IL ’68 EX-ARTICOLO 3 OVVERO DALLA RIVOLUZIONE ALLA SPERIMENTAZIONE

 

Vincenzo Terreni

 

Non è sempre utile ritornare al passato per vedere se ciò che si fatto ha avuto o no un senso.  Spesso si ragiona con una chiave attuale cercando di leggere avvenimenti che hanno significato solo nel loro tempo e troppe volte siamo portati a pensare che sarebbe stato meglio fare altre cose.  La scuola odierna, per lo meno la superiore, è dominata da una popolazione di ex giovani che non si possono rassegnare all’idea di aver raggiunto da tempo la maggiore età con il pensiero al passato senza una vera speranza nel futuro, viene vissuto il presente con una sorta di strabismo culturale che rende patetica qualsiasi speranza.  Il curriculum tipico parte dalle digressioni universitarie, tocca i circoli politici, sbocca infine nei partiti passando da inconfessabili incombenze sindacali senza aver opposto adeguata resistenza perfino all’incarico nel Consiglio di Circoscrizione.  L’attività lavorativa, la scuola, è divenuta lavoro dopo che uno si era accorto che soltanto grazie a qualche decina di imberbi vocianti si mangiava mattina e sera ed era consentito fare anche altre cose troppo a lungo ritenute più gratificanti.  Per un po' si è aspettata la riforma, poi visti i progetti, si è paventata la riforma.  Consegue l’inevitabile identificazione col proprio lavoro e la sincera speranza di svolgerlo al meglio con la segreta consapevolezza che se fino ad ora si sono volte molte energie all’esterno, cambiando direzione si riesca con facilità a mutare il corso degli eventi.

 

Sperimentazioni sono chiamati i tentativi individuali o di piccoli gruppi di creare quelle che un tempo, con allocuzione spregiativa, si chiamavano "isole felici".  La prospettiva non era certo facile: superare antiche remore e considerare il lavoro scolastico come un potenziale campo di impegno totale.  Il rischio di delusioni era più che scontato.  Come è cambiata la scuola in questi anni!  Il tradizionale luogo di transito di nuove idee e intelligenze è diventata ricettacolo di delusi e scontenti che ritrovano forza e speranza ex articolo 3.  Il peso eccessivo delle aspettative non poteva rendere sereno il lavoro ed ogni richiesta di rinnovo, ogni proposta di modifica in itinere è divenuto terreno di combattimenti all’arma bianca sull’asse culturale.  Questo dell’asse culturale è un problema topografico di grande portata geometrica: l’asse è una successione di punti posti lungo una linea retta, ciascun portavoce disciplinare sostiene che l’asse è più diritto se punta verso un aumento delle ore della sua materia.  Nel migliore dei casi le presidenze mediano districandosi tra le varie richieste e l’asse diventa un serpentone che unisce tutti i punti lasciandoli didatticamente isolati.  Ora si parla di ambiti, ma la sostanza non cambia.  Chi ha avuto l’infelice idea di scegliere i Licei (o l’Istruzione classica in generale) sperando in una più elevata qualità dell’insegnamento ed una migliore plasticità del sistema non può che essere rimasto ulteriormente deluso.

 

Mentre si continua a discutere sul destino della scuola media superiore, sull’unitarietà, sul biennio orientativo sulla centralità della formula liceale ed altre ipotesi di pregnante interesse teorico, all’istruzione tecnica si proceduto da tempo ad una ristrutturazione profonda che ha oltrepassato ogni discussione di riforma.  La nuova scuola esiste già!  Per le Scienze Naturali e la Biologia in particolare poi è un patimento tutto speciale: si prospetta un quadro orario nel biennio che (se da una parte salva la dignità della materia inserendola nell’empireo delle discipline base) riserva solo tre ore nella seconda classe con dei contenuti che comprendono in pratica tutto l’attuale programma.  Che cosa rimane da fare nel triennio?  Una rivisitazione approfondita dei temi già trattati superficialmente nell’introduzione riassuntiva?  Un approccio di tipo specialistico ai medesimi contenuti?  Non è chiaro a questo livello di discussione che cosa riserva il destino, ma sono improbabili piacevoli sorprese.  Quello che spaventa più di ogni altra cosa è la mancanza di fantasia nel proporre un’accozzaglia di nozioni a lieto fine senza un minimo tentativo di far emergere la specificità della disciplina, i suoi metodi di indagine e lavoro, le sue basi storiche ed epistemologiche, i dubbi, i dilemmi morali che accompagnano le possibilità di nuove applicazioni.  Sembra invece tutto scontato, tutto risolto o solubile sia nel campo dell’apprendimento che in quello più serio e importante del mondo reale.

