CARTA E ARTIGIANATO CARTARIO A FABRIANO

Giancarlo Castagnari

 

Le attività manifatturiere che contraddistinguono i Comuni medioevali si possono suddividere in due categorie: quelle che producono per il mercato interno, ossia per il fabbisogno della comunità; quelle che esportano il prodotto finito e hanno rapporti commerciali con altri centri.  Nelle Marche il mercato cartario è dominio incontrastato di Fabriano, dove, dal XIII secolo, si fabbrica la carta «bambagina» destinata all’esportazione.  Questo Comune riesce a produrre notevoli quantitativi di carta pregiata a ritmo continuo. La qualità e la quantità del prodotto sono le due prerogative che per sette secoli perpetuano la tradizione cartaria locale e rendono famoso e ricercato l’artigianato fabrianese.  Si può quindi ribadire, sulla base di recenti studi storici, che Fabriano entra di diritto e con titoli sufficienti in quel gruppo di Comuni medioevali che, tra XIII e XIV secolo, contribuisce alla espansione dell’economia italiana e al suo primato nell’Europa occidentale.  Il Comune di Fabriano raggiunge il suo massimo splendore, tra l’avvento al potere delle Arti e la signoria dei Chiavelli, per non essersi irrigidito nello schematismo dell’ordinamento corporativo e per essere uscito dalla mediocrità di un’economia autarchica, grazie alle capacità manageriali dei suoi maestri artigiani e all’intraprendenza dei suoi mercanti di carta.  Cartai e mercanti, operando uniti, segnano i lineamenti del protocapitalismo e i prodromi dell’associazionismo operaio locale e divengono i protagonisti dell’economia fabrianese, trainata da un settore in espansione che, nei secoli XIV e XV, assume dimensioni e risonanza europee.

 

Un altro aspetto che caratterizza l’artigianato cartario fabrianese è l’innovazione delle tecniche di fabbricazione realizzata con l’impiego di mezzi e di materiali usati dagli Arabi che, quasi certamente, introducono l’arte della carta nell’entroterra marchigiano.  Tuttavia, indipendentemente dalle dispute sui tempi, sui luoghi e sui modi di apprendimento, a Fabriano nel XIII secolo la carta compie un salto di qualità che favorisce la diffusione del prodotto, in Europa e nel bacino mediterraneo, e delle tecniche di fabbricazione usate dai cartai fabrianesi.  Lo sviluppo della nuova attività produttiva è favorita dai fattori ambientali e socio-economici tipici del luogo.  Le acque del fiume Castellano (oggi Giano) sono sfruttate come fonte di energia dalle gualchiere dei lanaioli e dalle fucine dei fabbri dislocate lungo le sponde.  Intensa è l’attività artigianale e notevole quella mercantile sorta con il costituirsi del Comune medioevale intorno al XII secolo.  Non è quindi improbabile che la lavorazione della carta sia iniziata quando la borghesia, già organizzata in corporazioni agli inizi del Duecento, toglie il potere dalle mani dei piccoli e potenti feudatari, provenienti dai castelli del contado, e riesce a sostituirli nel governo comunale.  Le corporazioni delle arti e dei mestieri divengono arbitri delle vita politica nella seconda metà del XIII secolo.  Esse sono organismi istituzionalizzati, con statuti propri, che garantiscono protezione e mutua assistenza ai propri affiliati, obbligati – se vogliono esercitare il mestiere – ad osservare scrupolosamente i regolamenti e le pratiche religiose, ad applicare i prescritti procedimenti tecnici per la lavorazione dei singoli manufatti, di cui si controllano la qualità e la quantità, a rispettare l’orario di lavoro, i prezzi calmierati, i salari, le giornate di chiusura per «le botteghe», le gerarchie interne e infine ad esercitare la professione negli insediamenti produttivi appositamente predisposti.

