L’ARTE DELLA CARTA NEL SECOLO DI FEDERICO II

 

Giancarlo Castagnari

 

Nell’età federiciana, che senz’altro va oltre la metà del secolo XIII definito anche il secolo di Federico II, sono evidenti gli effetti dell'incontro fra le civiltà orientale e occidentale.  Infatti nelle aree europee, bagnate dal Mediterraneo si accentuano gli influssi della cultura araba nella filosofia, nelle scienze e nelle tecniche al cui fascino non si sottraggono lo stesso Federico e la sua corte di Palermo.  "Questi rapporti – secondo Le Goff – permettono all’Europa occidentale, che sa assimilarli, adattarli, ricrearli e trovare in se stessa altre risorse, di realizzare lo straordinario sviluppo che nel Medioevo le permette di superare la potenza e di eguagliare la civiltà delle grandi aree politico-culturali cinese, indiana, musulmana e bizantina" (1).  I segni di quella acculturazione sono evidenti anche nella produzione e diffusione della carta che gli Arabi perfezionano migliorando le tecniche di fabbricazione apprese dai Cinesi nell’VIII secolo.  È rilevante il fatto che agli inizi del Duecento la carta araba da Jativa e Capellades viene esportata in Sicilia che, a sua volta, già importava a Palermo il manufatto uscito dai mulini tunisini.  È questa in effetti l’epoca che gli storici identificano con il periodo arabo-italico, il cui inizio risale al XII secolo, di poco posteriore al periodo arabo-spagnolo (2).  Nelle due penisole europee per lungo tempo la carta si lavora soltanto con le tecniche e i metodi introdotti dagli Arabi.  In Italia però accade qualcosa che non ha riscontro nella Spagna e in nessuna altra area musulmana, si compie una evoluzione tecnologica che apre il cosiddetto periodo italico caratterizzato dal salto di qualità compiuto dalla carta nella seconda metà del XIII secolo, causato dalle innovazioni apportate dai cartai che operano a Fabriano.  In Italia ossia la carta assume caratteristiche proprie, diviene europea, si fa occidentale, sostituisce quella orientale e mantiene per secoli la sua peculiarità (3).

 

Al di fuori della Sicilia la penetrazione della carta araba in Italia si concentra nell’Amalfitano, a Genova, Venezia, Fabriano.  Delle quattro aree, soltanto l’ultima, benché collocata nell’entroterra marchigiano fra i monti dell’Appennino, svolgerà un ruolo di primo piano nel perfezionamento delle tecniche di lavorazione della carta e nella diffusione del prodotto.  Nei primi decenni del Duecento, ma anche prima, si usa e si commercia carta araba proveniente dal Medio Oriente e dalle coste dell’Africa Settentrionale, poi si comincia anche a fabbricare carta nelle aree che sono state citate.  Alcuni significativi documenti lo provano.  Basta ricordare il Lìber Plegiorum tenuto dagli amanuensi del Minor Consiglio della Serenissima datato 1222-1223; il registro notarile dello scriba Giovanni del 1154 presso l’Archivio di Genova, dove si conserva anche il più antico contratto (conosciuto in Europa) di assunzione di manodopera per la lavorazione della carta risalente all'anno 1235.  Nell’Archivio di Stato di Firenze si conservano i libri delle deliberazioni del Comune di Sangemignano la cui serie inizia dal 1221.  I registri delle "Provvisioni" di Siena del 1248 e il primo libro delle spese di Bicherna del 1226, dove si annotano acquisti di carta "prò Comuni", sono reperibili presso l’Archivio di Stato di Siena. In quello comunale di Volterra si trova un Liber Consiliariorum del 1246 appartenuto al Comune di Montevoltraio.  Atti notarili di quell’epoca si rintracciano nell’Archivio di Palermo.  Sono del 1259 le minute del notaio Giacomo Nabisso, depositate nell’Archivio di Udine.  Il filigranologo Charles Morse Briquet, in un suo saggio del 1894 pubblicato dalla "Revue des Biblioteques", ricorda che gli Statuti di Bologna, dal 1245 al 1267, parlano di carta bambagina.

