TEORIE E STORIE DELLA CHIMICA

 

Antonio Di Meo

 

Relazione al Convegno: "La chimica: storia, fondamenti, prospettive" organizzato dalla Facoltà di scienze mai. fis. nat. dell'Università di Roma "La Sapienza " e dalla Fondazione Istituto Granisci Roma, Dipartimento di chimica, 6-7 novembre 1989.

 

1. Nel recente volume di Ilya Prigogine e Isabelle Stengers, Tra il tempo e l'eternità [1], i due autori – il primo dei quali, come è noto, è premio Nobel 1977 per la chimica – sviluppano alcune interessanti considerazioni sulla "riscoperta del tempo" che starebbe avvenendo nella scienza contemporanea più recente, grazie soprattutto alla scoperta della instabilità delle particelle elementari; alla ipolesi sulla evoluzione dell’Universo a partire dall'iniziale big bang, (evento fatto risalire a circa 15 miliardi di anni fa); infine allo studio delle "strutture dissipative".  Queste sono degli stati termodinamici lontani dall’equilibrio nei quali l’esistenza di meccanismi di interazione non-lineari fra gli elementi di un sistema "aperto" (in cui cioè si hanno scambi di materia ed energia con l’ambiente esterno), possono produrre spontaneamente nuove strutture e nuovi tipi di organizzazione della materia, all’interno di determinati vincoli posti al sistema stesso.  Secondo i due autori tale "riscoperta del tempo" conduce necessariamente al riconoscimento della realtà oggettiva della "irreversibilità" anche al livello degli eventi microscopici: ovvero che il tempo scorre, dura, possiede una direzione ed un verso cioè una "freccia".  Tale carattere irreversibile del tempo è produttore di eventi, che a loro volta generano una differenza fra passato e presente, ovvero una rottura della simmetria dello stesso tempo; che è invece tipica delle leggi della fisica classica e di quelle della fisica relativistica e quantistica.  Fra gli eventi produttori di novità strutturali in grado di operare tale rottura vi è anche la formazione delle molecole e delle macromolecole chimiche.  Per Prigogine e per la Stengers infatti "è l’attività chimica che dà alla irreversibilità tutta la sua potenza creatrice di strutture.  Le molecole non incorporano solo il segno delle condizioni irreversibili della loro formazione, ma devono a questa irreversibilità la loro stessa esistenza" [2], poiché alcune "possono formarsi solo in un ambiente allontanato dall’equilibrio" [3].

 

Da queste considerazioni essi traggono due conclusioni : una, più generale, di filosofìa della natura: e cioè che l’irreversibilità si inscrive nella materia stessa; l’altra invece riguarda più direttamente la chimica, il suo stato attuale, il suo futuro ma anche la sua storia passata.  Secondo i due autori, infatti, la "riscoperta del tempo", sta aprendo un nuovo capitolo della storia futura di questa scienza, che tende sempre più ad assicurare l’immagine di "scienza del divenire della materia", quindi come una scienza essenzialmente storica: "Forse lo studio di ciò che la materia può fare quando coesistono meccanismi di interazione non lineari e vincoli di non equilibrio, ci porterà a ritrovare lo stupore dei primi chimici, e far riemergere l’antica immagine della chimica, scienza del divenire della materia" [4].  In questo contesto il "vivente" non appare più come l’evento unico ed irripetibile, assolutamente improbabile, emerso a partire da una natura che nei suoi stati fondamentali è inerte, reversibile, ed evolvente inesorabilmente verso il disordine; ma come l'inizio di una nuova storia, a partire da una precedente di tipo chimico-fisico: infatti le macromolecole significative del vivente, prodotte da quest’ultima nel corso lungo della evoluzione pre-biotica, diventano le attrici principali di un nuovo tipo di storia, quella biologica, appunto.  Anche in questo caso, si manifesta un irriducibile elemento dì "irreversibilità", una ulteriore rottura della simmetria del tempo.

