Che cosa ci rimane?

 

Vincenzo Terreni

 

Se ne va senza rimpianti un’altra legislatura, ci dicono l’ultima della prima Repubblica, non c’è che da sperare che la prima della seconda mostri un profondo mutamento nel modo di gestire lo Stato che non può trascurare la trasformazione dell’istruzione pubblica.  È una speranza sempre più necessaria da mantenere in vita e sempre più priva di sostegni da parte dei diretti interessati che, ci vuole poco a capirlo, sono tutti, ma proprio tutti.  Il nostro è il Paese dei paradossi e i dati OCSE sull’istruzione, già usciti sulle riviste specializzate e che ora hanno invaso anche la grande stampa, lo fanno sapere a tutti, ma proprio a tutti; tanto per riecheggiare un interlocutore sceso in campo con tutta la propria autorevolezza per salvare da impuberi fischi uno dei ministri più latitanti della nostra affollata collezione.  Il nostro sistema scolastico si colloca agli ultimi posti come preparazione raggiunta e come diplomi distribuiti, in compenso è uno dei più costosi, per contro gli insegnanti sono tra i meno pagati, però hanno il minor orario di servizio (ufficiale).

 

Agli esami la promozione non viene negata a nessuno, tuttavia i giovani diplomati sono molti meno che negli altri Paesi economicamente paragonabili al nostro, ma questo non vuol dire che trovino lavoro, infatti le liste di collocamento ospitano molti giovani diplomati, etc. etc.  Si potrebbe continuare per parecchio con questo gioco delle contrapposizioni, senza salvare ovviamente l’Università, che scoppia per il numero degli studenti per scomparire quando si tratta di diplomare e naturalmente non possiamo dimenticare che meno di un quinto si laurea in materie scientifiche.  Ma l’Italia ha tanto bisogno di nuovi disoccupati in discipline umanistiche che ne fabbrica in continuazione una gran quantità per non rischiare di rimanere senza.  È possibile che nessuno si sia accorto che si tratta di un meccanismo perverso che porterà sicuramente ad una catastrofe economica dopo l’attuale catastrofe culturale?

 

Di tutti i progetti che erano in discussione solo l’Autonomia è stata approvata perché era legata al carro della Finanziaria ed il governo l’ha imposta ad un ministro della P. I. fieramente contrario.  È un provvedimento importante, ma che da solo non riuscirà a rimettere ordine e a ridare un indirizzo praticabile: è carico di rischi perché introduce elementi importanti di novità (affidati ad una dirigenza scolastica affezionata alle circolari) in un meccanismo arrugginito, immobile e, manca poco, inamovibile.  Non è certo un aspetto che potrà entusiasmare la massa degli insegnanti che rimangono non solo la parte più numerosa, ma di gran lunga la più importante della scuola, e di cui tutti, ma proprio tutti, si sono abbondantemente dimenticati.  Sono state ignorate le spinte al rinnovamento che richiedevano una riforma decorosa per la superiore (il progetto Brocca ansima come sperimentazione e viene concesso solo dove i Collegi lo chiedono a grande maggioranza: in totale poche centinaia di istituti); in compenso le Direzioni generali della Tecnica e Professionale sfornano progetti a ciclo continuo frastornando genitori e studenti di terza media con nomi che sarebbero più adatti ad una vacanza esotica che per un quinquennio di patimenti in attesa di disoccupazione.  Questo testimonia un ulteriore paradosso: l’apparato burocratico è avanti ai politici in termini di sensibilità e competenza.

 

Se non paradossale, per lo meno curioso è stato il movimento degli studenti che, di fatto, ha bloccato la scuola per tutta la fase iniziale.  All’inizio veniva richiesta la revoca del cosiddetto Decreto mangiaclassi.  Questo aveva lo scopo dichiarato di risparmiare mettendo un po’ di ordine, ne ha raggiunto uno quasi opposto: il disordine è stato massimo e il risparmio quasi irrilevante; si sono accontentati di uno spuntino.  Successivamente son partite le occupazioni per protestare contro l’Autonomia considerata il grimaldello per scardinare l’attuale sistema formativo pubblico.  Poi il movimento degli studenti è rientrato senza aver conseguito un solo obiettivo tra quelli prefissati e si è ricominciato a far lezione come se niente fosse accaduto.  Probabilmente si tratta solo di una insoddisfazione che viene incanalata in proteste che hanno la funzione di sfogare la rabbia di un’attesa di cambiamento reale che non arriva mai.  Intanto il sistema si deve perpetuare e dove manca la strategia la tattica dilaga: diminuiscono gli studenti?  I presidi sguinzagliano docenti a far pubblicità per accaparrarsene il più possibile, salvo poi sovraffollare le aule, aumentare la selezione e incrementare gli abbandoni (altro record).  Ritengo positiva la scelta dell’autonomia degli istituti, ma nella visione della generalità degli interessi, altrimenti si riproducono, a spese dello Stato, le storture del sistema privato.

 

È caduta anche, uccisa da centinaia di emendamenti e dal disinteresse dei parlamentari, la Legge Quadro che, in tutta la sua ambiguità, proponeva una cosa chiara: il prolungamento dell’obbligo per un aggancio, almeno formale, all’Europa.  Se ne parlerà alla prossima legislatura se i nuovi rappresentanti dei cittadini non saranno presi dalla discussione di problemi più importanti.  Ma quali sono i problemi più importanti dell’istruzione?  Un Paese con le scuole che non funzionano non può funzionare.  Anche l’altro aspetto interessante e innovativo per la nostra scuola, il Sistema Nazionale di Valutazione, è scomparso trascinato dalla discussione bizantina sugli indirizzi della superiore riformata; cade così un riferimento importante per riuscire a capire davvero cosa si produce e come viene prodotto.  Il confronto è quindi lasciato alla libera iniziativa, ovvero viene lasciato cadere come tutto ciò che non viene considerato indispensabile.  Viene da pensare al servizio militare di alcuni decenni fa che serviva per svincolare i giovani dal loro ambiente, mescolarli un po’, farli soffrire inutilmente senza nessuna occupazione al solo scopo di piegare le volontà e domare gli spiriti ribelli.  Certo la scuola non è oppressiva, semplicemente non è.  Lascia fare quello che il singolo decide senza che sia possibile intervenire da parte di nessuno.

 

L’ultimo aspetto che è stato affrontato, in ordine di tempo, è quello delle sperimentazioni.  Non è il caso di prendere in considerazione la questione delle Scienze Naturali che finirebbero nella stessa tomba di altri cadaveri di esperienze nate con meno nobili intenti, ma anche in questo frangente non si è guardato in faccia a nessuno: muoiano tutte le sperimentazioni autonome per la prosperità di quelle targate Ministero.  È un bell’inizio per l’autonomia di istituto e per i progetti educativi pensati per le varie realtà locali, complimenti all’estensore della C. M. 299: non solo si è buttato il bambino e l’acqua sporca, ma anche la vasca da bagno!  Che cosa debbono fare gli ultimi animati da una speranza di cambiamento e riqualificazione dell’Istruzione pubblica?  Aspettare una nuova riforma?  Data l’età, speriamo di arrivarci; lo prendo come un augurio di lunga vita.

 

 

Pubblicato originariamente su Naturalmente, 1994, 7 (1), 3-4.