CRONACA DI UN EPILOGO

 

Enrico Pappalettere

 

Ho partecipato all’ultima fase dell’attività della commissione Brocca per i programmi di biologia, come rappresentante del CIDI.  In questi casi ci si interroga segretamente sui criteri del reclutamento dei commissari.  Del mio sapevo: la segnalazione al CIDI nazionale da parte di un suo membro sulla base di una reciproca stima professionale.  La lusinga è stata breve e inconsistente, di fronte alla certezza dei cento più "esperti" di me lasciati fuori: ma tant’è, bisogna pur scegliere e qualche volta le scelte non sono perfette.  Degli altri sapevo soltanto che in parte erano neofiti come me e in parte commissari fin dalla prima ora.  L’idea mi era parsa buona: i vecchi ad assicurare una preziosa continuità e i nuovi a garantire un punto di vista meno cristallizzato.  La soluzione più saggia in un’attività conclusiva di revisione.  Chissà perché queste considerazioni si univano alla convinzione che il nostro lavoro sarebbe durato, come nelle fasi precedenti, qualche mese.  La sorpresa più grande è stata perciò sapere che avremmo dovuto chiudere nello spazio di due tornate di un paio di giorni ciascuna, per poter consegnare la bozza definitiva all’on. Brocca il 26 novembre.

 

Il senso di autentico sollievo, procuratomi da un temperamento pigro e riservato, si è dovuto misurare con il fastidioso sospetto che il tempo messo a nostra disposizione non fosse adeguato all’obiettivo di una revisione, almeno come io potevo immaginarmela, e che quindi lo scopo del nostro lavoro potesse essere un altro.  Solo un retro pensiero, all’inizio.  Non v’è dubbio inoltre che la grande ristrettezza del tempo rende difficile inserirsi in un contesto di questo genere: si rischia di non prendere le giuste misure del "sistema" in cui si è capitati e di sovrapporvi aspettative e funzioni improprie.  Questo fatto crea disagio e disorientamento.  D’altra parte essere uno del tutto nuovo facilita il sensorio permettendo di cogliere aspetti della situazione e segnali che forniscono con un po’ di fatica informazioni preziose per capire dove ci si trova e con chi si ha a che fare.  Anch’io ho sperimentato aspettative che si sono via via rivelate senza fondamento, con una accelerazione esasperata e innaturale perfino per un gruppo di lavoro promosso dal ministero.  Dopo quella di una maggiore durata, la mia seconda aspettativa riguardava i criteri della revisione del programma ereditato dalla precedente commissione.

 

Avrei trovato normale e desiderabile che il nostro contributo si inserisse all’interno di un quadro di ipotesi di lavoro, di carattere culturale e didattico, intorno alle quali dibattere e compiere delle scelte.  E avrei trovato naturale che, soprattutto in questa fase, si manifestasse il ruolo di raccordo e di memoria "storica" dei vecchi rispetto ai nuovi.  Nulla di tutto questo.  Davanti a noi c’era soltanto un "prodotto" già confezionato, erede discusso della precedente sessione.  Se la revisione dovesse riguardare l’idea stessa di programma e di cultura biologica per un biennio che in quel prodotto si era materializzato, e alla luce di quali altri punti di vista; oppure se in questione fossero solo aspetti marginali e incoerenze secondarie di un disegno da serbare immutato, ecco questo non veniva chiarito.  Né il ministero si era preoccupato di inviare ai commissari del materiale informativo, neppure il testo del programma da revisionare.  Forse pensava che non fosse utile e opportuno, ovvero che questo compito spettasse al CIDI, o all’UCIIM o a La Nuova Secondaria o a qualunque altro ente o associazione avesse espresso il proprio commissario.

