LA STORIA INFINITA

 

Alessandra Mannucci

 

Alla presentazione dei nuovi programmi per il biennio della Scuola Secondaria Superiore, il senso di tutti i commenti è stato "speriamo che questa sia la volta buona".  E speriamo proprio che sia così, non perché i programmi siano il meglio possibile, ma perché potrebbero essere il segno che è stata imboccata una strada per portare la scuola italiana verso un cambiamento significativo (non si può parlare comunque di riforma).  Il condizionale è d’obbligo, perché non sembra che dietro a certe innovazioni "formali" ci sia una vera mentalità riformatrice.

 

La storia della riforma della Scuola S.S. sarebbe un buon canovaccio per LA STORIA INFINITA n. 3.  Ricordo seminari, collettivi, tavole rotonde, che fin dagli anni ‘70 si tenevano su biennio unico, indirizzi, area comune, aree opzionali, biennio propedeutico e biennio terminale, scuola secondaria professionalizzante, semi-professionalizzante, niente affatto professionalizzante, onnicomprensiva, differenziata ...  In tutti i convegni, in tutte le discussioni si cercava, si chiedeva che la scuola italiana si adeguasse alla realtà, ormai decisamente cambiata nei fatti, e alle scuole europee che da anni avevano sperimentato nuovi ordinamenti didattici.  Con il D.D. 419/74 fu possibile ai Collegi dei Docenti proporre soluzioni nuove sia sul piano metodologico didattico, sia su quello strutturale e provare bienni con area comune ed aree opzionali e trienni con area comune ed aree di indirizzo; o provare innovazioni disciplinari nell’ambito di ordinamenti istituzionali.  La maggior parte di quelle Sperimentazioni è ancora in atto, affiancate da altre, proposte dallo stesso Ministero, soprattutto dalle Direzioni tecniche.  Di queste energie, di queste esperienze che cosa è "passato" nei quadri orari del biennio e nei nuovi programmi?

 

Il "progetto Falcucci" sembrò il primo tentativo concreto di cambiare, di unificare in un biennio comune tutti gli indirizzi scolastici superando, o meglio aggirando, gli ostacoli che una riforma globale aveva trovato e trova ancora.  I programmi Falcucci ebbero il merito di riaprire fra gli insegnanti un dibattito (magari attraverso critiche a volte feroci, a volte costruttive) che si era affievolito: o si seguiva a distanza il dibattito politico, culturale che si svolgeva nelle Associazioni professionali, nelle Associazioni sindacali, nel COASSI, nei Coordinamenti, aspettando una soluzione definita se non definitiva, oppure si lavorava nelle varie Sperimentazioni maxi, mini, o metodologico didattiche attuando una miniriforma "ristretta" che in assenza di ordinamenti più adeguati poteva appagare se non gratificare.  Nel 1988 con un D.M. (12/1/88) il Ministero nominò una Commissione (43 membri) per la revisione dei programmi del biennio della S.S.S.  La Commissione articolò i suoi lavori attraverso un Comitato Ristretto (8 membri) che fece una ricognizione dell’esistente relativa ai bienni ed avanzò proposte su varie questioni tra cui quella della struttura complessiva di un biennio unitario, del quadro orario e delle discipline che dovevano essere presenti in questo quadro.

 

Sulla base delle proposte il Ministero istituì dei gruppi di lavoro di "tecnici" che dovevano dare contributi specifici non dal punto di vista politico- culturale ma contenutistico e metodologico-didattico: in questi gruppi oltre ad ispettori centrali e periferici e docenti universitari, furono convocati anche docenti di scuola secondaria superiore.  Ai gruppi fu chiesto di elaborare programmi disciplinari, dopo averne definito gli obiettivi e le finalità, senza tuttavia che né la Commissione né il Comitato Ristretto avessero chiarito (forse perché non lo avevano chiaro neppure loro, oppure perché non era stato dato loro mandato neppure consultivo in tal senso, perché di competenza parlamentare) il progetto educativo in cui inquadrare il lavoro di revisione dei programmi: comunque, i programmi avrebbero dovuto essere non l’atto iniziale, ma l’atto conclusivo di questo progetto.  (iter riassuntivo su NATURALMENTE, anno 1, n. 3/88, G. Fucci).

