NEOLOGISMI BIOLOGIA

 

Bianca Isolani Manachini

 

Il problema

Mai come in questo periodo nuove parole sono state e vengono continuamente coniate nelle scienze naturali e soprattutto in biologia.  Ma non sempre le nuove parole sottendono nuovi concetti, mentre parole antiche vanno acquisendo man mano significati nuovi.  Questo può essere verificato analizzando in particolare tre parole con cui vengono messe in relazione l’attività umana, la natura ed i problemi etici connessi al nostro agire.  Tali parole sono: biotecnologia, bioetica, ambiente.  Poiché nelle scienze è indispensabile che i vocaboli abbiano un significato univoco, si rende utile una riflessione su di esse.  La parola "ambiente" deriva dal latino "ambiens" ed è di uso antico; nell’accezione comune significa "luoghi o persone in mozzo a cui si vive".  Le parole "biotecnologia" e "bioetica" sono neologismi, nella maggior parte dei vocabolari non si trovano ancora.  La comparsa di queste parole nuove, divulgate dai mass-media e che ormai stanno entrando a far parte del parlare comune, indica che si sta delineando un problema di cui prima non ci si rendeva conto.  Che cosa dunque intende oggi la società con queste parole nuove?  Il significato che esse vanno acquisendo è sintatticamente, scientificamente ed eticamente "giusto"?

 

Neologismi e parole antiche

Biotecnologia: la parola si comincia a trovare in testi specialistici.  Essa è composta dal prefisso bios = vita e dalla parola tecnologia intesa come "studio dei procedimenti impiegati a trasformare materiali grezzi in prodotti industriali".  La parola "biotecnologia" sembra sottintendere quindi che i viventi possono essere considerati come materiali grezzi, da trasformare per renderli più consoni alle esigenze umane.  Se è così, il vocabolario è nuovo ma il concetto è vecchio; l’uomo ha infatti praticato le biotecnologie per migliaia di anni, almeno 10 – 12000, su scala notevole, mediante l’agricoltura, l’allevamento, la domesticazione.  Tali sono state le modifiche apportate sui viventi dalla specie umana che Darwin arrivò a convalidare la sua teoria della selezione naturale come meccanismo di base dell’evoluzione proprio ipotizzando che quanto poteva esser fatto dall'uomo con la selezione artificiale poteva avvenire lentamente in natura.  Tanto gli animali sono stati concepiti in funzione della loro utilizzazione da parte dell’uomo che da secoli si parla comunemente di bovini da carne, da latte, piante da frutto o da foglia.  Le biotecnologie, applicando su larga scala le scoperte scientifiche, hanno utilizzato la fecondazione artificiale, la fecondazione "in vitro", il reimpianto di ovuli fecondati su madri non genetiche, hanno applicato, prima sugli animali e poi sull’uomo stesso, la bioingegneria, creando problemi etici, giuridici, sociali.  D’altra parte l’uso delle biotecnologie sui microbi e sui vegetali ha prodotto rapidamente nuove varietà e nuove specie con squilibri, danni ambientali e ripercussioni sulla salute umana.

 

Dall’insieme dei problemi sociali, giuridici, morali e dai danni alla salute umana sembra scaturire l’esigenza di una regolamentazione delle biotecnologie, cui dovrebbero essere dettate delle nuove norme etiche per regolamentare il loro impatto sull’uomo e sull’Ambiente.  L’insieme di queste norme sarebbe la "bioetica".  Se questa analisi è esatta occorre analizzare se i concetti di biotecnologia, bioetica, ambiente che si vanno delineando sono realmente quelli adatti ad un nuovo umanesimo, che la società auspica per il "terzo millennio''.  A mio parere sono possibili due tipi di riflessioni che possono portare all’elaborazione di concetti molto diversi dei termini che stiamo analizzando.

