IL PROBLEMA DEI FONDAMENTI DELLA CONOSCENZA SCIENTIFICA

 

Alberto Pasquinelli

 

Si tratta di parlare per alcune sedute intorno a problemi che vertono sulla critica delle scienze e, forse, per prima cosa di chiedersi come mai la scienza, che sembrerebbe una forma di sapere non particolarmente bisognosa di riflessione critica, abbia dato vita, soprattutto dall’inizio del Novecento, a una serie di acquisizioni senza dubbio travolgenti, ma anche a diverse perplessità interne in ordine alla sua stessa natura, alla sua validità al suo significato.  Io credo che porsi oggi il problema di una riflessione critica intorno alla scienza non sia qualcosa di gratuito; basta infatti riflettere su quelle che sono state, appunto, le svolte determinanti che hanno portato all’avvento del pensiero scientifico contemporaneo, tanto nell’ambito della matematica, quanto nel l’ambito della fisica, quanto ancora nell’ambito di discipline nuove, ad esempio le scienze umane o sociali.  Per quel che riguarda la storia della matematica, basti pensare alla famosa crisi dei fondamenti apertasi con la scoperta dell’antinomia di Russell avvenuta nel 1902, all’interno della teoria cantoriana degli insiemi.  Questa, secondo il cosiddetto programma logicista del Russell, avrebbe dovuto costituire la base per una ricostruzione rigorosa di tutta la matematica classica; ma la scoperta della suddetta antinomia, o contraddizione, inerente alla nozione dell’insieme di tutti gli insiemi che non sono membri di se stessi, diede origine, appunto, a un capitolo di riflessione critica intorno ai fondamenti della matematica, che poi ha dato frutti copiosi: si può dire che su questo avvenimento si sono innestate varie tendenze di pensiero che vanno, appunto, oltre il logicismo del Russell, al formalismo della scuola di Hilbert all’intuizionismo della scuola di Brouwer.

 

Comunque, non solo la matematica è stata contraddistinta da crisi, bensì anche altre discipline: nella fisica, l’avvento delle grandi teorie dei quanti e della relatività) nonché l’introduzione di principi alquanto problematici: il principio di complementarità e il principio d’indeterminazione, hanno aperto un discorso profondamente critico intorno ai fondamenti della stessa scienza.  Nelle discipline umane o sociali bastano due esempi: da un lato l’introduzione tra il 1914 e 1920,di una nuova metodologia detta "comportamentismo", vera e propria rivoluzione copernicana destinata a consentire lo sviluppo di una psicologia non più solo introspezionistica e mentalistica, ma finalmente capace di salde basi empiriche, in quanto fondata sulla osservazione del comportamento molare, del comportamento esteriore degli individui e dei gruppi, dall’altro lato, la psicoanalisi, che, in maniera forse complementare a quanto assicurato dal comportamentismo, rende possibile per la prima volta in ambito psicologico, il ricorso a esplicite teorie: la metapsicologia di Freud rappresenta, appunto, un allargamento dell’orizzonte metodologico, per il quale la psicologia, nel momento stesso in cui si dà una efficace metodologia empirica con il comportamentismo, si affida anche ad astrazioni ipotetiche, ritenute capaci di successi esplicativi, previsionali e terapeutici, con la riflessione psicoanalitica.  Ora, tutte queste svolte, se, da una parte hanno rappresentato senza dubbio un arricchimento della cultura scientifica nel primo Novecento, dall’altra hanno anche ingenerato delle perplessità critiche.

 