 

Una delle corporazioni più potenti ed importanti nella Fabriano medioevale è quella dei lanaioli che dai primi decenni del Duecento svolge un ruolo di primo piano nell’economia locale, configurandosi come una delle principali industrie manifatturiere.  Un’arte antica costituita da intraprendenti artigiani che per disponibilità di impianti e di capitali sono in grado di avviare in Fabriano la lavorazione della carta e di esercitare il mestieri di cartaio.  Sono, dunque, questi artigiani che con la loro creatività perfezionano le rudimentali tecniche arabe e fanno di Fabriano la culla della carta in Europa.  L’artigianato cartaio – di cui si hanno tangibili testimonianze nei documenti della seconda metà del XIII secolo, anche se la costituzione dell’autonoma corporazione risale al 1326 – nasce in un Comune evoluto con un’economia in espansione e in condizioni ambientali e sociali che possono favorire lo sviluppo di una nuova attività manifatturiera.  A Fabriano la lavorazione della carta compie un salto di qualità per l’introduzione di nuove tecniche che danno al prodotto inconfondibili connotazioni.  Ai Fabrianesi, infatti, si attribuisce l’applicazione della pila idraulica a magli multipli per ridurre gli stracci di canapa e lino in fibra, eliminando così il mortaio e il pestone di legno azionato a mano.  Questi magli in batteria, mossi dall’acqua per mezzo della ruota, sono una vera rivoluzione tecnica che, oltre ad accelerare la preparazione dello straccio ed aumentare la produttività, consente di ottenere una fibra meglio lavorata e quindi un tipo di carta che si distingue nettamente da quella di fabbricazione araba.

 

Altra innovazione fabrianese di enorme rilevanza è il collaggio della carta con gelatina – ricavata facendo bollire gli scarti delle pelli animali – per eliminare l’uso delle colle amidacee.  Con questo nuovo trattamento nasce la fortuna della carta come mezzo di scrittura o materiale scrittorio, il cui uso era ostacolato e limitato proprio perché gli amidacei offrivano un terreno troppo favorevole allo sviluppo dei microrganismi con la conseguente rapida distruzione del foglio.  La scomparsa di ogni avversione all’uso della carta, subito dopo la metà del secolo XIII, lascia presumere che il prodotto, per robustezza e conservazione, rispondesse a tutti quei requisiti di qualità non forniti dalla carta fabbricata con altri metodi e con altri materiali.  Gli storici concordano nel ritenere che la filigrana sia l’invenzione mediante la quale i fabrianesi sono riusciti a lasciare sul foglio un segno visibile contro luce (speratura del foglio).  Probabilmente si tratta di una scoperta dovuta al caso: un filo metallico, staccatosi dalla superficie di lavorazione della forma, lascia il segno sul foglio e suggerisce l’idea di creare simboli e figure di fantasia.  Anche questa scoperta, per quanto casuale, è dovuta al nuovo tipo di forma usata per fabbricare i fogli dai Fabrianesi, che sostituiscono le esili strisce di legno o di canna con sottilissimi fili metallici.  La forma usata dal cartaio (favorente) diviene così uno strumento perfezionato con il quale si ottiene la feltrazione delle fibre.

 

Dalle primitive filigrane, usate dai cartai come marchio di fabbrica, si passa ai segni più complicati e rifiniti per contraddistinguere i vari tipi di carta e il formato dei fogli o per individuare i diversi committenti o per stabilire i periodi di fabbricazione.  Questi segni (dal XIII al XVI secolo), a volte bizzarri e fantasiosi, in cui domina sempre l’ingenuità artistica degli esecutori, sono collezionati nel secolo scorso dai fratelli Zonghi e poi riprodotti nel 1953 dall'editore olandese Labarre nel terzo volume di Monumenta Chartae Papyraceae Historiam Illustrantia.  Le più antiche filigrane rinvenute a Fabriano contrassegnano fogli in cui sono scritti documenti comunali del 1293.  Sono queste le testimonianze più sicure che confermano l’esistenza a Fabriano di fabbriche di carta (gualchiere) in epoca anteriore a quella data e di un'attività uscita ormai dalla primitiva fase sperimentale, sufficientemente collaudata e quindi in piena espansione.  Del resto che l’uso della carta in età medioevale sia diffuso nella valle dell’Esino lo conferma un registro di spese, conservato presso l’Archivio Storico Comunale di Matelica, che, fra l’altro, riporta i pagamenti per l’acquisto di carta bambagina effettuati nel primo trimestre del 1264 e ripetuti anche nei registri degli anni successivi.  Fra Tre e Quattrocento fioriscono i commerci della carta dei quali si ha notizia dai preziosi registri del facoltoso mercante e proprietario di cartiere fabrianese Lodovico di Ambrogio di Bonaventura che, dal 1363 al 1414, esporta la sua pregiata mercanzia ad Ancona, Fano, Rimini, Venezia, Gubbio, Perugia, Spoleto, Città di Castello, Firenze, Pisa, Siena, Lucca.  In soli tre anni, dal 1364  al 1366, Lodovico spedisce a Talamone 240 balle di carta destinata a raggiungere i mercati francesi e spagnoli.

