CULTURA UMANISTICA E CULTURA SCIENTIFICA: DUE FACCE DELLA STESSA CULTURA

 

Francesco Giuliano1

francesco.giulianolt@libero.it

 

Contributo libero al “First Roma Workshop on Past and Present Perceptions of Science: Galileo and the Renaissance Scientific Discourse” Biblioteca Casanatense e Liceo-Ginnasio «Visconti» di Roma – 6 maggio 2009

 

Riassunto

Il presente articolo è riportato come esempio di metodo, utile per stimolare gli studenti, partendo da un brano letterario.  Si cita la vicissitudine di un ragazzo che, attratto e incuriosito da alcuni fenomeni, si vede invogliato emotivamente a ricercare ininterrottamente la causa e la spiegazione scientifica degli eventi osservati.  Da ciò si evince anche l’unicità della cultura letteraria e scientifica.

 

Abstract

The present article is brought as example of method, useful to stimulate the students departing from a literary passage.  You quotes the vicissitude of a boy that, attracted and curious from some phenomena, is seen emotionally induced to uninterruptedly seek the cause and the scientific explanation of the observed events.  From this the oneness of the literary and scientific culture is also deduced.

 

1. Necessità di unificare le due culture

Il filosofo sofista Gorgia (Lentini, 490 – 391 a.C.) riteneva che la Scienza si risolve con la manualità, mentre le azioni e i valori si realizzano attraverso l’arte dell’eloquenza e del ben discorrere [2].  Socrate (Atene, 469 – 399 a.C.), invece, sosteneva che bisogna avere fede nella razionalità e rifiutare il dogmatismo, e che la Scienza è fondata sull’analisi critica [3].  Da ciò emerge la contrapposizione delle opinioni sulla Scienza già in epoca remota, e che tale contrasto esiste tutt’oggi in quanto la scuola italiana ancora ha un impianto fondato sull’idealismo gentiliano.  Secondo l’idealismo, la Scienza è considerata empirica e dogmatica, in quanto presuppone di conoscere il conosciuto, così come Platone presupponeva allo spirito le idee [4]. Per l’idealismo, in definitiva, solo la cultura umanistica poteva e può sviluppare le capacità cognitive basilari dell’individuo, e considerava la Scienza utile alla società moderna solo per il suo carattere pratico e tecnico [5].  La trasmissione della cultura umanistica si basa spesso sul metodo catechetico che viene, purtroppo, adoperato anche nell’insegnamento delle discipline scientifiche.  Con esso si educano gli studenti ad essere funzionali al potere, in quanto il potere costituito meglio può governare se nessuno si pone domande e supinamente accetta tutto ciò che dall’alto gli viene detto.

 

Il metodo socratico, invece, si basa sul modo di essere di Socrate, il quale, ritenendo di non possedere alcun sapere, spinto dall’amore per la conoscenza, continuamente metteva in crisi quelle opinioni diffuse e condivise, che non erano mai state discusse e verificate.  Con ciò Socrate aveva posto, primo fra tutti, le basi del metodo su cui si basa la cultura scientifica, che non accetta l’autorità, che a sua volta inibisce e rende vano ogni tentativo di ricerca. [6]  Il metodo catechetico porta al pensiero dogmatico, che è tendenzialmente connesso con l’assolutismo, mentre il metodo socratico induce ad un pensiero dialettico correlato invece con il relativismo.  Già il filosofo Protagora (Abdera, 480 – 410 a.C.), infatti, sostenendo che “l’uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono”, aveva fissato, già nel V secolo a.C., le basi del moderno relativismo.  Forse presupponendo questa differenza, lo scrittore Elio Vittorini (Siracusa, 1908 – Milano, 1966) sosteneva che la cultura è una, cioè, all’unisono, essa è sia letteraria che scientifica.  Egli attribuiva la causa della separazione tra le “due culture” a un modo di pensare antiquato e antiscientifico e aspirava ad una cultura moderna che dovesse essere, nel contempo e in modo unitario, letteraria e scientifica [7].  Una cultura aperta al dialogo, in definitiva.