 

2. Ma, come abbiamo visto, i due autori affermano che l’idea della chimica come "scienza del divenire della materia", è anche molto antica, e risale ai primordi stessi di questo sapere.  Dunque alcuni recenti sviluppi teorici di questa scienza, non solo possono diventare elementi costitutivi un nuovo programma di ricerca, che ne ridefinisce lo statuto teorico e l’immagine più complessiva; ma possono riproporre, rendendola di nuovo attuale, una concezione della chimica che le era propria in una epoca assai lontana della sua storia.  In effetti la chimica del XVII secolo, quella cosiddetta "filosofica", di derivazione paracelsiana, aveva l’ambizione di considerare se stessa come la scienza che era in grado di spiegare la genesi ed il corso successivo della intera realtà naturale.  Essa, cioè, si poneva come una vera e propria filosofia integrale della natura; del divenire dei corpi materiali (minerali, vegetali, animali) a partire dalle ipotesi – ricavate per via analitica – sulla loro costituzione elementare.  Questo tipo di chimica era inserita in una rete molto complessa di ipotesi metafisiche – che ora è impossibile delineare seppure schematicamente – che la costituivano in un veroeproprio "sistemadel mondo" autonomo ed autosufficiente.  In essa l’ordine strutturale rivelato dalla risoluzione sperimentale era in effetti subordinato alla necessità di spiegare l’ordine storico della intera natura.  La materia era considerata dotata intrinsecamente di "poteri" formali invisibili, spesso di tipo spirituale, che producevano le sue particolari "specificazioni", cioè tutti gli essere corporei del mondo sensibile.  La materia, cioè, possedeva una "attività" propria della quale erano responsabili uno o più dei suoi stessi principi costituenti.

 

3. Il XVIII secolo, invece, è l’epoca della costituzione della chimica in scienza sperimentale moderna.  Essa procede, secondo quella che il chimico francese Gabriel Francois Venel, nelle pagine dell’articolo Chymie dell’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert, definiva la "logica ordinaria delle scienze".  In tale logica l’ordine strutturale prenderà il sopravvento rispetto al precedente ordine storico generale della natura.  Lo scopo della chimica si ridurrà, fondamentalmente, alla ricerca "locale" e particolare della composizione elementare dei differenti corpi materiali; delle loro proprietà-qualità e delle loro relazioni sistematiche.  Dove il concetto di "sistematico" non doveva essere più inteso, come nella chimica precedente, nel senso di insieme chiuso ed autosufficiente di conoscenze, quanto piuttosto come complesso di relazioni – di "rapporti" – generati dalla reattività reciproca delle sostanze e delle forme di legalità chimica della natura alle quali essa dava luogo.  Complesso per di più aperto agli sviluppi della sperimentazione di laboratorio, soprattutto di quella di tipo analitico.

Lo scopo della chimica sarà, infatti, quello dì indagare, per mezzo dell’analisi, le proprietà-qualità dei corpi (semplici e composti) e gli effetti che essi producevano quando venivano messi in contatto tra loro.

 

L’analisi, però, era solo il punto di partenza dell’indagine chimica delle sostanze.  Ad essa doveva essere associato il procedimento inverso, la sintesi, attraverso la quale era possibile riprodurre il composto di partenza. Quest’ultima, anzi, andrà assumendo un ruolo sempre maggiore nella pratica sperimentale, fino a diventare un autentico criterio di verità della prima: solo se la sintesi riproduceva interamente il corpo analizzato, l’analisi poteva essere considerata vera.  Non solo.  Col procedere delle conoscenze sui meccanismi delle reazioni chimiche si scoprirà che ognuna di esse presupponeva contemporaneamente processi di decomposizione e di successive ricomposizioni.  La sintesi, cioè, era un processo immanente allo stesso procedimento analitico e quindi più rilevante dal punto di vista conoscitivo.  Comunque è il problema della composizione, esaminato dai due punti di vista opposti, ma cooperanti, dell’analisi e della sintesi, a dominare gli inizi della moderna chimica scientifica.  La cosa risulta evidente dalle definizioni generali che i chimici, del periodo che stiamo considerando, davano della disciplina che essi stessi praticavano, e che possono essere riassunte in quella di "scienza dell'analisi e della sintesi dei corpi naturali.  Esse, che è impossibile esaminare qui in dettaglio, rivelano uno sfondo teorico più generale al quale facevo prima riferimento: ovvero il carattere dominante dell’aspetto strutturale e relazionale (sistematico) rispetto a quello storico.  Ma rivelano anche un particolare rapporto di dipendenza rispetto al mondo naturale, di cui la chimica voleva cogliere la costituzione intima, che senza l’ausilio dell’artificio sperimentale era in prima istanza invisibile.  In ciò la chimica si rivelava essere una scienza essenzialmente "baconiana".  Secondo Francesco Bacone, infatti, la natura non manifestava i suoi segreti nascosti, se non veniva "violentata", "costretta", dall’arte.