 

L’ANISN, nelle cui sezioni il problema era sentito e il dibattito piuttosto vivace, nel 1983 (Convegno di Verona del 29/11 e di Roma del 18/12) istituì una Commissione interregionale che lavorò a varie riprese all'elaborazione dei programmi di Scienze Naturali per il biennio in un ipotetico quadro di area comune e propose un monte-ore congruo a sviluppare coerentemente i contenuti attraverso un’attività sperimentale di laboratorio.  Quei programmi (pubblicati sul Notiziario n. 4 del gennaio ‘87) furono approvati dall’assemblea dei soci durante il Simposio di Roma del dicembre 1986 e in tale occasione presentati all’ispettore Caruso, presente in rappresentanza del M.P.I.; i programmi riscossero consensi pubblici nel progetto Falcucci, seppure suscettibili di modifiche in quanto troppo ampi per il numero delle ore che nello stesso progetto venivano assegnate alle Scienze Naturali (3 ore per anno).  La stessa Commissione elaborò anche dei programmi per un’area comune del triennio (verbalmente richiesti contestualmente alla presentazione di quelli del biennio) che furono approvati dall’Assemblea (Roma, aprile ‘87) ed inoltrati al Ministero.  (Notiziario n. 5, maggio ‘87).

 

Dal 1986 non fu più riunito il Coordinamento delle Scienze Sperimentali, nell’ambito del quale si erano confrontate opinioni, posizioni, spesso anche antitetiche ma sempre propositive, su quali contenuti o meglio su quali insegnamenti dovessero essere presenti nel biennio, ma dove soprattutto fu ribadita la formatività delle Scienze Naturali, della Chimica e della Fisica.  Le divergenze, note a tutti, che posero le Scienze Sperimentali al centro di una discussione generale vertevano soprattutto sul rapporto (spaziale e temporale) fra le singole discipline, i cui sviluppi logici venivano continuamente marcati, dichiarati irrinunciabili nella loro completezza storica e quindi non suscettibili di alcuna scelta-taglio, e sul raccordo interdisciplinare tra le specifiche tematiche.  Difficile, ma non impossibile, sembrava l’elaborazione di un progetto comune (una specie di progetto-quadro) in cui le 4 discipline interagissero operativamente.  Fin dalla prima fase dei lavori di Ostia (ottobre ‘88) fu chiaro come il problema era stato "risolto": al gruppo Scienze Sperimentali, suddiviso nei 4 sottogruppi, furono chiesti programmi disciplinari, la cui integrazione sarebbe stata affrontata successivamente: intanto il lavoro si svolgeva su quattro tavoli separati.  Il risultato finale è quello attualmente presentato: nei nuovi programmi compaiono Scienze della Terra, Biologia e negli indirizzi scientifici e tecnologici, Laboratorio Chimica/Fisica.

 

Durante le fasi dei lavori della Commissione Brocca, l’ANISN espresse le proprie perplessità inviando in più riprese note al Ministero e al Comitato Ristretto sia come C. Direttivo (Roma, 11/12/88 – Firenze, 17/6/89), sia come singoli soci (A. Magistrelli, A. Rossi, A. Mannucci, 19/6/89) cui il C.D. dette il suo avallo incondizionato, e con interventi pubblici, tra cui i miei. (NATURALMENTE, anno 1 n. 3 ottobre ‘88; anno 2 n. l febbraio ‘89; intervento al XXIII Congresso Nazionale S.A.It. Como 4/4/89).  Al termine dei lavori i gruppi presentarono i programmi che furono pubblicati nel giugno ‘89 e i commenti sono noti a tutti. (A. Magistrelli: EPSILON n. 3/nov. ‘89; DIDATTICA delle SCIENZE aprile ‘90).  Nello stendere i programmi di Biologia (gruppo in cui ero inserita), richiesti in termini rigidamente disciplinari, si presentò subito (Ostia ‘88) il dilemma di cosa trattare e cosa lasciare fuori, sulla spinta della grande quantità di nuove conoscenze in molti campi della Biologia, di nuove idee e di nuovi concetti unificanti.  La scelta doveva trovare la giustificazione proprio nel termine Biologia, studio della vita; quindi scelta di argomenti atti a stimolare l’interesse per la conoscenza della "meravigliosa" organizzazione, del funzionamento e delle interazioni degli organismi viventi.  Furono individuati subito i due grossi poli di interesse:

a) – disamina dei principi di diversità, delle soluzioni, o delle variazioni a vecchie soluzioni, trovate ai problemi che gli organismi si sono posti, nella loro evoluzione, in termini di metabolismo, integrazione, omeostasi, riproduzione.

b) – cellula vista sia come elemento unificante sia come perfetto e complesso sistema autonomo, i cui processi chimico-fisici del metabolismo e della informazione genetica rendono piena giustificazione del termine vita.

