INSEGNARE LA DIVERSITÀ

 

Brunella Danesi

 

“..Di solito non ci rendiamo conto che noi stessi condividiamo con tutti gli uomini di ogni tempo e luogo la facoltà di creare miti, che ognuno di noi ha la sua scorta di miti, derivata dal patrimonio tradizionale della società in cui viviamo.  Nei tempi antichi credevamo nella magia,.. negli esorcismi.. nella stregoneria.  Oggi molti di noi credono nella razza.  La razza è la stregoneria del nostro tempo..”

 

Così si apriva, nel lontano 1941, il libro di M. F. A. Montagu La razza, analisi di un mito; i fatti di questi anni mostrano come il razzismo sia un fenomeno ancora ampiamente diffuso in Europa, accompagnato anche dalla rinascita di miti che Montagu riteneva scomparsi, come la stregoneria, i riti satanici e così via.  Apparentemente i due fenomeni sembrano completamente disgiunti, ma in realtà entrambi trovano il proprio sostegno in una sottocultura diffusa in ampi strati della popolazione.  Chi non conosce rispettabilissime madri di famiglia, che portano i propri figli a “far segnare i porri”, a “togliere il malocchio”, oppure “la paura”; quanti studenti partecipano a riti magici, durante i quali riferiscono di aver visto donne del seicento in serena conversazione con la medium?

 

L’atteggiamento culturale è simile a quello che porta altri a giudicare con disprezzo o paura qualsiasi diverso, sia esso di colore, portatore di handicap, o drogato; siamo di fronte in entrambi i casi a una totale rinuncia a ricercare verifiche sperimentali su quanto si è andato stratificando negli anni nel nostro vissuto: nemmeno la formazione scolastica può incidere su quelle che sono le convinzioni profonde delle persone; la cosmologia su cui si basa il comportamento quotidiano si è formata altrove; l’infanzia della nostra generazione ha nutrito i propri sogni su libri di Salgari, Kipling, Mark Twain, De Foe, Dickens che per un verso o per l’altro ci rendevano orgogliosi della nostra appartenenza ad una razza superiore; chi non ha letto “Senza famiglia” o “Oliver Twist” in cui fanciulli abbandonati o rapiti, malgrado vivano fra ladri e assassini, conservano inalterate le loro buone qualità, non lasciandosi contaminare dall’ambiente.  (buon sangue non mente)?  Che il razzismo sia un tema diventato tristemente famoso rischia ormai di diventare una banalità e i mezzi d’informazione da soli non bastano a far capire tutto l’orrore della morte di due bambine turche a Mölln o il pestaggio a morte di persone di colore in una via della civilissima Milano.

 

Non so quanto conferenze, dibattiti, corretta informazione possano far cambiare le opinioni delle giovani generazioni, soprattutto in un momento difficile come questo, in cui i giovani, sebbene siano sempre più protetti e coccolati dalla loro cerchia familiare, vivono in un mondo in cui gli spazi per il loro inserimento nel lavoro si fanno sempre più incerti e nello stesso tempo i modelli di vita che vengono proposti hanno alla base esclusivamente il possesso di un numero sempre più elevato di beni materiali, come unica fonte di autoaffermazione.  D’altra parte anche all’interno del gruppo classe il dialogo non è facile, comunque è prevalente il rito della lezione-interrogazione, più rapido, sicuro, non coinvolgente per nessuno, ergonomicamente più produttivo e certi argomenti rimangono sempre fuori, assorbiti come siamo a finire il Programma.  Eppure, come insegnanti di scienze naturali, prima o poi, dovremmo parlare di genetica, magari andando oltre i famosi piselli, per affrontare la genetica di popolazioni, il concetto di varietà e il superamento in biologia, a partire da Darwin, del concetto di “essenzialismo” platonico e l’affermazione del pensiero popolazionale, secondo il quale non esistono individui tipici o, se si preferisce, all’interno di una popolazione, ciascun individuo è tipico e tutte le possibili indagini quantitative che si possono fare per confrontare popolazioni diverse, portano a calcolare valori medi e non i valori dell’individuo migliore.