 

Secondo i conteggi degli esperti, Fabriano all’inizio del XV secolo produce 250.000 chilogrammi all’anno di carta.  Verso la fine del secolo precedente la produzione annuale registra 48.000 risme di carta, pari a 9.600.000 fogli.  Il fatto stesso, che alcune nobili famiglie, come i Fidismidi di parte guelfa e i Chiavelli di parte ghibellina (signori di Fabriano dalla seconda metà del Trecento fino al 1435), favoriscono lo sviluppo dell’arte cartaria con l’acquisto di gualchiere che gestiscono direttamente o concedono in affitto ai propri protetti e sostenitori, prova con quale impegno i Fabrianesi assecondino l’espansione di una manifattura da cui si ricavano sicuri profitti, ma contemporaneamente dimostra che la nobiltà di origine feudale, esercitando il controllo sulle principali attività produttive, mira a monopolizzare il potere economico per riacquistare la posizione egemonica occupata dalla borghesia artigiana e mercantile, organizzata in corporazioni.  Le fonti archivistiche disponibili consentono di ricostruire sommariamente l’assetto istituzionale dell’Arte.  I veri cartai sono i maestri artigiani, proprietari o affittuari di gualchiere, dai quali dipendono lavoranti e apprendisti.  La preziosa e raffinata opera dei maestri cartai si limita alla produzione dei fogli.  Alle operazioni di allestimento: satinatura, piegatura, impaccatura, sono addetti i cialandratori, una categoria di artigiani del settore cartario che, con l’utensile denominato cialandro, lisciano la superficie dei fogli nelle loro botteghe quasi sempre separate dalle gualchiere ubicate fuori della cinta muraria lungo gli argini del Giano.

 

Infine i mercanti di carta sono i moderni grossisti, i quali acquistano dai fabbricanti del posto o commettono ad essi gli ordini che ricevono dalla clientela.  A loro volta questi mercanti, per intensificare il ritmo della produzione e per assicurarsi più lauti guadagni, diventano proprietari di cartiere dove impegnano artigiani come salariati dipendenti oppure formano società con fabbricanti di carta.  Nasce cosi l’ibrida figura di mercante-piccolo industriale che riunisce nelle stesse mani tutti i cicli della produzione e della distribuzione: dal reperimento della materia prima – gli stracci, a volte importati da lontano – alla vendita del prodotto finito, di cui viene curata la spedizione e l’immissione nei mercati italiani, europei e mediterranei, anche per il tramite di procuratori o procacciatori di affari che gestiscono «fondachi» nei principali centri di smistamento: Perugia, Fano, Talamone, Venezia, Costantinopoli.  Il primato commerciale di Fabriano tra Tre e Quattrocento si mantiene incontrastato, nonostante le difficoltà dovute all’asperità delle vie di comunicazione e ai disagi per il trasporto che incidono notevolmente sui costi della carta, e alla concorrenza delle cartiere sorte ad opera di maestri cartai fabrianesi in Toscana, in Emilia, nel Veneto, nelle Marche, in Abruzzo o di altre che sono in grado di produrre carta molto simile a quella che esce dalle gualchiere di Fabriano.  Un primato che si prolunga fino ai secoli del declino dovuto alla recessione economica generale e soprattutto – nel Seicento – al mancato aggiornamento delle tecniche di lavorazione che non consentono di immettere sul mercato prodotti competitivi.

 

