METTI UNA MATTINA A SCUOLA ...

 

Lucia Di Puccio

 

Metti una mattina a scuola, in un’aula dell’Istituto Magistrale di Pisa, di vedere riuniti il professore di Italiano, il professore di Storia, la professoressa di Religione e la professoressa di Scienze naturali di fronte a una ventina di ragazze di una terza.  Lì per lì, dopo aver aperto la porta, la richiudi e pensi: "Ho sbagliato stanza!".  Sì, perché diciamoci la verità, si parla tanto di interdisciplinarietà, di copresenza, ma in realtà spesso rimangono solo parole con cui riempirsi la bocca.  Quello che è stato tentato in una classe terza del Magistrale "G. Carducci" di Pisa io credo che sia fattibile in qualsiasi tipo di scuola solo con un po’ di disponibilità da parte di tutti.

 

Ma veniamo ai fatti.  La riunione a cui si accennava all’inizio, era la conclusione di un lavoro "a più mani" iniziato dall'insegnante di scienze, cioè la sottoscritta, su un argomento, "L’Etica e la Scienza", dibattuto presso l’Università di Pisa nel Novembre '89 in occasione di un seminario dell’USpiD (Unione Scienziati per il Disarmo) ed a cui partecipò il professor Omodeo.  Prendendo spunto da una sua relazione, già pubblicata sul numero di Maggio '90 di "Naturalmente", e da una lettera scritta da alcuni alunni allo stesso giornale (Febbraio '90), in occasione della ricorrenza del centocinquantenario del primo congresso degli scienziati italiani a Pisa del 1839, ho cercato di coinvolgere le alunne e i colleghi in un lavoro di riflessione su tale argomento preso come esempio possibile di lavoro interdisciplinare.  La sequenza seguita per effettuare il suddetto lavoro è stata la seguente:

·  indagine cognitiva, mediante l’uso di questionari, riguardante sia le conoscenze acquisite durante l’anno scolastico su argomenti di Biochimica e di Genetica, sia le preconoscenze su l’identità dello "scienziato", sulla ricerca scientifica e sulla Scienza in generale;

·  analisi e discussione in classe dei risultati di suddetti tests:

·  lettura e commento della conferenza del prof. