Non ci resta che piangere!

 

Brunella Danesi

 

Ancora una volta la riforma della secondaria, che sembrava prossima, è sfumata.  Del resto, sembra proprio che la scuola vada bene così come è, dal momento che in molti istituti italiani gli studenti, dopo tanti anni di scioperi di fine settimana al seguito delle più svariate manifestazioni, sono scesi in piazza organizzando cortei, si sono “autogestiti”, hanno occupato, prendendo posizione contro vari aspetti del progetto di riforma.  E l’insegnamento delle Scienze Naturali?  Una scritta sui muri di un liceo sperimentale: il pisello di Mendel è rugoso testimonierebbe che, là dove sono presenti sperimentazioni didattiche di Scienze Naturali, questo è vitale e ingenera creatività... forse è per questo motivo che probabilmente verrà soppresso anche in quelle poche scuole fortunate dove gli insegnanti, a partire dagli anni settanta, se lo erano conquistato giorno dopo giorno ovviamente a proprie spese come da anni recitano le circolari, sempre più rare, su corsi d’aggiornamento.  Si può sempre pensare, tuttavia, che i docenti fortunati che hanno lavorato in minisperimentazioni, il “brivido” di offrire ai giovani contenuti in qualche modo formativi lo hanno per lo meno provato per un certo numero di anni, a differenza di quanti, i più, che, aspettando una riforma promessa e sempre disattesa, si sono arrabattati a insegnar di Biologia, Scienze della Terra, un po’ di Chimica... con poche ore e così tante classi che solo ricordare tutti gli studenti rappresenta un lavoro da encomio solenne.

 

Certamente piangere sul latte versato non serve a niente, ma forse rileggere vecchi libri sulla didattica o relazioni tenute a convegni in anni ormai remoti può essere istruttivo per far toccare con mano sino a che punto la scuola italiana, beata lei, sia atemporale e inossidabile.  Riordinando la libreria, mi è capitato fra le mani un libro del 1975, Scuola e scienza [1]. Il volume raccoglie gli interventi di un convegno sull’insegnamento scientifico in prospettiva di una riforma della scuola secondaria tenutosi nel lontano 1973 a Ferrara.  Nella bella introduzione di Fantini, per molti versi di un’attualità sconfortante, si legge fra l’altro a proposito dell’insegnamento delle materie scientifiche: ...“Dato che il senso critico e storico viene considerato di competenza degli insegnanti di materie umanistiche (storia e filosofia in particolare), all’insegnante di scienze non resta altro da fare che rinchiudersi nello svolgimento asettico dei contenuti dei programmi scolastici, accettando così la sua presunta non competenza a svolgere un ruolo di formazione culturale complessiva. L’insegnamento, date queste premesse, non può non essere dogmatico, limitandosi a illustrare alcuni principi della fisica o della chimica, dati per scontati, validi naturalmente e che possono essere messi in discussione solo da chi non li capisce perché non li ha studiati abbastanza ...”  Si è modificato in questi anni l’atteggiamento degli insegnanti di discipline scientifiche e soprattutto, che cosa hanno fatto le istituzioni perché ciò avvenisse?

 

Quanti fra noi, usciti da un corso di laurea in cui si apprendevano Verità assolute, hanno seguito i numerosi corsi d’aggiornamento che si tenevano in quegli anni e soprattutto si sono autonomamente informati appassionandosi alle discipline che insegnavano, senza dubbio hanno modificato e profondamente il loro modo di porgere la disciplina, anche perché l’esperienza ci ha mostrato come soltanto storicizzando e problematizzando i contenuti programmatici si riesce a catturare gli studenti, soprattutto quelli più curiosi.  Non credo tuttavia che vi sia stato da parte degli organi di informazione un pari sforzo; se possibile, direi che in questi ultimi anni i quotidiani, anche le testate più prestigiose, forniscono informazioni sempre più ad effetto, volte a creare molto stupore ma scarsa consapevolezza.  Le case editrici, tranne esemplari eccezioni, hanno progressivamente perduto per strada la funzione per la quale sono nate, quella cioè di produrre e promuovere cultura, per ridurre anche il libro a pura merce, dall’involucro splendente da consumare, digerire e espellere il più rapidamente possibile; i libri di testo da cui ogni anno siamo sommersi ne sono un esempio: contenuti e impostazione spesso desolatamente uguali, schede storiche che il più delle volte sono un mero elenco delle date più importanti della biologia, per cui ne esce una storia del pensiero scientifico equiparabile a una strada diritta, anche se a volte in salita, costellata da tappe in cui i vincitori-scopritori, primi in assoluto o a volte ex aequo, vengono premiati appunto in quanto il loro nome, con accanto una data e la loro scoperta, rimangono scritti a imperitura testimonianza.

