DELLA RICERCA DEL PIACERE, DEL DOVERE E DELLA FUGA

 

Brunella Danesi

 

Siamo immersi in un mondo in cui i mezzi di comunicazione di massa ci bombardano continuamente di informazioni, a volte anche fra loro discordanti per cui è difficile riuscire a discernere, in mezzo a tanto “rumore”, informazioni veramente significative.  Anche i libri di divulgazione scientifica non sono esenti (e perché dovrebbero?) da questo processo di mercificazione, per cui un libro ha la vita media di una meteora; se ne discute, magari senza averlo letto, per un certo tempo e poi lo si dimentica come un vestito smesso.  Quando si cerca di capire se la conoscenza scientifica possa contribuire a spiegare il comportamento umano, ci si perde in una bibliografia assai vasta, in cui colui che non possiede una competenza specifica, difficilmente riesce a distinguere saggi ancora validi, anche se forse un po’ datati, da cattivi libri, scritti con intenti ideologici o per esclusivi fini di lucro.  Già negli anni 50 Niko Timbergen metteva in luce come le cause del comportamento umano siano dettate dagli stessi bisogni che promuovono il comportamento animale.  Altri etologi come Eibl-Eibesfeldt, Lorenz, Wickler svilupparono questa tesi, portandola, per certi aspetti, alle sue estreme conseguenze.  Lorenz, per esempio, ne Il cosiddetto male (1961) sostiene che negli uomini, come negli altri animali, esiste, fra gli istinti fondamentali, quello aggressivo e il suo opposto, quello della fuga, non solo fra specie diverse, ma anche fra conspecifici.  

 

È il primo istinto, secondo Lorenz, che porta alla formazione di una società piramidale, in cui i migliori (ma non necessariamente secondo l’autore i più aggressivi) si vengono a trovare all’apice.  Da ciò segue che l’organizzazione degli stati occidentali e la strutturazione della società in classi non è altro che il risultato inevitabile di una competizione che premierebbe il migliore.  Il volume aprì un acceso dibattito e, sebbene alcuni articoli e libri negli anni 70 giunsero a porre sotto accusa l’etologia, sollevando l’ipotesi che essa fosse nata esclusivamente come scienza al servizio del sistema dominante, la discussione contribuì a chiarire concetti, come quelli di istinto, definiti inizialmente in modo approssimativo; essenziale, in proposito fu il contributo di psicologi come Hinde.  Ancora oggi la questione dell’aggressività umana e delle sue radici è lungi dall’essere risolta e sono ancora presenti fondamentalmente due correnti di pensiero: da una parte molti psicologi e antropologi sostengono che l’uomo è soprattutto un prodotto culturale, per cui le sue basi biologiche sono irrilevanti per la comprensione del suo comportamento, dall’altra vi sono i riduzionisti, secondo i quali le differenze fra uomo ed animale sono solo di tipo quantitativo e la cultura umana, sebbene estremamente complessa, è analoga alla cultura animale e può essere studiata con le stesse tecniche.

 

Nel contempo, lo studio del meccanismo di funzionamento del sistema nervoso centrale, a cui hanno contribuito biologi, matematici, psichiatri, fisici, fisiologi, storici e filosofi ha fornito i suoi autorevoli contributi, mettendo in luce come l’organismo sia un sistema integrato la cui conoscenza potrebbe finalmente unificare cultura umanistica e scientifica.  Per questo ritengo che quest’argomento abbia una grande importanza culturale e debba essere trattato, per quanto è possibile, nella scuola secondaria.  Il cercare di comprendere il comportamento umano, che cosa vi sia in esso di geneticamente programmato e che cosa invece sia legato ad automatismi culturali, è un argomento affascinante, per cui non può essere trascurato da chi non vuol rinunciare a capire se stesso e gli altri.  La nostra vita rappresenta un miliardesimo di attimo qualunque della storia della vita sulla terra e un impercettibile soffio della storia umana, ma il nostro narcisismo ci condanna, come Sisifo, a cercare di sollevare il macigno della conoscenza sino alla cima della montagna, anche se siamo certi che lo rivedremo cadere a valle.  È l’educazione all’amore per questo lavoro affascinante, anche se forse inutile, che rende a mio avviso così bello l’insegnamento.

