NÉ SANITARIO NÉ CHIMICO, MA SOLTANTO BIOLOGICO

 

Anna Amati Bruna Baggio

 

Nella passata legislatura la Commissione Brocca ha approvato l’istituzione, nell’ambito tecnologico, di un nuovo indirizzo, l’indirizzo biologico.  Di un indirizzo di questo tipo si è cominciato a parlare fin dagli anni ‘70 e, in attesa della riforma, sono state attivate un certo numero di sperimentazioni.  In mancanza di indicazioni precise, sia da parte delle istituzioni scolastiche che dei mondo del lavoro, questi indirizzi sono nati con finalità formative, percorsi e denominazioni diverse: biochimico, chimico biologico, biologico sanitario, ecologico, etc.  Solo agli inizi degli anni ‘80, su iniziativa del CISEM [1], si è formato a Milano un gruppo di lavoro che ha compiuto a più riprese una ricerca organica per definire la figura professionale e le possibilità di inserimento sul mondo dei lavoro di un diplomato con competenze biologiche, per indagare la realtà delle sperimentazioni attivate e infine per costruire, sulla base delle esperienze maturate, un progetto comune di riferimento. [2]  La Commissione Brocca per il triennio ha voluto tenere conto di questo materiale, specialmente per quello che riguarda l'indagine sul mercato dei lavoro, la definizione dei profilo professionale e gli obiettivi generali dell’indirizzo.  A questo punto ha inserito, nella commissione incaricata di elaborare il progetto, alcuni ricercatori che avevano fatto parte dei gruppo dei CISEM.

 

Poiché l’indirizzo biologico è completamente nuovo, nel progetto messo a punto non è stato possibile fare riferimento a profili professionali, piani di studio, finalità generali di indirizzi già esistenti e collaudati.  Di questa situazione risente la stesura complessiva finale che risulta forse, in alcuni punti, poco chiara e articolata.  Più che mai quindi sarebbe stato opportuno, se non indispensabile, fare precedere il progetto da una presentazione teorica più ampia e circostanziata di quanto ragioni di equilibrio e di economia complessiva hanno consentito.  In particolare avrebbero dovuto essere esplicitati i risultati delle precedenti ricerche relativi alla definizione della professionalità biologica e all’indagine di spendibilità dei titolo sul mercato del lavoro, che costituiscono la base su cui è stato costruito il progetto attuale.  Chi scrive ha partecipato in prima persona all’intero iter di ricerca e progettazione dell’indirizzo ed è pertanto consapevole della difficoltà a tradurre in forma chiara e sintetica i risultati di un lavoro che si è protratto per più di dieci anni.  Il presente lavoro si pone l’obiettivo di chiarire alcune scelte di fondo e di verificare la congruenza tra la finalità generale dell’indirizzo, che scaturisce dall’analisi e dalla definizione della professionalità biologica e l’ipotesi di percorso, limitatamente alle discipline dell’area biologica.

 

Cosa caratterizza la professionalità biologica?  Quali sono i contenuti, i metodi, gli strumenti che la distinguono da un’altra professionalità di tipo sperimentale?  Per rispondere a queste domande è necessario partire da una riflessione sulla biologia e i suoi ambiti di ricerca.  In seguito allo sviluppo di questi ultimi decenni, sotto la denominazione di biologia si trovano riunite discipline che hanno via via specializzato il campo delle loro conoscenze, acquistando progressivamente caratteristiche proprie.  Ognuna di queste si distingue per l’oggetto della sua indagine e per il livello di organizzazione biologica a cui questo appartiene.  Tutti gli oggetti dei mondo della natura, viventi e non viventi, sono formati da unità più piccole collegate tra loro secondo un ordine preciso.  Per esempio un organismo può essere scomposto in apparati, organi, tessuti, cellule; queste a loro volta sono costituiti da organuli, molecole ...  Organismi, apparati, organi, tessuti, cellule appartengono a livelli di organizzazione diversi, sono formati da componenti del livello inferiore e sono a loro volta i costituenti di quello superiore.  Le proprietà di un livello non si identificano con la somma delle proprietà dei costituenti del livello inferiore: ad ogni livello infatti compaiono proprietà nuove, le proprietà emergenti, che rendono complessa ogni struttura biologica e dipendono dal modo con cui le diverse componenti si organizzano nel livello superiore.