 

Il contesto storico in cui si sviluppano certi indirizzi di ricerca che permettono determinate scoperte rimane fuori: la realtà è lì, in attesa di essere pienamente disvelata e noi siamo fortunati giganti sulle spalle dei predecessori.  E il Ministero?  Su quello ormai da tempo abbiamo imparato a non contare: si sono succeduti ministri che, come Di Pietro sembra in questi giorni verificare, erano impegnati in tutt’altro che nella cosa pubblica; figuriamoci poi se erano interessati a trasformare la scuola nella sede principale in cui...“ il patrimonio culturale e tecnico dell’umanità, il lavoro universale... diviene patrimonio del singolo cittadino...” [2].  Sempre nel medesimo libro è riportata la conferenza tenuta dal professor Giuseppe Montalenti, recentemente scomparso. La generazione di naturalisti formatasi negli anni sessanta deve molto a questo scienziato, che con il suo libro L’evoluzione del 1965 contribuì a far conoscere tale teoria in Italia e a difenderla da quanti la consideravano una teoria antiquata e superata.  Lo scienziato [3] fu attento ai problemi della didattica delle scienze naturali e si batté per un’introduzione non marginale delle discipline naturalistiche nelle scuole italiane; nella conferenza del 1973 affronta nodi che ancora oggi non sono sciolti e riporta il pensiero di suoi predecessori che a loro volta, inascoltati, sostenevano le stesse cose: “.... Fra le scienze, la biologia è ancilla ancillarum: scarsamente insegnata, poco considerata agli scrutini, come qualcosa d’importanza trascurabile nella formazione culturale dei giovani....” Chi può pensare che questo non sia vero ancora oggi nelle scuole tradizionali, che poi sono le più numerose?  Montalenti riassume i vari tentativi di riforma della scuola italiana a partire dall’unità d’Italia: la “.. legge Casati del 1859... con la proclamazione del Regno d’Italia nel 1861 veniva estesa dal Piemonte a tutto il Regno...  Nel 1905 il ministro Bianchi istituì una Commissione reale per la riforma integrale della scuola.

 

Nel 1909 la Commissione reale in una sua relazione conclusiva (che praticamente non ebbe alcun effetto nella riforma della scuola) affermò che le riforme falliscono per la impossibilità di condurre numerose assemblee politiche a conclusioni positive e fra loro coordinate, in argomenti complessi di indole tecnica, che appassionano un largo pubblico di interessati in opposte ragioni e nelle quali, come avviene sempre, è possibile giustificare la maggiore e più svariata divergenza di opinioni. Parole che suonano profetiche....- anche nel 1994- ...Una riforma del 1889 aveva dato all’insegnamento naturalistico, compresa la fisica, un largo posto, con uno sviluppo nelle cinque classi ginnasiali e nelle tre liceali...” e aveva istituito un ampio insegnamento di materie scientifiche anche nelle scuole tecniche in cui era presente un indirizzo fisico matematico. Ancora Montalenti riporta un brano molto significativo e attuale dal libro, pubblicato nel 1908 La riforma della scuola media di Galletti e Salvemini, risultato di un’indagine sviluppatasi in preparazione del congresso del 1905 della federazione degli insegnanti e favorita dallo stesso ministero [4]: “ ... le scienze devono avere un posto largo, purché , beninteso, non continuino a essere insegnate come purtroppo le insegnano parecchi oggi. Oggi l’insegnamento della scienza pecca di formalismo, di utilitarismo, di minuziosità analitica, è meccanico, inorganico e inerte, ed altro non serve che a stratificare nella mente degli alunni una massa incoerente di dati e nozioni staccate...”.

