LA CULLA DELLA CARTA IN EUROPA

 

Giancarlo Castagnari

 

Non è una figura araldica o una figura derivata dalla mitologia o dall’agiologia.  È una figura antropica quella che contrassegna lo stemma di Fabriano; è un fabbro, simbolo del lavoro nella pace.  È accertato che già nel XIII secolo il sigillo comunale rappresenta un artiere con il martello nella mano destra e le tenaglie nella sinistra intento a battere il ferro sull’incudine.  La leggenda vuole che quel fabbro si chiami mastro Marino, il laborioso artigiano che con la sua saggezza riesce a pacificare gli abitanti dei due minuscoli castelli dai quali ha origine Fabriano.  Il toponimo però non deriva dall’immagine impressa nello stemma comunale, ma dall’aggettivazione del gentilizio romano Faberius, indicante il proprietario di un fondo sul quale i profughi dei municipi romani di Attidium e Tuficum si insediano dopo aver subito le devastazioni delle orde barbariche, in un’epoca che sta fra l’invasione gotica di Alarico e la discesa dei Longobardi in Italia.  Non c’è dubbio che l’attività più antica è legata al mestiere del fabbro-ferraio.  Nella seconda metà del Duecento l’Arte dei fabbri dispone di 38 fucine situate nel lato Nord della piazza mercatale (oggi piazza Garibaldi) sulla sponda destra del fiume Castellano (che poi prese il nome di Giano), famose per la produzione delle molle da fuoco o tenaglie a massello, dette comunemente "chiappe".  Dalle primitive attività artigianali della Comunanza di castello si passa alla più solida e articolata economia promossa dall’organizzazione corporativa delle 12 Arti, elencate in un documento del 1278, conservato presso l’Archivio Storico Comunale.  Da decenni infatti nella comunità fabrianese erano mutati i rapporti di forza.  Il ceto imprenditoriale, dinamico e intraprendente, guidato dai gruppi intellettualmente più evoluti e più attivi (giudici, notai, mercanti, lanaioli), dopo aver conteso apertamente il potere ai nobili e agli antichi piccoli ma potenti feudatari dei castelli rurali che reggono il Comune aristocratico, aveva preso il sopravvento sostituendosi alla primitiva classe egemone.

 

Il mutamento di regime dà risultati positivi.  Il Comune amplia la sua giurisdizione, conquista le terre del contado, stringe alleanze con i Comuni vicini, stipula trattati di commercio.  La città prevale sulla campagna; si costruiscono nuove mura di cinta; si innalzano edifici pubblici e privati, fra i quali nel 1255 l’imponente palazzo del popolo (poi del podestà); le acque del fiume sono sfruttate come fonte di energia dalle gualchiere (le antiche cartiere) che sorgono lungo le sponde.  La piazza mercatale, collegata per mezzo di piccoli ponti al Borgo S. Nicolò, sorto sulla riva sinistra del Giano, è il centro delle maggiori attività produttive ed economiche da cui si diparte un’ampia area destinata ad ingrandirsi per accogliere, nei secoli XIV e XV, l’antica zona industriale. Molini, fornaci per laterizi e cartiere sorgono fuori le mura; all’interno della città si insediano le concerie, le tintorie, le botteghe dei merciai, gli opifici dei lanaioli.  Verso la fine del Duecento l’agglomerato urbano si estende fino ai borghi sorti alla periferia del centro storico fortificato come nuclei abitativi del ceto operaio promossi e incentivati dal massiccio fenomeno dell'inurbamento, assecondato dalla politica espansionistica del Comune.  Nasce la ripartizione per quartiere come supporto territoriale del tradizionale assetto urbano suddiviso in quattro grandi circoscrizioni: ad Est il quartiere di S. Biagio; a Nord il quartiere più antico, quello di Castelvecchio (già castello) con il borgo S. Nicolò; a Ovest il quartiere Poggio o Poio (un tempo castello antagonista di Castelvecchio) con i borghi del Piano e della Portella; infine quello di S. Giovanni (detto anche di S. Venanzo) a Sud.