 

Che idea possa farsi un ragazzo in uscita dalle medie delle problematiche di tipo biologico risulta evidente e scontato per ciascun docente che abbia riflettuto un minimo sui contenuti proposti sulle capacità di apprendimento e di astrazione degli studenti a quell’età, sulla metodologia seguita e sull’annegamento della biologia in un mare uniforme, indifferenziato di discipline che seguono lo stesso sistema di insegnamento modificando solamente i titoli delle lezioni.  C’è poco da rallegrarsi per il riconoscimento della raggiunta dignità di "scienza" quando poi si afferma che: "Un minimo di obiettività, in particolare, non può far ignorare il ruolo del tutto speciale della fisica come capostipite di tutte le scienze sperimentali e come quella che ha raggiunto il livello di elaborazione teorica e di rigore di gran lunga più elevato" [1].  Senza voler nulla togliere alle conquiste formali e sostanziali della fisica (ma la chimica si trova nelle medesime condizioni) occorre riflettere sull’impostazione generale dei nuovi bienni: in presenza di innegabili aumenti delle ore delle discipline scientifiche non si può ignorare l’aumento orario complessivo che, unito ad un aumento delle discipline e ad una probabile diminuzione dei minuti per ora porti ad una ulteriore frantumazione delle competenze disciplinari con una perdita ancora maggiore delle possibilità di coordinamento.  Dispiace e delude che ancora oggi non si esca dalla logica della competizione tra le discipline scientifiche per la conquista della palma della regina delle scienze, questo porta solo divisione e acqua al mulino di una presenza ancora schiacciante dell’area umanistico-letteraria.

 

Ma anche in questo caso il punto è un altro: affermare la specificità delle singole discipline, abolire per sempre sia la "biologia raccontata" che la "fisica del gessetto", che sono l’aspetto forse più deprimente del modo di insegnare scienze nella nostra scuola.  Forse le cose cambieranno ed i nuovi docenti non accetteranno quello che la struttura oraria, i programmi e la cronica mancanza di adeguate attrezzature e personale di assistenza hanno imposto fino ad ora.  È assolutamente inutile continuare a costruire contenitori per studenti senza aver mai la possibilità di riflettere e rivedere cosa viene fatto a scuola.  Cinicamente qualcuno sostiene che viene chiusa la porta perché la libertà di insegnamento consenta di gestire la propria ignoranza nel chiuso delle quattro mura; ma si tratta più che altro di uno sfogo di un deluso che della sintesi di una analisi accurata.  In realtà nella scuola esistono ancora competenze ed intelligenze di persone disposte a lavorare insieme e a mettersi in discussione pur di sentirsi partecipi di un processo educativo produttivo e coinvolgente.  Non si spiega altrimenti la presenza attiva alle proposte di aggiornamento ai convegni, ai seminari che, a dispetto spesso di chi istituzionalmente dovrebbe proporre e organizzare, vengono promossi dagli stessi utenti e frequentati di solito con gravi disagi personali, con irrilevanti riconoscimenti formali e a proprie spese.

 

È scandaloso che si continui ad incentivare nelle scuole l’inutile e offensiva pratica delle supplenze brevi dando un supplemento di alcune centinaia di migliaia di lire all’anno a chi controlla che i ragazzi si impegnino con ordine e in silenzio ad estenuanti battaglie navali, mentre passa come attività accessoria e socialmente di scarso rilievo il tentativo migliorare la propria preparazione disciplinare e didattica.  E, all’insegna del più bieco formalismo, nessuno si preoccupa di entrare nel merito del lavoro di nessuno fin quando non si levano proteste.  In questi buchi neri del silenzio si sono infilate generazioni di opportunisti (più o meno consapevoli) che attestano un’improbabile preparazione in cambio di un omertoso silenzio sulla propria impreparazione.  Che cosa si può sperare dalle nuove proposte per i programmi del biennio?  Che rimanga la possibilità della sperimentazione per poter proporre una logica diversa di quella che viene imposta di contenitore di nozioni randomizzate, per acquisire finalmente la dignità di scienza.

 

Bibliografìa

1. G.M. Prosperi, Riforma dei Bienni e insegnamentodelle scienze, Nuova Secondaria, 15 ottobre 1990, p. 21.

 

 

Pubblicato originariamente su Naturalmente, 191, 4 (speciale), 17-18.