I FOSSILI VIVENTI E LA SELEZIONE NATURALE

 

Giuseppe Spadaro

giuseppespadaro20@libero.it

 

Com’è noto, secondo la stragrande maggioranza dei biologi, l’evoluzione è un processo dovuto al meccanismo neodarwiniano mutazioni – ricombinazione – selezione naturale.  Osserviamo che.

a) Che esistano la ricombinazione e le mutazioni è un dato di fatto;

b) che gli effetti della ricombinazione e delle mutazioni, espressi nel fenotipo e risultanti casualmente adattativi, vengano accumulati di generazione in generazione, è anche questo un dato di fatto.

c) Ma si deve anche “onestamente” riconoscere l’esistenza di due grossi problemi decisamente inquietanti: quello della stabilità (o stasi) delle specie tra i fossili della colonna stratigrafica e quello dei cosiddetti “fossili viventi”.

 

Com’è noto, i paleontologi, anziché trovare negli strati fossiliferi specie che variano gradualmente e gradualmente trapassano in altre specie, trovano viceversa specie che rimangono immutate per lungo tempo (la cosiddetta “stasi”); gli zoologi invece, assieme a specie che si evolvono, si trovano davanti anche specie che rimangono immutate anche per centinaia di milioni di anni: sono i cosiddetti “fossili viventi”.  Com’è stato segnalato da tempo, questi due fenomeni sono palesemente in stridente contrasto con i dettami della teoria darwiniana che prescrive un’evoluzione universale e continua.  Infatti, dal momento che le mutazioni (e anche la ricombinazione) sono comunque sempre presenti, e presente è anche l’azione della selezione naturale, com’è possibile spiegare la stasi delle specie che appare nella documentazione fossile e soprattutto l’esistenza dei fossili viventi?

 

Qualcuno ha cercato di ovviare all’inconveniente ricorrendo ai concetti di “selezione direzionale” e di “selezione stabilizzatrice”.  Quando le condizioni cambiano, la selezione naturale direzionale modificherebbe in risposta l’adattamento; quando invece non vi sono cambiamenti ambientali, la selezione naturale sarebbe stabilizzatrice: essa “nei periodi di stabilità si prefiggerebbe di perfezionare gli adattamenti, più che di modificarli.”  Si tratterebbe insomma di aggiustamenti fini.  Ma pur ammettendo (con un po’ di buona volontà ) che, quando nell’ambiente non vi sono cambiamenti, la selezione naturale (qui nel ruolo di “selezione stabilizzatrice”) agisca a perfezionare certi adattamenti, ecco che anche qui sorgono delle difficoltà; infatti, nei periodi di stabilità ambientale i perfezionamenti di taluni adattamenti operati dalla selezione naturale non possono protrarsi oltre un certo limite. [1]  A un certo punto si devono pur arrestare; non possono ovviamente continuare all’infinito!  La prova più evidente di ciò è l’esistenza stessa dei così detti “fossili viventi”: specie praticamente immutate da milioni e milioni di anni, che (fino a prova contraria) nel corso di tale arco di tempo non hanno subito alcun tipo di perfezionamento [2] da parte della selezione naturale, o, se si vuole, delle selezione cosiddetta stabilizzatrice.

 

Fossili viventi (Da George Gaylord Simpson, Il significato dell’evoluzione)

 

Come si vede, i perfezionamenti non hanno sempre luogo malgrado la presenza e l’azione della cosiddetta “selezione stabilizzatrice”.  Insomma, la teoria darwiniana si trova davanti due formidabili problemi da spiegare: 1) la stasi delle specie che appare nella documentazione fossile; 2) l’esistenza dei fossili viventi.  Tralasciamo, per la brevità che ci si è imposti in questo articolo, il problema della stasi, e interessiamoci del problema dei fossili viventi. [3]

 