 

Io mi sono convinto che il ministero non abbia la minima sensibilità culturale per considerare desiderabile, e addirittura la sufficiente capacità organizzativa per considerare fattibile un’operazione banale come questa.  Chi di noi perciò aveva potuto o voluto informarsi per suo conto lo aveva forse già fatto, utilizzando materiali comparsi su riviste comunque "private", a meno di non voler considerare ormai La Nuova Secondaria come 1’"organo" sempre più autorevole del M.P.I.  Altri si sono sforzati di capire sul momento.  Ma tutto questo non è servito a superare in misura significativa la casualità e l’eterogeneità dell’assemblaggio, anche dopo una fase preliminare di discussione intesa più che altro a cercare un denominatore comune nello stesso oggetto del confronto.  In realtà alcuni criteri per orientare il nostro lavoro ci sono stati offerti: un signore molto gentile, coordinatore del così detto Gruppo Ristretto, ci ha consegnato prima dell’inizio della discussione una sorta di ordine di servizio, ossia uno schema entro cui inserire le varie parti della bozza finale (contenuti prescrittivi – riducendone la mole se possibile – obiettivi, note esplicative ecc.), aggiungendo che l’unico limite alla libertà del confronto sarebbe stato quello di non poter fare alcun riferimento al lavoro più o meno concomitante delle altre commissioni (scienze della terra e laboratorio fisica/chimica).

 

Si è trattato della terza aspettativa, forse ingenua e sicuramente molto tradizionale, delusa senza rimedio fin dalle prime battute.  Sapevo che l’esperienza fatta in precedenza dalla commissione allargata agli esperti di tutte le discipline sperimentali non era stata positiva; tuttavia non riuscivo a capire come si potesse eludere il problema degli inevitabili rapporti tra i contenuti – tutti prescrittivi e tutti destinati a durare decenni – dei diversi programmi delle scienze sperimentali, e soprattutto quello di una comune ispirazione culturale e di una omogenea impostazione didattica.  Soprattutto nell’occasione di una riforma generale dei programmi difficilmente ripetibile.  A mia consolazione la notizia che un supercomitato avrebbe provveduto a confrontare e integrare le varie proposte.  Stabilite così le coordinate generali, di metodo, comuni a tutti i gruppi di lavoro, quelle "particolari", ovvero la rotta da seguire nel gruppo di biologia, ci sono state fornite dal nostro coordinatore: egli avrebbe garantito il raccordo con la precedente sessione e la salvaguardia di un punto di vista che fin dall’inizio si voleva prevalente.  In effetti, mi appare sempre più chiaramente, dopo i primi giri di opinione, che il vecchio impianto viene difeso con ostinazione.  È una posizione legittima, ma la si evince non tanto da dichiarazioni esplicite e argomentazioni di merito, quanto dal fatto che, di fronte a proposte di spostamenti, cancellazioni, inserimenti di termini e concetti, il coordinatore prende a sottolineare con singolare insistenza che le "esigenze" espresse nei vari punti del progetto da revisionare devono essere "comunque" salvaguardate: ogni proposta di mutamento appena significativa deve cioè "ridefinirsi" in termini tali da non negare le scelte e l’impostazione del progetto da rivedere (confesso di avere stentato a capire il senso di questi continui richiami e di aver cominciato a chiedermi che cosa ci stessimo a fare in quella commissione).

 

Le "esigenze" alle quali si richiama il coordinatore si riferiscono alla risposta che i contenuti e il taglio della stesura precedente darebbero ai problemi derivanti dalla eterogeneità dei canali di formazione e quindi dei gusti culturali e delle tendenze didattiche dei docenti italiani di scienze.  Di tali tendenze la maggioranza, che intanto si va profilando, dà per scontata la geografia come un dato affatto ovvio.  Un programma di biologia deve dare a tutti la possibilità di muoversi al suo interno grazie a un impianto abbastanza "neutro", capace di adeguarsi e riflettere la cultura disciplinare media della categoria, senza tentare operazioni "pedagogiche" di orientamento.  Il progetto già scritto avrebbe queste caratteristiche, pertanto ogni scelta tesa a privilegiare un certo campo di contenuti e una certa impostazione didattica (per es. tutto ciò che è più coerente con un percorso che parte dal "macroscopico") si configurerebbe come una limitazione della libertà dei singoli docenti.  A loro compete il diritto di scegliere l’itinerario più consono appunto ai propri gusti e alla propria formazione.