Le teorie, che sembrano divenire una struttura portante della conoscenza scientifica in tutti i campi, in che rapporto stanno con l’esperienza?  Sono esse giustificate, nella misura in cui, oltre a constare di ardite costruzioni ipotetiche, includono altresì delle procedure idonee ad assicurar loro un efficace controllo empirico?  Oppure rappresentano solo invenzioni arbitrarie e fantastiche?  Ecco che ci si trova di fronte a questa curiosa situazione: di fatto, il lavoro scientifico procede secondo una molteplicità di strumenti non soltanto empirici, ma anche congetturali, ossia le costruzioni teoriche, d’altra parte, non si vede chiaramente come giustificare la presenza di tali componenti teoriche, ipotetiche, accanto alle componenti empiriche nel lavoro di ricerca; è un tipico problema di consapevolezza critica e credo che intorno a queste due parole si possa far ruotare tutto il discorso dell’odierna filosofia della scienza, o, come anche si dice, dell’odierna epistemologia.  In altri termini, se un intento è specifico e proprio dell’odierna epistemologia, questo intento è in primo luogo l’acquisizione di una chiara consapevolezza critica circa i procedimenti di ricerca nel lavoro degli scienziati; al di là di ciò che "de facto" palesemente avviene ed è innegabile, quello di cui si avverte l’esigenza è un’approfondita consapevolezza al riguardo.  Sulla base di tale esigenza, nella cultura contemporanea, le indagini di filosofia della scienza si sono sviluppate con estrema ampiezza; si può dire che ormai in tutte le parti del mondo la riflessione filosofica, la riflessione critica intorno alla scienza si è largamente istituzionalizzata: esiste una vasta letteratura specialistica includente pubblicazioni periodiche, collane tecniche, ecc.; vi sono analoghi insegnamenti a vari livelli, centri di ricerca, e simili.

 

La consapevolezza critica perseguita dalla filosofia della scienza nei confronti del sapere scientifico potrà essere naturalmente di vario genere,ciò dipendendo dalle diverse tendenze filosofiche che sono alla base della riflessione esplicata; così, oggi, nel panorama della cultura internazionale, abbiamo filosofie della scienza di tipi differenti: per esempio, nel mondo anglosassone, come già nell’Europa continentale prima dell’ultima guerra, l’interesse precipuo della filosofia della scienza è di carattere analitico e mira, appunto, a porre in luce gli aspetti empirici e gli a spetti razionali del lavoro degli scienziati: si tratta, cioè, di far luce sulle procedure d’indagine, sul loro valore, sul loro significato, altre filosofie della scienza vedono invece, nell’attività scientifica un fenomeno che interessa eminentemente sotto ulteriori dimensioni: per esempio, i condizionamenti sociali e politici, ossia come la scienza possa essere condizionata nell’ambiente sociale nel quale viene a costituirsi, e come, a sua volta, soprattutto attraverso le proprie applicazioni, essa possa influire sul modo sociale.  Quindi, una serie estremamente ricca di problemi, fra loro non esclusivi, bensì complementari, e che sono rilevati in modo disparato dalle diverse scuole filosofiche.

 

Un’ulteriore differenza, per quanto attiene all’odierna riflessione critica sul sapere scientifico, riguarda il parametro, potremmo dire, del tempo; cioè, abbiamo scuole di pensiero che si interessano alla scienza sincronicamente, considerandola in una certa epoca e quindi analizzandola "orizzontalmente" all’interno di quell’epoca, col proposito di metterne in luce le strutture costanti, le prerogative basilari ed emblematiche; altre scuole di pensiero, invece, sono interessate alla dinamica del pensiero scienti fico, tendono non tanto ad analizzare la struttura della scienza di una certa epoca, quanto a individuare i motivi per cui le teorie si trasformano, entrano in conflitto fra loro, cedono il posto a teorie nuove, più adeguate, e così via.  Questo secondo tipo di considerazione del lavoro scientifico non è più sincronico, bensì diacronico.  Ora, date simili possibilità di analisi, è legittimo concentrare la propria attenzione su alcuni aspetti a preferenza di altri, tutti, comunque, fra loro complementari.  Il programma dei presenti seminari ha carattere eminentemente analitico e sincronico, per quanto non manchino considerazioni sulla dinamica delle scienze e sulla diacronia del pensiero scientifico, si accennerà, quindi, ora ad alcuni temi che verranno trattati nei prossimi incontri, cercando inoltre di affrontare l'interrogativo centrale dell’argomento da discutersi oggi.

