LA PAROLA E L’IMMAGINE, I VIZI E LE VIRTÙ

 

Marica Terzi

 

Avete mai provato a fare un ritratto dei nostri colleghi di scienze?  Un ritratto in realtà non basta, ci vuole una grande tela, per tante facce, tipo l’Inferno di Bosch!  Ci metterei il collega frustrato, forse nudo oppure no, senz’altro nudo nell’anima. quello che parla delle proprie delusioni, innumerevoli tentativi di trasmettere cultura tutti andati a vuoto, caduti giù: glieli disegnerei lì, davanti.  Ci metterei il collega autistico, anzi ce ne netterei tre, per rispettare le proporzioni, tanto non parla, non dà fastidio, è a suo modo efficiente, sa il programma, lo recita in classe, piace al ministero, non comunica, ma non lo sa.  Più in disparte c’è il collega che si è fatto da solo e non si è ancora completato: lo farei a mezzo busto, come i nostri sussidi anatomico-didattici a sesso indefinito: è giovane, ha studiato brillantemente, ma si deve inventare tutto: la scienza insegnata non è quella appresa all’università e l’espressione deve essere comprensibile, possibilmente gestuale, mimica.

 

Più numerosi, e anche più disponibili a confidenze, sono altri colleghi (ce ne metterei 10); il loro problema è quello di fondo: insegnare perché si acquisisca un sapere scientifico, oppure, in 2a istanza, perché si acquisiscano delle conoscenze.  Le strade da loro tentate sono due: la parola o l’indagine.  La parola è più veloce, il racconto, se scende rapidamente nei dettagli, è ben accetto (alla classe), insomma si può dire molto, e il programma vola!  Ma la parola, se vuoi, la puoi fermare, ti ci puoi aggrappare, crederci, come a un concreto strumento didattico; e allora soffri nel fartela uscire di bocca, ma sai che non va perduta: lo vedi dagli occhi che te la guardano la tua parola, anzi te ne guardano tante, le vorrebbero afferrare ma rinunciano, contano che siano cadute sul loro libro di testo.  L’immagine, sempre bidimensionale, proiettata o riprodotta sui testi, piace a molti, ne parlano con voluttà degna di sospetto (li disegnerei di spalle), sanno che le scienze sono un’interpretazione del reale, si deve far vedere quindi per descrivere, ‘OK’, dicono, scelgo l’immagine!  I dubbi li assalgono quando realizzano che l’immagine è il risultato di un’osservazione di altri, focalizza ciò che altri ci vogliono far vedere, spesso tace sulle dimensioni reali dell’oggetto (manca la scala), e di qui la crisi. tolti, nel tentativo di superarla, sull’indagine fanno scorrere parole, negli anni perfezionano le parole e si illudono di trasmettere dei contenuti. È possibile per i più abili passare dalla parola-racconto alla parola modello (li disegnerei come giocolieri) e arricchire l’insegnamento scientifico di aspetti parafilosofici.  Il modello piace alla classe: i ragazzi non hanno forse sempre immaginato di sedersi al volante di un modellino di Ferrari e vincere la Formula 1?  Più di recente il modellino telecomandato toglie ai più grandi l’imbarazzo di confrontare le dimensioni e permette di dare al sogno contenuti meno in contrasto con la realtà, e al sogno di poter durare più a lungo negli anni.  Li metterei, questi ragazzi, su una nuvola.

 

I colleghi che non amano i sogni trasferiscono la loro ‘libido’ (di insegnare) in laboratorio (li disegnerei a luci rosse) e, con una strumentazione da destare la compassione degli antichi alchimisti, trasformano sostanze di uso comune in altre che piacciono quanto più vivace è il loro colore e descrivono quanto sta avvenendo in termini concettualmente corretti ma mai aderenti all’esperimento, mai che dicano ‘perché’ è cambiato il colore.  Il cambiamento di odore, soprattutto se acre, il fumo, la dissezione, il sangue non piace, siamo a conoscenza dei problemi di inquinamento e contrari alla vivisezione, la 194 ci fa riflettere pertanto andiamo piano con l’embriologia; andiamo in macchina, fumiamo, portiamo la pelliccia, ma in classe mai.  I colleghi collezionisti,quelli che si sono fatti francobolli e farfalle, usano il metodo di raccolta, compilazione schede, eventuale classificazione, oppure campionamenti, istogrammi; parlano poco, sono sempre a giro, con le tasche piene (nel senso di sfondate): ne disegnerei due.  Il collega positivista lo disegnerei con la testa quadrata, ha in mano il metodo scientifico (una splendida bolla di sapone, parla adducendo le prove, conosce le cause dei fenomeni e ne descrive le conseguenze; è bello e convinto che la scienza possa dare risposte a tutte le ansie umane.

 

Questi colleghi così tratteggiati sono fissi nel tempo o mutevoli?  Be’ i miei colleghi sono vivi, e se torno indietro al ricordo dei miei insegnanti ho le prove per sospettare che siano eterni (nel tempo, ma dinamici nella personalità e mobili nello spazio, sia quello angusto di un’aula che quello aereo di una nuvola; sono a loro modo reattivi, possono cambiare ruolo, anche perché l’uno vale l’altro.  Il quadro perciò è mobile: una sorta di evoluzione, fermata per una frazione di secondo ma ripresa a intervalli regolari; la sua casualità è totale, senza gerarchie e finalità di sorta, senza matrice genetica, senza logica, per necessità ...  Appunto, la necessità di sopravvivere.  A cosa?  Ad un mestiere a produttività molto marginale, che si esercita su un campo sempre diverso e comunque molto delicato, alla paura del rapporto con l’utente che non sceglie ma non è mai passivo, ai problemi che si pone e ai quali da solo deve dare risposta; (deve) sopravvivere alla solitudine.  Questo collega non si può disegnare, non ha sembianze, è un punto interrogativo, senza colore e senza sfumature; e non si aspetta una risposta.

 

In un angolo, scarmigliato e coloratissimo si può invece dipingere il collega sopravvissuto a radiazioni elettromagnetiche, a orbitali probabilistici che sconfinano in campo matematico (a lui precluso), ha posato la chitarra bloccata su onde stazionarie e tiene stretta una bussola temendo che gli cada nel campo magnetico, dominio dei fisici (con cui non ha un linguaggio comunicativo; spera che l’elettrolisi, rivalutata dalla recente fusione a freddo, possa essere usata come ancora di salvezza, per trovare una strada comune di distribuzione di un sapere scientifico meglio inseribile in un contesto culturale.  Per completare vorrei farei prestare la penna di Peynet per disegnare l’omino nato per rincorrere i sogni: ha allentato la coscienza che non c’è sapere scientifico nella cultura media, è sereno in un ambiente dove tutto è evanescente, non teme che non resti né la parola né l’indagine: troverà una strada nuova.  Ecco, probabilmente la strada non l’abbiano ancora trovata, non c’è infatti ricaduta dei nostri contenuti sulla cultura media, viene anche il sospetto che ciò risulti ininfluente sulle scelte di chi propone i programmi; ma fino a quando?

 

 

Pubblicato originariamente su Naturalmente, 1989, 2 (2), 8-9.