 

Sebbene sia convinta che anche quando questo viene fatto, da solo ciò non è sufficiente per cambiare idee che uno assorbe più o meno consapevolmente dall’ambiente, la conoscenza di quanto la scienza contemporanea ha da dire a proposito dell’esistenza del concetto stesso di razza può essere una buona partenza per coinvolgere gli studenti disposti ad ascoltare.  Credo che il nostro compito di insegnanti sia quello, ora come non mai, di ribadire con forza che l’uso della ragione non può mai generare mostri, ma semmai serve a sconfiggerli.  Vengono proposti i seguenti testi, alcuni dei quali sono purtroppo introvabili in commercio, anche se si possono reperire in alcune biblioteche pubbliche.  Viene fornita di seguito una breve scheda ragionata di quelli più alla portata di studenti medi.  M.F.A. Montagu, La razza, analisi di un mito, Piccola Biblioteca Einaudi 1966.  Il fatto che questo volume sia stato dato per la prima volta alle stampe negli Stati Uniti nel 1942, mette in luce quanto sia grande il divario fra le acquisizioni scientifiche e il patrimonio culturale comune a una determinata generazione.  Più di mezzo secolo fa, quando i campi di concentramento tedeschi erano ancora aperti e i forni crematori lavoravano a pieno regime, già Montagu metteva in evidenza come i dogmi razziali relativi al carattere e al comportamento del negro americano, al "sangue e al suo mescolamento", alla selezione naturale in relazione alle capacità intellettuali degli uomini, malgrado fossero stati presi a fondamento di una politica inumana e brutale, fossero già allora inconsistenti sul piano scientifico.  Il libro rappresenta una pietra miliare sull’argomento delle razze umane e conserva ancora, malgrado l’età, gran parte del suo fascino.

 

T. Dobzhansky, Diversità genetica e uguaglianza umana, Nuovo Politecnico Einaudi 1975.  Dobzhansky, genetista di fama internazionale, uno dei padri della revisione della teoria dell’evoluzione operata negli anni ‘40, è noto per il suo impegno per le battaglie civili negli Stati Uniti. In tutti i suoi scritti ha, fra l’altro, sempre cercato di chiarire che, malgrado il termine eredità venga usato sia in senso legale che biologico, i due termini non sono affatto sinonimi: ereditare un carattere dai propri genitori non è la stessa cosa che ereditare da loro una casa o i gioielli di famiglia: questi passano di generazione in generazione immutati, mentre i geni subiscono pesantemente l’influenza dell’ambiente: malnutrizione, ambiente sociale non stimolante, condizioni economiche precarie bloccano irrimediabilmente anche lo sviluppo del bambino più promettente.  Il volume affronta con chiarezza le differenze ambientali ed ereditarie presenti fra gli uomini, evidenziando la completa inconsistenza scientifica del darwinismo sociale.

 

A. Jaquard, Elogio della differenza, Nuova universale Cappelli 1982.  Anche questo è un ottimo testo divulgativo di genetica di base, specificatamente incentrato, come il precedente, sui rapporti fra genetica e uomo.  L’autore analizza particolarmente la genetica di popolazione, una branca spesso trascurata della genetica, ma fondamentale per capire quali meccanismi abbiano permesso l’emergere, dal brodo primordiale, del mondo che ci circonda e in particolare lo svilupparsi del nostro patrimonio biologico collettivo.  L’autore afferma nell’introduzione che è suo preciso intento “..definire le parole, prima di presentare le cose che significano; che significano patrimonio biologico, razza, intelligenza, miglioramento, consanguineità?.. Se l’uomo vuole influenzare il corso delle cose,.. deve guardare in faccia il proprio sapere, il che significa la propria ignoranza..” Coerentemente con gli intenti espressi nell’introduzione, l’autore mostra come la chiara visione delle popolazioni che ci era stata presentata nella nostra infanzia, con i Gialli, i Neri, i Bianchi si è andata sempre più confondendo, sino a perdere completamente di significato, dimostrandosi un non senso dal punto di vista biologico:  “..non è fra i gruppi, ma fra gli individui che costatiamo le maggiori diversità.. un contadino del Senegal orientale è molto nero e io sono grosso modo bianco, ma alcuni dei suoi sistemi sanguigni sono forse più vicini ai miei di quelli del mio vicino di pianerottolo..”  Dopo aver chiarito il non senso insito in molti termini spacciati per scientifici, Jaquard esamina la valenza scientifica del darwinismo sociale, di cui fu autorevole esponente Lorentz, che, nella Germania del 40, si augurava si potesse giungere all’eliminazione degli esseri moralmente inferiori.  Anche in questo caso è importante definire il significato delle parole: chi sono gli esseri moralmente inferiori?  Comunque, anche stabilendo una scala gerarchica arbitraria all’interno di una popolazione, non è affatto dimostrabile che i caratteri scelti come positivi siano ereditabili e d’altra parte in campo umano personaggi come Beethoven, Leonardo o Lenin, che non hanno avuto discendenti, nel significato darwiniano del termine dovrebbero essere giudicati senza dubbio esseri inferiori, dal momento che il numero dei geni da loro trasmessi è nullo.

