LA VAL D’OSSOLA

 

Marta Parenti

 

C’è un cuneo all’estremità settentrionale del Piemonte che si insinua in territorio elvetico tra potenti contrafforti montuosi: terra di confine, di grandi transiti, isola di storia e crocevia alpino: l’Ossola.  Nella nostra zona è conosciuta forse storicamente ma non molto dal punto di vista turistico.  È facilmente raggiungibile partendo da Gravellona Toce e percorrendo la superstrada di recente apertura che si collega con il passo del Sempione.  Ad Ovest dell’Ossola si trova il Vallese, ad Est il Canton Ticino; i limiti sono netti e seguono i crinali principali delle Alpi Pennine e Lepontine.  Lo scavo della galleria del Sempione, all’inizio del secolo, fu una autentica miniera di informazione sulla complessa e travagliata storia geologica dell’Ossola.  È una storia che si snoda attraverso centinaia di milioni di anni, fin dall’era paleozoica, quando si verificò l’orogenesi erciniana, accompagnata da un’intensa attività vulcanica che mutò continuamente forme e natura delle rocce ossolane.  Nell’era mesozoica tutta l’Ossola fu invasa dalla Tetide, il mare che separava la placca continentale europea da quella africana.  All’inizio dell’era cenozoica, la placca africana si avvicinò a quella europea, creando una compressione dalla quale ebbe origine la catena alpina.

 

Proprio dalla storia del territorio ossolano nasce una delle interpretazioni più moderne sulla formazione della architettura alpina.  La catena sarebbe divisa in due grandi blocchi caratterizzati da una serie di falde sovrappostesi una sull’altra per la spinta della zolla africana contro quella europea.  Il primo blocco interessa la parte occidentale e settentrionale delle Alpi, la più elevata, formati dalle falde pennidiche ed austridi sono gli gneiss e i micascisti del monte Rosa (Valle Anzasca), del monte Leone e dell’Arbela (Valle Antigorio e Formazza).  Il secondo comprende la sezione meridionale ed orientale della catena (falde subalpine) meno elevata.  La lunga linea di contatto tra i due blocchi si scheggia in una serie di fratture minori, componenti della grande linea Insubrica che attraverso la Valtellina giunge fino al Tonale.  Le falde pennidiche ossolane appartengono al sottosistema Sempione-Ticino.  L’Ossola è ricchissima di rocce adatte ad essere lavorate quali: il granito, il marmo, il serizzo, tutti molto pregiati, che sono serviti nel tempo per lavori di grande prestigio.  La baita ossolana è minuscola, di sassi grezzi, con il tetto coperto da pietre annerite dai secoli e muri senza un filo di calce, una costruzione mite e dimessa dalle linee scarne ed essenziali, ma in grado di assolvere compiutamente alla sua funzione, infatti anche nelle più spartane delle "casere" (come si dice nell’Ossola) c’era tutto il necessario per vivere alcuni mesi all’alpeggio, lontano dal paese, in un isolamento prolungato ed autarchico.

 

Quando camminiamo per un sentiero non ci rendiamo conto delle difficoltà e del lavoro che è costato a chi l’ha costruito, eppure le mulattiere costituivano un fitto reticolato di collegamento tra le valli, i paesi e gli alpeggi e tra le baite sparse sulla montagna.  Le proverbiali “strade delle mucche” erano le autostrade del passato solide e sicure per il passaggio delle mandrie, il bene economico più prezioso.  Ci sono percorsi lastricati, con le pietre interrate verticalmente e vecchi ponti ad arco sui burroni o torrenti.  Più esili i sentieri per gli ovini addirittura invisibili quelli dei contrabbandieri.  Il materiale da costruzione più utilizzato, come già detto, è la pietra; in alta quota si trova anche il legno soprattutto nelle aree Walser.  In questa grande valle sono presenti diversi gruppi Walser.  In valle Anzasca, da cui si vede la parete est del monte Rosa, a Staffa e Borca ci sono due musei Walser ordinati in vecchie case di legno che propongono, attraverso ambienti e suppellettili, i ritmi e suggestioni dell'epopea dei Walser.  In questa vallata lo spostamento dei Walser è stato così ricostruito.  Oltre 1000 anni fa, una popolazione di origine alemanna si stanziò nell’Oberland Bernese arrestandosi ai piedi della catena alpina.  Le “infames frigoribus alpes” erano un mondo inaccessibile, coperto di ghiacci, orrido e buio, ci si avventurava solo per strette necessità.  Attorno al secolo gli Alemanni, per motivi che rimangono sconosciuti raggiunsero il passo del Grimsel e di lì si affacciarono al Goms, la disabitata conca dell’alto Rodano.  Il bacino inferiore, il Vallese, era invece già da tempo terra di grandi transiti, densamente popolato e colonizzato dai Romani, con il nome di Valles: la valle per antonomasia.

