UNA STRADA DIFFICILE, MA SENZA ALTERNATIVE

 

Vincenzo Terreni

 

Ce l’abbiamo fatta!  Il convegno sull’insegnamento delle scienze naturali si è concluso da poco tempo e rimangono un mucchio di impressioni che costituiranno motivo di discussione per parecchio tempo.  ‘Naturalmente a proprie spese’ sono intervenuti circa 150 colleghi per lo più dalla Toscana, ma anche dal resto d’Italia sono arrivate delegazioni incredule nel vedere tanti insegnanti di scienze che, da soli e in pieno anno scolastico, sono riusciti ad organizzare un incontro come quello di Pisa.  Il convegno è nato da un ultimo atto di speranza di ribaltare la situazione comatosa dell’insegnamento delle scienze naturali; la loro progressiva marginalizzazione in favore delle cosiddette scienze esatte e la consapevolezza che i mezzi sino ad ora utilizzati per una riaffermazione del valore culturale della biologia sono stati poco efficaci.  Già nella relazione introduttiva del rappresentante dell’IRRSAE della Toscana, si erano avute le prime avvisaglie: le sperimentazioni guidate sono in aumento, quelle ‘di base’ in stasi o diminuzione.  Con questo dato, che credo conforme a tutta Italia, che cosa si vuoi dimostrare?  Che le scuole preferiscono il piano nazionale d’informatica ad una sperimentazione di scienze?  È ovvio che sia così: con le sperimentazioni assistite non c’è che da fare un domanda per vedersi sommergere di milioni e di computer nonché di ore aggiuntive che vanno ad arricchire un insegnamento scientifico che comunque è da potenziare.

 

Inoltre i docenti sono accuratamente aggiornati con corsi lunghi (e sulla carta qualificati), si favorisce la circolazione delle idee e si consente uno svecchiamento dei programmi tradizionali del biennio che, di solito, non superano i confini delle tediose scomposizioni in fattori.  È evidente che si tratta di un affare per tutti, ma il sospetto che tutto questo afflato per l’informatizzazione (che brutta parola) sia in qualche modo spinto, favorito, sponsorizzato (altro orrendo anglismo) da chi i computer li costruisce, è quanto meno legittimo.  È stata messa in moto una grande macchina che probabilmente cambierà il modo di pensare e di agire di milioni di persone che corre parallelamente all’altra scuola di stampo tradizionale che continua a proporre gli stessi autori classici e si .rammarica. di non riuscire ad affrontare non solo la storia contemporanea, ma si forma alle soglie della prima guerra mondiale; per gli autori del ‘900 non c’è tempo e di letteratura internazionale neppure a parlarne.  E così lo studente alle soglie del 2000 si trova costretto tra un testo del ‘300 ed un programma in Pascal avendo sulle spalle l’ingrato compito di trovare un’improbabile sintesi.

 

Le scienze naturali in questa situazione non possono che essere un accidente marginale: costrette in un orario ridicolo, relegate nella parte bassa della classifica pagellare non riescono ad attirare l’attenzione se non attraverso i loro aspetti più sensazionalistici: la decrittazione del genoma umano e la medicina del futuro, l’ingegneria genetica e la creazione di utili chimere, l’incremento della produttività delle specie coltivate a scopo alimentare, ed altre americanate forse possibili, ma non necessariamente auspicabili.  Emerge l’ideologia nascosta: conoscere la natura per vincerla, piegarla ai nostri voleri, plasmarla in modo che niente sfugga al nostro controllo: una scienza risulta matura, utile e da insegnare nelle scuole pubbliche se diviene tecnologia produttiva (infatti le uniche sperimentazioni di scienze sono quelle del tipo biologico-sanitario che hanno a che fare con la biologia quanto un macchinista col ciclo di Carnot).  Le scienze biologiche stanno sfuggendo a questo schema e c’è da sperare che non sia troppo tardi per modificare un atteggiamento ed un modo di fare che si sta rivelando suicida.

 

Il compito che ci siamo assunti nel promuovere questo incontro di studio e di proposta travalica il senso conclamato dell’iniziativa: non si può sperare di cambiare le cose nelle scuola con un semplice atto di volontà specialmente se si tratta di volontà di una parte molto minoritaria come la nostra di docenti di scienze nelle scuole di Stato; per avere un minimo di speranza occorre convincere una miriade di persone che la cultura che oggi viene offerta, impartita, imposta nella scuola, ha prodotto guasti difficilmente sanabili nel breve periodo e produrrà modificazioni irreversibili e letali per l’intero pianeta.  Di questo abbiamo discusso, forse senza accorgercene, ma abbiamo cominciato ad inquadrare in termini prima teorici e poi – nelle discussioni di gruppo – operativi, gli aspetti essenziali di un diverso approccio al mondo dei viventi che è in parte recupero di metodologie antiche, ma non sorpassate, e – per la parte restante il considerare l’essere vivente come qualcosa che sfugge ad una completa formalizzazione, non per ignoranza o incapacità del ricercatore e dello studioso, ma per una complessità intrinseca che lo pone su un piano molto distante da quello di una macchina, seppure complicata.  È una consapevolezza che spaventa perché mette in dubbio la spavalda sicurezza di chi ha creduto di essere ormai alle soglie di una comprensione totale dei fenomeni naturali sino alla comparsa della vita e della vita stessa.