 

Dietro le definizioni che ho sommariamente abbreviato, e dietro le differenti teorie chimiche particolari che le sostenevano, vi era anche un elemento di epistemologia implicita molto forte che potremmo definire di tipo realistico: l’analisi e la sintesi chimiche erano cioè in grado di rivelare l’effettiva struttura elementare e composta dei corpi.  Il gioco relazionale messo in atto nelle reazioni chimiche rendeva visibili (ed utilizzabili nelle arti e poi nell’industria) sostanze realmente presenti in natura, così come venivano ricavate artificialmente.  Ogni scoperta sperimentale – guidata dalla teoria – doveva essere considerata perciò come la manifestazione di una realtà già strutturata ed analizzata prima di ogni intervento strutturante ed analitico.  Ogni conoscenza veniva considerata più esattamente come un riconoscimento, una messa in evidenza di sostanze, relazioni, forme di legalità, che preesistevano in natura alla ricerca ed all’indagine sperimentali [5].  Ma in realtà questa posizione epistemologica può essere confutata proprio a partire da quel carattere "sistematico" della chimica al quale ho fatto prima riferimento e sul quale ho volutamente messo l’enfasi: infatti nessuna proprietà di una qualsiasi sostanza può essere resa visibile; nessun processo di suo isolamento possibile, se non attraverso una sua messa in relazione – cioè in reazione – con tutta un’altra serie di sostanze.  La individualità chimica di una sostanza, semplice o composta, è sempre il risultato di un fascio di relazioni teoriche (legali) e materiali senza il quale la sua stessa determinazione è impossibile.  Risultato che implica necessariamente un intervento teoricamente elaborato e strutturante sugli oggetti presi in esame, ed un linguaggio che li renda dicibili e comunicabili.  Giustamente la storica della chimica Hélène Metzger, già nel lontano 1933, scriveva che "i corpi puri posti nei flaconi ben sigillati e recanti sulla etichetta la formula chimica attuale non sono stati graziosamente offerti dalla natura; questi reattivi – si potrebbe dire quasi senza esagerazione – sono creati dalla teoria; perlomeno senza l'aiuto della teoria che ha orientato le ricerche del chimico giammai la scienza li avrebbe ottenuti e studiati" [6].  Ma dopo questo breve e schematico excursus sulla chimica di secoli assai lontani, vorrei ora tornare a sviluppare il punto da cui ha preso avvio questo mio ragionamento.

 