Lo scoglio dei fossili viventi

Com’è noto, i fossili viventi (chiamati anche con altri termini, quali reliquie, relitti, specie pancroniche, ecc.) sono specie animali e vegetali tuttora viventi ma rimaste praticamente immutate per lunghissimo tempo (un tempo dell’ordine dei centinaia di milioni di anni), rimanendo a conti fatti refrattari all’evoluzione che si svolgeva attorno e “invisibili” all’azione della pur onnipresente selezione naturale.  Così i Brachiopodi (comparsi nel Cambriano e non più variati), il cui più immutabile rappresentante è la lingula, del tutto simile a esemplari fossili dell’Ordoviciano; così il limulo, apparso nel Cambriano e non più variato dal Trias; così il famoso Celacanto, scoperto nel 1938; ma anche gli odierni coccodrilli, la neopilina, il proteo, lo sfenodonte, il nautilo, gli scorpioni, i dipnoi, l’ornitorinco, l’echidna, il kiwi, l’opossum, un numero notevole di altre specie animali e vegetali (gingko, sequoie, araucarie, felci, ecc.).  Se l’evoluzione è un processo universale, graduale e continuo, come sosteneva Darwin, o discontinuo come sostengono altri epigoni di Darwin,perché esistono le forme statiche?  «Perché,» si chiede il grande biologo evoluzionista Ernst Mayr, «il fenotipo di alcuni invertebrati (in particolare, i cosiddetti fossili viventi) è rimasto immutato per oltre cento milioni di anni, mentre altre specie a essi collegate sono estinte o si sono evolute in modo drastico?» [4]

 

«I fossili viventi » scrive il paleobiologo Steven M. Stanley «hanno sempre rappresentato un enigma spinoso per la concezione tradizionale, gradualista, dell’evoluzione. Se la selezione naturale modifica le specie in continuazione, e in maniera significativa, perché alcune specie sono immuni da questo processo?» [5] «Perché» si chiede lo zoologo Jean–Jacques Barloy, «alcune migliaia di generazioni sono state sufficienti per trasformare il genere Homo, mentre un numero infinitamente più grande non ha fatto variare il nautilo, il limulo o gli scorpioni?  Il problema degli animali–reliquia» conclude assai opportunamente Barloy, «ripropone, infatti, quello dell’evoluzione.» [6] A nostro parere “ripropone” una profonda revisione della teoria darwiniana, possibilmente con l’innesto di altri “sostanziosi” nuovi concetti.

 

Chi reputa che il processo evolutivo sia essenzialmente questione di mutazioni e di selezione naturale, dovrebbe dunque chiedersi com’è possibile che nel corso di milioni e milioni di anni, in un arco di tempo cioè nel quale si sono succedute mutazioni e mutazioni, nessuna mutazione sia riuscita a scuotere certe specie dal loro letargo evolutivo.  Perché esse, malgrado tanta ricchezza di mutazioni, “scrutinate” dalla selezione naturale, non sono riuscite a evolversi nemmeno di un punto?  E ancora: come mai i fossili viventi non sono stati “notati” dalla selezione naturale, che tutto “vede” e scrutina?  «Non bisogna credere,» osserva J.–J. Barloy, «fatto che parrebbe logico a prima vista, che i fossili viventi non siano soggetti a mutazioni.  Per esempio, anche la drosofila può essere considerata come fossile vivente; non è per nulla cambiata dal Terziario, come dimostrano gli esemplari trovati nelle resine fossili.  Ora, quest’insetto presenta innumerevoli mutazioni, che spiegano l’ interesse dei genetisti.  Bisogna concludere che queste mutazioni hanno solamente rimescolato i caratteri, senza portarne veramente dei nuovi.  Un esempio analogo si troverebbe fuori del regno animale: è quello dei batteri, anch’essi assai soggetti a mutazioni e che, tuttavia, si sono poco evoluti dal Precambriano.» [7]  È proprio vero che «Se solo si considerassero in nome della logica le specie pancroniche, [8] – che sono molto numerose –» scrive Pierre–P. Grassé, a proposito dei fossili viventi, «che da decine, e anche da centinaia di milioni di anni mutano senza cambiare notevolmente, si sarebbe già portati a rifiutare ogni valore evolutivo alle mutazioni, quali le osserviamo nella flora e nella fauna attuali.»

 

Osservazioni Quello dei fossili viventi [9] non è un problema di poco peso, ma un problema di fondamentale importanza cui deve dar conto qualsiasi teoria che intenda spiegare in modo plausibile il fenomeno dell’evoluzione biologica.