 

Una teoria sull’argomento che trovo interessante e degna di segnalazione è quella formulata da Laborit nei suoi scritti Elogio della fuga (Mondadori 1982), La colomba assassinata (Mondadori 1985), La vita anteriore (Mondadori 1990) Henri Laborit (Hanoi, 1914), iniziata la carriera come chirurgo nella Marina francese, già a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale si avvicina alla neurologia attraverso lo studio degli antidolorifici in campo chirurgico ed ostetrico.  Abbandona la pratica medica per dedicarsi alla ricerca biologica; esplora vari campi di ricerca: cardiologia, biochimica, neurologia, cercando di precisare una metodologia coerente ed originale, che lo porta a sconfinare dallo studio biologico a quello del comportamento.  Una carriera anomala, estranea al mondo accademico e questa è forse una delle ragioni per cui lo studioso è scarsamente recensito ed in parte frainteso.  Nell’Elogio della fuga Laborit espone i temi fondamentali del suo pensiero. “... Comportamento è il risultato dell’attività del sistema nervoso ...”; per capire il primo è dunque indispensabile conoscere i meccanismi di funzionamento del secondo; “... d’altra parte, nell’organismo il sistema nervoso non è isolato e il suo funzionamento è intimamente legato a quello del sistema immunitario e del sistema endocrino, all’equilibrio biologico globale, insomma, dell’individuo ...”.

 

Egli parte da premesse già sostenute da numerosi biologi: se lo scopo ultimo di qualunque specie vivente è quella di sopravvivere e di perpetuare se stessa, anche l’uomo non può sfuggire a questo imperativo biologico.  Facciamo parte di quello sparuto gruppo di organismi che sono sopravvissuti dalla nascita della vita su questo pianeta e, se ciò è stato possibile, è perché, come del resto gli altri organismi che come noi sono presenti attualmente sulla terra, siamo riusciti a reagire all’ambiente in modo positivo.  Laborit ribadisce che la funzione essenziale del sistema nervoso di tutti gli animali è quella di fornire loro la possibilità di agire rispetto all’ambiente circostante in modo da garantire la sopravvivenza.  Il dolore non è che una forma di difesa che avverte l’organismo di un pericolo, in modo tale che esso si possa allontanare dalla fonte di tale stimolo; la sensazione di benessere, d’altro canto, avvisa l’essere vivente che esso è in una situazione che garantisce la sopravvivenza.  Egli utilizza il modello neurofisiologico di Mac Lean secondo il quale il cervello è il prodotto di tre stratificazioni successive che cooperano fra loro.  Le parti più primitive (il cervello del rettile) ci permettono di soddisfare la fame, la sete e di assicurare la sopravvivenza della specie attraverso la sessualità, il sistema limbico, (tipico di tutti i mammiferi) ci permette di accumulare le informazioni e immagazzinarle sotto forma di ricordi.

 

Questi potranno essere classificati come piacevoli o spiacevoli, dove i due termini significano esperienze in grado di mantenere la struttura dell’organismo o pericolose per la sua sopravvivenza.  Le esperienze piacevoli, così, verranno ricercate, quelle spiacevoli accuratamente evitate.  La corteccia, particolarmente sviluppata nell’uomo, gli permette di anticipare, attraverso costruzioni immaginarie, il risultato delle azioni e pertanto di ideare strategie che gli consentano un comportamento prevedibilmente gratificante o gli evitino uno stimolo nocicettivo.  L’uomo, immerso fin dalla nascita in un determinato contesto socioculturale, viene interamente plasmato dai suoi conspecifici e in pochi anni apprende quanto le generazioni precedenti hanno accumulato da quando la prima forma umana ha messo piede su questo pianeta; così si appropria di tutta una serie di automatismi culturali, che senza dubbio gli sono utili in quanto individuo, ma soprattutto servono al gruppo sociale in cui è inserito, per mantenerne la coesione.  Fa propri i divieti e gli obblighi imposti dal suo gruppo e le conseguenze spiacevoli della loro infrazione e (o) quelle piacevoli derivanti da un’azione permessa dal gruppo sociale; introietta non solo abilità tecniche, come il parlare, lo scrivere, il risolvere problemi matematici, il guidare la macchina, o il suonare un brano musicale, ma anche codici etici, come il senso dell’onore, del dovere e del sacrificio, l’amor di patria eccetera; anche questi, dunque, sono per l’autore automatismi culturali, sovrastrutture.

