TECNOPATIE DEL DOCENTE DI SCIENZE

Ovvero un po’più della silicosi da gessetto

 

Vincenzo Terreni

 

Conseguenza diretta del lavoro sono le malattie professionali o “tecnopatie”, nelle quali l’azione patogena si svolge solo attraverso una prolungata applicazione ed i cui effetti lesivi si apprezzano quindi unicamente a distanza di tempo; una volta contratti non abbandonano più per tutta la vita.  Ci sono esempi illustri: come il ginocchio della lavandaia o il pollice dello scrivano per restare ambito antico e popolare, la silicosi degli alabastrai e dei minatori per parlare di qualcosa di più serio l’impotenza dei martellatori pneumatici i tumori dei radiologi per sconfinare decisamente nei drammatico.  Nessuno ha mai parlato delle malattie professionali del docente di scienze naturali di scuola media superiore.  Non è proprio una patologia drammatica e sintomatica, è tuttavia un quadro clinico preoccupante a causa della progressività e irreversibilità.  Il sospetto del morbo si ha nel primo impatto con la classe: “Oddio cosa vogliono questi da me?”, “Mi fissano e aspettano che cominci a parlare, ora faccio finta di non esserci chissà come la prenderanno”.

 

Alcuni seguendo questo primo impulso continuano così per tutta la carriera fino al collocamento a riposo (da che cosa?) senza che nessuno si sia accorto di loro.  È una sorta di implosione intellettuale, un progressivo auto convincimento della propria non esistenza, che si manifesta nell’annichilazione sensoriale (non sentire il vergognoso baccano imbastito dagli studenti durante le proprie presenze-assenze in classe) o nell’equivoco sensoriale (scambiare la baraonda abituale in naturale manifestazione di pulsioni adolescenziali).  I più mostrano una forza di carattere decisamente superiore: sanno cosa vuol dire essere studente e che cosa sono stati gli insegnanti, quindi: “Ragazzi, sono uno di voi, ho qualche anno in più, ma ho ben presenti i vostri problemi, ho scelto questa professione perché mi aiuta a mantenermi a contatto con i giovani e mi fa rimanere giovane”.  Arriva in moto anche d’inverno, è perennemente afflitto dal raffreddore; la moto è decisamente fuori corso ed il casco schiaccia i capelli rendendo ancor più accentuata la disparità tra corpo ormai decisamente massiccio e testa da microcefalo.  A parte questi casi, la cui diagnosi è immediata e relativamente facile, la maggioranza si ammala del morbo dell’inadeguatezza: sono stati riscontrati due tipi di inadeguatezza, quella alla fatica – che è facilmente curabile con oculate, scadenzate e progressivamente più lunghe soste a casa con il progredire dell’età – e quella culturale, che allo stadio attuale delle conoscenze non trova rimedio.  L’inadeguatezza fisica è dovuta per lo più a due fattori equipollenti: la difficoltà di raggiungere il posto di lavoro nei primi anni di insegnamento e la necessità di riempire di parole l’intervallo tra l’arrivo e la partenza.  Col passare degli anni il secondo aspetto prevale sul primo dal momento che le sedi divengono più vicine con l’età: se campassimo cent’anni avremmo la facoltà di ricevere gli studenti direttamente a casa.  Ma nonostante la giovine età il sobbarcarsi decine di chilometri su macchine scassate e stracariche, di colleghi asfissianti per fumo e parole in libertà è una dura prova che lascia il segno, anche economico.

 

Di solito la differenza tra: incidenti, benzina, usura gomme e macchina e stipendio è uguale a zero.  È chiaro che al momento dell’arrivo in sede la cosa più importante da fare è rilassarsi dalle tensioni del pericoloso viaggio e la “lezione” diviene un transfert di sensazioni.  In seguito, diminuiti i chilometri di solito aumenta la lunghezza delle ore di lezione (da 45’ scarsi delle sedi lontane ai 55’ abbondanti dei quartieri nobili), rimane il problema di riempire il fatidico intervallo tra il primo drammatico scampanellio e l’ultimo liberatorio viatico per la pastasciutta.  A causa dell’ordinamento scolastico gente abitualmente schiva e taciturna, portata alla riflessione e alla contemplazione estatica, si trova costretta a fare una proto-conferenza dietro l’altra rendendosi conto, talvolta solo in tarda età, talaltra mai, che l’impostazione, il linguaggio e il tono erano del tutto inadatti per delle giovani menti.  La fatica fisica di far uscire tutti quei suoni dalla gola per tutto questo tempo non è indifferente: collutori e meditazioni occupano tutto il resto della giornata.  L’inadeguatezza culturale è decisamente l’aspetto più comune e preoccupante del nostro ruolo di docenti di scienze naturali, chimica e geografia.  Molto si è detto nelle pagine della nostra autorevole rivista: in questo stesso numero l’articolo di E. Pappalettere “Le scienze nella scuola secondaria superiore e il loro insegnamento: un nodo da sciogliere” definisce la complessa patologia.  Viene chiamata (scherzosamente fino ad un certo punto) “complesso di Cenerentola”.  L’inadeguatezza culturale si combatte male anche perché è una lotta costante e solitaria per l’acquisizione di:

 

a) contenuti, che si ampliano e cambiano continuamente in un settore sterminato della conoscenza;

b) un metodo di lavoro che generalmente va inventato;

c) un callo mentale che renda sopportabili gli ostacoli della burocrazia scolastica e gli organi collegiali.

 

Il periodo d’incubazione è compreso tra i cinque e i dieci anni, l’inizio della malattia è preceduto da segni prodromici (depressione psichica, insonnia, irritabilità), la fase convulsiva è caratterizzata dall’abbonamento alla maggior parte delle riviste disponibili sul mercato (quel che è peggio anche quelle di pedagogia) ed alla loro febbrile consultazione, di libri – anche specialistici – e dalla loro lettura in ogni angolo della casa.  L’esito è generalmente infausto: un collasso economico a breve tempo ed un progressivo convincimento che l’inadeguatezza culturale diviene sempre maggiore.  Le sorgenti d’infezione sono gli anziani, responsabili e preparati che convincono il giovane collega a frequentare un corso di aggiornamento sulla sessualità dei parameci: “E un po’ specialistico, ma ci sono enormi implicazioni biologiche ed è una miniera di spunti per esperienze da condurre in classe con gli alunni”.  Dopo anni di noia a combattere soli contro classi turbolente e disattente contro una burocrazia rozza e decisa, tra l’indifferenza dei colleghi, costretti a far riunioni per materie affini con religione ed educazione fisica, si accetta l’invito arrivando perfino all’eccitazione durante l’osservazione microscopica.  È la fine: uniche speranze un trapianto di cervello o un distacco all’IRRSAE.

 

 

Pubblicato originariamente su Naturalmente, 1989, 2 (3), 14.