 

La discussione si sviluppò subito sulla strada da percorrere, se dalle biomolecole agli organismi o se dagli organismi alle Biomolecole, o, come si dice fra gli addetti, dal "micro" al "macro" o dal "macro" al "micro".  Altro punto di discussione fu se trattare l’Ambiente come sintesi o farne il centro della trattazione, non un punto terminale di incontro fra Biologia e Scienze della Terra ma quadro UNICO per le due discipline: l’Ecologia si intreccerebbe con la moderna teoria dell’evoluzione che diventerebbe la chiave di lettura del filo che unisce le diversità degli esseri viventi e della stessa Scienza e chiave interpretativa degli Ecosistemi, dei Biomi, dello loro interazioni e del loro divenire.  Qualunque fossero stati i contenuti e qualunque fosse stato il percorso scelto, il riferimento-base dovevano essere i processi di apprendimento, le capacità logiche e le abilità cognitive dell'alunno.  Il "prodotto finale" è il risultato di queste discussioni: nessun problema è stato risolto, i contenuti compaiono TUTTI e la sintesi è affidata ai Docenti.  Nel richiedere programmi disciplinari alle varie Scienze Sperimentali, si è continuato a portare avanti il concetto (in uso anche, purtroppo, in molti Consigli di Classe) "che la mano sinistra non sappia mai quello che fa la destra" nel senso che ogni docente, in questo caso ogni singola disciplina, cerca di realizzare il proprio progetto disciplinare credendo così di "partecipare" al progetto educativo.

 

L’educazione secondaria fino ad oggi ha avuto un carattere decisamente umanistico e le Scienze, in special modo le Scienze Naturali, anche se presenti nel curriculum, non hanno significato l’introduzione dei metodi dell’esperienza e dell’attività, in quanto "raccontate", cioè ritenute indipendenti dalla necessità dell’esperienza e legate invece ad un semplice proposito di informazione.  Per le Scienze Naturali non si riteneva indispensabile applicare il concetto che la conoscenza procede per gradi e che un problema va considerato più volte tornando ciclicamente ad esso per poterlo comprendere e spiegare in modo sempre più soddisfacente; che si deve far riferimento continuo al fatto che ogni indagine deve essere vista come un approccio problematico cui segua l’attività di ricerca, di interpretazione, di elaborazione cosicché la spiegazione del problema sia trovata attraverso la verifica di tutte le ipotesi possibili.  Per essere dei "riformatori" bisogna dare l’illusione che questo modo di vedere è cambiato, che le Scienze trovano il loro posto nella scuola di oggi; le parole magiche sembrano essere "aggiornamento" e "modernizzazione".  Come ?  Facendo in modo che il NUOVO risalti SUBITO.  Cosa aggiornare?  Ovvio, i contenuti.  Ma l’aggiornamento dei contenuti, fatto nei termini della richiesta ministeriale, non fa che aumentare o dilatare o "rimescolare" le informazioni che, anche se nuove e moderne, a 14-15 anni, da sole non producono cultura.

 

Le Scienze Sperimentali, articolate come lo sono state nella proposta del nuovo biennio, non potranno svolgere il loro ruolo formativo in modo adeguato: i programmi sono, sì, disciplinari, vi si ritrovano argomenti di interesse attuale, argomenti che marcano il significato precipuo delle discipline, argomenti verso i quali i ragazzi sono curiosi, ma sono programmi non legati fra loro; sono ampi, vasti: i contenuti sono in numero eccessivo se rapportati al tempo reale a disposizione comprensivo dell’attività di laboratorio; sono, inoltre, prescrittivi e quindi vanno svolti tutti: si ripresenta quindi il pericolo di una trattazione di tipo manualistico a scapito di quella sperimentale.  Occorreva tagliare, ma le diverse filosofie dei componenti i gruppi resero impossibile l’operazione; occorreva integrare, cercare i collegamenti, ma nell’ultima fase dei lavori, quella conclusiva (novembre ‘90) le convocazioni dei gruppi furono non contestuali.  Nel tentativo di salvaguardare, in ogni momento, la compiutezza delle discipline si è perso di vista l’alunno, le sue abilità, il suo processo di apprendimento.  Se i programmi saranno attuati, dovranno essere ricercati percorsi didattici che integrino, colleghino i diversi contenuti; dovranno essere elaborate unità didattiche che permettano al ragazzo di rendersi conto di che cosa e del perché e del come sta studiando, quando analizza un determinato argomento, e delle connessioni tra i vari argomenti, che dovranno risaltare concretamente.  Solo per questa strada alla fine del Biennio l’alunno potrà dimostrare di avere acquisito le basi (avendo ben compreso il metodo con cui è arrivato a padroneggiare i contenuti fondamentali) per continuare ad analizzare, in modo autonomo, le informazioni di tipo scientifico che da varie fonti gli saranno proposte.  Questo è il primo passo verso una concreta formazione, cui dovranno seguirne altri per una seria cultura.

 

 

Pubblicato originariamente su Naturalmente, 1991, 4 (Speciale), 6-7.