 

A distanza di più di un secolo, l’insegnamento delle discipline scientifiche, pur con parziali aggiustamenti, non è ancora quello qui delineato? E’ pur vero che in alcune scuole sperimentali vengono fatti incontri fra docenti per procedere a programmazioni didattiche, che dovrebbero permettere lo sviluppo di un lavoro integrato, ma il più delle volte queste riunioni sono divenuti meri impegni burocratici e gli insegnanti, troppo spesso, rimangono arroccati in difesa di una malintesa libertà d’insegnamento.  Dal momento che non c’è limiti al peggio, a partire dal 1923 subentra la riforma Gentile che porta a una diminuzione complessiva dell’insegnamento delle discipline scientifiche in ogni ordine di scuola, con una metodica svalutazione delle scienze sperimentali e un netto spostamento dell’asse culturale a favore delle discipline storiche, filosofiche, letterarie. Gentile, il cui pensiero pervade ancora la nostra scuola, tanto che è ancora largamente condiviso da molti colleghi dell’area umanistica, si batte contro “ ... l‘idea della Scienza ... immaginata come grandeggiante in alto sulla vita degli uomini pensanti, lavoranti, doloranti e lottanti, sempre in cerca della sua luce e della sua forza, di quella scienza che sarebbe pur tanto bella, augusta ed imponente ma ... non esiste!  Quella scienza sarebbe infallibile, senza crisi senza vicende di dottrine che sorgono e che decadono, senza partiti, senza nazionalità, senza storia insomma... Quella scienza che toglie il respiro e suscita acuta la nostalgia della vita con il suo fremito e dell’arte con l’impeto della sua lirica... Quella scienza che con le sue leggi, le sue formule, i suoi schemi, i suoi preparati, i suoi cadaveri e le sue piante disseccate e le sue bestie impagliate è come un mondo di spettri dove l’anima sente il freddo della morte”.

 

La scienza non è però quella qui delineata da Gentile, ma è una costruzione -fra le altre- del pensiero umano e come tale prodotta da quegli stessi uomini pensanti, lavoranti e lottanti, la stessa umanità che genera poesia, pittura e filosofia. Non è vero che non ha nazionalità: Darwin è nato e si è formato in Inghilterra e proprio nell’Ottocento e non vanno taciute le ragioni per cui la teoria dell’evoluzione prende piede nel XIX secolo e proprio in Inghilterra, nel momento e nel luogo in cui anche le ultime vestigia di una società feudale, che trovava la sua legittimazione in un mondo statico e immutabile vengono definitivamente abbattute.  Quanto alle piante disseccate, non c’è tempo per insegnare agli studenti, come sarebbe auspicabile, a fare un erbario. D'altra parte il tempo non è sufficiente neppure per far osservare non tanto animali impagliati quanto per esempio scheletri di vertebrati; questi potrebbero essere egregiamente utilizzati per far comprendere e apprezzare in pieno le bellezze e la varietà della natura che è capace, con pochi pezzi a sua disposizione di formare ad esempio un’ala da una zampa o un pezzo d’orecchio con un frammento di mascella [5], proprio come una saggia massaia riesce a .. fare una gonna da una tenda della nonna... [6]  È vero , tuttavia, che le discipline sperimentali si insegnano ancora oggi poco e male, esattamente come nel lontano 1973 e moltissimi problemi sono gli stessi identificati da Montalenti.

 

L’insegnamento “... non è fatto in modo da rappresentare veramente la scienza, la cultura scientifica come una parte integrante dello spirito dell’uomo moderno.  Questo è un grave male al quale bisognerebbe porre rimedio. ... domandiamoci se noi stessi, maestri, non potremmo fare meglio, se non saremmo in grado di porre riparo almeno in parte, alle deficienze della legge. ... Noi, nella università, potremmo dedicare maggior cura alla preparazione dei futuri insegnanti di scuola media, se, anziché avviarli a compiere una ricerca troppo specializzata e astrusa, insegnassimo loro meglio quello che debbono insegnare e (magari con scuole di magistero) come lo debbono insegnare.  Ma, a conti fatti, dovremo sempre concludere che i difetti più gravi stanno fuori di noi.  L’affollamento inaudito delle nostre università - fenomeno che è andato crescendo con ritmo pauroso da trenta anni a questa parte - non è stato in alcun modo contenuto dai reggitori della scuola; il corpo insegnante e assistente è ancora numericamente del tutto insufficiente di fronte al numero degli studenti moltiplicato per un coefficiente assai alto.  Quindi l’impossibilità di impartire insegnamenti efficaci nelle discipline dimostrative e sperimentali.