4. Proprio a partire dalle suggestioni sul problema del tempo e della irreversibilità contenute in una precedente opera degli stessi Ilya Prigogine e Isabelle Stengers, La nuova alleanza. Metamorfosi della scienza pubblicata nel 1979 [7] della quale Tra il tempo e l'eternità rappresenta uno sviluppo ed una estensione, mi sono posto il problema se fosse possibile rintracciare indizi significativi del problema del "divenire" della materia anche all'interno di una chimica, come quella settecentesca, nella quale – come abbiamo appena visto – era così dominante la tematica dell’"essere" strutturale dei corpi, o, meglio, quale fosse il rapporto fra queste due categorie all'interno di quella chimica.  Se esistesse (o meno) una trattazione della dimensione temporale tipica di questa scienza distinta sia da quella della fisica classica galileo-newtoniana, che da quella della storia naturale dell’epoca.  Ovvero se anche nel contesto generale che ho sommariamente tratteggiato, non fosse presente ancora nella chimica del XVIII secolo, qualcosa della sua più antica pretesa di spiegare non solo la struttura e le reazioni delle sostanze, esclusivamente disposte nella trama sincronica delle loro relazioni sistematiche, ma anche il processo genetico di formazione dei corpi del mondo naturale, perlomeno fino ad un certo livello di organizzazione.  E siccome ogni genesi presuppone una durata, ho cercato di rintracciare quale fosse la valutazione che i chimici dell’epoca davano del fatto che ogni formazione di nuove sostanze, ogni fenomeno chimico (dissoluzioni, combinazioni, precipitazioni, combustioni, calcinazioni, ecc.) presupponevano un decoroso temporale fondamentalmente irreversibile.  (Bisogna ricordare che nel Settecento non era ancora presente l’idea della reversibilità delle reazioni in equilibrio dinamico).  L’esito della ricerca mi ha condotto alla conclusione che effettivamente è esistito un modo tipicamente chimico di concepire e valutare il decorso temporale delle reazioni, e che esso era fortemente differenziato a seconda dei fenomeni e dei livelli di realtà presi in esame.  Schematicamente si può affermare che esisteva un tempo approssimato, legato alla valutazione soggettiva della variazione delle qualità sensibili che avvenivano nelle reazioni; un tempo preciso, quantitativo, legato alla valutazione della quantità di materia coinvolta nel processo, ovvero della massa; un tempo istantaneo, operante al livello insensibile della fenomenologia chimica, e determinato dall’istante in cui le "particelle" o "corpuscoli" o "molecole" o "atomi" delle sostanze reagenti entravano in contatto tra di loro.

 

Infine, ma spesso più implicita ed allusiva, un tempo ciclico, legato al carattere ciclico della presenza di determinate sostanze nelle trasformazioni-combinazioni che avvenivano nei corpi dei tre regni della natura (es. il ciclo del "flogisto").  Ma quello che risulta tipico del "tempo chimico" è il suo carattere di tempo "pieno", dove cioè – contrariamente a quello fisico – si producevano nuove realtà materiali che rivelavano nuove proprietà-qualità irriducibili (almeno fino ad un certo punto) a quelle delle sostanze di partenza.  Il tempo chimico produceva cioè delle novità che spezzavano la simmetria tra il "prima" e il "poi".  Contrariamente a quello della storia naturale quello chimico era per di più un tempo "abbreviato"La chimica, cioè, poteva produrre in tempi brevi corpi e sostanze che naturalmente avrebbero richiesto (o avevano richiesto) tempi molto lunghi per la loro formazione.  Tale abbreviazione dei tempi era possibile proprio grazie al carattere artificiale, alla metodicità ed alla sistematicità teoricamente orientate della pratica di laboratorio, alle quali ho fatto ripetutamente cenno.  Ma anche all’interno di questa nuova chimica permaneva l’idea (seppure in maniera subordinata) che l’ordine strutturale, elementare, dei corpi e il processo genetico – della loro formazione artificiale, potevano essere considerati come una ricapitolazione abbreviata del loro processo naturale di formazione.  La chimica poteva essere considerata anche come una sorta di storia naturale abbreviata, nella quale la dimensione temporale era determinata dalle particolari "circostanze" sperimentali attraverso le quali essa trattava e manipolava i propri oggetti [8].  Vediamo dunque che il "divenire" della materia riemerge, significativamente, anche all’interno del campo limitato delle analisi e delle sintesi delle sostanze naturali e dei loro processi di trasformazione.  La chimica dunque, anche esaminata in un contesto che potrei definire provvisoriamente sincronico, si rivela essere anche una scienza storica, anche se questo termine va inteso in un senso più ristretto di quello in uso nella storia civile o in quella naturale.  In questi due tipi di storia, infatti, l’evento e irriproducibile e l’irreversibilità vi gioca un ruolo molto più forte; mentre nella chimica esso può essere prodotto illimitatamente, ripristinando le stesse condizioni sperimentali messe in atto nelle reazioni fra le sostanze.  Ma nel Settecento tutti e tre questi tipi di storia avranno una singolare analogia strutturale rispetto all’evento: esso sarà sempre considerato determinato dal concorso cooperativo di due fattori necessari alla sua realizzazione: la legalità generale o particolare della natura (o della società) e le "circostanze" concrete in cui la prima operava.  Nel caso della chimica tali "circostanze" erano appunto le condizioni sperimentali create artificialmente dal ricercatore.