 

S. Rose R. Lewontine, L. Kamin, Il gene e la sua mente, Est Mondadori 1983.  Il volume affronta tematiche discusse da lungo tempo in ambiente scientifico e ancora non risolte, in quanto presentano una connotazione nettamente ideologica:  il rapporto tra natura e cultura, evoluzione biologica e storia umana, geni e comportamento.  Secondo gli autori alla base di queste discussioni c’è l’ideologia borghese, che si è andata sviluppando in occidente, secondo la quale chi sta ai vertici della scala gerarchica, ci sta per diritto di sangue o, più modernamente, perché ha buoni geni; il determinismo biologico non è che una forma particolare di riduzionismo, per cui i geni determinano le proprietà biochimiche delle cellule, queste determinano l’individuo, più individui formano la società e questa sarà tanto più buona quanto più rispetterà le caratteristiche biologiche immodificabili degli individui; l’educazione nulla può contro le forze incoercibili della natura.  La società è ordinata gerarchicamente, perché, malgrado chiunque possa aver successo, solo i “migliori”, cioè quelli dotati di maggior volontà, maggiori capacità, insomma migliori geni possono farcela.  Un simile pensiero ha pesantemente influenzato certi episodi di cattiva scienza di cui il volume è ricco di esempi: test d’intelligenza utilizzati per ordinare gerarchicamente gli individui e per discriminare popoli provenienti da aree geografiche non gradite; craniometrie usate per determinare le capacità intellettuali e così discriminare negri, gialli, rossi e, naturalmente, in regime di società patriarcale, donne; studi fasulli sui gemelli, che cercavano di dimostrare che bambini geneticamente identici, vissuti in ambienti culturalmente diversificati, erano intellettualmente assai simili. Il libro affronta anche il tema della malattia mentale, vista dalla società come un elemento perturbatore dell’ordine sociale.

 

N. Eldredge I. Tattersall, I miti dell’evoluzione umana, Boringhieri 1984.  Un paleontologo (Eldredge) e un antropologo (Tattersall), sostenitori della teoria evolutiva degli equilibri punteggiati, ripercorrono le tappe dell’evoluzione umana, mettendo in luce come le trasformazioni che hanno portato gli ominidi alla formazione di Homo sapiens non siano avvenute attraverso una serie di trasformazioni graduali e continue, ma attraverso comparse improvvise e altrettanto repentine sparizioni (si pensi alla scomparsa improvvisa in Europa di Neanderthal).  Il mito scientifico del gradualismo evoluzionistico, di cui lo stesso Darwin

si fece autorevole portavoce, è diretto discendente del mito vittoriano del progresso inarrestabile, e, prima ancora, della fiducia in un ordinamento naturale che dall’ameba porta all’uomo, ultimo gradino della scala biologica.  L’evoluzione, secondo gli autori, non si sviluppa in modo rettilineo, non assomiglia a una scala, ma piuttosto a un cespuglio e la fiducia che le trasformazioni portino verso un inarrestabile progresso non soltanto è una falsa dottrina, ma porta anche ad una errata fiducia nelle possibilità illimitate dell’uomo.  I problemi che l’uomo contemporaneo si trova ad affrontare sono molti e complessi, ma l’atteggiamento di autocompiaciuto convincimento secondo il quale senza dubbio, come è sempre successo nel nostro passato storico, l’uomo potrà risolverli è estremamente pericoloso.  Lo studio delle popolazioni e la comprensione dei meccanismi evolutivi fanno pensare che non vi siano prospettive per un’ulteriore trasformazione biologica di una specie (la nostra) con un numero di individui che si avvia ai 5 miliardi e dove il flusso genico è così massiccio.  Solo una radicale trasformazione culturale potrà salvaguardare il nostro futuro.