 

Forse rimarrà l’ultima frontiera, forse si potrà in qualche modo superare anche questa, ma per ora ci dobbiamo arrestare di fronte ad un problema più complesso dei nostri strumenti di analisi e riacquistare quell’umiltà di lavoro, di studio e di rapporto con il mondo che, in fondo, ci ha consentito di fare grandi cose.  È necessario prendere consapevolmente atto che la corsa esasperata alla tecnologia accanto all’immobilismo dell’altra cultura non può che provocare grandi guasti nella formazione dei giovani che possono venir posti di fronte ad un dualismo che non esiste nella realtà con il rischio di ignorare l’uno o l’altro aspetto o di diventare schizofrenici nel tentativo di mettersi d’accordo.  Siamo forse già in ritardo per lanciare la sfida per la ricerca di una nuova, difficile sintesi che deve passare attraverso una concezione della scuola e della cultura che sia realmente più vicina agli interessi della gente, alla salvaguardia delle nostre radici storiche, che sia un freno al dilagare di concezioni bassamente meccanicistiche che sviliscono la nostra essenza più profonda.  È probabile che la tradizionale lentezza che ha caratterizzato le trasformazioni in seno alla scuola italiana questa volta ci venga in aiuto e consenta un ripensamento profondo di ciò che si sta prefigurando.

 

Ci siamo presi l’impegno di elaborare un progetto di sperimentazione di .scienze entro il ‘90 da presentare in tutte le sedi che possiamo raggiungere per far discutere, per porre dubbi, per mettere in movimento una gran quantità di intelligenza nascosta e negletta che ha invece molto da dire e da fare.  C’è tanto bisogno di contributi sia teorici che di esempi di esperienze didattiche concrete da cui trarre spunto per elaborare una proposta organica che non sia solo un tentativo di revisione dei programmi di scienze naturali, ma la base per un ripensamento dell’asse culturale della nostra scuola, per superare il tradizionale dualismo tra cultura classica e cultura scientifico-tecnica con l’appendice antistorica dell’addestramento professionale.  Noi non chiediamo uno spazio maggiore per le Scienze Naturali perché da quando sono stati pensati i programmi ed è stata riformata la scuola media superiore i contenuti sono aumentati in modo esponenziale – certo molte cose sul piano dell’impostazione dei programmi debbono essere riviste, soprattutto per ciò che riguarda il modo di fare Scienze – ma non è solo questo il punto: si tratta invece di arrivare ad un ripensamento profondo della nostra scuola, ad un recupero dell’essenza della cultura.  La scuola dovrebbe avere il compito di fornire all’individuo gli strumenti necessari perché questi, attraverso un’autonoma e personale rielaborazione, rielaborazione, arrivi a formarsi una propria personalità intellettuale e spirituale; poi possono arrivare le specializzazioni.

 

Ora siamo in una situazione molto distante: non si forniscono degli strumenti generali, ma una somma di specialismi di un coacervo di discipline decise quasi sulla base di criteri di mercato − negli istituti ove si è adottata un’innovazione − e sul retaggio di un concetto classico di cultura che era già superato al momento della sua introduzione.  Quindi non c’è solo da rivedere come si insegnano le Scienze Naturali (la Biologia raccontata, il libro di testo come unica realtà tangibile, l’uso sporadico dell’osservazione, la mancanza di visione d’insieme, etc.), ma soprattutto la filosofia della nostra scuola che dà certezze nelle discipline scientifiche e poesia in quelle umanistiche: esiste un’altra verità che potrebbe costituire una sintesi a livello superiore.  Nel Convegno di Pisa si è cominciato a discutere di tutto ciò con la consapevolezza che la strada da percorrere è lunga e difficile sia per la tradizionale inerzia delle nostre istituzioni (che però in questo caso potrebbe essere considerato un aspetto quasi vantaggioso) sia – sopratutto – per l’esiguità delle forze in campo; il compito che ci siamo assunti è forse più grande di noi, ma nessuno sarebbe in pace con la propria coscienza se non provasse a lanciare questa sfida.

 

 

Pubblicato originariamente su Naturalmente, 1990, 3 (2), 3-4.