 

La mia quarta aspettativa, di un confronto anche aspro ma culturalmente aperto e dallo sbocco non precostituito, viene decisamente demolita.  Fra tutte è quella che in me riconosco più candida e perciò anche cocciuta: mi porterà a una serie di interventi inutilmente polemici, visto che la polemica è utile se sposta qualcosa di significativo in interlocutori disponibili.  A fatica dunque riesco a capire alcune cose: il riferimento reale e ideale del programma è l’insegnante, mentre non è rintracciabile in alcun momento un interesse didattico vero per gli allievi, per i problemi posti dalla loro età e dai processi di apprendimento con i quali si deve misurare lo sforzo di non tradire le strutture concettuali della disciplina; il problema didattico viene delegato ai singoli insegnanti, cosa che appare ovvia per quanto concerne la fase creativa della realizzazione in classe del programma, ma che non esonera una commissione di studio dal compito, a mio avviso istituzionale, di fornire un orientamento fondato sui dati della ricerca didattica e del più ampio dibattito culturale; il richiamo alla libertà del docente, la quale è di per sé un principio etico-politico, copre quindi un vuoto su questo terreno; la rimozione vera e propria della figura dell’allievo si esprime anche nella incapacità di ridimensionare la mole dei contenuti del programma, auspicata perfino dal Comitato Ristretto e sicuramente ragionevole se si pensa al tempo realmente disponibile in un anno scolastico: in effetti, viene enfatizzata la funzione informativa di un corso di base ed è semplicemente ignorato il ruolo del lavoro connesso alle verifiche, a una quota minimamente significativa di laboratorio, alla gestione dei ritmi e delle modalità di apprendimento spesso non lineari di un quindicenne; le indicazioni metodologiche fanno esplicito riferimento alla possibilità di percorsi alternativi, ma senza chiarire in ragione di quali criteri, interni alla disciplina e insieme didattici questi percorsi potrebbero variare.

 

Il progetto che la maggioranza approva viene ritenuto autoevidente nella sua logica interna, tant’è che di questa non si parlerà in nessuna parte dei documenti; la presunzione non so quanto innocente o maliziosa di una sua "neutralità", non riesce a mascherare il fatto che il progetto da (non) revisionare fa delle scelte e si schiera, come sempre accade nelle vicende di questo mondo: come considerare neutrale la "prescrizione" di svolgere l’argomento delle biomolecole e del metabolismo ignorando con sufficienza le argomentazioni contrarie a questa scelta?  Come definire se non singolare l’idea di modello citata nelle note esplicative al punto C, laddove si suggerisce di ricorrere ad "appropriati modelli, per superare i problemi legati all’eventuale mancanza di adeguate basi chimico-fisiche"?  Come valutare una impostazione che non nasconde di far discendere in fin dei conti gran parte del valore educativo dell’insegnamento della biologia dal fatto di poter trattare del primato culturale dell’uomo, del suo "stato di salute e di malattia" (leggi tossicodipendenze e AIDS), del suo ciclo biologico (leggi sessualità e procreazione), dell'impatto delle biotecnologie e delle emergenti implicazioni "bioetiche"?

 

Un corso di biologia concepito come una sorta di task force informativa destinata a costruire un filtro critico e morale nei giovani rispetto alle sparate giornalistiche e televisive sui temi di moda e di attualità.  Non è un caso che, nel testo da emendare, biotecnologie e bioetica figurino addirittura nell’elenco dei contenuti: soltanto l’evidente impossibilità dei docenti di fare riferimento a un corpo consolidato e accreditato di conoscenze manualistiche convince la maggioranza a spostare il richiamo a queste tematiche all’interno delle note esplicative (lett. E), stemperando il ruolo educativo del docente di biologia in quello più generale della comunità scolastica.  La biologia come mirabile costruzione intellettuale della natura vivente, capace di per sì di tessere le lodi della specie umana al cospetto del creato, e di essere formativa e educativa, deve essere apparsa a molti una visione forse troppo laica e troppo arida.

 

 

Pubblicato originariamente su Naturalmente, 1991, 4 (Speciale), 8-9.