 

L’organizzazione della nostra università è poco più che medioevale, ai giovani che debbono andare a insegnare nella scuola media o a vendere specialità in una farmacia o a impiegarsi in qualche ufficio amministrativo, si continua a richiedere la preparazione di una dissertazione di laurea, una tesi dottorale su argomento specializzato...  Anziché continuare una enumerazione di deficienze che sono ben note a tutti, vorrei ora accennare ai possibili indirizzi da seguire per ritrovare la umanità della scienza, per ridare allo insegnamento scientifico quella dignità che gli compete nella formazione dei giovani.  Innanzitutto aumentare congruamente il numero delle ore dedicate alle scienze nelle scuole secondarie.  A questo proposito si deve ricordare che l’introduzione delle osservazioni scientifiche nella scuola media è un fatto positivo.  E meglio sarebbe se tale insegnamento fosse affidato a insegnanti specificamente preparati ad impartirlo. Per ora manca nella università un corso per la preparazione di tali insegnanti, e sono in generale laureati in matematica che tengono l’insegnamento suddetto delle scuole medie.... Essenziale sarebbe introdurre l’insegnamento delle scienze naturali nelle classi corrispondenti a quello che si chiamava ginnasio superiore.  Tale esigenza è stata da più parti e da molto tempo presentata con carattere di urgenza.  E qui, sempre restando nel campo dell’insegnamento naturalistico, vorrei fare una breve digressione, un richiamo di carattere personale.  Si legge in molti studi pedagogici, che impartire tutte queste nozioncelle, cioè la nomenclatura sistematica zoologica e botanica, infarcire la mente dei ragazzi di una quantità di nomi e di cose non facilmente assimilabili, costituisce un peso inutile.  Bisogna invece fare avvicinare i giovani ai grandi problemi della biologia.

 

Io parlo per mia propria esperienza e ricordo con quanto piacere da ragazzo imparavo a conoscere i nomi di qualche animaluccio, di qualche pianta, e mi pare che a quei tempi la mia mente fosse più adatta ad apprendere nomi e classificazioni, a capire lo spirito del collezionista o ad interessarsi ad alcuni problemi relativamente limitati, e non fosse ancora così matura da potere affrontare con la necessaria ampiezza di vedute i grandi problemi biologici.  Mi pare che quelle nozioni che allora ho ricevuto e facilmente assimilato abbiano costituito la base necessaria per quella che è stata poi l’ulteriore evoluzione del mio spirito...  Come si potrà mai, per esempio, introdurre il concetto di evoluzione degli organismi se non si conoscono almeno un poco gli animali e le piante che popolano la terra?  Nell’insegnamento universitario, a tutti i miei allievi, cerco di inculcare la necessità di studiare la morfologia, la sistematica; dove è necessario, la forma, prima di lanciarsi a studiare problemi di fisiologia, di genetica, di evoluzionistica.  Ritengo, e la mia esperienza personale così mi insegna, che questo sia un metodo più efficace, più redditizio e più adatto alla mentalità dei giovani.... (in questo modo li si invita)... a guardarsi intorno, a osservare il mondo in cui viviamo.

