Norimberga si deve ad un certo Stromer che nel 1370 si serve della collaborazione di due tecnici provenienti dalla Lombardia, ma di origine marchigiana.  Più tardi, nel 1440, a Basilea i fratelli Galliziani aprono la prima cartiera svizzera.  Giovanna Derenzini, a proposito dell’impiego della carta occidentale, in relazione ai manoscritti greci del XIII e XIV secolo, giunge a dimostrare che nel Trecento quella materia scrittoria è prevalentemente prima fabrianese e poi sicuramente italiana.  Del resto i luoghi di provenienza si possono identificare osservando attentamente le caratteristiche merceologiche, le quantità e le varietà prodotte, la filigrana dei fogli e ricostruendo i traffici commerciali.  L’insigne paleografa aggiunge che la carta occidentale, in particolare quella italiana, per la sua affidabilità e diffusione, crea un effetto moltiplicatore delle occasioni di scrittura nella produzione dei manoscritti tradizionali (sacri e profani) e nel XIV secolo sostituisce definitivamente la pergamena per la scrittura dei manoscritti greci, come si può riscontrare in quelli conservati presso le biblioteche italiane, inglesi e del Vaticano.

 

Il segno di filigrana italiano dell’aquila aureolata è riprodotto su carta che circola in Spagna, Svizzera, Olanda e Belgio.  Ma questo simbolo , usato anche dai cartai fabrianesi nei secoli XIV e XV, è riscontrabile nella collezione Zonghi.  Infine il segno dell’ancora, anch’esso italiano, si rintraccia nei primi incunaboli parigini e poi nei libri stampati a Magonza e a Colonia.  Un altro merito assegnato ai maestri cartai italiani è quel di aver tentato per la prima volta l’unificazione dei formati della carta incidendoli su una lastra di marmo ora conservata presso il Museo Civico di Bologna.  Le dimensioni, stabilite dagli statuti bolognesi del 1389, che regolano la fabbricazione della carta, si riferiscono ai quattro tradizionali prototipi denominati, a partire dal più grande, imperiale, reale, mezzana e tagliata.  Gli esempi, che potrebbero continuare, sono abbastanza eloquenti per afferrare la portata del contributo italiano allo sviluppo dell'industria cartaria europea.  Febvre e Martin, nel saggio L’apparition du livre (stampato in Italia da Laterza nel 1985, a cura di Armando Petrucci con il titolo La nascita del Libro), fanno notare che "quando la stampa conquista l’Occidente, l’Europa si copre di cartiere".  A questo proposito si dovrebbe approfondire meglio e confrontare la distribuzione geografica delle gualchiere nella seconda metà del Quattrocento e i primi decenni del Cinquecento in Italia, in altri Paesi europei e, in modo particolare, in Francia, per stabilire quanto abbia inciso il prodotto italiano nello sviluppo della tipografia e dell’industria del libro a stampa.  Comunque già ci sono sufficienti elementi e riferimenti bibliografici per ribadire, con i due storici francesi, che "l’industria cartaria europea sorge in Italia e si diffonde in Europa soprattutto dall’Italia".

 

Precedentemente pubblicato in P. Lai, A. M. Menichelli (a cura di), Prima edizione a stampa della Divina Commedia. Studi I, Foligno, Comune di Foligno, 1994.

 

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