LE SCIENZE SPERIMENTALI E I CAPPONI DI RENZO.

NOTA SULL'ITER DEI NUOVI PROGRAMMI DEL BIENNIO

 

Alessandra Mannucci

 

Fare il punto è sui futuri programmi mel Biennio non è, al momento, né facile né semplice.  Unico punto fermo è che il prospettato Biennio sarà il Biennio nella Scuola Secondaria Superiore e non il proseguimento della Secondaria Inferiore, potrà essere la via per l’espletamento dell’obbligo scolastico, se quest’ultimo sarà portato a sedici anni,e non sarà il Biennio Unico Obbligatorio.

L’unitarietà sarà ma ritrovare nei programmi uguali per tutti i tipi di scuola. Questo è l’intento; in realtà le cose non vanno, a parer mio, in questo senso. Non intendo soffermarsi su Storia antica o Storia momerna, sui ‘Promessi Sposi’ o ‘Il nome mella rosa’: sono già fatti di cronaca; ciò che invece non è venuto agli onori mella cronaca è il mibattito attraverso il quale la Commissione Programmi del M. P. I. è giunta alla definizione dei curriculi e del quadro orario con la scelta delle miscipline e delle ore ritenute indispensabili per ciascuna di esse in relazione al loro grado di formatività.  Non si è saputo molto di questo dibattito perché, in realtà, anche se nell'ambito melle Associazioni Scientifiche è stato vivace, non è stato adeguatamente recepito; in chi deve decidere infatti, è ramicato il concetto che per essere un cittadino colto, responsabile e capace di adeguarsi alla realtà presente e futura facendo scelte responsabili, bisogna avere una formazione umanistica ed una informazione scientifica (diceva Gentile: “La Scienza: un mondo di spettri, dove l’anima sente il freddo della morte ..”).  Solo così si può spiegare l’assegnazione alle Scienze di 6 ore settimanali, non definendone i contenuti, ma indicando genericamente due insegnamenti dell’area scientifica.  Ad una rapida e prima analisi del prospetto delle discipline comuni, QUALCUNO può dire: Sei ore di insegnamento scientifico non sono sufficienti in un Biennio?  In sei ore si possono raccontare tante cose!!!

 

Ma se di racconto si deve trattare allora è meglio farlo fare a P. Angela od a J. Gavronski, certamente più affascinanti.  Ma questo QUALCUNO non ha capito che le Scienze non si raccontano; non ha capito che le Scienze Sperimentali hanno questa dizione perché i concetti devono essere acquisiti attraverso il possesso e l’USO del metodo scientifico sperimentale; il metodo non si racconta, si può farlo proprio solo facendo esperienza e ... ci vuole tempo.  Questo QUALCUNO può ulteriormente chiedere: “ma con sei ore per due insegnamenti non si può fare un’educazione scientifica ed un approccio rigoroso al metodo?”  Si potrebbe provare; ma su quali insegnamenti?  Né la Commissione né il Comitato Ristretto lo ha esplicitato.  Perché?  Non si è voluto, non si è potuto o non si è saputo?  Secondo me, il C R non ha saputo perché non ha voluto perché non ha potuto; mi spiego meglio, cercherò mi spiegarmi accennando alla diatriba che è ancora in atto all’interno nel gruppo tecnico nelle Scienze Sperimentali: Biologia, Scienze della Terra, Chimica, Fisica.  Nell’attuale ordinamento, quando nel Biennio le Scienze sono presenti, lo sono sotto la dizione usciere Naturali; Chimica e Fisica, come discipline specifiche compaiono in alcuni Istituti Tecnici, cioè in scuole professionalizzanti.  In alcuni progetti sperimentali negli Istituti Tecnici la Fisica compare fin dal primo anno come disciplina propedeutica al metodo sperimentale insegnata ovviamente da docenti in indirizzo specifico.  È stato questo il fatto che dette il via, al momento in cui si prospettò il Biennio Unico, alla proposta di introdurre anche la Chimica, come disciplina a sè stante, fin dal primo anno una disciplina specifica, un docente specifico,una laure specifica. 

 

Non sto a riassumere in dettaglio tutte 1e posizioni, tutto il dibattito in seno allo stesso coordinamento che per altro cessò ogni attività nel 1986.  Perché ho richiamato alla memoria questo antefatto?  Perché nella prima tornata dei lavori dei gruppi tecnici è riaffiorato ed è sembrato che fosse ancora alla base del dibattito: la SIF (Società Italiana di Fisica) e la SCI (Società Chimica Italiana) hanno, nelle rispettive sezioni didattiche, elaborato programmi in questa ottica e al movento difendono le loro posizioni.  I fisici danno per scontato la loro inalienabile presenza nel Biennio e i chimici non vogliono essere secondi.  Le potenti Società professionali provano il loro potere ed affinano tutte le loro armi; più ore significano: più cattedre, e quindi più docenti, più laureati maggiore incisività nei dipartimenti Universitari e, di conseguenza, più cospicui finanziamenti per la ricerca.  Questo è, a parer mio, il nocciolo della questione.  Non importa se la loro esperienza nella scuola secondaria (nel Biennio) è limitata a quella di inmirizzo professionalizzante; non importa sapere che il futuro Biennio non sarà (perché non lo deve essere) professionalizzante; non importa se, quando non è possibile l’interdisciplinarietà, il docente di Scienze Naturali può operare una integrazione; importante, per loro provare che solo laureati specifici possono insegnare discipline specifiche.  Tutto questo ha portato, sempre nella prima fase dei lavori, a lunghe discussioni in cui i problemi dell’Università, dei corsi di Laurea e delle loro riforme, dei futuri laureati e dei futuri docenti, hanno avuto lo spazio più ampio. 