 

2. Un storia semplice che induce a meditare

“L’indomani, dopo aver terminato di svolgere i compiti di scuola, [Ciccio] ritornò da Ianuzzu per ammirare con la luce del giorno quello spaventapasseri che però non si comportava da vero spaventapasseri.  Non tutti gli spaventapasseri sono spaventapasseri.  Non svolgeva, infatti, il compito che gli era stato assegnato ma era diventato un rifugio per i passeri che andavano a posarsi sopra la testa o sopra le spalle.  Quell’involucro dalle sembianze umane era diventato, infatti, una pedana per tutti i piccoli volatili del luogo che con il loro cinguettio sembrava volessero prendere in giro tutto il mondo, compresi gli esecutori di quel fantoccio che era un’opera quasi d’arte. [...]  Il nonno, preso allora da una gran disperazione, irritato, entrò in casa e agguantò la doppietta, la caricò e sparò un colpo in direzione dello spaventapasseri, che tale non era; neppure un passero beccò.  Sparò un altro colpo e anche questa volta fallì il bersaglio.  Si accorse però che quei volatili non ritornavano subito nel luogo di partenza ma lo facevano dopo un poco di tempo, in pratica dopo essersi accertati dello scampato pericolo.  Questa osservazione fu provvidenziale perché il vegliardo pensò che gli uccelli si spaventavano col rumore prodotto dagli spari.  Non poteva sprecare le cartucce che costavano tanto, e allora decise di fabbricare una miscela esplosiva così come gli aveva insegnato suo padre quando era ancora ragazzo. Andò nella stalla. Ciccio e Ianuzzu lo seguirono, spinti dalla curiosità.

 

Con una paletta il vecchio raschiò, dalle pareti dei muri, la finissima efflorescenza di salnitro che affiorava in gran copia, facendola cadere in una bacinella; poi, polverizzò in un mortaio del carbone di legna preso dal caminetto in cucina; infine, in magazzino, don Tanu pigliò qualche cucchiaiata di zolfo, che usava per disinfettare le botti, prima che queste fossero riempite di vino, con i fumi prodotti dalla combustione.  Afferrò, quindi, una vecchia tazza d’alluminio e vi pose 10 cucchiai di salnitro, un cucchiaio di zolfo e un cucchiaio di carbone; li miscelò intimamente e ne sistemò una piccola quantità su una grossa pietra posta per terra.  Su questo miscuglio diabolico mise una nera pietruzza basaltica ben levigata e vi scaraventò sopra il primo grande masso che trovò nei dintorni: in seguito all’urto la miscela, formata da quelle tre polveri, esplose e generò un rumore simile ad uno sparo.  I passeri, che gironzolavano da quelle parti, ignari ma atterriti dallo scoppio, scapparono. [...]  Quando tornò a casa raccontò, quello che aveva visto e fatto, al padre e gli chiese spiegazioni.   [n.d.r. Il padre non glieli seppe dare].  [...].  Il giorno dopo, ritornando a scuola il fanciullo descrisse il fatto al suo maestro, ma questo non seppe dargli una risposta esauriente perché egli, all’istituto magistrale, non aveva studiato la chimica in modo approfondito.  Addirittura il maestro si arrabbiò perché Ciccio con quelle domande, che non gli doveva fare, lo aveva messo in difficoltà.  Questo non era ammissibile per un maestro che doveva dimostrare di sapere tutto.  Al bambino, però, rimase impressa la parola “chimica” pronunciata dal suo maestro, cui non chiese spiegazioni per timore di un altro rimprovero. [...]

 

Quella parola, sentita per la prima volta, aveva suscitato la curiosità di Ciccio; in mente gli venne un altro dubbio.  Assieme a tutti gli altri interrogativi che i fenomeni naturali gli avevano fatto insorgere fino allora, non trovò ovviamente una risposta adeguata se non dopo qualche anno, quando proseguendo gli studi al liceo, iniziò a studiare questa scienza dalla parola strana ma che lo appassionò per tutta la vita.  Andò a cercare in un dizionario [8] il significato di quel nome strambo e trovò scritto che la chimica è la “scienza che studia la composizione e la scomposizione dei corpi organici e inorganici, le leggi che le regolano e le proprietà dei corpi semplici e composti.  Ancor di più la mente gli si annebbiò per tutte quelle parole che erano contenute nella breve definizione vocabolaresca.  E, con santa pazienza, Ciccio s’immerse in quel dizionario per colmare i tanti tremendi dubbi che si erano moltiplicati ancor di più.  La colpa di tutto questo proveniva da quell’assordante miscela di polveri che con l’urto produceva il forte botto che faceva scappare i dannosi passeri.  Le idee gli si complicavano ancora di più!  Nella mente di Ciccio, quindi, si archiviarono tante domande che non trovarono risposte sufficienti, e nessuno fu in grado di dargliele. [...]” [9]  (Dal racconto “Lo spaventapasseri”, tratto da “I sassi di Kasmenai” di Francesco Giuliano, ed. Associazione Culturale Il foglio, collana Il foglio promo, Piombino, 2008)