 

E ciò per far contrappeso all’altro mondo che il giovane impara a conoscere nella storia, nella letteratura, nella filosofia; mondo che contiene altre fondamentali verità ma che non può essere il solo mondo ( se volete: il solo modo di conoscere il mondo) da portare a contatto dei giovani.  Bisogna esigere che in tutte le scuole... vi siano dei gabinetti scientifici atti a consentire un insegnamento adeguato.  In alcune scuole si impartiscono insegnamenti esclusivamente libreschi senza dimostrare un esperimento di chimica o di fisica, senza far vedere un animale, una pianta.  In questo modo non si può insegnare in modo efficace.  L’insegnamento deve essere basato sul metodo dimostrativo e sperimentale...  Ma soprattutto occorre dare dignità all’insegnamento scientifico dimostrando l’importanza della scienza non soltanto nella vita materiale con i grandi sviluppi della tecnologia, ma anche per la vita spirituale dell’uomo moderno, dichiarando la funzione liberatrice della scienza, creando un giusto equilibrio umanistico fra gli insegnamenti letterari, filosofici e scientifici.  Io penso che il mezzo migliore per arrivare a questo scopo sia (e qui di nuovo parlo per esperienza personale) il dare un indirizzo prevalentemente storico anche all’insegnamento scientifico, per lo meno di tenere conto di quello che è stato lo sviluppo storico delle idee scientifiche ... che potrebbero dare ai giovani una idea di quanta parte abbia la scienza nella costruzione della mentalità dell’uomo moderno a partire dal Rinascimento fino ad oggi, quale faticosa e difficile conquista dello spirito umano essa sia stata e quale forza essa perciò rappresenti nella vita attuale.  In conclusione: l’insegnamento delle scienze nelle nostre scuole è gravemente carente per difetto di orari, di programmi e, soprattutto di un’adeguata preparazione degli insegnanti, che l’università dovrebbe curare...”

 

Insomma, movimenti per una riforma della scuola che vada in senso moderno, che permetta ai giovani di muoversi in un mondo reso sempre più complesso dai grossi cambiamenti tecnologici, che li aiuti a confrontarsi con la realtà in modo critico, articolato e responsabile hanno accompagnato l’Italia sin dal suo sorgere come stato sovrano, anche se tutto questo patrimonio di idee è rimasto sterile, in quanto le istituzioni non hanno permesso che prendesse corpo una riforma organica.  Si può obiettare che nel frattempo si sono avute grosse trasformazioni con l’istituzione per esempio della scuola dell’obbligo, ma mi risulta che anche questa riforma, accolta con grandi speranze, ha largamente fallito i suoi scopi, se è vero che la maggior parte degli insegnanti di materie scientifiche della scuola media ha ripiegato quasi esclusivamente sull’insegnamento della matematica per tutta una serie di motivi che sarebbe troppo lungo delineare.  Molte scuole secondarie si sono aperte a vari tipi di sperimentazioni, senza però che vi fosse un piano coordinato, che assicurasse piani di studio in qualche modo uniformi almeno all’interno di sperimentazione simili.  La scuola ha avuto come ruolo quasi esclusivo quello di riprodurre se stessa, favorendo l’espansione della piccola borghesia impiegatizia che infatti, dalla fine del secolo scorso sino agli anni settanta è aumentata di quasi nove volte [7].

 

Oggi anche questa funzione della scuola è venuta meno e non si comprende quale sia il suo ruolo istituzionale; certamente non adempie sotto nessun aspetto a un sia pur generico bisogno di istruzione che possa essere espresso dalla società borghese o dalle classi storicamente subalterne.  Nel frattempo, sui banchi di scuola si sono succedute intere generazioni che hanno visto sempre più la scuola come un posto in cui recitare una parte, quella di studente, per uscire il più rapidamente possibile con un diploma, che, fra l’altro, ormai risulta sempre meno spendibile; la formazione intellettuale la si ricerca altrove e anche se la si trova mancherà sempre di quella organicità che la scuola avrebbe potuto dare.

 

Note

(1) Un dibattito sui rapporti fra ricerca e didattica a cura di Egle Becchi e Bernardino Fantini ed. De Donato 1975

(2) ibidem pg. XXXV

(3) La rivista Sapere del Novembre del 1990 ha dedicato allo scienziato una serie di articoli.

(4) Al proposito si veda Maria Bellucci e Michele Ciliberto La scuola e la pedagogia del fascismo Ed. Loescher 1978

(5) Evoluzione e bricolage pg. 18 F. Jacob ed. Einaudi 1978

(6) ibidem

(7) Sylos Labini Aspetti dello sviluppo economico alla luce della ricostruzione della popolazione attiva Roma 1970

 

 

Pubblicato originariamente su Naturalmente, 1994, 7 (1), 5-9.