 

Nelle cancellerie dell'Italia meridionale è attestato l’uso di quella materia scrittoria (4).  Anzi Federico II si serve di carta proveniente dalla Siria, dalla Spagna o fabbricata in Sicilia.  In quell’isola – riferisce Cesare Paoli – "la carta adoperavasi largamente negli atti ufficiali e nei privati; tanto largamente, che parve un abuso a Federico II imperatore, il quale nel 1231 prescrisse che tutti i pubblici documenti fossero d’allora in poi scritti in pergamena; e che quelli scritti in carta (cartae bambacinae, cartae papyri), salvo le ricevute, non facessero più prova in giudizio né fuori.  Il quale divieto, fondato sul sospetto della poca durevolezza della nuova materia scrittoria, non impedì che la stessa cancelleria regia se ne servisse per mandati, lettere e altri documenti.  E anche dice l’Amari che la carta commerciavasi in Sicilia a basso prezzo, onde è disposto a credere piuttosto a fabbricazione indigena, che ad importazione dalla Spagna o dall’Oriente"(5).  La norma, alla quale si riferisce il Paoli, è riportata nel Libro I, titolo LXXX, De instrumentis conficiendis delle Constitutiones Regni Siciliae edite a Napoli nel 1786 a cura di Gaetano Carcani, ristampata anastaticamente dalla Sicania di Messina (6).  In questo caso si fa preciso riferimento alla città di Napoli, al ducato di Amalfi, a Sorrento a alle zone limitrofe a questi centri della Campania. Federico con il suo provvedimento, riferendosi in particolare a due fondamentali elementi dei pubblici atti: la scrittura e la materia scrittoria, vuole assicurare la leggibilità e la conservazione nel tempo dei documenti.  Le sue precauzioni sono dettate dallo scarso affidamento attribuito alla carta, usata dai notai imperiali e dalla cancelleria regia.  Una conoscenza diretta che lo induce a istituzionalizzare la pergamena come supporto obbligatorio per le pubbliche scritture: "volumus et sancimus ut [...] instrumenta publica, et aliae similes cautiones, nonnisi in pergamenis in posterum conscribantur".  Le memorie scritte aventi valore legale non possono correre il pericolo di andare distrutte: "destructionis periculo non succumbant".  Altri divieti simili a quello federiciano sono contemplati nelle legislazioni comunali dell'epoca.  È il caso dello statuto di Padova che sancisce: "instrumentum factum in carta bambacina non valeat nec fides adhibeatur eidem" (7).

 

Dai documenti esistenti e dai divieti ai quali si è fatto cenno si ricavano prove sufficienti per stabilire che nella prima metà del XIII secolo la carta in Italia è abbastanza diffusa e che il suo commercio e la sua produzione sono fiorenti.  Però quei divieti presumono l’utilizzazione di carta araba o fabbricata con le tecniche arabe ossia con l’impiego di colle derivate da sostanze amidacee (farina di frumento o di grano saraceno) con le quali venivano trattati i fogli al termine della lavorazione per renderli adatti alla scrittura, quindi impermeabili agli inchiostri.  Un trattamento che, indipendentemente dalla qualità della materia prima (quasi sempre stracci di canapa e lino trasformati in pasta da carta o pisto ossia ridotti a fibra elementare con il prolungato battere in un mortaio di pietra azionando a mano il pestone di legno), favorisce il deterioramento dei fogli di carta in tempi brevi in quanto offre un terreno favorevole allo sviluppo dei microrganismi.  Non va inoltre ignorata la diffidenza e spesso la repulsione del mondo cristiano per i prodotti provenienti dai paesi arabi e per quelli fabbricati dagli ebrei.  Tuttavia l’intensificarsi dei traffici e dei commerci nel Mediterraneo, dovuto prima alla vitalità dei mercanti arabi e poi al fiorire delle repubbliche marinare italiane, sviluppa i rapporti fra la civiltà orientale e quella occidentale, amplia i mercati, intensifica lo scambio dei manufatti e delle merci e quindi anche della carta, accresce la reciproca conoscenza delle rispettive culture e l’apprendimento delle tecniche e degli ultimi ritrovati delle scienze.  Federico II, non a caso soprannominato il sultano battezzato, con le sue raffinatezze, le sue conoscenze, le sue contraddizioni, le sue riforme, è l’espressione personificata e viva di questa acculturazione.  L’agricoltura, l’industria, il commercio, le scienze sono protetti e incoraggiati.  A Napoli sorge l’università o studio universale di tutte le scienze.  In Sicilia, naturale punto di incontro delle civiltà greco-bizantina, latina, araba, normanna, fiorisce la famosa scuola poetica e Palermo diviene un famoso centro di cultura e di vita intellettuale, che precorre il Rinascimento.