 

a) Riflessione dal punto di vista "antropocentrico"

Questo tipo di riflessione è quello più praticato; scaturisce dal modo in cui l’uomo si è sempre visto, e ancora nella maggior parte dei casi si vede, nei confronti della natura: il punto più alto, il dominatore.  Questo punto di vista è stato, anche scientificamente, trasmesso attraverso i secoli, con la scala gerarchica degli organismi, statica, elaborata da Aristotele e ritenuta valida fino al 1800.  In essa, nello studio delle scienze, si passava dagli organismi meno perfetti come le piante, agli animali più semplici, poi ai più complessi e infine si arrivava all’uomo, l’unico dotato di intelligenza.  Questo schema fu modificato alla fine del 1800, una volta acquisito il concetto di evoluzione, e divenne l’albero filogenetico, in cui l’uomo si trovava sulla cima (vedi ad es. lo schema di Haeckel del 1885).  Ancora oggi, sia pure più velatamente, è in uso di norma uno schema antropocentrico.  Per es., cento anni dopo Haeckel, nella mostra "Homo" a Venezia nel 1985, l’albero è raffigurato piegato e nel ramo più grande, all’estrema destra, si trova l’uomo che sembra quindi il fine cui tende l’evoluzione.  Da questa convinzione, introiettata da secoli, di essere il "fine" della natura, sembra scaturita l’idea diffusa nella nostra società che la specie umana è padrona dei viventi e dell’ambiente, che può quindi manipolare a suo piacere e a suo vantaggio.  Tale concezione è stata ampiamente divulgata nelle scuole.

 

D’altra parte i danni che si venivano man mano producendo con l’uso "selvaggio" delle biotecnologie hanno maturato a poco a poco l’allarme per la salvaguardia dell’ambiente.  Proprio dall’analisi dei danni prodotti è scaturito un concetto di "ambiente" più allargato di quanto si intendeva precedentemente, quando la parola "ambiente veniva in genere definita come "spazio geografico, luogo in cui si vive, persone e cose con cui si è in contatto".  Oggi si è recepito che, come lo sviluppo di una specie batterica in una provetta può essere visualizzato con una curva prima rapidamente ascendente (nella fase corrispondente alla moltiplicazione e al consumo delle risorse), poi, dopo una breve fase stazionaria, rapidamente discendente (nella fase corrispondente all’inquinamento ambientale prodotto dagli stessi cataboliti batterici), anche la specie umana può avere una sorte infausta se continua ad inquinare la terra, gigantesca "provetta" dove essa vive.  La parola "ambiente" quindi, pur essendo un termine da lungo tempo usato, sottende un concetto che sta diventando più ampio, di spazio in cui, i viventi operano ed interagiscono ed in cui è necessario mantenere un equilibrio non più localizzato ma su scala planetaria.

 

Si palesa quindi la necessità di regolare le biotecnologie con delle norme di tipo etico a salva guardia dell’uomo e dell’ambiente in cui vive, a salvaguardia cioè della salute umana modernamente intesa come "benessere fisico, psichico e sociale", anche con riguardo al perdurare della nostra specie.  Questo sembra al momento il significato che si viene delineando per la parola "bioetica", neologismo col quale sembra si voglia introdurre il concetto che le biotecnologie debbono essere regolate da norme etiche (intendendo per etica, come in genere definita, "l’insieme delle norme di condotta di un individuo o di un gruppo") che la società dovrebbe provvedere ad elaborare in modo che non si producano in diretti o indiretti sull’uomo.  Se l’analisi è esatta, allora la parola bioetica avrebbe ancora un significato limitato ed antropocentrico.  Sarebbe cioè un modo nuovo per descrivere un concetto vecchio: da lungo tempo le società tecnicamente evolute cercano di dettare norme a tutela della salute umana, sia pure sempre tra gli egoismi la cecità o la malafede di chi ha interesse a che certe biotecnologie si diffondano comunque.  Il problema della regolamentazione non è di impossibile soluzione, almeno dal punto di vista teorico.  Infatti, poiché le biotecnologie non sono altro che l’applicazione su scala industriale dei risultati scientifici ottenuti in laboratorio, sarebbe sufficiente che, prima di adottare queste metodologie su scala industriale, se ne considerassero le conseguenze a vasto raggio, sia nel tempo che nello spazio.

 