 

3. Concetti chimici e fisici ottenuti dalla ricerca effettuata da Ciccio

a. Nitrificazione

Dalle sostanze proteiche contenute negli escrementi degli animali, mediante il processo catabolico detto ammonificazione, si ottiene l’ammoniaca NH3, la quale in ambiente acido viene salificata a ione NH4+.  Successivamente questo ione viene trasformato, dai batteri Nitrosomonas, in ione nitrito NO2¯, il quale, in ambiente acido o leggermente basico, dove siano presenti anche i carbonati di calcio CaCO3 e di potassio K2CO3, per effetto dei batteri Nitrobacter, subisce la nitratazione, cioè viene trasformato in ione nitrato NO3¯, da cui deriva il salnitro delle stalle o nitrato di potassio.

 

b. Capillarità e efflorescenza

Le stalle costituiscono un sistema umido soprattutto a causa delle urine prodotte dagli animali.  In esso si trovano disciolti i sali solubili in acqua, tra cui i nitrati che si idratano.  La soluzione acquosa così ottenuta sale sui muri, a causa della porosità dei materiali che li costituiscono, per capillarità, e quando la tensione di vapore dell’acqua del composto idrato è maggiore della tensione di vapore acqueo presente nell’aria circostante si ha l’evaporazione dell’acqua.  Ad una certa altezza sulla superficie del muro, quindi, rimane un residuo salino che cristallizzando forma l’efflorescenza, nel nostro caso, di KNO3.

 

c. Esplosivi: polvere nera

Nel racconto, don Tanu, senza saperlo, dal mescolamento delle tre sostanze, ha ottenuto la polvere nera (che ha dosaggio variabile secondo l’uso) avente all’incirca la seguente composizione, corrispondente a quella di Berthelot: 84 % nitrato di potassio, 8 % di carbonio e 8 % di zolfo.  In essa il nitrato funge da comburente mentre i due elementi, carbonio e zolfo, da combustibili.  In definitiva, avviene una reazione di ossidoriduzione, esplosiva, in quanto si ottiene un enorme volume di gas corrispondente a 11 moli di gas.  Nella reazione l’azoto nitrico si riduce ad azoto elementare, mentre il carbonio e lo zolfo vengono ossidati al loro massimo stato di ossidazione, rispettivamente +4 e +6.  L’equazione della reazione è la seguente:

 

10 KNO3 (s) + 8C (s) + 3S (s)  3 K2SO4 (s) + 2 K2CO3 (s) + 6 CO2 (g) + 5 N2 (g) [10]

 

Conclusioni

Questa metodologia, basata sulle moderne teorie costruttiviste, armonizza la cultura letteraria con quella scientifica, rende stimolante la lettura e avvia lo studente ad acquisire una mentalità euristica, coinvolgendolo emotivamente.

 

Bibliografia e note

1. Già docente di Chimica e tecnologie chimiche, Supervisore di tirocinio/SN e docente a contratto di Didattica della Chimica presso la SSIS, Lazio, Università degli studi Roma Tre. Referente IYA2009-Lazio per la provincia di Latina.

2. M. Bonazzi (a cura di), I sofisti, BUR, 2007.

3. K.R. Popper, La società aperta e i suoi nemici, Armando, Roma, 1974.

4. G. Gentile, Teoria Generale dello Spirito, cap. XV, 6.

5. C. Fiorentini, E. Mazzoni, Introduzione, in Storicità e attualità della cultura scientifica e insegnamento delle scienze, Marietti-Manzuoli, Firenze, 1986.

6. U. Galimberti, dal sito www.spaziodimanovra.org, 28 novembre 2006.

7. L. Geymonat, Storicità e attualità della cultura scientifica e insegnamento delle scienze, Marietti-Manzuoli, Firenze, 1986.

8. F. Palazzi, Novissimo dizionario della Lingua Italiana, C.E. Meschina.

9. F. Giuliano, I sassi di Kasmenai, Associazione Culturale Il foglio, Piombino, 2008.

9. M. Giua, Chimica Industriale, pagg. 839-841, vol. 8, USES, Firenze, 1977.