 

L’argomento in questione è il problema dei fondamenti della conoscenza scientifica, e si è chiarito che sussiste un problema di fondamenti della conoscenza scientifica (la quale, in apparenza, non dovrebbe aver bisogno di fondazione alcuna) soprattutto quando, per crisi di crescenza o particolari sviluppi, la scienza origina certe perplessità sulla sua stessa natura.  Si tratta di un quesito periodicamente riaffiorante, al quale sono date risposte spesso anche divergenti.  Vi sono risposte che tendono senz’altro a privilegiare la scienza come un valore altamente positivo, sia sul piano della mera considerazione gnoseologica, sia sul piano soprattutto delle potenzialità pratiche, applicative; ma vi sono anche risposte che tendono a vedere nella scienza un fenomeno in larga misura negativo, in quanto la conoscenza scientifica sarebbe una conoscenza artificiale, una conoscenza mancante di quella concretezza che dovrebbe contraddistinguere la conoscenza genuina (si ricordi ad esempio la polemica di Bergson, come pure la denuncia, ad opera del Brunetiére, della cosiddetta "bancarotta della scienza", nel quadro di un irrazionalismo che ha pesato, come tutti sanno, in modo tragico sulle sorti dell’Europa agli inizi del Novecento); altri ancora considerano la scienza un fenomeno alienante per la sua estrema ed eccessiva specializzazione o tecnicizzazione; e motivi ulteriori di disagio per questo grande e irreversibile fenomeno della civiltà moderna, alcuni ravvisano nella eccedenza, potremmo dire, degli interessi applicativi che esso alimenta, interessi destinati a suscitare gravi tensioni e conflitti.

 

Ora, un interrogativo in apparenza così semplice è idoneo a suggerire molte ipotesi, anche assai contrastanti.  Come ci si può orientare, per non perdersi entro un labirinto di pseudo questioni e procedere in modo che, alla fine, il lavoro d’analisi risulti fecondo?  Io credo che esista una via meno pregiudicata delle altre, seguendo la quale si può, appunto, sperare di giungere a delle chiarificazioni, la cui sintesi, consenta di dissipare alcune delle perplessità inizialmente ricordate.  Credo che la via più ragionevole per cominciare ad addentrarci in questo ordine di considerazioni sia quella di guardare anzitutto alla scienza nel suo rapporto col sapere comune.  Vi sono delle caratteristiche, delle peculiarità del sapere scientifico che risultano ovviamente distintive, differenziali, nei confronti del sapere comune?  In genere, si è disposti a vedere nel sapere scientifico una forma più rigorosa che non il sa pere comune; e, con uno sforzo appena maggiore di riflessione, si è pronti altresì ad ammettere che il maggior rigore del sapere scientifico dipende dal ricorso a procedure sistematiche, pubbliche, che sono intersoggettivamente ripetibili e che, in quanto tali, costituiscono, appunto, la fonte giustificativa  del sapere scientifico.  Si è similmente disposti a ravvisare un’ulteriore prerogativa del sapere scientifico rispetto a quello comune: la sua universalità.  Mentre il sapere comune appare frammentario, rapsodico, tale da non dar sempre luogo a esiti generali e sistematici, la scienza, con le sue leggi, con i suoi principi universali, nomologici, attinge conclusioni organiche e potenti.  Spingendo ancora oltre questa comparazione, si riescono a porre in luce altre due caratteristiche, intorno alle quali converrà poi soffermarsi: il sapere scientifico si configura, nei confronti del sapere comune, come autocorrettivo, ossia intrinsecamente capace di revisioni e quindi aperto alla possibilità di alternative, di modificazioni dei propri risultati; un sapere, inoltre, che (e questo è un aspetto non sempre sottolineato, ma che viceversa merita di essere approfondito) ha natura tecnica, non solo perchè basato su quei procedimenti sistematici, rigorosi, pubblici, ecc., di cui si diceva poco anzi, ma anche perchè codificato in un preciso linguaggio specialistico, in formulazioni linguistiche che il sapere comune non presenta a sua volta.