 

Nella sua ricerca di azioni gratificanti, così, l’uomo si scontra sia con i suoi automatismi culturali che gli impongono determinati comportamenti, sia con altri individui che possono avere gli stessi suoi bisogni.  Di fronte al conflitto con un conspecifico il sistema nervoso gli consente due azioni, la fuga o l’aggressione.  Nel secondo caso nasce il conflitto con l’altro e la “pacificazione” si attua con l’istaurarsi di una gerarchia di dominanza, in cui il dominante impone il suo progetto al dominato, situazione spiacevole per entrambi, in quanto il dominante deve continuamente guardarsi dagli altri individui che vorrebbero conquistare i suoi privilegi ed il dominato viene continuamente frustrato nei suoi bisogni.  Sembrerebbe una situazione senza via di uscita, in cui l’individuo deve accettare la logica della competizione e immettersi in un certo gradino della scala sociale, quello consentitogli dalle sue capacità forse, ma anche dal suo vissuto, fatto dalle esperienze precedenti e dagli automatismi socioculturali che ha immagazzinato in passato; a nulla vale la ribellione, che, se portata avanti da un intero gruppo sociale ricostituisce un nuovo sistema gerarchico, diverso ma non per questo migliore del primo; se condotto individualmente porta alla eliminazione o quantomeno alla neutralizzazione del ribelle da parte degli altri componenti della società.

 

La fuga è un comportamento di sopravvivenza presente in tutti gli animali: di fronte ad uno stimolo che l’individuo riconosce, in base alla sua esperienza o alle sue coordinazioni motorie innate come nocicettivo, egli si ritira; nei mammiferi l’animale è anche in grado di prevedere, in base alla memorizzazione di esperienze precedenti, se un eventuale attacco abbia possibilità di successo; in caso negativo può ritirarsi e trovare scampo.  I condizionamenti socioculturali presenti nell’uomo, tuttavia, uniti a precedenti esperienze, lo possono convincere che sia la fuga che l’aggressività sono inefficaci; l’uomo, allora, come un animale chiuso in una gabbietta senza via d’uscita e sottoposto a regolari scosse elettriche, sente di non avere alternative.  Interviene allora, secondo Laborit, un meccanismo di inibizione dell’azione.  Questo meccanismo fisiologico, che già Selye (1936) definì sindrome di allarme, mette in gioco una componente simpatico- midollare surrenale e un asse ipotalamo- ipofisi- corteccia surrenale [1]; esso è nato e si è evolutivamente affermato come meccanismo adattativo nelle situazioni di grave pericolo, ma, se prolungato, data la potente immissione in circolo di glicocorticoidi, può provocare gravi scompensi al sistema immunitario, per cui l’organismo diventa estremamente vulnerabile a qualsiasi attacco batterico.

 

Laborit, come del resto altri autori, avanza l’ipotesi che ciò possa produrre, non solo la tipica sintomatologia da stress che porta spesso a malattie psicosomatiche (ulcere, calcoli etc.), ma anche possa promuovere la proliferazione di cellule cancerose, data l’inefficienza del sistema immunitario preposto a combatterle (ipotesi questa attualmente quasi unanimemente negata dagli oncologi).  Laborit, sfrondando il concetto di libertà individuale e liberandolo da tutti gli orpelli ideologici, sostiene che essa consiste essenzialmente nella “... possibilità, per un individuo o un insieme umano, di portare a termine il proprio progetto, cioè l’espressione motoria o di linguaggio dei propri determinismi senza che il progetto altrui lo ostacoli”.  L’unica soluzione per raggiungere la libertà è dunque la fuga, che può volgersi in diverse direzioni, non tutte efficaci per il benessere dell’individuo; egli può infatti fuggire nella droga, farsi cioè un bel viaggio in un paradiso artificiale per poi ripiombare in un quotidiano insostenibile; può trovare scampo nella psicosi, che certo non appare come la soluzione ottimale, anche se osservazioni mediche mettono in evidenza come , negli individui che hanno scelto tale strada, l’equilibrio biologico, prima gravemente compromesso, si ristabilisca e ciò sembra confermare che, una volta che l’organismo è fuggito in un suo mondo immaginario, l’inibizione all’azione determinata dagli automatismi socioculturali non hanno su di lui alcuna presa.