 

Le Goff ricorda che nel XIII secolo, "dal punto di vista delle fonti energetiche, il fenomeno fondamentale è la grande diffusione del mulino ad acqua, in campagna come in città, e delle sue applicazioni per uso industriale (per la lavorazione del ferro, dei pellami, della birra, della carta, per follare ecc.)" (8).  Per quanto riguarda l’arte della carta, il periodo arabo-italico che si protrae oltre la prima metà del secolo XIII, segna un arco cronologico denso di incertezze che non consentono di stabilire con precisione come e quando nelle principali aree di insediamento viene introdotta quella manifattura e di risolvere così il dilemma sul primato delle origini, conteso dalle regioni di antica tradizione cartaria: Campania, Liguria, Veneto, Marche.  Il periodo è caratterizzato da un passaggio lento e graduale dovuto alla sperimentazione di nuove tecniche e all’impiego di strumenti e di materiali non usati dagli Arabi, secondo le diverse e variabili risorse locali e le capacità creative e culturali dell’artigianato indigeno.  Una fase lunga, dai contorni confusi, un’epoca durante la quale nelle Marche, a Fabriano, la carta compie un salto di qualità, consentendo a quel centro appenninico, già fiorente Comune, di imporsi al mondo commerciale e divenire così uno dei più importanti insediamenti cartai d’Italia, sicuramente il primo dove si incomincia a lavorare la carta con tecniche e metodi diversi da quelli fino allora conosciuti (9).  Del resto i comuni marchigiani negli ultimi decenni del Duecento si distinguono per la loro vitalità, per lo sviluppo economico e delle attività manifatturiere con la conseguente conquista del potere da parte delle Arti o corporazioni dei mestieri.  È il momento durante il quale il popolo diviene soggetto politico a spese della nobiltà feudale che, tuttavia, ancora sopravvive misurandosi con l’insorgente borghesia imprenditrice e mercantile e si accentua la rivalità commerciale tra Venezia e Ancona. Anche se i contrasti fra Papato e Impero producono incertezze e instabilità politica, nelle Marche, durante il secolo di Federico, i Comuni, forti della loro autonomia, sono in realtà i veri protagonisti della storia.

 