 

I recenti grossi successi della biologia molecolare avevano avvalorato l’ipotesi che conoscenze puntuali e approfondite dei più bassi livelli di organizzazione avrebbero permesso di conoscere e spiegare anche i fenomeni che si manifestano a quelli superiori.  Ciò aveva portato a fare quasi coincidere la professionalità biologica con quella chimica che si occupa in specifico del livello molecolare.  La consapevolezza della complessità degli oggetti biologici e della specificità dei diversi livelli a cui questi si collocano, ha reso problematica questa certezza; la biologia molecolare e la chimica quindi sono in grado di interpretare e spiegare molti ma non tutti i fenomeni della biologia.  Si può pertanto intravedere la necessità di leggere la realtà biologica con un nuovo tipo di professionalità che si caratterizza con la capacità di operare a più di un livello di organizzazione e di collegare tra loro i diversi livelli, mantenendone la complessità.  Questa è quindi la professionalità biologica che costituisce anche la finalità generale di qualunque corso di formazione in tale ambito, sia di scuola media superiore che universitario.  È chiaro però che al diplomato non si potranno chiedere le stesse prestazioni del laureato.  Quest’ultimo infatti dovrà essere in grado di operare autonomamente su più di un livello, o meglio di padroneggiare la complessità.

 

Al diplomato invece si potrà solo richiedere di possedere la consapevolezza di tale complessità in modo da rendersi conto che l’osservazione, la descrizione, la spiegazione di un fenomeno non devono essere ricercati su un solo livello di organizzazione, né estrapolati dal contesto in cui esso si verifica.  Anche se spesso il diplomato si troverà ad operare ad un solo livello di organizzazione (per esempio molecolare o cellulare), è assolutamente necessario che la sua formazione si estenda anche agli altri, al fine di metterlo in grado di ricercare i collegamenti esistenti tra essi.  A questo punto ci sembra utile analizzare il curricolo proposto dalla commissione per quello che riguarda le discipline dell'area biologica, cercando di stabilire quanto essa risponda alle caratteristiche della professionalità che abbiamo definito.  Un primo esame di questo indirizzo fa emergere, accanto a non poche proposte sicuramente innovative, diverse contraddizioni e carenze.  In questa sede possiamo solo sintetizzare alcune considerazioni generali, rimandando eventualmente ad un successivo approfondimento i problemi più specifici.  Entrando nel merito, a nostro parere, i tre aspetti positivi del progetto riguardano il suo impianto complessivo, quelli problematici invece, l’articolazione delle singole discipline.

 

Il primo aspetto positivo consiste nell’avere identificato nell’area biologica e nell’area chimica, le due macroaree che concorrono a definire la professionalità, e nell’averle articolate in modo che nessuna delle due ubbidisca solo alla propria logica interna.  In realtà in ogni area si è tentato di definire, per scelta di contenuti e metodi, un percorso nuovo e funzionale alla costruzione della professionalità biologica.  Ad esempio, la logica della biologia poteva consigliare un percorso strutturato a partire dai suoi più bassi livelli di organizzazione.  Si è invece scelto di affrontare contemporaneamente più di un livello di organizzazione (biologia generale, morfologia e fisiologia, ecologia) attribuendo, nell’approccio iniziale, maggiore attenzione a quelli più alti e di approfondire solo in seguito, in quarta e in quinta, i livelli più bassi (microbiologia, biochimica) che richiedono una maggiore capacità di astrazione e di formalizzazione.  Nell’area chimica la logica della disciplina avrebbe indicato di seguire il percorso classico degli indirizzi chimici e cioè: chimica organica, chimica qualitativa, chimica quantitativa.

 

Il percorso individuato invece opera molti tagli e punta a consegnare capacità analitico-operative e la consapevolezza di operare chimicamente in un contesto biologico.  Pertanto i programmi prevedono una particolare attenzione allo sviluppo di capacità di utilizzare tecniche e strumenti chimico-analitici in campo quantitativo e su materiale prevalentemente biologico.  Non vengono invece affrontati argomenti relativi alla sintesi organica, all’identificazione e caratterizzazione molecolare dei campioni, al controllo di qualità dei prodotti di sintesi, all’analisi qualitativa.