 

Il Goms era selvaggio, ma i nuovi arrivati non si scoraggiarono, in breve dissodarono terreni, abbatterono foreste, costruirono abitazioni adatte ad un soggiorno stabile e si organizzarono in sistemi di vita autosufficienti.  L’Ossola è considerato il giardino delle Alpi, grazie soprattutto a quei paradisi botanici che sono l’Alpe Veglia (estesissimo parco naturale vicino al passo del Sempione), l’Alpe Devero (alta valle Antigorio) e l’alta Val Formazza.  Rispetto alle alte valli delle Lepontine, la vegetazione si presenta con una ricchezza ed una varietà notevoli, favorite anche dalla escursione altimetrica, dai 400 metri della bassa valle ai 2000 metri delle creste superiori e dal clima subalpino qui particolarmente umido.  I grandi boschi di latifoglie ospitano il faggio ed il castagno con alcuni esemplari secolari, il tiglio, l’acero, l’olmo, il cerro ed il rovere, il frassino, il sorbo, l’ontano e la betulla.  Tra le conifere: il tasso, l’abete rosso e bianco, i larici, il pino mugo.  Sulle rocce la flora pioniera.  Tra i fiori da segnalare, in estrema sintesi: le gigliacee, le genziane il tulipano alpino e nelle zone umide della bassa valle la Osmunda regalis (felce florida) e la Rhynchospora alba.  Vastissime le distese tardo primaverili di rododendri con alcuni esemplari bianchi; non mancano ampi sottoboschi di aglio orsino.

 

Comunque, nonostante qualche ricerca recente, molto rimane ancora da scoprire, come pure nel settore della fauna dove è accertata la presenza di alcune centinaia di camosci, di alcune specie di rapaci (in particolare l’aquila).  Negli anni cinquanta lungo un torrente viveva ancora la lontra mentre il lupo è scomparso sul finire del secolo scorso.  All’Alpe Devero, lungo il torrente di scarico della diga omonima, si possono ammirare facilmente e costantemente lucenti, fischianti e gioiose famiglie di marmotte.  Data la complessa articolazione delle valli dell’Ossola è impossibile evidenziare un itinerario complessivo che si snodi per tutte le sue valli.  Tra tutti i possibili itinerari è interessante l’escursione nell’Oasi faunistica.  Questo anello escursionistico, praticabile dall’inizio di giugno fino ad ottobre, si svolge nella sua parte iniziale sulla morena del ghiacciaio del monte Rosa e non presenta difficoltà tecniche, ma richiede un minimo di esperienza e la necessaria prudenza.  L’itinerario è di eccezionale interesse e varietà ambientale perché si snoda ai piedi della parete est del Rosa e delle grandiose montagne che ne costituiscono la continuazione verso nord-est.  I periodi migliori per la caccia fotografica sono giugno ed ottobre.  Dalla frazione Pecetto di Macugnaga (1378 m) si sale al Belvedere con la seggiovia, quindi si attraversa la parte inferiore del ghiacciaio del monte Rosa, in direzione dell’Alpe Fillar (1974 m) ora ridotta a rudere.

 

Sopra l’alpeggio, a sinistra, verso il nevaio del Castelfranco e sul crestone della cima di Iazzi c’è la possibilità di avvistare la fauna costituita da un centinaio di stambecchi, alcuni camosci e marmotte tutti animali protetti dal 1969 dal Ministero dell’agricoltura e foreste.  Sotto l’Alpe Fillar, l’itinerario piega a destra in leggera discesa lungo una valletta di ontani, parallela alla crosta morenica che la separa dal ghiacciaio.  Attraversata una zona innovata (resti di valanghe) si sale leggermente in diagonale verso l’Alpe Roffelstaffel (1905 m) per continuare in piano verso la valle, fino ad incontrare il sentiero che sale da Pecetto alla capanna E. Sella e scendere lungo il sentiero che attraversa in una caratteristica forra il torrente Roffel.  Dopo poco, lasciato il sentiero che scende a Macugnaga, nei pressi di una lapide sulla roccia si piega a sinistra, in salita a mezza costa, tagliando delle vallette verdeggianti fino a raggiungere la piccola baita dell’Alpe Hinderbalmo (1900 m) restaurata dal CAI Macugnaga e trasformata in bivacco incustodito, sempre aperto: ottimo punto panoramico sulla parete est del Rosa e sulla valle.  La discesa si svolge lungo il medesimo percorso della salita fino alla lapide, dove si piega a sinistra sul sentiero verso Pesettos.

 

 

Pubblicato originariamente su Naturalmente, 1991, 2, 18-19.