CHE FINE FARANNO LE SCIENZE NATURALI?  PROVIAMO A DISCUTERNE

 

Vincenzo Terreni

 

Non è facile raccogliere gli elementi essenziali che hanno spinto alla scelta che è sempre stata individuale del lavoro sperimentale di scienze.  Innanzi tutto occorre dire che la maggior parte delle sperimentazioni (mini, con un linguaggio mal mutuato dalla moda) sono state partorite nei Licei Scientifici per motivi che appaiono chiari se si va a vedere la struttura della cattedra: venti ore settimanali (come i docenti di disegno della stessa scuola), due corsi, otto classi.  Una cosa semplicemente scandalosa, offensiva e –se paragonata alle situazioni degli altri insegnamenti– punitiva per le scienze naturali.  Il programma poi è quanto di peggio si possa immaginare, la dizione Scienze naturali, chimica e geografia rende poco l’idea del cumulo di nozioni spesso disorganiche, molte delle quali al di fuori della competenza personale, mai completamente sopportate da una preparazione universitaria.  A tutto ciò si aggiunge la totale assenza di corsi di aggiornamento mirati alla disciplina nel suo insieme.  Una situazione sconfortante alla quale si è tentato di far fronte con lodevoli tentativi che non sono stati che raramente sottoposti ad una verifica o ad un confronto con un sufficiente respiro, nella totale assenza di controllo ed interesse da parte del Ministero e dei suoi fantomatici ispettori.  Sulla natura degli ispettori occorrerebbe un convegno a parte: esistono davvero?  Qualcuno li ha visti?  Come sono fatti?  Il loro habitat naturale sono le scuole o le hall degli alberghi occupati tra un’oliva e un martini a discutere del menù del prossimo convegno?

 

La situazione poi dell’insegnamento Scienze Naturali nelle cosiddette maxisperimentazioni è del tutto subordinata alla natura di queste esperienze che sono sempre state promosse e sostenute da docenti di altre discipline e che hanno avuto l’approvazione proprio in virtù di questa loro natura.  Insomma la situazione generale del nostro insegnamento risente in modo inequivocabile dalla nostra attuale situazione di marginalità all’interno dell’attuale ordinamento scolastico nato dalla impostazione gentiliana, mai smentita, che considerava la disciplina nel suo complesso come un cumulo fastidioso e senza fascino di insetti disgustosi e di animali impagliati.  È inutile nasconderci qual è il ricordo dell’insegnante di scienze che abbiamo avuto al Liceo: una signorina, generalmente in là con gli anni che ci faceva contare -sul libro- le zampe ai millepiedi.  Se la situazione è un po’ cambiata lo dobbiamo soprattutto alle scienze biologiche nel loro complesso che hanno avuto un’accelerazione eccezionale tanto da farle considerare come dinamismo, potenzialità e rilevanza sociale la disciplina del futuro.  Ma non hanno ancora acquisito quella dignità di scienza che la fisica, per esempio ha avuto da sempre: basti pensare che tutti conoscono il nome di Rubbia e le sue imprese, quasi nessuno sa che il nostro Paese ha prodotto gente come Levi Montalcini, Luria, Dulbecco e tanti altri che in termini di contributi teorici che si sono poi tradotti in concreti per il benessere delle gente ha dato molto di più (tra l’altro facendo spendere molto meno).  Ma non si tratta di sostituire una partigianeria con un’altra, non solo non ci sono le forze, ma non è neppure giusto; la situazione invece è semplicemente quella dell’inizio del secolo: la marginalità della scienza sperimentale nella scuola italiana che continua a dedicare i quattro quinti dell’orario di insegnamento alla materie umanistiche.

 