 

Il secondo aspetto positivo è l’avere scelto, tra le molteplici discipline biologiche, quelle che si caratterizzano per l’approccio conoscitivo più globale ai diversi livelli di organizzazione (microbiologia per il livello degli unicellulari, morfologia e fisiologia per il livello degli organismi pluricellulari, ecologia per gli ecosistemi, biochimica e biologia molecolare per il livello molecolare).  A ciascuna di queste discipline inoltre si è voluta conferire una forte valenza formativa oltre che professionalizzante, individuandogli specifici nuclei conoscitivi e le competenze operative che sono state giudicate bagaglio indispensabile per una professionalità biologica.  Alla biologia generale è stato invece attribuito il compito di riorganizzare le conoscenze precedenti consolidando il quadro di riferimento complessivo.

 

La terza caratteristica innovativa consiste nell’avere evitato la specializzazione o meglio una progettazione tarata su un’unica figura professionale o su un unico settore di inserimento (che nella maggior parte delle attuali sperimentazioni ad indirizzo biologico è quello sanitario).  Infatti nell’area dell’indirizzo non sono presenti le discipline dell’area delle scienze umane e sociali, a differenza di quanto previsto in molte di queste sperimentazioni che attribuiscono a tale area un elevato monte ore, spesso a scapito di altre discipline professionalizzanti, come ad esempio la chimica.  Questa scelta di carattere generale, è stata rafforzata dal taglio con cui vengono affrontate le singole discipline.  Infatti morfologia e fisiologia, pur centrate sull’uomo, non trascurano la comparazione con gli altri organismi.  Igiene e patologia non sono presenti come discipline autonome: solo alcune loro parti, di maggiore valenza formativa, sono state inserite nei corsi di microbiologia e di morfologia e fisiologia.  Per evitare una caratterizzazione dell’indirizzo troppo sbilanciata verso il settore delle produzioni biotecnologiche, la genetica non è stata prevista come corso autonomo e le sue tematiche sono state distribuite nei corsi di biologia generale, microbiologia, biochimica, e biologia molecolare.

 

Quanto fin qui esposto, rappresenta certamente una risposta valida agli obiettivi di professionalità dei progetto e ne costituisce il nucleo portante.  Quando però l’analisi scende nel dettaglio delle discipline e nella loro articolazione triennale, emergono alcuni aspetti problematici.  Le maggiori contraddizioni, di non trascurabile importanza in un indirizzo così innovativo, riguardano la traduzione organizzativa e metodologica delle premesse formulate dalla commissione.  La scelta di affrontare contemporaneamente più livelli di organizzazione biologica appare ben riuscita, per discipline e contenuti, solo nel terzo anno.  Nel quarto e nel quinto lo spazio per i livelli più alti si riduce, con il rischio di rafforzare la convinzione che la professionalità biologica si acquista principalmente ai livelli bassi di organizzazione (cellula, molecola).  Nei programmi non si accenna neppure all’importanza metodologica di abituare gli studenti a non soffermarsi su un solo livello di organizzazione ma a ricercare la spiegazione dei fenomeni osservati su più di uno e a effettuare continue sintesi tra le discipline dell’area biologica o di quella chimica.

 

Salvo rare eccezioni, le attività di laboratorio non sono inserite organicamente all’interno dei programmi, in contrasto con l’indicazione data nella definizione del profilo professionale, di una stretta interazione tra teoria e pratica.  Anche l’area di progetto, che pure rappresenta uno degli aspetti più innovativi, non esplicita con sufficiente forza la necessità di tale interazione, né richiede, con adeguato rigore, l’approccio interdisciplinare ai problemi da trattare e il collegamento tra i diversi livelli di organizzazione.  Per concludere: dal punto di vista di chi ha lavorato per più di dieci anni a questo indirizzo, sicuramente la sua istituzione è una vittoria che viene a colmare un vuoto nell’attuale sistema di istruzione.  Si apre adesso la seconda fase del lavoro: quella della sua sperimentazione sul campo.  Solo un’attenta verifica e valutazione delle esperienze che si attiveranno sulla base di tale progetto, potranno fornire indicazioni concrete per una sua ulteriore puntualizzazione o per eventuali modifiche.

 

Note

1. CISEM: Centro Innovazione Sperimentazione Educativa Milano.

2. Serena Michelagnoli (a cura di) La professionalità biologica. Riflessioni e proposte per un indirizzo di scuola secondaria superiore IRRSAE Lombardia, IRRSAE Piemonte, CISEM Milano, 1990.

 

 

Pubblicato originariamente su Naturalmente, 1992, 5 (Speciale), 33-35.