 

In questo contesto socio-economico-urbanistico sono gli artigiani-imprenditori che con la loro abilità creativa favoriscono la crescita qualitativa e quantitativa della produzione manifatturiera e le innovazioni tecnologiche.  Sono i lanaioli che, apprese – non si sa come, quando e da chi – le tecniche arabe, fabbricano la carta ricavata dagli stracci di canapa e lino e danno inizio all’attività produttiva che da sette secoli ininterrottamente caratterizza la storia e l’economia locali.  Fabriano fra Tre e Quattrocento è il principale centro cartario europeo, la città della carta per antonomasia.  Ai primi cartai fabrianesi della seconda metà del XIII secolo si debbono infatti alcune importanti innovazioni: l’impiego della pila idraulica a magli multipli per battere gli stracci, da cui si ricava la pasta da carta, sostituendo cosi il pestone di legno azionato a mano; la colla di "carniccio" o colla animale, con la quale si elimina l’inconveniente del deterioramento dei fogli dovuto al collaggio con amido di frumento; la filigranatura dei fogli che, osservati controluce (speratura), lasciano intravedere i segni, inizialmente usati per riprodurre il marchio dei diversi fabbricanti di carta.  L’uso, fin dal 1293, di fogli prodotti dalle locali gualchiere e contrassegnati da primitive filigrane, conferma la presenza di esperti cartai, già da tempo padroni del proprio mestiere e lascia supporre che i Fabrianesi apprendono le tecniche cartarie all’inizio del XIII secolo, ma forse anche prima.

 

Successivamente il progressivo sviluppo della famosa industria è segnato anche dalla comparsa ufficiale nel 1326 della corporazione dei cartai, istituzione che insieme alle Arti preesistenti partecipa al governo comunale con l’alterna elezione al priorato dei propri rappresentanti.  Interessanti testimonianze confermano l’espansione dei commerci della carta nel Trecento.  Il facoltoso mercante Lodovico di Ambrogio di Bonaventura, di cui a Fabriano si conservano i preziosi registri contabili, durante la sua attività, dal 1363 al 1414, annovera, fra i suoi numerosi clienti, committenti da Ancona, Fano, Rimini, Venezia, Perugia, Spoleto, Città di Castello, Firenze, Pisa, Siena, Lucca.  A Talamone imbarca la pregiata mercanzia per la Francia e la Spagna.  Alla fine del Trecento a Fabriano si producono 48.000 risme di carta all’anno, pari a 9.600.000 fogli.  All’inizio del XV secolo la produzione annua di carta raggiunge i 250.000 chilogrammi.  Alla fine del Quattrocento i più grandi tipografi come Aldo Manuzio usano carta di Fabriano per le loro edizioni pregiate.  Le più ricche e nobili famiglie come i Fidismidi di parte Guelfa e i Chiavelli, Ghibellini, favoriscono lo sviluppo dell’arte cartaria con l’acquisto di gualchiere che gestiscono direttamente o concedono in affitto ai propri protetti, ben sapendo di ricavare sicuri profitti e mirando ad avere il controllo delle attività industriali e a monopolizzare il potere economico per conquistare la posizione egemonica che occupa la borghesia artigiana e mercantile.

 