Varrebbe la pena anche di soffermarsi sull’impostazione metodologica della materie umanistiche: anche in questo caso raramente si ricorre ai testi, preferendo i critici, quasi mai si ricorre alle fonti per la storia, rarissimamente si leggono gli autori in filosofia.  Insomma una cultura raccontata anche nelle discipline umanistiche che dovrebbero costituire, secondo l’antico legislatore, l’ossatura della scuola e della cultura.  Meriterebbe di approfondire anche l’aspetto di quanto le Case Editrici sono riuscite a modificare questo tipo di andamento: certamente per le scienze sperimentali l’influenza è stata enorme, ma anche in questo caso continuano a trovar posto nei cataloghi e nelle scuole vecchiumi improponibili alla fine del millennio accanto a testi di enorme interesse, di moderna impostazione, ma di difficile adozione a causa della mancanza di ore e di attrezzature; tende quindi a prevalere una sorta di compromesso tra quello che riterremmo giusto fare e ciò che è possibile, ne deriva un impasto non sempre digeribile da un punto di vista metodologico e contenutistico tra scienza, cronaca e fantascienza.  È chiaro che per sopravvivere con un minimo di dignità professionale occorre revisionare profondamente i programmi e la struttura della cattedra: un corso è più che sufficiente per una persona, diciotto ore di lezione settimanale un traguardo ancora lontano per molti colleghi, un minor guazzabuglio di ‘cose’ un passaggio obbligato per una didattica meno farraginosa e raccontativa.  Le sperimentazioni di scienze sono nate principalmente per questo: esigenze personali mai riconosciute da chi è pagato per accorgersi che le cose non possono andare avanti così.  C’è il rischio che ora queste esperienze –tanto faticosamente messe in piedi, spesso a dispetto di una dirigenza scolastica se non ostile, disattenta– rischino di vedere la loro fine a causa proprio di altre discipline scientifiche, in particolare l’informatica.

 

Chi sceglierà le scienze sperimentali in opzione all’informatica?  L’informatica, inevitabile disciplina sulla cui legittimità scolastica non c’è neppure da discutere, è divenuta praticamente obbligatoria grazie alle potenti pressioni dei produttori di hardware che sono riusciti a convincere repentinamente un Ministero che solitamente si nuove in tempi storici mostrando invece in questa occasione una velocità degna di un rapace.  Non possiamo assistere impotenti allo smantellamento di lustri e lustri di paziente lavoro, di contatti individuali al di fuori delle venti, delle 210, delle 80 ore, sere, pomeriggi e nottate immolate sull’altare di una scuola che non meriterebbe niente e per la quale ci siamo sempre spolmonati senza niente in cambio se non quella fugace e spesso pelosa stima degli allievi.  Deve essere riaffermato con forza il concetto che le Scienze Sperimentali e la Biologia in particolare sono l’unico strumento per la comprensione del mondo, che ci dovrebbero consentire di vivere meglio e il più a lungo possibile assicurandoci una lunga discendenza che possa godere delle stesse condizioni; invece non si può far a meno di constatare che tutte quegli aspetti attuali, importanti –e generalmente molto curati– che di solito occupano gli ultimi capitolo dei libri di testo non vengono mai affrontati.  Prendiamo un testo a caso tra i più diffusi: H Curtis N.S Barnes ‘Invito alla Biologia’ Zanichelli circa 700 pagine zeppe di biologia da svolgere in complessive cinque ore per tutta la durata dei Licei ed in sei per gli Istituti Magistrali, oppure in tre per i Tecnici: si debbono operare dei tagli che rendono mostruoso l’insieme, più o meno cose tagliare l’intero '900 per la letteratura italiana, la storia e la filosofia, cosa in buona misura vera e che quindi accomuna nella mostruosità anche le discipline portanti della nostra scuola.  In sostanza se vogliamo fornire agli allievi gli elementi essenziali per comprendere l’attuale situazione di sfacelo ambientale non ci possiamo (paradossalmente) permettere di affrontare –per mancanza di spazio– tesi come: dinamica delle popolazioni, laterazioni nelle comunità, Interazioni negli ecosistemi, Biosfera.

 

Importante e inevitabile l’iniziativa in progetto dall’ANISN sezione di Pisa: un convegno per l’analisi dettagliata dello stato dell’insegnamento delle scienze naturali nella scuola sedia superiore nel curricolo tradizionale e nelle sperimentazioni.  Naturalmente ha già affrontato l’argomento con la pubblicazione di una serie di testimonianze provenienti da tutti gli Istituti della Provincia; ora vogliano allargare il campo e rimettere in discussione il ruolo che viene attualmente concesso alla nostra disciplina ed il destino che viene riservato dalle nuove proposte Ministeriali.  L’appuntamento è per i primi di ottobre ed i soci verranno avvisati con molto anticipo sul programma dei lavori per favorire la partecipazione attiva e stimolare contributi.  Questo che viene proposto risulta uno degli ultimi tentativi prima del prepensionamento intellettuale e del seppellimento delle velleità di trasformazione della scuola: una riflessione sulle prospettive di queste Scienze Naturali in un mondo che non può continuare a trascurare se stesso dando ai propri figli quella preparazione naturalistica infantile, aneddotica e insufficiente che ha portato alla attuale carenza di coscienza ambientale.

 

 

Pubblicato originariamente su Naturalmente, 1989, 2 (2), 3-4.