La preferenza per le carte fabrianesi si deve alla migliore qualità ottenuta principalmente con la raffinata ed omogenea preparazione della pasta preparata con l’impiego delle pile a magli multipli, mediante lo sfruttamento dell’energia idraulica e con la nuova tecnica di trattare i fogli con colla di gelatina animale, ricavata dagli scarti delle locali concerie, sostituendo così le sostanze amidacee, utilizzate dagli Arabi; sostanze che non garantiscono una lunga conservazione del prodotto e il necessario grado di impermeabilità agli effetti degli inchiostri (10).  La terza innovazione, attribuita ai cartai fabrianesi, è la filigrana in chiaro, denominata signum o segno o marca, visibile guardando il foglio controluce o con l’aiuto del diafanoscopio (11).  Il segno diverrà la peculiarità delle carte europee e la principale distinzione della carta occidentale rispetto a quella orientale e verrà usato all’inizio come un vero e proprio marchio di fabbrica e poi come ornamento che impreziosisce il foglio per distinguere i vari tipi di carta anche in base alla volontà e ai gusti del committente (12).  Le più antiche carte con i segni, ossia i più antichi fogli filigranati fabrianesi, risalgono al 1282 e appartengono ad un codice cartaceo dell’Archivio di Stato di Bologna.  Filigrane del 1288 sono reperibili – secondo Augusto Zonghi – negli archivi di Macerata e di Lodi (13); una del 1291 – la data del documento è stata assegnata dal Vogel – si trova nell’Archivio Storico Comunale di Matelica, altre del 1293 e del 1294 sono esposte nel Museo della carta e della Filigrana di Fabriano e fanno parte della raccolta ordinata negli anni Ottanta del XIX secolo da Aurelio Zonghi, insigne paleografo, filigranologo, bibliotecario, che fu anche vescovo di Jesi. (14)  Questi ultimi esemplari duecenteschi provengono da alcuni fascicoli delle rivendicazioni comunali reperibili nell’Archivio Storico di Fabriano.

 

A partire dagli ultimi decenni del secolo XIII nelle Marche si produce e si usa anche carta fabbricata con le tecniche introdotte dai fabrianesi.  In un registro pergamenaceo del comune di Matelica, datato 1264, si annota l’acquisto di partite di carta ad uso del cancelliere. (15)  Frammenti cartacei del catasto di Camerino dello stesso anno sono conservati nella Sezione dell'Archivio di Stato.  Sempre a Matelica sono reperibili numerosi e importanti documenti cartacei, a partire dal 1268, 1273, 1274, date attribuite ad una serie di atti giudiziari dal Vogel e dal Grimaldi.  Nel Medioevo quei due Comuni hanno continui rapporti economici e culturali con Fabriano, quindi certamente si riforniscono di carta fabbricata nel centro ad essi più vicino.  La circolazione di carta fabrianese in aree marchigiane e in altre regioni italiane dimostra che l’attività manifatturiera del settore è iniziata in epoca remota e comunque molto prima del 1264, e attesta l’evoluzione qualitativa in atto rispetto alle carte coeve e il fiorire del commercio esercitato e animato da intraprendenti mercanti locali. (16)  Frattanto scompaiono i noti e ormai inutili divieti di usare la carta per redigere gli atti pubblici.  La nuova materia scrittoria, infatti, provvista dei requisiti che garantiscono la lunga e sicura conservazione del documento, per praticità, affidamento, minor costo, viene lentamente preferita alla pergamena.  Il salto di qualità, che avviene nelle Marche, dopo la metà del secolo XIII, apre l’era della carta o meglio dà inizio al periodo italico di quell’arte, mentre si assiste al lento declino delle manifatture spagnole e dei centri che in Italia producevano carta araba prima di Fabriano, senza poi riuscire a modificare e migliorare le tecniche acquisite.

 