 

5. Ma la chimica è una "storia" anche in un altro senso, dove il termine "storia" assume uno dei suoi significati più tradizionali, cioè quello di "narrazione".  Infatti troviamo il termine "storia" in moltissimi trattati o memorie scientifiche dal Settecento quasi fino ai nostri giorni.  Esso però non si riferisce alla "storia della chimica" come disciplina autonoma, comunque la si intenda.  Ma per "storia chimica" di una sostanza (o di una classe di sostanze) veniva intesa la descrizione ragionata e metodica delle sue proprietà e delle sue reazioni sperimentalmente verificate.  A volte essa era disposta secondo la scansione temporale della loro scoperta, ma anche in questo secondo caso tale "storia" non era altro che la disposizione cronologica dell’intero campo delle trasformazioni alle quali quella data sostanza poteva dar luogo e ritenute ancora valide nel presente.  Essa era una sorta di historia rerum gestarum di quella sostanza; una narrazione di tutto il campo fenomenico materiale che essa poteva produrre; la raccolta documentaria delle sue "imprese" nel mondo materiale definito, costruito, dalla chimica.  La storia della chimica in senso proprio, in quanto disciplina autonoma, può dunque essere considerata una specie di storia della costruzione di una concezione chimica della materia, una storia della storia chimica della natura.  Tale secondo il tipo di narrazione non può non mettere in evidenza ciò che la chimica attuale rivela sempre più chiaramente, e penso che abbia sempre rivelato, cioè che l’oggetto indagato è esso stesso "storico", sebbene di tipo tutto particolare.  Naturalmente nell’intraprendere la ricerca, che ho qui sommariamente riassunto, ho evitato di trasferire alla chimica dell’epoca considerata, teorie, concetti, emergenze, tipici dei fenomeni di auto-organizzazione della materia in sistemi lontani dall’equilibrio.  Non si tratta, infatti, di trovare nelle vicende passate di questa scienza dei "precedenti" dei problemi dell’oggi.  Fare ciò rappresenterebbe una maniera illecita e fondamentalmente sterile di fare storia.  Maniera che può risolversi o in una apologia del presente o, all’opposto, in un misconoscimento delle novità che esso produce, secondo quello stile che già Lavoisier, nelle sue Réflexions sur le phlogistique del 1783, rimproverava ad alcuni critici della sua chimica, per cui ciò che vi era di nuovo non era vero e ciò che vi era di vero non era nuovo.  Tuttavia non credo sia illegittima, né sterile, l’analisi storica di problematiche notevoli e di più o meno ampia generalità di una disciplina a partire da suggestioni ricevute da ricerche presenti che annunciano interessanti prospettive peri suoi sviluppi futuri.

 

6. Ho voluto fare questo esempio, parziale e particolare, di interazione fra teoria e storia della chimica per trame una prima, seppure provvisoria, conclusione: la conoscenza dei livelli raggiunti dalla ricerca attuale può essere una fonte non secondaria non solo di proposizione di nuovi problemi, che richiedono una ridiscussione dello statuto teorico ed epistemologico della chimica attuale e delle sue relazioni con le altre scienze della natura, ma anche di riproposizione di problemi che la chimica nella sua totalità, o in qualcuno dei suoi settori particolari, aveva già considerato come intrinsecamente costitutivi del suo campo di pertinenza, e che – magari – erano stati sottaciuti, sottovalutati o addirittura abbandonati, per il prevalere di altri programmi o ipotesi di ricerca.  Lo storico può quindi ricevere dalle nuove problematiche poste dai livelli più avanzati della ricerca, delle motivazioni fortemente significative per la propria attività di ricostruzione del passato di una disciplina.  Il ricercatore militante, a sua volta, può ritrovare nella storia i presupposti per i quali il suo lavoro innovativo può acquistare nuovi ed inediti contenuti di senso.  Può ritrovare nella tradizione scientifica alla quale appartiene l’origine degli interrogativi che orientano il suo attuale dialogo sperimentale con la natura, ed ai quali egli tenta di dare risposte significative.  Giustamente Prigogine e la Stengers affermano che le scienze "non innovano senza ricreare al tempo stesso il senso del loro passato, senza reinterpretare la loro tradizione.  É infatti la tradizione di una scienza a fondare il suo cammino, a orientare le sue domande, a dare interesse alle sue scelte e ai suoi problemi.  Ma questa tradizione costituisce, più che un limite, un vincolo che stimola e feconda il presente.  Un’opera scientifica non può creare una rottura che annulli il cammino che l’ha resa possibile, e quindi è rivolta contemporaneamente verso il passato, di cui è erede, e verso il futuro che propone" [9].  Teoria e storia della chimica possono dunque non solo cooperare, ma ricevere dalla loro interazione elementi di reciproca fecondazione.