 

Ora, forse, proprio prendendo lo spunto da quest'ultima considerazione, vale a dire che fra gli aspetti tipici del lavoro scientifico vi è anche il suo peculiare linguaggio, è possibile avviare un discorso analitico che, nelle prossime occasioni, toccherà argomenti affatto determinati come la struttura sistematica nelle scienze esatte, il ruolo dell’esperienza e delle ipotesi allo interno della ricerca empirica, la natura delle leggi, delle teorie, della spiegazione scientifica, il problema della probabilità e dell’induzione, nonché, infine, l’analisi della causalità.  Tutti questi argomenti particolari possono venire affrontati con profitto proprio movendo da quello che è il dato ultimo dell'indagine scientifica, cioè la codificazione linguistica dei suoi risultati.  Ma come, esattamente, la considerazione del linguaggio scientifico può servire da punto di partenza successivamente da vero e proprio "filo d'Arianna", per illustrare le altre componenti del lavoro degli scienziati?  In un modo che tiene conto del fatto che il linguaggio, in cui finisce col codificarsi l’insieme dei risultati della scienza, è un elemento non estrinseco, imprescindibile del conoscere scientifico, che detto linguaggio è un fenomeno complesso, a più dimensioni, da studiarsi analiticamente.  Perchè non si può parlare, a rigore, di conoscenza scientifica se non ci si trova dinnanzi a dei prodotti linguistici, cioè a delle asserzioni che gli scienziati alla fine del loro lavoro enunciano?  Per una ragione molto semplice, che, se la scienza mira a essere una forma di sapere intersoggettivo, vale a dire una forma di sapere che non vale soltanto per un singolo individuo, ma che vale per tutti i membri della comunità  dei ricercatori e di coloro che fruiscono della conoscenza scientifica, allora il sapere scientifico non può non attingere una dimensione linguistica, perchè solo quando i risultati della scienza sono espressi linguisticamente possono venir comunicati e solo quando vi è comunicazione dei risultati fra i membri della comunità scientifica e i fruitori della conoscenza scientifica, solo allora il sapere può attingere un livello intersoggettivo.  Quindi, ecco un motivo che fa meditare seriamente sul linguaggio come punto di partenza per tutte le considerazioni intorno alle strutture, ai fondamenti della scienza.  Certo il linguaggio, in questo caso, va studiato con strumenti idonei; non si dovrà svolgere un’indagine filologica, né un’indagine grammaticale; il linguaggio andrà studiato secondo gli strumenti più avanzati della moderna logica simbolica o logica matematica, gli strumenti della semantica, gli strumenti, possiamo aggiungere ancora, di qualche altra disciplina più recente, come la cosiddetta pragmatica.

 

Abbiamo ricordato la logica simbolica, la semantica, la pragmatica; sono tre discipline che considerano il linguaggio da tre angolazioni diverse: la logica simbolica ha che fare col linguaggio in gran parte per quelle che sono le sue connessioni strutturali, interne, sintattiche; la semantica studia il linguaggio per ciò che attiene al riferimento concettuale o descrittivo, dei termini che lo compongono, ossia tratta non più della sola struttura, non più della sola forma, ma del significato delle entità linguistiche; la pragmatica infine, è lo studio delle finalità, degli scopi funzionali cui è diretto l’uso del linguaggio.  In particola re, si dice che il discorso scientifico è un discorso che ambisce a finalità prettamente informative, a finalità che in ogni caso non sono di carattere emozionale, ecc.: ebbene, questa dimensione del discorso scientifico andrà studiata nei termini di una precisa analisi semantico-pragmatica. Proprio guardando via via alle enunciazioni degli scienziati dai tre suddetti punti di vista se ne potranno chiarire vari aspetti formali o non formali.  Vorrei concludere queste considerazioni introduttive affrontando una plausibile obiezione, atta a ribaltare la prospettiva analitica che è stata qui via via delineata.  L’obiezione è la seguente: non impoveriamo la considerazione della scienza concentrando la nostra attenzione sul linguaggio scientifico, non cadiamo in un'illusione, non suggeriamo un’idea falsa della scienza stessa come pure gioco linguistico, laddove essa è molto di più è un severo impegno intellettuale, è una sintesi di operazioni sperimentali e di riflessione razionale?