Nelle Marche avviene il passaggio dalle tecniche arabe a quelle italiane del tutto originali, frutto della abilità dei maestri cartai fabrianesi fondatori di quella manifattura cartaria che Giorgio Pedrocco definisce "una sorta di simbolo delle tradizioni artigianal-industtiali italiane che affondano le loro radici nella prestigiosa età comunale". (17)  A Fabriano si consolida a fine Duecento una realtà manifatturiera che poggia sulle maestranze locali ricche di esperienza e sui capitali di facoltosi mercanti.  Sarà proprio da quell’insediamento artigiano, all’avanguardia per i processi di lavorazione, che partiranno gli stimoli per la formazione e lo sviluppo di altri centri cartai italiani: a Bologna, Pioraco, Foligno, Treviso, Modena, Padova, Colle Val d’Elsa nel XIV secolo e, successivamente, nel Quattrocento, in Piemonte, Lombardia, Liguria, Veneto, ma anche in altre aree del centro Italia: Toscana, Abruzzo, Marche. (18)  Un estendersi e un fiorire di iniziative produttive e commerciali tali da indurre Anna Basanoff ad affermare che almeno per duecento anni l’Italia domina il mercato della carta sostituendosi, nell’approvvigionamento dell’Europa, alla Spagna e a Damasco. (19)  Tutte queste aree per diversi e per lunghi periodi sono grandi produttrici di carta, alcune anche con caratteristiche proprie, ma è ormai storicamente accertato che, nell’arco temporale dalla fine del Duecento al Quattrocento, la mobilità della manodopera specializzata proveniente da Fabriano è prevalente. (20)  Si può intravedere nella diaspora storica dei cartai fabrianesi, che vanno – o per intraprendenza o per chiamata – ad impiantare nuove cartiere o a lavorare altrove, portandosi dietro il prezioso bagaglio di una tecnologia avanzata e innovatrice, una sorta di "know how" che imprime alla manifattura cartaria italiana una dinamica eccezionale e tale da portarla a svolgere un contributo fondamentale nell’opera di diffusione della carta in tutta Europa. (21)

 

Ecco una delle ragioni per cui i due storici francesi Febvre e Martin nel saggio L'apparition du livre, stampato in Italia da Laterza del 1985, a cura di Armando Petrucci, sostengono che "L’industria cartaria europea sorge in Italia e si diffonde in Europa soprattutto dall’Italia". (22)  È vero che i popoli europei, i popoli cristiani sono interamente debitori verso la civiltà araba per l’introduzione dell'uso e delle tecniche di lavorazione della carta, ma è altrettanto vero che la carta ha sostituito tutte le altre materie scrittorie grazie alle innovazioni e alla trasformazione delle tecniche introdotte dai cartai italiani e in modo particolare da quelli fabrianesi.  Tutto ciò è accaduto nel XIII secolo, prendendo le mosse in età federiciana, quando il rinnovamento delle arti e delle tecniche, ma anche quello delle lettere coinvolge la carta che, per essere veicolo di cultura doveva andare incontro alle esigenze e alle necessità di tutti coloro disposti ad usarla, "mentre signoreggiava la pergamena, la cui importanza storica e letteraria" però – per dirla con Cesare Paoli – è destinata a rimanere "esclusivamente medioevale". (23)

 

Precedentemente pubblicato in C. D. Fonseca (a cura di), Federico II e le Marche, Atti del Convegno di Studi (2-4 dicembre 1994), Roma, Edizioni De Luca, 2000.

 

Bibliografia e Note

1. J. Le Goff, L'Europa medievale e il mondo moderno, Roma-Bari, 1994, pp 17-18.

2. Si vedano C. M. Briquet, Le papier arabe au moyen-ages et sa fabrication, Berna,1888; A. Basanoff, Itinerario della carta dall'Oriente all'Occidente e sua diffusione in Europa, Milano, 1965, pp. 19-22; D. Hunter, Papermaking the history and tecnique of on anctent craft. New York 1978; G. R. Cartona (a cura di), Charta. Dal papiro al computer. Milano, 1988; U. Mannucci, Lineamenti di storia della tecnica cartaria da Ts'Ai Lun a Pietro Miliani, in G. Castagnari (a cura di), Miscellanea di storia della carta, Roma 1991, pp. 5-63; G. Castagnari, La diffusione della carta nell'Occidente europeo. Il periodo italico, in P. Lai, A. M. Menichelli (a cura di), Prima edizione a stampa della Divina Commedia. Studi I, Foligno, 1994, PR 39-50.