 

M. Buiatti, Le frontiere della genetica, Libri di base Editori Riuniti 1989.  Il volume fa il punto sulle più recenti acquisizioni della genetica, ordinandone in modo chiaro e conciso le più importanti teorie e spiegando le ragioni del superamento di alcune di queste.  È un testo esemplare sul modo con cui dovrebbero essere tenute le lezioni di biologia, con un occhio sempre rivolto alle sue implicazioni politico-sociali: non a caso il sottotitolo recita Il codice della vita fra scienza e società”.  Importante, al fine di questa bibliografia, è particolarmente il capitolo che tratta di “genetica,  emarginazione e politica”, in cui l’autore fra l’altro afferma: “... Non si tratta soltanto di combattere l’utilizzazione della genetica ai fini di interpretazioni di politiche reazionarie.  Si tratta invece di sostenere una visione scientifica più avanzata che valuti appieno le possibilità di libertà che ci sono date dalla nostra natura materiale da un lato e dalle interazioni fra uomo e uomo dall’altro ... l’esistenza di un numero ampio di scelte è condizione necessaria per la nostra sopravvivenza; è invece negativo, dal punto di vista biologico, cercare di dirigere lo sviluppo dell’uomo verso una sola direzione, magari dettata da esigenze di coerenza con un determinato tipo di società che si vuol mantenere ...

 

S. J. Gould, Intelligenza e pregiudizio, Editori riuniti 1991.  L’autore, noto al grande pubblico per una serie di opere di divulgazione scientifica, padre insieme ad Eldredge e a Stanley della teoria degli equilibri punteggiati,  che in parte si contrappone alla teoria della nuova sintesi, diretta prosecuzione del Darwinismo, oltre che paleontologo di fama internazionale, insegna storia della scienza all’università di Harvard.  Nel presente volume l’autore ripercorre la storia dei primi tentativi di classificazione razziale, motivati dal bisogno di trovare una giustificazione scientifica all’ordinamento gerarchico della società, in quanto ... coloro che stanno in basso sono fatti di materiale intrinsecamente scadente (cervelli poveri, geni cattivi, ecc.) ...  L’interesse del libro sta soprattutto nel fatto che Gould, con logica stringente, mette in evidenza come i dati sperimentali, di cui i vari autori che si occuparono di craniometria, angoli facciali, elaborazione di test d’intelligenza ecc., venivano mano a mano in possesso erano, spesso inconsapevolmente, manipolati per verificare la tesi preconcetta che gli studiosi, impregnati della cultura del loro tempo,  avevano fatta propria.  Il caso più illuminante è forse quello riportato al capitolo “La misurazione dei corpi”, in cui si mette in evidenza come, cambiando le teorie, i fatti che vogliono essere dimostrati si piegano ad essi.  Alla fine dell’Ottocento era stata formulata, sulla scia della teoria dell’evoluzione,  ormai consolidata negli ambienti scientifici, la teoria della ricapitolazione, che suonava ampollosamente come l’ontogenesi ricapitola la filogenesi, vale a dire che gli individui, durante il loro sviluppo, passano attraverso fasi che rappresentano forme ancestrali delle varie tappe evolutive percorse dalla propria famiglia d’origine; per es. le fessure branchiali presenti nell’embrione umano ricordano i nostri antenati pesci, l’abbozzo di coda, il nostro passato rettiliano.  Questa teoria fu utilizzata ampiamente non solo in embriologia e in paleontologia, ma anche in psicologia o per ordinare gerarchicamente i gruppi umani.  Su questa base gli adulti dei gruppi inferiori (donne, classi sociali disagiate, “razze inferiori”) furono confrontate con i bambini dei maschi bianchi, per evidenziare come il loro stadio di sviluppo si fosse fermato a questo livello; quindi, per esempio, il ponte appiattito del naso e le cartilagini nasali accorciate sono condizioni immature delle stesse parti negli indoeuropei (Cope 1887).  Quando, intorno agli anni ‘20,  la teoria della ricapitolazione era crollata e cominciò a prendere piede una teoria del tutto opposta, quella secondo la quale i tratti giovanili degli antenati si sviluppano così lentamente nei discendenti da divenire adulti (neotenia), se ne sarebbe dovuto trarre la conseguenza ovvia che i maschi adulti della classe superiore sono inferiori, perché perdono, mentre altri conservano, i tratti superiori dell’infanzia; si decise invero che le razze più fortemente neoteniche sono superiori, ma che queste sono rappresentate dalla razza bianca delle classi superiori: “la razza bianca sembra essere la più evoluta, essendo la più ritardata” (Bolk, 1929).  Il lavoro attraverso il quale Cope aveva cercato di dimostrare che il bianco, con la barba fluente e il profilo greco aveva al massimo lineamenti di adulto fu completamente ignorato.  Come dire: testa, il bianco agiato è il migliore, croce il nero è il peggiore.

 

 

Pubblicato originariamente su Naturalmente, 1993, 6 (1), 21-23.