 

In realtà, se riflettiamo un attimo sulla molteplicità di dimensioni e di prospettive che intendiamo tener presenti nel considera, re il linguaggio scientifico, vediamo che questo pericolo non sussiste, poiché, per esempio, l’indagine semantica rimanda alla dimensione concettuale e descrittiva del discorso scientifico, che, quindi, come tale non va affatto perduta, ma anzi attraverso lo studio delle procedure pragmatiche, le procedure dell’uso operativo del linguaggio, si salda al dominio delle esperienze, le esperienze sensibili, che sono state giustamente da tempo rivendicate come una delle matrici della scienza.  Ora, se non ci lasciamo imbrigliare da obiezioni siffatte, non esiteremo a riconoscere nella prospettiva fin qui suggerita qualcosa che Galileo aveva in mente quando sottolineava quelle che, a suo dire, erano le componenti fondamentali della ricerca scientifica.  Egli fu molto esplicito a questo riguardo; da un lato – sostenne – la scienza ha una matrice necessaria/quantunque non sufficiente, nelle "sensate esperienze" rispetto a cui è complementare l’altra grande matrice del sapere scientifico, a sua volta necessaria, ma non sufficiente, quella delle "matematiche dimostrazioni", o "necessarie dimostrazioni", vale a dire la componente razionale.  Ma insieme con queste, Galileo rilevò anche l’imprescindibilità del linguaggio, "la più ammiranda delle invenzioni umane", strumento essenziale di comunicazione fra gli uomini, nello spazio e nel tempo.  Quindi, se miravamo a conseguire un primo orientamento circa il quesito dal quale erano state prese le mosse: che cosa sia la scienza, perchè si ponga oggi un problema di fondamenti della conoscenza scientifica, in che direzione questi fondamenti vadano cercati, esso ci appare ora implicito nella considerazione della scienza vista attraverso i suoi prodotti finali, la codificazione linguistica dei suoi risultati.

 

Analizziamo il discorso scientifico con gli strumenti della nuova logica della semantica; ecc.; risaliamo mediante tale analisi alle componenti empiriche, alle componenti razionali che rappresentano i fattori costitutivi della ricerca e portiamo avanti questo tipo di esame con riguardo a tutti gli aspetti problematici nel contesto: per esempio, sono più importanti scientificamente le asserzioni di tipo particolare, le registrazioni dei dati, i cosiddetti "protocolli", oppure le asserzioni di tipo universale, le leggi, le teorie?  E se lo sono le une e non le altre, per quale ragione e in che modo, comunque, questi diversi tipi di asserzioni si combinano in sistemi linguistici?  Forse perchè ciò costituisce la base dei processi di spiegazione e di previsione tipici del lavoro degli scienziati?  Inoltre, è vero, come sostengono alcuni autori che tutte le asserzioni scientifiche, nessuna esclusa, se ci limitiamo all’ambito delle scienze empiriche, sono delle mere ipotesi, al massimo più o meno probabili e quindi mai ne cessarle?  E ancora, lo strumento per stabilire i principi universali delle scienze, le asserzioni di carattere generale che chiamiamo leggi o teorie scientifiche è o non è l’induzione?  E se lo è, si tratta sempre del procedimento teorizzato da Aristotele, l’induzione cosiddetta sommativa, oppure esso consiste nell’eliminazione di false ipotesi,ma come tale non ha carattere probatorio, solo probabilistico?  Infine, se tutti gli asserti della scienza sono ipotesi, come conciliare questa veduta con le tradizionali istanze della causalità e del determinismo?  Non abbiamo sempre supposto che il nesso causale sia un nesso di dipendenza necessaria tra determinati fenomeni?  Ebbene, se tutto il discorso scientifico approda a risultati ipotetici o probabilistici,vi è ancora posto per la considerazione della causalità, oppure la causalità, è, in un certo senso, al tramonto?  Tutti questi interrogativi sono stati di recente approfonditi con efficacia proprio mediante analisi logico-semantiche e pragmatiche del linguaggio scientifico.

 

 

Pubblicato originariamente su La Chimica nella Scuola, 1979, 1, 2S-10S. Riprodotto con l'autorizzazione del Prof. Pierluigi Riani, direttore di CnS.