 

7. Condividendo questo punto di vista, non voglio però eludere un problema, assai delicato, che in qualche modo ha segnato la storiografia della chimica sin dal XVIII secolo; cioè il fatto che spesso la storia di questa disciplina è stata fortemente determinata dalla teoria, ovvero dai risultati raggiunti nelle varie epoche, cioè dal suo presente.  Infatti sono state scritte storie, anche notevoli ed importanti, la finalità delle quali – implicita od esplicita che fosse – era piuttosto la ricerca di quello che, con Gaston Bachelard, potremmo definire "l'asse del progresso della conoscenza scientifica" [10] che a partire dalle vicende passate della chimica collegava esclusivamente i punti (le teorie) che conducevano alia dimostrazione del carattere di verità del presente di questa disciplina.  La storia così intesa diventa allora una sorta di epifania di quest’ultimo, cioè il processo della sua successiva – e spesso deterministica – rivelazione.  La relazione dialettica fra passato e presente, che è tipica ed intrinseca di ogni tipo di storia, è stata spesso spostata tutta a favore del secondo termine della relazione, trasformandolo in una sorta di tribunale dinanzi al quale portare in giudìzio il passato della chimica e rendere con ciò visibili solo quelle ricerche che potevano essere considerate come "precedenti" delle ultime scoperte.  Molta influenza in questo tipo di storia l’ha avuta anche quella concezione realistica implicita a cui facevo cenno precedentemente: se la chimica ha scoperto ogni volta la struttura vera e assoluta della realtà naturale, non vi è dubbio che la sua storia non può non essere che la sommatoria in serie cronologica delle scoperte successive.  Le ultime teorie essendo più vere delle precedenti accolgono di queste solo quelle parti che sono compatibili con esse, che sembrano preannunciarle o che ne possono essere considerate dalle prime approssimazioni.

 

Diverso è il discorso se si considerano le teorie chimiche delle costruzioni convenzionali, ma non arbitrarie, che costituiscono esse stesse l'oggetto che indagano.  Se si considera cioè il dialogo sperimentale del chimico come un incessante processo di invenzione, in cui gli stessi oggetti materiali non sono trovati così come si presume la natura li celi nel suo seno, quanto piuttosto – come abbiamo già visto precedentemente facendo riferimento alla posizione di Hélène Metzger – dei prodotti costruiti da un’attività cosciente e razionale, che non preesistono metafisicamente alla conoscenza che noi abbiamo di essi.  Solo così è possibile spiegare il percorso (o meglio i percorsi) della chimica; la molteplicità dei suoi programmi di ricerca; la diversità, a volte irriducibile, delle ipotesi che essa ha elaborato sulla porzione di mondo indagato.  Il dialogo sperimentale, come ogni altra forma dì dialogo, è inscritto nell’ambito delle questioni poste e le risposte sono anch’esse determinate, e comprensibili, nello stesso ambito.  Ma porre le questioni significa già costruire il mondo degli oggetti che ci interessano e che ci sembrano rilevanti.  Che questo carattere "costruttivo" della chimica sia indubbio, lo testimonia il fallo che essa ormai da più di un secolo studia sempre più proprietà, strutture e funzioni di oggetti completamente artificiali che essa stessa produce.  "La chimica crea il suo oggetto" – scriveva Marcelin Berthelot nel suo classico La Syntése chimique del 1876 – "essa ha anche la potenza di formare una moltitudine di esseri artificiali, simili agli esseri naturali e partecipanti di tutte le loro proprietà.  Questi esseri artificiali sono le immagini realizzate delle leggi astratte, di cui essa persegue la conoscenza" [11].