Nella contesa, fra nobili di origine feudale, i Chiavelli hanno la meglio e divengono gli unici incontrastati signori di Fabriano con il vicariato apostolico concesso dal papa Urbano VI.  L’avvento del regime chiavellesco è l’epilogo del processo di logoramento consumato ai danni del regime fondato sulle Arti.  Un processo determinato da cause esterne ed interne di ordine politico, economico e sociale che viene facilmente gestito dalla più potente famiglia fabrianese.  I Chiavelli dominano Fabriano fino al 1435, anno che segna la loro fine anche fisica.  Dall’avversione mai sopita alla signoria nasce nel mondo delle Arti, esautorato e politicamente emarginato dai Chiavelli, l’idea della congiura che si manifesta con il feroce eccidio di tutti i maschi della famiglia dominante, consumato il 26 maggio nella chiesa di S. Venanzo.  Ritornata al potere la borghesia, Fabriano è di nuovo retta dalle Arti e dalle Corporazioni dei mestieri e chiede la protezione di Francesco Sforza, che accetta ben volentieri la sottomissione del potente Comune.  A Fabriano però, quando la situazione economica è rigogliosa e si intravedono gli effetti di una crescita culturale, il processo evolutivo, dovuto alla politica dei Chiavelli, si interrompe bruscamente: la corte dei signori è messa a ferro e fuoco, lo Sforza per nove anni attinge alle appetitose ricchezze dei Fabrianesi opprimendoli con i tributi.  È l’inizio di una irreversibile battuta di arresto da cui prendono origine i secoli del declino.

 

L’Arte della carta nel Seicento risente i sintomi della recessione economica generale.  Nel Settecento sono tre le cartiere in attività, ormai ridotte alla sopravvivenza a causa del mancato aggiornamento delle tecniche di lavorazione che non consentono di immettere nel mercato prodotti competitivi.  Alla fine del XVIII secolo Pietro Miliani con la sua intelligente intraprendenza salva da sicura rovina l’industria cartaria fabrianese portando la produzione a così alti livelli qualitativi e di competitività da recuperare, nel giro di pochi anni, i mercati italiani ed internazionali.  Nella sua vasta clientela figurano anche famosi tipografi e disegnatori, come Bodoni e Rosaspina, con i quali è in assidua amichevole corrispondenza.  Con la ripresa, ad opera delle qualificate e laboriose maestranze guidate e dirette dai discendenti del Miliani, l’attività industriale è destinata a crescere e prosperare.  A cavallo dei secoli XIX e XX Giambattista Miliani, leader dell’imprenditoria locale, stimato per le sue doti manageriali e per la sua elevata cultura, uomo politico di statura nazionale, ministro dell’agricoltura nel 1917, fonda quell’industria cartaria che, fino al secondo dopoguerra, può considerarsi l’unico settore dinamico dell’economia fabrianese.  Un’industria specializzata che riesce a sviluppare bene grazie alla qualità del prodotto, all’alta professionalità delle maestranze e dei dirigenti, nonostante i sussulti degli eventi bellici, i cambiamenti di regime, l’apertura dei mercati, la concorrenza.

 

Oggi le Cartiere Miliani S.p.A., eredi di una tradizione plurisecolare, con i suoi mille dipendenti e con i quattro stabilimenti sono conosciute ovunque per i modernissimi impianti e per l’alto livello qualitativo dei prodotti, fra i quali primeggiano le carte filigranate da avvalorare per banconote e titoli.  Nello stemma di Fabriano si legge: Faber in amne cudit.  Olim cartam undique fudit (Il fabbro batte presso il fiume.  Una volta la carta si diffuse ovunque); la continuità della tradizione suggerirebbe di sostituire olim con un semper.  Di questa tradizione si fa portavoce il Museo della carta e della filigrana, istituito dal Comune e dalle Cartiere nel complesso monumentale dell'ex convento di S. Domenico, opportunamente restaurato.  In questo Museo insolito, ma vivo, si può assistere alla fabbricazione del foglio di carta eseguita con le tecniche in uso nel Medioevo.  Nelle altre sezioni museali sono esposti le filigrane (sulle quali si danno ragguagli per conoscerne le fasi di lavorazione), i documenti con le schede tematiche che illustrano il viaggio storico della carta e lo sviluppo di questa nobile Arte nella "terra" di Fabriano.  Sussidi audiovisivi permettono a tutti di approfondire la conoscenza di un’attività produttiva che dal Duecento continua ad essere esercitata nella stessa città, conosciuta e famosa, per questa peculiarità, in tutto il mondo.

 

Precedentemente pubblicato in Rivista del gruppo Italgas, n. 4, Torino, 1988.