PERCHÉ CAPRAIA

Note didattiche su esperienze nei parchi naturali

 

Benedetta Battisti

 

La voglia di questa esperienza, la prima di una serie che non vorrei interrompere, è venuta dalla constatazione di quanto poco i nostri alunni delle Medie conoscano in realtà gli ambienti della loro regione, e come superficiale e stereotipato sia il concetto di ambiente e la coscienza della sua tutela.  Le gite scolastiche che si esauriscono nell’arco di una giornata, anche se precedute da un lavoro preparatorio, non lasciano generalmente tracce in ambito cognitivo; lo stesso nome "gita" evoca di per sé l’immagine di ragazzini vocianti e continuamente richiamati all’attenzione.  Nel nostro caso le classi coinvolte erano due, a tempo prolungato, una prima e una seconda; le discipline direttamente interessate erano scienze, geografia e storia l’ambiente naturale scelto: la macchia mediterranea; il luogo CAPRAIA.

 

L’isola di Capraia perché eravamo alla ricerca di un ambiente abbastanza vicino, ma non conosciuto dai ragazzi come meta turistica, accattivante (al mare) ma non addomesticato da ombrelloni, negozietti ed altre appendici, "selvaggio" ma con tracce dell’attività umana e non imbalsamato in una realtà al di fuori del mondo.  Inoltre Capraia ha una storia geologica facilmente isolabile dal contesto, che non implica conoscenze troppo approfondite in rapporto alle possibilità di alunni della scuola media.  L’intera esperienza si può ridurre ad una unità didattica articolata in tre fasi: la fase preparatoria, l’attività nel Parco, il lavoro conclusivo in classe.  La prima fase è forse la più faticosa, soprattutto nella classe prima, perché più numerosi e differenziati sono i prerequisiti da tenere presenti.  Se è vero che la prospettiva del soggiorno motiva i ragazzi allo studio, esiste tuttavia il pericolo di stancare e fiaccare l’interesse e l’entusiasmo, come può accadere nell'attuazione di lavori a lungo termine.

 

È comunque necessario che gli alunni acquisiscano il concetto di ambiente come interazione continua fra esseri viventi ed elementi fisici; che comprendano l’evoluzione come modificazione nel tempo e che abbiano basilari, semplici e schematiche conoscenze di botanica, zoologia e geologia.  Molto utile è stata, come strumento, la lavagna luminosa.  Ho preparato lucidi sovrapponibili per visualizzare vari modelli evolutivi di ambienti.  Data l’esigenza di partire da un ambiente noto, ho mostrato prima l'evoluzione del quartiere nel quale si trova la scuola (zona aeroporto), che è passato, quasi esclusivamente per opera dell’uomo, da palude a terreno agricolo a periferia densamente costruita; poi lucidi che scandiscono nel tempo la nascita dell’isola di Capraia (ricavati dall’opuscolo guida edito da Pacini a cura di Barsotti e Lambertini) e infine altri che ipotizzano l’evoluzione di particolari ambienti dell'isola per l’azione combinata dell’uomo e di fattori naturali (grotte e spiagge, vegetazione originaria e introdotta dall’uomo).  Ho iniziato i ragazzi alla classificazione delle piante.  Certamente non ho tenuto lezioni di "sistematica", e mi sono limitata agli aspetti più evidenti e alle suddivisioni più ampie; ho introdotto però il metodo della "chiave di classificazione".  I testi usati sono molti: essenzialmente i ragazzi hanno utilizzato opuscoli editi dalla casa editrice "la Scuola", semplici "chiavi", facili da consultare e abbastanza precisi.

 

La prima raccolta-prova di piante è avvenuta nel giardino della scuola e nel quartiere.  Per quanto riguarda gli alberi ho invitato i ragazzi a fare "schizzi dal vero", mettendo in evidenza quello che a loro sembrava più caratteristico e particolare di ciascuna pianta (quest’ultima attività è stata pomposamente chiamata "metodo Leonardo da Vinci").  In laboratorio abbiamo poi sistemato e preparato per la pressatura delle piante raccolte.  Contemporaneamente con l’insegnante di lettere e di educazione artistica, la classe approfondiva gli aspetti antropici dell’isola e si esercitava a fotografare, studiando inquadrature e luce.  Durante questo periodo sono state proposte continue verifiche delle conoscenze acquisite.  Molte e diverse sono state le attività di preparazione ma credo sia meglio sorvolare e arrivare al giorno della partenza.  Quaranta ragazzini e quattro insegnanti sul molo di Livorno attendono, impazienti, di salire sul traghetto: fra i numerosi bagagli spicca il borsone con le presse portatili di diverse misure (tavole di legno unite da grossi e pesanti elastici tipo camera d’aria), i libri chiave, rotoli di scottex, sacchetti tipo surgelati.  I ragazzi hanno appese al collo macchine fotografiche, binocoli, borracce e a gruppetti parlano animatamente: fanno progetti per l’assegnazione camere, elencano il contenuto delle loro valigie; i più seri discutono di lavoro: infatti prima del gran giorno sono stati preparati i gruppi, ciascuno con compiti precisi; in ogni gruppo un responsabile.

