LA CULTURA DELLA SCUOLA NELLA PROSPETTIVA EUROPEA

 

Francesca Civile

 

È questo il tema di un convegno internazionale che si è svolto a Roma dal 28 al 30 Novembre 1990, organizzato dal C.I.D.I. con la collaborazione del M.P.I. e della sezione istruzione del Consiglio d’Europa.  Scopo del convegno non era tanto la ricognizione delle situazioni di fatto quanto la discussione di proposte tendenzialmente unificanti proiettate verso il futuro: quale asse formativo per l‘Europa dopo il ‘92?  L’attività della commissione istruzione del Consiglio d’Europa sembra che vada in questa direzione.  La formazione del cittadino-produttore-consumatore, in relazione sempre più stretta con individui, gruppi, istituzioni che hanno alle spalle lingue e culture diverse apre una serie di domande nuove rivolte ai sistemi educativi nazionali.  I punti al centro dell’attenzione sono innanzi tutto: l’insegnamento delle lingue straniere, le formulazioni possibili (ancora vaghe, in verità) di una formazione interculturale, che tenga d’occhio simultaneamente le diversità europee e l’immigrazione, l’educazione ambientale.  Nelle relazioni introduttive è stata sottolineata l’importanza dei sapori tecnico-scientifici nella formazione dei giovani, per le capacità operative e di controllo che consentono di sviluppare e per il forte potenziale di unificazione e trasparenza dei linguaggi che possono produrre, a differenza dei sapori di taglio "umanistico" (ancora dominanti nell’asse formativo della scuola italiana).

 

Ma questo argomento non è stato sviluppato come avrebbe meritato.  Gli interventi che toccavano più da vicino l’insegnamento delle scienze sono stati tutti orientati nel senso dell’educazione ambientale.  Su questo argomento ci sono dei progetti già molto avanzati, sostenuti dall'azione dei governi, nei paesi del nord Europa (Inghilterra, Danimarca, Belgio, Olanda; in particolare c’è un progetto di studio e di intervento sul mare del Nord).  Completamente diversa, ancora arretrata c astratta, la situazione del Sud Europa.  Sull’educazione ambientale, di cui molto si è parlato (uno dei tre gruppi di lavoro era su questo tema) sono stati tuttavia chiariti piuttosto alcuni aspetti problematici che non proposte di iniziativa. Il tema ‘ambiente’ ha forti valenze unificanti sia tra i diversi paesi (nessuna questione ambientale può essere affrontata a livello nazionale) sia tra le diverse discipline (è una specie di punto di incrocio tra linee diverse che portano alla politica, alla storia, alla geografia, all’economia, alla struttura e comportamento dei gruppi umani, e quindi a tutte le forme della cultura: intellettuali, produttive, religiose, ecc.).  È un tema obbligato per l’Europa, soggetta a una pressione non sostenibile ancora per molto, che deriva dal modello di produzione-consumo dominante incrociato con l’incremento demografico indotto soprattutto dall’immigrazione.  Tuttavia il conflitto tra esigenze di tutela ambientale ed esigenze di sviluppo produttivo, e il corto circuito che avviene regolarmente tra la traduzione operativa dei temi ambientali e le istituzioni politiche sembrano costituire difficoltà molto gravi a un intervento efficace.  (Un piano-ambiente della C.E.E. varato nel ‘70 ha ottenuto il primo finanziamento solo nell’80!)

 

Non è chiaro come la scuola possa intervenire concretamente; non sembra che l’educazione ambientale possa ragionevolmente essere proposta come una nuova disciplina (che andrebbe magari ad aggiungersi alle già quasi infinite che stanno dentro la cattedra di scienze nella scuola italiana, con il suo "ricco" orario di insegnamento ...).  Si tratterebbe piuttosto di attrezzare gli insegnanti di tutte le discipline per introdurre in modo trasversale elementi di consapevolezza dei problemi dell’ambiente; ma c’è anche chi propone l’istituzione di cattedre universitarie, allo scopo, appunto, di formare gli educatori.  Sembra sensato il ragionamento di chi (come R. Williams) ritiene che, solo responsabilizzando i giovani sui temi ambientali (conoscenza e tutela), e "allenandoli" all’esercizio di un certo "potere" fin dagli anni della formazione, sia possibile sperare che le generazioni future abbiano comportamenti di produzione e di consumo meno dissennati e pericolosi di quelli dei loro predecessori.  Tuttavia la collega A. Magistrelli (di ritorno dalla Conferenza Internazionale sull’ambiento che si è svolta a Glasgow negli stessi giorni del convegno) lamenta che, in quella sede, (e non solo là, aggiungerei), ai discorsi e alle preoccupazioni di ordine molto generale non corrisponda un’attenzione proporzionata per la formazione delle conoscenze di base – chimiche, biologiche, climatologiche, ecc. – che devono necessariamente sottostare all’educazione ambientale, se non si vuole che rimanga una sorta di predicazione moralistica, capace di suscitare sensi di colpa, piuttosto che comportamenti adeguati ai problemi.

 

 

Pubblicato originariamente su Naturalmente, 1991, 4 (Speciale), 24.