 

La conoscenza del mondo materiale, naturale ed artificiale, creato dalla chimica è dunque un processo ininterrotto in cui appaiono nuovi oggetti ed altri ne scompaiono; nuove teorie riformulano e ritraducono le conoscenze precedenti secondo i nuovi linguaggi che esse creano.  Ma la non arbitrarietà di questi nuovi linguaggi se da una parte crea una sorta di continuum con la storia precedente, dall'altra apre un nuovo campo di possibilità per lo sviluppo ulteriore della disciplina, che però non è determinato meccanicisticamente.  Lo scienziato militante, o il didatta, può scegliere e ritradurre, ciò che del passato sembra più congruo alla propria attività di ricerca o di formazione.  Il compito dello storico è invece quello di esplorare l’intero campo di possibilità di un’epoca data e ricostruire come ciò che è venuto dopo fosse o meno interno a questo stesso campo, e come si è prodotta quella innovazione che ha dato vita alla formulazione di una nuova e diversa teoria.  Per riprendere una metafora chimica, utilizzata ancora da Hélène Metzger, si tratta di indagare la formazione di una nuova teoria "allo stato nascente", all’interno della problematica di un determinato periodo dello sviluppo della disciplina di cui si vuoi fare la storia.  La conclusione finale che possiamo dunque trarre da quanto detto finora è che la cooperazione necessaria, e direi inevitabile, fra teoria e storia della chimica sarà tanto più produttiva quanto più essa assumerà una tonalità "delicata" fondata sul reciproco riconoscimento della autonomia metodologica del proprio campo di ricerca.

 

Note

1. I. Prigogine, I. Stengers, Entre le temps et l’eternité, Paris, Fayard, 1988. Traduzione italiana Tra il tempo e l'eternità, Torino, Bollati Boringhieri, 1989.

2. Ivi, p. 84.

3. Ibidem.

4. Ivi, p. 89.

5. Su questo cfr. E. Garroni, Creatività, in Enciclopedia, Torino, Einaudi, vol. IV, 1978, pp. 25 e seg.

6. H. Metzger, "L'historien des sciences doit-il se faire le contemporain des savants dont il parle?", in La méthode philosophique en histoire des sciences. Textes 1914-1939, Paris, Fayard, 1987, p. 19.

7. I. Prigogine, I. Stengers, La nouvelle alliance. Métamorphose de la sciences, Paris, Gallimard, 1979. Traduzione italiana La nuova alleanza. Metamorfosi della scienza, Torino, Einaudi, 1981.

8. Cfr. A. Di Meo, 'Tempo ed irreversibilità alle origini della chimica moderna", in Rivista di storia della scienza, vol. 2, n. 2, 1985, pp. 207-235; "Chimica e livelli di realtà", in Atti del II Convegno nazionale di Storia e Fondamenti della Chimica, 1987, a cura di F. Calascibetta, E. Torracca, in Rendiconti della Accademia nazionale delle scienze detta dei XL, serie V, vol. XII, tomo II; parte II, 1988, pp. 133-140; "Le temps et la chimie. Les origines du probléme", in Bullettin de la classe des sciences de l'Académie Royale de Belgique, 5° sèrie, tome LXXIII, 1987-10, pp. 390-393.

9. I. Prigogine, I. Stengers, Tra il tempo e l’eternità, cit, p. 167.

10. G. Bachelard, Le materialisme rationnel, Paris, Puf, 1972. Traduzione italiana Il materialismo razionale, Bari, Dedalo, p. 7.

11. M. Berthelot, La synthése chimique.

 

 

Pubblicato originariamente su La Chimica nella Scuola, 1991, 3-4, 14-17. Riprodotto con l’autorizzazione del Prof. Pierluigi Riani, direttore di CnS.