 

Se una teoria dell’evoluzione non riesce a spiegare il fondamentale fenomeno dell’assenza di evoluzione per milioni e milioni di anni di tante specie animali e vegetali, vuol dire che essa è inadeguata, ecco.  O che comunque spiega le cose solo in parte.

 

È perfettamente vero che, come scrive Mayr, «Molte osservazioni raccolte dalle varie discipline scientifiche sono ancora senza risposta. » [10]  Ma questo non può giustificare la mancata soluzione del problema dei fossili viventi [11] da parte della teoria darwiniana che, a detta dei suoi sostenitori (dunque per primo dello stesso Mayr) spiega in modo abbastanza soddisfacente il fenomeno dell’evoluzione.  La verità è un’altra.  La teoria darwiniana, pur fornita di validissimi concetti, come varietà, selezione naturale, adattamento all’ambiente, riproduzione differenziata, ecc., ha eccessivamente fatto leva sul concetto di selezione naturale, pretendendo di spiegare quasi tutto con tale nozione. [12]  Ma è come se, avendo sperimentato personalmente l’effetto terapeutico della penicillina per talune malattie, noi, presi d’entusiasmo per tale farmaco miracoloso, volessimo usarlo per curare “anche” altre malattie dove esso non potrebbe avere alcuna efficacia.  Se si ricorre come al solito al concetto di selezione naturale anche per spiegare la stabilità delle popolazioni e quindi gli stessi fossili viventi, si è logicamente costretti a sostenere che in periodi di stabilità ambientale la selezione naturale, non dovendo promuovere la trasformazione evolutiva (adattativa), esercita comunque un’azione perfezionativa.  Ma, dovendo ammettere che un tale perfezionamento non potrebbe protrarsi all’infinito, a un certo punto si finisce col cozzare con la fronte contro una parete di granito!  Se il neodarwinismo è incapace di sbrogliare le due importantissime matasse della stasi e dei fossili viventi, sorge il fortissimo sospetto che tale teoria è inadeguata, o comunque insufficiente a spiegare i fenomeni evolutivi.  Questo è detto, pur riconoscendo i grandissimi meriti dei maggiori biologi evoluzionisti di scuola darwiniana (J. Huxley, Simpson, Mayr, Dobzhansky, ecc.) e i più o meno grandi meriti di tanti altri.  Darwin merita un posto speciale nella considerazione di tutti, malgrado i suoi limiti.

 

Bibliografia e note

1. Anche il più meticoloso dei pittori a un certo punto cessa di ritoccare il suo quadro, altrimenti più che migliorarlo lo peggiora!

2. Tranne nella prima fase della stasi evolutiva.

3. Diciamo di passaggio che i fossili viventi rappresentano un caso limite della stasi, ovvero della naturale stabilità delle popolazioni e delle specie.

4. E. Mayr, Il modello biologico, pag. 64. McGraw Hill, 1997.

5. S.M. Stanley, L’evoluzione dell’evoluzione, pag. 100, Mondadori, 1982. Più avanti lo stesso Autore conclude che: «I fossili viventi non mostrano alcun carattere adattativo che possa spiegare perché la selezione naturale li abbia quasi completamente ignorati per milioni di anni, mentre produceva enormi cambiamenti in altre forme di vita ben consolidate.» (ib. pag. 101).

6. J.–J. Barloy, Grande enciclopedia del regno animale, vol. IV,pag. 1247, Fabbri Hachette, 1977.

7 ib. pag. 1246

8. P.–P. Grassé, L’evoluzione del vivente, pag. 283, Adelphi, 1979.

9. A parte quello della stasi che qui abbiamo tralasciato per brevità.

10. E. Mayr, op. cit., pag. 64.

11. E, aggiungiamo, quello della stasi.

12. A tal proposito anche il grande paleontologo George G. Simpson, uno dei padri della Teoria Sintetica, giudicò insostenibili certe teorie «che tentano di spiegare l’evoluzione per mezzo dell’azione predominante o esclusiva di un solo principio, come nel caso dell’insistenza dei neo–darwinisti sulla importanza essenziale della selezione naturale.» (G.G. Simpson, Il significato dell’evoluzione, pag. 291, Bompiani, 1954).