 

La fuga migliore, suggerita dall’autore nei suoi scritti, sembra essere quella nella creatività dell’arte grafica, della poesia, della letteratura, della scienza pura.  Per mezzo della corteccia, così, l’uomo può costruirsi un mondo immaginario in cui poter vivere, rinunciando alla competizione con gli altri e al rispetto dei dettami di questa nostra società.  Laborit, nell’Elogio della fuga, affronta argomenti intorno ai quali l’uomo si dibatte da più di 2.000 anni: l’amore, l’onore, la libertà, il piacere, la felicità, mettendo in evidenza come molti di questi termini siano stati caricati artificiosamente di significati che permettono soltanto il mantenimento delle strutture di dominanza.  Nella Colomba assassinata, libro per molti versi integrante il primo, l’autore affronta in modo specifico le ragioni della violenza, negando che sia presente aggressività innata sia nell’uomo che negli animali.  Uomo ed animale, comunque, secondo l’autore hanno un cervello che funziona in modo analogo, ma non presentano meccanismi di funzionamento omologhi: noi siamo innanzi tutto animali culturali, noi, ripete più volte l’autore, siamo gli altri e questo è fra l’altro un modo molto dolce e poetico per esorcizzare la morte.

 

Il messaggio che egli trasmette è esemplificato da questo brano, tratto da La vita anteriore: “... Bisogna ribellarsi ad ogni autorità imposta con la forza, sostanzialmente contraria all’evoluzione verso l’umanizzazione della specie ... quando si comprende che gli uomini si uccidono a vicenda per imporre il proprio dominio ... si è tentati di concludere che la malattia più pericolosa, per la specie umana, ...” è rappresentata “... dal concetto di gerarchia. Non si ha guerra in un organismo, dal momento che nessun organo vuole imporre il proprio dominio su un altro, non vuole comandarlo, non vuole essergli superiore.  Tutti gli organi funzionano in modo che l’organismo intero sopravviva. Quando, dunque, accadrà che quel grande organismo che è la specie umana si renderà conto che i gruppi umani che lo costituiscono possono avere un unico desiderio, la sopravvivenza dell’insieme ...?”  Si può condividere o meno il pensiere di Laborit e forse è più consolatorio per l’uomo continuare a ritenersi una specie in qualche modo privilegiata e particolare, che ha per natura un’etica, un imperativo categorico al quale ubbidire; tuttavia, penso che sia stimolante e culturalmente rilevante prendere atto che questo dibattito esiste.

 

Nelle classi in cui insegno, ho spesso avuto modo di consigliare Elogio della fuga ai miei studenti di 4° e la discussione che ne è seguita è sempre stata accesissima, con fazioni nettamente contrapposte fra i sostenitori della tesi dell’autore e coloro che affermavano che Laborit è un bieco riduttivista, che disconosce i sentimenti più puri, quali l’amor materno, il senso del sacrificio, l’eroismo di chi muore per salvare l’amico e così via, tutti sentimenti che possono essere descritti dalla poesia o dalla letteratura, ma non possono essere oggetto di indagine scientifica.  Il fatto che in classe sorgano discussioni è comunque il sintomo che l’argomento prende molto gli studenti, e forse la lettura di questo libro può aiutarli a liberarli, almeno in parte, dal forte antropocentrismo di cui sono imbevuti.  D’altra parte l’argomento, per le sue implicazioni pressoché inesauribili (natura-cultura; genotipo-fenotipo; condizionamento sociale-libertà individuale ...), si può prendere a modello per evidenziare sia la mancanza di verità ultime totalizzanti nella scienza sia le implicazioni politiche, sociali, ideologiche insite nella maggior parte degli argomenti scientifici.

 

Bibliografia

1. Per informazioni sull’argomento si legga Nei labirinti della mente di A.e A. Oliverio Ed. Laterza

 

 

Pubblicato originariamente su Naturalmente, 1992, 5 (2), 12-15.