 

I componenti sono stati scelti in base alle capacità e abilità dimostrate, senza tuttavia dimenticare amicizie e affinità.  Il viaggio e l’arrivo si sintetizzano nelle primo frasi, scritte dal gruppo dei redattori del sonoro del diatape: "Un mare terso, limpido, si intravede il fondale, sotto i raggi del sole una spiaggia grigia, non toccata dall'uomo, ed ecco l’immagine di una splendida isola ... le coste a picco sul mare svelano la sua origine..".  Già nel pomeriggio le nostre guide ci mettono al lavoro: escursione al piccolo centro storico e alle zone limitrofe, un tempo abitate e in qualche modo, coltivate; ora ridotte a ruderi e ammassi di detriti invasi da specie erbacee e arboree inselvatichite.  Il secondo giorno escursione al "Semaforo" sul monte Arpegna e sulla via del ritorno lunga deviazione verso il laghetto "lo stagnone" per trovare gli asfodeli ancora in fiore.  Le guide sono molto disponibili, accettano le nostre richieste di soste per scattare foto e diapositive, consigliano e aiutano i ragazzi nella raccolta e li guidano al riconoscimento delle specie più tipiche.  Sono gli alunni stessi che chiedono spiegazioni; a volte mi sorge il sospetto che controllino se quanto è stato loro detto in classe corrisponda a verità.  Siamo sommersi, sotto un sole cocente, da profumi e colori. Avvistiamo un gheppio, e in lontananza, più in basso i gabbiani.

 

Facciamo anche qualche rilevamento di tipo statistico nella macchia alta, macchia bassa e gariga.  A sera ordiniamo e prepariamo il materiale raccolto; confrontiamo le nostre esperienze con il piccolo gruppo che per motivi di salute (ragazzi soggetti ad asma di tipo allergico) hanno visitato via mare un tratto di costa.  Questi ultimi hanno visto e fotografato aspetti diversi della stessa realtà; entrambi i gruppi sono convinti di aver visitato il lato migliore dell’isola.  Al ritorno a scuola l'attività diventa frenetica: è stato realizzato un erbario per le piante erbacee; schede botaniche per arbusti ed alberi; un diatape e tanti cartelloni con fotografie. Il bilancio dell'esperienza risulta positivo sia sul piano didattico che educativo.  Gli alunni hanno veramente lavorato in gruppo, soprattutto nelle ultime due fasi; non è rimasto spazio per i "faccio tutto io" o per i pigri, ma ciascuno ha potuto e dovuto portare il proprio contributo di lavoro.  Più cosciente e realistico l’atteggiamento verso l’ambiente, perché, una volta tanto, gli alunni non si sono sentiti ammiratori occasionali o semplici fruitori di uno spazio, ma parte integrante e interessata.  Certamente non si risolve il problema del rispetto verso la natura con una esperienza, ma è un buon inizio.  La possibilità di confrontare e utilizzare, in una realtà piacevole, le nozioni e le tecniche di lavoro apprese in classe, ha contribuito a fissare le conoscenze e a motivare ulteriori approfondimenti.

 

Mi sono chiesta se la fase finale fosse veramente importante: dopo ripetute esperienze ho trovato che è essenziale.  La necessità di organizzare e realizzare una produzione che comunichi ad altri ciò che è stato sperimentato e lo sintetizzi, porta i ragazzi a rielaborare e fare proprie le conoscenze acquisite.  Non ha importanza quanto perfetto o presentabile risulti il lavoro finito; purché sia veramente opera degli allievi, può diventare stimolo per altri lavori.  Il diatape, non troppo lungo e non troppo dotto, con diapositive ben fatte, resta nella scuola come un sussidio didattico del quale i ragazzi sono molto fieri.  Lo stesso si può dire dell'erbario, se realizzato con criteri di specificità e con cura. Poco produttivi invece i cartelloni che esauriscono la loro funzione nel momento stesso in cui sono terminati (almeno nella mia esperienza); meglio allora un quaderno personale che comprenda ed illustri tutte le tappe del lavoro.  Per avere informazioni sui soggiorni scolastici nei parchi naturali conviene rivolgersi a Firenze, alla Regione Toscana, servizio Scuola, dove gli addetti sono molto disponibili e forniscono agli indirizzi delle cooperative che sono via via sorte nei parchi.  Queste associazioni, spesso gestite da giovani laureati in scienze e da abitanti del luogo, possono essere di grande aiuto nella preparazione e realizzazione dei soggiorni di studio.

 

da G. Barsotti e M. Lambertini Isola di Capraia, Guida all’Isola Pacini Editore, 1989.

 

 

Pubblicato originariamente su Naturalmente, 1991, 4 (3), 15-16.