UN FIORE IN FONDO AL MARE

 

Giampaolo Magagnini

 

“Fior d’ogni fiore!

ho colto un fiorellino in fondo al mare

per regalarlo a te, mio bell’amore!”.

 

Sono convinto che l’anonimo Autore di questo stornello credeva di impressionare favorevolmente l’amata offrendole qualcosa di impossibile (come il latte di gallina) e perciò testimoniando con forza l’intensità del suo amore.  E invece ...  E invece i fiori in fondo al mare ci sono davvero, e non si intende degli anemoni di mare (Anemonia sulcata), né dei gigli di mare (Pentacrinus spp.) e nemmeno della margherita (Maja squinado): si parla di fiori veri, quelli prodotti da una delle rare Fanerogame che vegetano in mare, Posidonia oceanica.  È, in verità, una pianta un po’ strana e la sua stranezza comincia dal nome che allude a qualche oceano mentre si tratta di una specie endemica del Mediterraneo.  La stranezza maggiore, ovviamente, risiede nel fatto che una Fanerogama delle Angiosperme Monocotiledoni viva nell’acqua di mare, quando si sa che l’acqua salata è nemica delle piante.  Né le singolarità finiscono qui, come vedremo.  Nonostante che sia spesso confusa con un’alga, Posidonia, da brava pianta superiore, è organizzata in radici, fusto, fiori e foglie, presenta riproduzione sessuale (i fiori, appunto) e quindi produce dei frutti.  Il fusto, in realtà, è modificato in un rizoma che ha la capacità di accrescersi sia orizzontalmente, determinando la conquista di aree adiacenti, sia verticalmente, elevandosi dal fondo.  Ciò permette a Posidonia di sfuggire all’interrimento da parte dei continui apporti di materiale terrigeno che tendono ad elevare il livello dei sedimenti del fondo specialmente vicino alle coste dove appunto, sui fondi mobili ed a scarsa profondità, la posidonia vive.

 

Così accade che, al progressivo innalzarsi, col tempo, del fondo, corrispondano diversi strati sovrapposti di rizomi e radici.  Quindi, verificando lo spessore di questi strati si può risalire all’età dell’insediamento di Posidonia in una data zona, poiché si è calcolato che l’accrescimento è di un metro al secolo.  Così si sono individuati insediamenti anche plurisecolari e se ne sono potute ricavare utili indicazioni sulle condizioni della zona nei tempi passati.  Le foglie sono nastriformi, lunghe fino ad un metro circa per una larghezza di 1 cm o poco più.  Sono di un verde intenso, più chiaro negli elementi giovani, e sono disposte in ciuffi di 5-12 inseriti sul rizoma ed in cui le più vecchie sono le più esterne.  Hanno accrescimento basale e periodicamente cadono, a cominciare da quelle esterne, venendo subito sostituite da nuovi germogli.  I fiori compaiono verso l’autunno e, a dire il vero, dal punto di vista ornamentale non varrebbero granché: sono piccoli, bianco-verdastri, organizzati in infiorescenze protette da due brattee verdi.  Estetica a parte, funzionano bene, producendo frutti chiamati “olive di mare” per la loro somiglianza con le olive, che maturano a primavera, si staccano dalla pianta e flottano trasportati dalle correnti finché il pericarpo si apre ed il seme cade sul fondo dove, se trova le condizioni idonee, darà origine ad un’altra pianta e, possibilmente, ad un altro insediamento.

 

A proposito di ciò, Posidonia costituisce spesso delle vere e proprie foreste, o meglio: “praterie”, che possono occupare aree di diversi chilometri quadrati, estendendosi da 1 a 35 m di profondità.  Dovunque Posidonia si insedi (sabbie, detrito grossolano o altro) modifica profondamente il sedimento originario: il fitto strato foliare tende ad arrestare le particelle sospese che si depositano sul fondo.  L’azione frenante della massa foliare si esplica anche nei confronti delle onde il cui impatto sulle coste viene smorzato.  Poiché le praterie hanno quasi sempre un andamento parallelo alla linea di costa, ne risulta che quest’ultima viene protetta dall’erosione: è stato stimato che la regressione di un metro di prateria può causare la perdita di 15-18 m di litorale sabbioso.  Ma le benemerenze delle praterie a Posidonia sono anche altre.  Intanto c’è da considerare l’enorme quantità di ossigeno prodotto con la fotosintesi che viene esportato pure alle acque adiacenti, insieme con la sostanza organica elaborata con lo stesso processo.  Poi questa vera e propria foresta sommersa (si possono contare fino a 500 ciuffi di foglie per metro quadro) dà alloggio ad una grande massa di organismi vegetali ed animali che si insediano sui rizomi, sulle foglie e sul fondo.  Vi sono organismi che abitano permanentemente nella prateria trovando ivi riparo, cibo e substrato per l’insediamento e per la deposizione delle uova, altri che la frequentano discontinuamente: alcuni pesci, ad esempio, vi sostano solo di notte, come fosse una camera da letto.