Quando l’artigianato cartario sembra destinato all’estinzione, Pietro Miliani, alla fine del XVIII secolo, con la sua intelligente intraprendenza riesce a dare nuovo impulso all’antica arte fabrianese, portando la produzione a così alti livelli qualitativi da recuperare, nel giro di pochi anni, i mercati italiani ed internazionali.  Nella sua vasta clientela figurano anche famosi tipografi e disegnatori come Bodoni e Rosaspina con i quali è in assiduo amichevole rapporto epistolare.  Si ritorna così agli antichi splendori che ricordano i tempi in cui la carta di Fabriano è apprezzata dal giurista Bartolo da Sassoferrato, dall’umanista tipografo Aldo Manuzio, dallo scrittore Francesco Maria Grapaldo, dal grande Michelangelo.  Con la ripresa ad opera delle qualificate e laboriose maestranze guidate e dirette dai discendenti del Miliani, l’artigianato si avvia a prendere forma e dimensione industriale. Sarà Giambattista Miliani, leader dell’imprenditoria locale, uomo di statura nazionale, ministro dell’agricoltura nel 1917, che, a cavallo dei secoli XIX e XX, trasforma la sua azienda in una industria moderna.  Attualmente le Cartiere Miliani S.p.A., di cui è azionista di maggioranza il Poligrafico e Zecca dello Stato, con i suoi mille dipendenti sono conosciute ovunque per i modernissimi impianti dei suoi stabilimenti (Fabriano Pioraco e Castelraimondo) e per l’alto livello qualitativo dei prodotti fra i quali primeggiano le carte filigranate da avvalorare per banconote e titoli.  Anche se gli impianti industriali hanno preso il sopravvento, la plurisecolare tradizione della carta lavorata a mano con i sistemi e con la gestualità adottati nel Medioevo si perpetua sia presso le Miliani, sia presso il Museo Comunale della Carta e della Filigrana, allestito nei monumentali locali dell’ex convento di San Domenico a Fabriano.  Tuttora nel reparto «tini» delle rinomate cartiere e nella ricostruita gualchiera del Museo, lavorente e ponitore, i due cartai addetti alla fabbricazione dei fogli, producono carta con la ben nota abilità dei maestri artigiani di 700 anni fa.

 

In realtà i valori di questa cultura materiale sono ancora vivi nelle Marche e particolarmente in area fabrianese.  Qui il cartaio è un operatore specializzato nella fabbricazione a mano del foglio, è un artigianato qualificato capace di usare utensili, strumenti, materiali secondo le tecniche e i metodi di lavorazione praticati nelle gualchiere del Trecento.  Un altro aspetto del pregio artistico di questo artigianato è la filigrana in chiaro-scuro che ha sostituito quella in chiaro realizzata con il ricamo dei segni applicati alla tela della forma.  Verso la fine del Settecento infatti si passa all’uso dei punzoni ottenuti scolpendo l’immagine in positivo sulla superficie di tavolette di legno.  Con apposito martello si esegue la battitura del punzone sulla tela filigranatrice che poi è applicata alla forma.  Nella seconda metà del secolo scorso si abbandona la tecnica del punzone ligneo per altra denominata della «cera perduta», consistente nell’incidere contro luce una lastra di cera.  L’incisore asporta la cera con i bulini e crea piani e tratti più o meno elevati delineando così le sfumature che formano l’immagine da riprodurre.  Completata l’opera, la cera – rivestita di un sottile materiale refrattario – è esposta ad una temperatura di poco superiore a quella di fusione.  La cera liquefatta esce dall’involucro attraverso appositi fori.  Nello spazio lasciato libero dalla cera (tonaca) si immette bronzo fuso che poi raffreddato costituisce il punzone per il trasferimento dell’immagine sulla tela.

 

A partire dai primi anni del Novecento la preparazione dei punzoni si ottiene con il processo elettrochimico di galvanoplastica.  Dall’originale, inciso su cera, per mezzo del bagno galvanico, si ricavano due punzoni (uno positivo e uno negativo) in rame che, a loro volta, servono a trasferire per pressione l’immagine su tela metallica pronta per la lavorazione del foglio.  Le artistiche filigrane in chiaro scuro, che si producono nelle Cartiere Miliani, lasciano intravedere contro luce la riproduzione di capolavori d’arte ottenuta con queste tecniche praticate da artigiani specialisti dell’incisione.  Sono questi ulteriori elementi che confermano l’alto livello professionale degli addetti al settore cartario.  Una conferma per ribadire che l’arte della carta a Fabriano nasce e si sviluppa ad opera dell’organizzazione artigiana dalla quale, in età contemporanea, prende il via l’industrializzazione della zona altoesina e traggono origine le laboriose maestranze che tanta parte hanno avuto ed hanno nella vita sociale ed economica dell’entroterra marchigiano.

 

 

Precedentemente pubblicato in E. Sori (a cura di), L'artigianato nelle Marche storia e tendenza, Ripatransone, Ed. Maroni, 1989.