Occorrerebbe cioè utilizzare in "toto" il metodo scientifico, considerando l’ambiente nella sua globalità.  Solo dopo che con le osservazioni, le ipotesi, le sperimentazioni, le verifiche, si è dimostrata la non nocività anche da un punto di vista psicologico e sociale, di un certo progresso, esso dovrebbe entrare a far parte delle biotecnologie.  Perché, ad esempio, accorgersi "a posteriori" che certi procedimenti, applicati da quarant’anni agli animali, come la fecondazione in vitro con ovuli o spermatozoi omologhi o eterologhi, producono, se applicati tali e quali all’uomo, problemi di ordine sociale e psicologico?  Tali problemi non potevano essere previsti, almeno a grandi linee, in modo da affrontarli convenientemente?  Usando il metodo scientifico prima dell’applicazione delle biotecnologie, dovrebbe scaturire un miglioramento dell’uso delle stesse, sia pure in questa visione di tipo "antropocentrico".  I danni sull’ambiente e sulla salute dell’uomo dovrebbero essere eliminati o, al limite, diminuiti.  La cosa è senz’altro positiva, ma, a mio parere, ancora largamente insoddisfacente.  In questo punto di vista "antropocentrico" non c’è infatti alcun riconoscimento del valore cognitivo della scienza, non vi è alcuna innovazione culturale.  Perché vi sia una vera innovazione culturale occorre che i concetti, che scaturiscono o si vanno delineando nella scienza moderna, vengano realmente introiettati, che l’uomo acquisisca di se stesso, oltre la tradizionale immagine mutuata dalla conoscenza della storia, dell’arte, della religione, anche un’immagine mutuata da una riflessione sulla scienza.

 

b) Modo di vedere innovativo

Il modo di vedere innovativo scaturisce dall’analisi di quelli che sono i concetti fondamentali che la scienza moderna ha delineato e su cui si sta strutturando.  I punti su cui occorrerebbe riflettere per elaborare concetti realmente nuovi dei termini biotecnologia, bioetica, ambiente sono:

1) i viventi sono simili; tutti hanno struttura cellulare, reazioni biochimiche fondamentali analoghe, analoga struttura del codice genetico;

2) tutti gli organismi modificano l’ambiente e ne sono a loro volta, nel tempo, modificati;

3) gli organismi più complessi derivano dai più semplici non vi è una scala gerarchica;

4) gli animali appartenenti agli stessi gruppi percepisco l’ambiente in modo simile; gli animali, almeno i vertebrati più evoluti, hanno consapevolezza di se stessi ed intelligenza;

5) le funzioni intellettive, come qualsiasi altra funzione, si sviluppano con l’uso;

6) l’uomo non è il fine cui tende la natura (è esistita per 4,5 miliardi di anni senza di lui e probabilmente per altrettanti ne farà a meno);

7) l’uomo, anche a causa della sua notevole neotenia, può sviluppare particolarmente le sue facoltà intellettive.  La scienza allora risulta attività umana per eccellenza, essa si basa sulla ragione e sull’osservazione; e "ragione" etimologicamente vuoi dire "misura".

 

Nella scienza la ragione è la misura delle cose e anche di se stessa: essa si sottopone sempre a verifica tramite l’osservazione; perciò mai potremo trarre certezze assolute dalla scienza perché la ragione avrà sempre nuove osservazioni da valutare, da verificare e con cui verificarsi.  Benché la scienza sembri oggi trionfante, a causa delle notevoli scoperte cui è pervenuta, in realtà la considerazione che si ha del suo valore cognitivo e culturale è in genere piuttosto bassa.  Lo studio di essa difficilmente proseguirà per tutto il triennio della scuola superiore riformata, mentre nei pur apprezzabili nuovi programmi della scuola elementare (1985) si parla di "limiti" della scienza, termine non usato per alcuna altra disciplina.  I limiti sembrano in genere ascritti proprio alla mancanza di possibilità di raggiungere, con la scienza, certezze assolute; si rimprovera alla scienza di non essere metafisica, mentre da più parti si demonizza la scienza per i danni prodotti dalle biotecnologie facendo una gran confusione concettuale, del resto da sempre diffusa, tra scienza e tecnica.  Tutto questo sembra dare al tempo in cui viviamo un carattere per certi aspetti simile ad un nuovo medioevo.  Sembra perciò auspicabile l’avvento di un nuovo umanesimo di cui tutti stanno parlando in vista del duemila.  Si dovrebbe arrivare ad una nuova concezione dell’uomo che scaturisca da un’analisi scientifica del posto che egli occupa nella natura e dell’origine culturale della specie.  Occorre realmente elaborare il fatto che il genere Homo esiste da due milioni di anni, che la specie sapiens è comparsa oltre duecentomila anni fa e che il suo distaccarsi dalla vita "animale" è in buona parte il risultato di una lenta evoluzione scientifica e tecnologica..  Solo considerando ed elaborando i concetti scientifici nel loro valore culturale sarà possibile dare una definizione veramente nuova dei termini "biotecnologia", "bioetica", "ambiente".

 

 

Pubblicato originariamente su Naturalmente, 1991, 4 (3), 19-20.