3. G. Castagnari, La diffusione della carta nell'Occidente europeo, cit., pp. 39-50.

4. "L’uso della carta nelle cancellerie dell’Italia meridionale è attestata sin dalla prima metà del XIII sec.: erano cartacei il registro dell’Imperatore Federico II di Svevia del 1239-1240, i fascicoli e le Arche in carta della cancelleria angioina e i registri di quella aragonese ..." Matteo Camera afferma che "nella Costiera Amalfitana sin dal secolo XIII fabbricavasi carta di cenci detta bambagina di cui facevasene grande spaccio nelle regie curie" e cita un documento del 1289 che parla dell’acquisto di carta pergameni et bombicine effettuata da Giovanni di Aversa, regio capitano del ducato di Amalfi," si veda M. A. Martullo Arpago, Amalfi: Svevi e Angioini. Il periolo arabo-italico, in G. R. Cardona (a cura di), op. cit., p. 94.

5. C. Paoli, La storia Iella carta secondo gli ultimi studi, in "Nuova Antologia", a. XXVIII (1888), Roma, vol. XVIII pp. 297-313.

6. "Consuetudinem, quam olim in aliquibus Regni partibus audivimus obtinere, dilucida constitutione cassantes, decernimus, instrumenta publica, & quaslibet cautiones per litteraturam communen, & legibilem per statutos a nobis Notarios scribi debere. Scribendi modo, qui in Civitate Neapolis, Ducatu Amalfiae, ac Surrenti (atque per eorum pertinentias) hactenus servabatur, omnino sublatur.  Volumus etiam, & sancimus, ut praedicta instrumenta publica, & aliae similes cautiones, nonnisi in pergamenis in posterum conscribantur.  Cum enim eorum fides multis futuris temporibus duratura speretur, iustum esse decernimus, ut ex vetustate forsitan, destructionis periculo non succumbant.  Ex instrumentis in chartis papyri (vel alio modo, quam ut dictum est, scriptis), nisi sint apochae vel antapochae, in judiciis, vel extra judicia, nulla omnino probatio assumatur (Scripturis tantum praeteritis in suo robore duraturis).  Quae tamen in praedictis chartis bombycims sunt redactae scripturae in praedictis locis Neapolis, Amalfiae & Surrenti, infra biennium a die editae sanctionis istius, ad communem litteraturam, legibilem redigantur.  Constitutionum Regni Sialiae libro I. Titolo LXXX. De instrumentis conficiendis. Actum in solemni consistorio Melsiensi, Anno Dominicae incarnationis MCCXXXI. alias, XXXII. mense Augusti, indictionis quartae. Insinuatum vero mense Septembris sequentis, quintae indictionis, Amen".

7. Si veda C. E. Rusconi (a cura di), Carta, Torino-Milano, 1955, p. 30.

8. J. Le Goff, op. cit., p. 19.

9. Si vedano A. Gasparinetti, Carte, cartiere e cartai fabrianesi, in Risorgimento grafico", (1938) n. 9-10, Milano, 1939; G. Castagnari, Le origini dell'arte della carta a Fabriano, in ID (a cura di), Miscellanea di storia della carta, cit., pp. 65-93.

10. Si vedano G. Castagnari, A. Grimaccia, N. Lipparoni, U. Mannucci, L'arte della carta a Fabriano, Fabriano, 1991 (2.a edizione); U. Mannucci, La gualchiera medioevale fabrianese, Fabriano, 1992.

11. Si rimanda alle opere nella nota 9 e si veda anche U. Mannucci, La filigrana nelle applicazioni dei cartai fabrianesi, in G. Castagnari (a cura di), Carta e cartiere nelle Marche e nell'Umbria: dalle manifatture medioevale all' industrializzazione, Ancona, 1993, pp. 292-3 15.

12. Augusto Zonghi, I segni della carta la loro origine e la loro importanza, Fabriano 1911.  Bartolo da Sassoferrato (1314-1357) nel suo Tractatus de insignis et armis, scritto intorno al 1350, cita Fabriano, città produttrice di carte raffinate, e poi aggiunge: "hic quodlibet folium habet suum signum per quod significatur cuius artifici est charta".

