IL COMMISSARIO

 

Vincenzo Terreni

 

Tutti gli anni, agli sgoccioli di dicembre o ai primi spiccioli dell’anno nuovo, si ripete il rituale gioco delle parti all’interno dei consigli di classe delle quinte.  La pantomima è classica e consolidata dal tempo: analisi dell’andamento disciplinare e didattico della classe e dei singoli alunni.  In un clima conciliante e produttivo ogni docente espone forbitamente le proprie perplessità sulla maturità dei più e la certezza dell’immaturità del singolo, il tono è suadente, il linguaggio aulico, una generale abbondanza di citazioni e di affettato incensamento verso le affermazioni altrui che dimostrano di aver colto appieno le difficoltà mostrate dall’allievo con rara profondità psicologica; anche sulle forme di recupero la discussione è idilliaca: la collaborazione è palpabile, il clima costruttivo permea ogni parola proferita; la fretta che caratterizza gli altri consigli è scomparsa e il tempo rallenta per osservare con occhio benevolo e compiaciuto il nobile consesso di fattivi educatori.  Poi si passa all’altro punto: nomina del Commissario interno per gli esami di maturità: è un compito poco gradito ai più ed aborrito dalla parte restante, come del resto tutto l’esame.  Il trapasso è lento ed in generale preceduto dalla fatidica domanda di cui tutti già conoscono la risposta: “C’è qualcuno che si offre?”

 

Le reazioni sono diverse e si alternano incalzanti sotto gli occhi dei docenti di Religione e di Educazione Fisica che guardano con distaccata e divertita superiorità atteggiamenti che fingono ostentatamente di non comprendere, arrischiando talora osservazioni del tipo: “Se la mia fosse materia d’esame, io li accompagnerei volentieri!”  Già il punto è proprio questo: gira gira tocca sempre ai soliti che, se non ci stanno attenti, rischiano di alternare l’incarico esterno con l’incombenza interna per ottenere il solito risultato del luglio invariabilmente rovinato e del fegato panicato per la parte restante delle essudate ferie.  Al danno si aggiunge la beffa: se uno riesce, più che con convincenti argomentazioni, con abili camuffamenti o pesanti ipoteche sul futuro ad evitare l’incarico di criptopene, deve far domanda per aspirante esibizionista.  I trucchi, anche in questo caso son numerosi e la fantasia soccorre coloro che cercano gratificazioni e riconoscimenti in luoghi diversi dalle polverose e asfissianti aule lontane dalla terra natia.

 

Ho conosciuto gente che, tramite amici degli amici, è riuscita a far togliere il proprio nominativo dal cervellone centrale: presenta una regolare domanda con tutta tranquillità perché è sicura di non essere mai pescata; altri chiedono sistematicamente sedi molto ambite: Tropea, Vibo Valenzia, Cefalù, Stintino, male che vada si portano la famiglia dietro e in qualche modo si arrangiano; un altro modo consiste nel richiedere sedi prive di scuola media superiore: quattro o cinque paesini intorno a casa in cui è presente solo la scuola elementare (non si sa mai), ma è rischioso perché se il Preside se ne accorge, fa ripetere la domanda; altra possibilità, raccomandata solo agli intenditori, (valida per materie saltuarie, Scienze per intenderci) consiste nel richiedere sedi fornite sì di una scuola superiore che sia però priva dell’indirizzo specifico; eccetera, eccetera.  Insomma tutto va bene pur di evitare di accompagnare i ragazzi ad un esame di maturità in cui c’è tutto da perdere e non possono esser certo considerate un guadagno quelle 350.000 Lire lorde che vengono elargite chi sa quando.  Genitori che telefonano prima dell’esame per sapere: D) i giudizi, R) non glielo posso dire vada a scuola; D) ci sono andato occorre fare la domanda, R) faccia la domanda; D) gli analitici non li danno, R) neppure io glieli dico!

 

Moltiplicate per una classe media di 25 fanno un mese tondo di pastasciutte rovinate perché la telefonata arriva invariabilmente alla prima forchettata.  Genitori che telefonano prima degli scritti, prima degli orali, dopo gli orali, prima degli scrutini, dopo gli scrutini!  Cosa si fa?  Si stacca il telefono?  Non è corretto, potrebbe anche chiamare un amico.  Si fa rispondere un familiare?  È rischioso, si potrebbe perdere il familiare.  Non resta altro che rispondere cercando di essere il più esauriente possibile senza dire niente di compromettente: senza fare apprezzamenti sulla Commissione, sul Presidente, sul fatto che il compagno che ha copiato il compito ha preso una valutazione superiore, sulla probabilità che “cambino” la materia e sulle altri duecentotrentacinque questioni che assillano il genitore sotto-esame.  Gli studenti invece sono più telegrafici, concreti, meno ampollosi e diplomatici: “Quanto?”  È difficile rispondere quando la risposta è quattro o peggio, si ricorre ad ampi giri di parole che dicono e non dicono: “Nel quadro globale dei risultati ottenuti dall’insieme della classe, che non si discostano molto da quelli dell’intera commissione, tenendo presente che non si trattava di un compito particolarmente complesso, il risultato – anche considerando le variabili dovute all’incognita dell’esame e le difficoltà intrinseche in un tipo di valutazione inconsueto – si discosta in modo sensibilmente non positivo dalla media che, pur non essendo elevatissima, si attesta su valori intorno alla sufficienza.”  “Allora ho preso sei?”.

 

La questione può proseguire per ore senza che lo sfortunato maturando si convinca che ha davanti una strada tutta in salita.  E poi c’è la Commissione!  Ma come son bravi quelli che vengon da lontano, ma anche quei colleghi che al bar e alle riunioni sindacali avevi sempre ignorato per manifesta inconsistenza, divengono pozzi di scienza: fabbricano giudizi con profondità analitica e proprietà lessicale che, ad una velocità sbalorditiva, stroncano le speranze tue e dei pochi virgulti sui quali riponevi i residui miraggi di riscatto: “Il membro interno è d’accordo, vero?”  La prossima volta chiedo l’Asinara!

 

 

Pubblicato originariamente su Naturalmente, 1993, 6 (1), 24.