 

Particolarmente interessante è la colonizzazione delle foglie.  Com’è facilmente intuibile, non tutte le specie arrivano contemporaneamente: vi sono specie pioniere, come Batteri e Diatomee, che si insediano sulla lamina foliare nuda, altre che sopraggiungono in un secondo tempo, come l’alga calcarea Fosliella, che conferisce alla foglia una colorazione rosacea, e ancora le alghe Castagnea, Myrionema (che vive esclusivamente su Posidonia), Ceramium ecc.  Infine giungono ad insediarsi gli animali sessili come diverse specie di Briozoi, di Idroidi, di Anellidi tubicoli e di Ascidie coloniali, mentre le forme vagili, specialmente Gasteropodi e Crostacei pascolano sulle foglie brucando gli epifiti sia vegetali che animali.  Poiché, come si ricorderà, le foglie hanno accrescimento basale, è abbastanza frequente, su una singola foglia, individuare i vari gradi di colonizzazione: i “pionieri” si trovano in basso, sulla parte più giovane, mentre più in alto si osservano i più vecchi colonizzatori (a parte la fauna vagile che evidentemente, quando la foglia viene recisa, taglia la corda!).  Quindi una sola foglia può essere un ottimo strumento di dimostrazione didattica, anche se è difficile procurarsela.  A proposito di forme vagili, esse sono assai numerose tra le piante: prevalgono i pesci, ma non mancano gli appartenenti ad altri gruppi.  Tra i primi si citeranno diversi Labridi, le Boghe (Boops boops), le Castagnole (Chromis chromis) ed altri, tra i secondi si trovano le Seppie (Sepia officinalis) e alcuni Crostacei nuotatori.

 

Ma l’organismo più singolare è il Pesce ago (Syngnathus acus) che, di sagoma allungatissima e di colore verde, se ne sta tra le foglie per così dire “in piedi”: poggia cioè appena sul fondo con la pinna caudale e si mantiene in posizione eretta vibrando assiduamente la pinna dorsale.  Così, oscillando insieme alle foglie per l’ondazione, ottiene un effetto mimetico assai notevole: anche in immersione, osservando i ciuffi della posidonia da vicino è tuttavia difficile discernere il pesce dal fogliame.  Le singolarità si manifestano anche nel campo riproduttivo: sia questa specie che il suo “cugino” Cavalluccio marino (Hippocampus guttulatus), pure presente tra le Posidonia, praticano una sorta di matriarcato e così la cura della prole è devoluta unicamente ai maschi i quali incubano le uova in una plica cutanea ventrale simulante un marsupio, in cui, anche dopo la schiusa, i giovani ippocampi trovano rifugio quando si sentono minacciati.  Pensando a questi esempi i babbi che si lamentano per dovere accudire qualche volta al bimbo si consoleranno: almeno a noi è stata risparmiata la gravidanza!  Tornando agli organismi che popolano le praterie a Posidonia, ci sarebbero da elencare adesso quelli che si trovano sul fondo, ma verrebbe fuori una lista probabilmente abbastanza barbosa.  Mi limiterò allora a citare alcune di tali specie, scegliendo quelle che per qualche motivo mi sembrano più considerevoli.

 

Nell’oscurità del fondo ombreggiato dalle fronde spiccano talora delle vivide macchie di colore: sono i Briozoi come Sertella che costruisce colonie di un delicato colore rosa dette “trine di mare”, o il Tunicato Halocinthia i cui individui sono rossi, o numerosi Poriferi che spesso circondano i rizomi di manicotti color giallo o rosso acceso.  Oppure emergono dal fondo come sorretti da un lungo stelo gli Spirographis che aprono la corona dei tentacoli simulando la corolla di un fiore.  E poi i vari Ricci e poi tanti Gasteropodi e poi i Paguri che trascinano faticosamente la conchiglia sormontata dall’Attinia, e poi altri ancora.  Dell’ecosistema “Prateria a Posidonia” molto ancora ci sarebbe da dire, tanto vario è l’intreccio di vegetali ed animali che vivono ed interagiscono in associazioni di grandissimo interesse scientifico ed anche applicativo, ma non posso pretendere di essere in questa sede esauriente: mi basterebbe essere riuscito ad insinuare in qualcuno il desiderio di saperne di più.  Piuttosto, mi accorgo adesso di non essere stato obiettivo, avendo evidenziato solo i pregi di Posidonia e delle sue praterie: a dire il vero anche queste piante hanno un risvolto sgradevole, almeno dal punto di vista umano.  Ho detto che anche le posidonie perdono le foglie: dal fondo su cui cadono vengono trasportate a riva dal moto ondoso e specialmente le mareggiate accumulano sulle spiagge banchi anche enormi di foglie in via di disgregazione.  Quando ciò accade, sulle cronache locali scatta l’allarme “alghe”(!).

 

A parte l’errore di classificazione, il problema è reale: specie sui litorali ove sono insediati stabilimenti balneari un cospicuo ammasso di foglie in progressiva putrefazione costituisce effettivamente un grosso guaio.  E quel ch’è peggio è che non esistono rimedi: non si può prevenire l’invasione delle spiagge e bisogna rassegnarsi a far pulizia con notevole dispendio di forze e di denaro.  Né queste foglie possono avere un impiego pratico: un tempo venivano adoperate per la copertura, nel periodo invernale, di coltivazioni da difendere dal gelo, ed anche servivano per l’imballaggio di lastre ed oggetti di vetro, tant’è vero che venivano chiamate “erba da vetri”.  Ma ora i teli di plastica servono meglio per il primo impiego e quanto agli imballaggi di materiale fragile le foglie delle posidonie sono state soppiantate dal polistirolo.  Consigli per l’utilizzo: si imbeva una di queste “spugne” vegetali di acqua possibilmente gelida e la si lanci proditoriamente sulla schiena di una ragazza che stia mollemente sdraiata a prendere il sole.  È garantito che se ne desta l’attenzione anche se magari è consigliabile allontanarsi velocemente.  Ma forse i ragazzi d’oggi non sono più birbanti come quelli d’un tempo, ed i ragazzacci d’allora sono diventati attempati signori che quanto a birbonate si limitano ad inventare stornelli per iniziare un articolino su Posidonia.  E allora temo proprio che anche questo utilizzo sia diventato obsoleto!

 

 

Pubblicato originariamente su Naturalmente, 1992, 5 (1), 14-16.