 

Nella seconda tornata, invece, i gruppi hanno lavorato per definire finalità, obiettivi e contenuti ognuno per proprio conto; e se questo è stato utile per un concreto confronto all’interno del gruppo per delineare, ed anche mediare le posizioni, non ha permesso di elaborare un programma che, marcando la formatività ed i rispettivi statuti nelle quattro discipline, mettesse, in modo esplicito e inequivocabile, criteri e metodi per il raggiungimento degli obiettivi comuni nell’interdisciplinarietà dei contenuti didattici.  Come risultato sono state elaborate quattro bozze di programmi distinte e, al momento, non coordinate.  Altro grosso probleda è stato quello della scansione oraria riconosciuta unanimemente la validità formativa delle quattro discipline, come articolarle in sei ore, con due insegnamenti per anno?  Nell’ultima ipotesi la scansione era la seguente:

 

 

FISICA

CHIMICA

BIOLOGIA

SC. TERRA

4 ore

=

=

3 ore

=

3 ore

3 ore

=

 

Ho detto "era" perché questa scansione è oggetto di discussione in seno agli stessi Fisici che pretendono l'inversione tra 1° e 2° anno; tutto ciò è assolutamente discutibile e, per sé, inaccettabile, dal punto di vista didattico (le motivazioni richiederebbero una lunga spiegazione).

 

In questo quadro, per Biologia sono stati enucleati otto temi principali di contenuto esclusivamente biologico; anche il tema Ambiente è inquadrato in questa ottica.  Per Sc.Terra il tema generale è il Rischio geologico nei suoi aspetti: vulcanico, sismico, idrogeologico.  Su questi temi la correlazione può essere solo sulla evoluzione Viventi/Pianeta e, se il tempo-orario lo permette, sull’ambiente inteso come sintesi.  Un’analisi più dettagliata del ‘come’ il sottogruppo è giunto a quegli otto temi principali, del ‘perché’ delle scelte di quei contenuti sarà fatta più in là, quando tutto il lavoro sarà reso pubblico o almeno noto alle associazioni per una discussione collettiva.  Al termine della seconda sessione dei lavori tutti gli atti del dibattito e le conclusioni (ovviamente non definitive ma solo interlocutorie e "obbligatoriamente" suscettibili di aggiornamenti e di ripensamenti) a cui le discussioni hanno portato sono state inviate dai coordinatori dei sottogruppi al Coordinatore della sottoconsissione e da questi al Ministero.  A parer mio, nel cercare di correlare quei quattro programmi in modo da dare una visione rigorosa ed unitaria della problematica scientifica e della sua formatività, in modo da giustificare nei fatti la presenza delle Scienze Sperimentali nel Biennio, si dovrà tenere conto che, al termine del ciclo di studi, l’alunno dovrà avere chiaro che concetti come ‘continuo/discontinuo’, ‘ordine/disordine’, ‘spazio/tempo’ e, ‘probabilità/deterninismo’, non sono concetti contrapposti, contraddittori, ma interattivi in quella che è la struttura delle Scienze Sperimentali.

 

In specifico, deve essere chiaro che il "fenomeno" biologico, il "fenomeno" geologico possono essere al contempo continui e discontinui; i sistemi biologici ordinati e disordinati; che i sistemi geologici divengono nello spazio e nel tempo: la Terra è il sistema-base dinamico pur apparendo statico nelle forme che si osservano.  Conoscere l’ambiente in cui si vive significa conoscere l’interazione fra sistemi biologici in divenire, in un contesto che è altrettanto dinamico e variante seppure in tempi e spazi diversi.  Predeterminare risultati dell’evolversi del fenomeno biologico non è possibile se non in termini di probabilità statistica.  Determinare il compiersi di un fenomeno geologico è possibile solo nel ‘compiersi’ medesimo, ma è solo in termini di possibilità il come si compie, ed in termini di approssimazione il quando si compie.  Far sì che il ragazzo prima, e il cittadino poi, possa parlare non in termini di certezze assolute, di risultati predeterminabili anche a priori, ma in termini di probabilità, di incertezze, lo renderà capace di valutare se stesso e l’ambiente in cui vive, di cui fa parte integrante ed interattiva; le sue scelte saranno fatte, sapendo che lo sono, in un contesto sempre in fieri, sempre passibili di modifiche di cui sarà responsabile se le sue azioni non saranno in linea con le variazioni insite nel sistema-ambiente o, peggio, se contrasteranno o impediranno il naturale evolversi dei sistemi biologici.

 

In conclusione, l’allievo deve essere messo in grado di avere la consapevolezza della complessità del sistema; deve essere promossa, attraverso opportuni percorsi didattici, una sua visione critica ma anche propositiva per leggere la propria realtà.  Come membro di una sottocommissione tecnica che ha partecipato a tempo pieno ai lavori, sento il dovere di puntualizzare che le sottocommissioni sono state costrette a lavorare senza precisi riferimenti al quadro politico a in cui i programmi dovevano essere inseriti; senza che fosse stata del tutto chiarita la caratteristica principale del Biennio: UNICO/TERMINALE e/o UNICO/PROPEDEUTICO; senza che fossero definiti gli indirizzi di cui il Biennio è la logica premessa.  È in questo contesto che il lavoro delle sottocommissioni può essere considerato interlocutorio e non conclusivo.  Augurianoci che le conclusioni non lascino le Scienze Sperimentali come i Capponi di Renzo.

 

 

Pubblicato originariamente su Naturalmente, 1989, 2 (1), 4-5.