13. Augusto Zonghi, op. cit., pp. 19-20.

14. Giuseppe Antonio Vogel (1756-1817), prete alsaziano, insigne studioso e paleografo, ha riordinato l'archivio comunale di Matelica nel 1797.  Per la sua biografia si rimanda a P. Raffaelli, Commentario storico sulla vita e gli scritti del canonico Giuseppe Antonio Vogel, Recanati 1857.  Aurelio Zonghi, Le marche principali delle carte fabrianesi dal 1293 al 1599, Fabriano 1881.  G. Castagnari, Il contributo dei fratelli Zonghi agli studi della Filigranologia, in ID. (a cura di), Produzione e uso delle carte filigranate in Europa (secoli XII1-XX), Fabriano 1997, pp. 63-77.  Si veda anche I. Quagliarmi, Aurelio Zonghi maestro delle scienze ausiliarie della storia, in G. Castagnari (a cura di), Protagonisti della cultura storica fabrianese, Fabriano, 1987, pp. 83-113

15. Archivio Storico Comunale Matelica, tasse, proventi, spese, n. 3, anno 1264 (pergamenaceo).

16. G. Castagnari, N. Lipparoni, Arte e commercio della carta bambagina nei libri dei mercanti fabrianesi tra XIV e XV secolo, in "Atti e memorie" della Deputazione di Storia Patria per le Marche, a. 82 (1982), Ancona, 1989, ristampa dell’estratto a cura del Comune di Fabriano e Museo della Carta e della Filigrana, Fabriano (1989).  Si veda anche N. Lipparoni, Produzione e commercio della carta nel XV secolo. I libri dei "chamboreri" fabrianesi, in G. Castagnari (a cura di), Carta e cartiere, cit., pp. 15-31 e Il ruolo dei mercanti fabrianesi nella commercializzazione della carta e nella organizzazione della attività produttiva tra XIV e XV secolo, in G. Castagnari (a cura di), Contributi italiani alla diffusione della carta in Occidente tra XIV e XV secolo, Roma, 1990, pp. 61-82.

17. G. Pedrocco, Archeologia industriale. I segni e il patrimonio, in G. Pedrocco, P. P. D’attore, Archeologia industriale in Emilia Romagna Marche, Cinisello Balsamo, 1991, p. 14.  Si veda anche A. Gasparinetti, Carte, cartiere, cit.

18. G. Castagnari, La diffusione della carta nell'Occidente europeo, cit., pp. 39-50.

 

19. Cfr. A. Basanoff, Itinerario della carta dall'Oriente all'Occidente, cit., p. 37.

20. M. Calegari, La diffusione della carta da stracci in area fabrianese, aspetti sociali e tecnici, in G. Castagnari (a cura di), Contributi italiani alla diffusione della carta, cit., pp. 17-28.  A. Capponi, Pioraco il paese della carta, Camerino, 1981.  R. Sabbatini, Di bianco Un candida prole. La manifattura della carta in età moderna e il caso toscano, Milano, 1990, dello stesso Autore Tra passato e futuro: l'industria della carta a Lucca, Lucca, 1990.  M. Calegari, La manifattura genovese della carta, sec. XVI-XVIII, Genova, 1981.

21. G. Castagnari, Carta e cartiere: il caso umbro-marchigiano, in ID. (a cura di), Carta e cartiere, cit., pp. 9-14.

22. L. Febvre, H. J. Martin, La nascita del libro, Bari, 1988, p. 13.

23. "Il papiro nell’antichità, la pergamena nel medio evo, la carta nell’età moderna, segnano tre stadi, intorno ai quali può raggrupparsi la storia dell’umana cultura rispetto all’arte dello scrivere: se non che riguardo alla carta bisogna aggiungere che, sebbene apparisca quasi estranea alla civiltà del medio evo cristiano, tuttavia già pure in quei secoli, raccolse direttamente l’eredità del papiro, e parve destinata, come questo nell’antichità, a divenire essa elemento di cultura nell’età nuova; mentre signoreggiava la pergamena, la cui importanza storica e letteraria, salvo poche eccezioni, è quasi esclusivamente medievale". Si veda C. Paoli, op. cit., p. 313.