VIVA LA MARINA MERCANTILE

 

Vincenzo Terreni

 

Dopo un congruo numero di lustri passati tra i discenti talvolta assale il desiderio di vivere una mattinata diversa.  Un corso d’aggiornamento residenziale può risolvere angosce passeggere: sentirsi considerati in modo diverso dal portiere dell’albergo che non ti guarda come fa il bidello alla prima ora, il direttore del corso non fa l’appello, ma lascia passare discretamente un foglio per la firma, i colleghi che si danno del lei in un tacito gioco delle parti in cui tutti fanno le persone importanti portatrici di chi sa quali esperienze didattiche.  Ma è solo un momento ovviamente a proprie spese e quindi ripetibile esclusivamente nell’arco di qualche anno come una sorta di libera uscita, al massimo un quarantott’ore ogni volta più amaro perché il congedo si chiama pensione.  I giorni in un anno sono solo quattro e tutti a discrezione del preside, compatibilmente con le esigenze di servizio.  I compromessi con i colleghi, le sostituzioni, gli scambi d’ore con ipocrite promesse di pronta restituzione: un rituale faticoso e sposso un po’ degradante che alla lunga stanca non facendo altro che mettere in chiaro l’inadeguatezza del sistema e la scarsa utilità di tutto questo lavorio.

 

Una volta sul posto si vedono coloro che stanno al tavolo della presidenza da una distanza ancora maggiore di quella che ci separava dalla loro firma nel libro di testo in adozione.  Talvolta si ha la fortuna di poterci parlare e sembrano realmente delle persone come noi, con le stesse incertezze, le medesime difficoltà, i soliti guai quotidiani, ma poi riprendono il loro posto e le distanze si ristabiliscono: loro vanno per convegni, noi partecipiamo ad un corso.  Si torna a casa con caterve di appunti e di indicazioni bibliografiche che rimangono a occhieggiare per qualche giorno sopra la catasta di quaderni, di relazioni, di compiti da correggere per esserne infine sommersi e trascinati nella soffitta della memoria.  Se il corso e stato stimolante è d’obbligo ripromettersi di parlarne con i colleghi che, molto cortesemente, mostrano un interesse degno di approfondimento nel primo momento libero che puntualmente non arriva mai.  E la vita regolata dalla campanella continua fino alla pensione così com’era iniziata all’asilo.  L’aggiornamento è affidato ai ritagli di tempo, la programmazione si limita ad un benevolo adattamento di ciò che si è fatto l’anno precedente; qualche corso pomeridiano è ritagliato dagli impegni familiari.  Non è esaltante.  Talvolta viene il dubbio che sia persino produttivo per i ragazzi sentire le stesse cose con sempre più mestiere e meno entusiasmo.

 

Vengono a mente le proposte sindacali dei paleoanni ‘70 di aggiornamento in servizio e riqualificazione ricorrente in un decrescendo di credibilità che finisce con l’incentivazione per le ore di supplenza.  L’anno sabbatico poi assume contorni mitici e richiama rabbiosamente immagini più vicine alla pornografia che alla riflessione critica sul lavoro svolto.  Qualche tempo fa venne fatta circolare la voce che era possibile passare da un Ministero all’altro senza perdere niente in ruolo e anzianità: c’era chi avrebbe cambiato volentieri la propria cattedra di filosofia al L. Classico con un bel posto da usciere agli Uffizi, chi si sarebbe accontentato di uno sportello alle poste piuttosto che la condanna a vita a correggere tutte le fesserie degli studenti, chi si scopriva improvvisamente claustrofobico e desiava lo scambio di matematica e fisica con la casacca della forestale.  Io ho sempre sognato la Marina Mercantile.  Forse perché i ministri responsabili stanno sempre nell’ombra in attesa di un incarico più esaltante e la flotta si trascina in una presumibile obsolescenza che renderebbe meno traumatico il distacco dalla scuola.  Non ci ho mai avuto niente a che fare (tra l’altro abito in campagna), ma ha un nome rassicurante ed un cognome vagamente lascivo che mi ha sempre attratto.

 

 

Pubblicato originariamente su Naturalmente, 1991, 4 (1), 8.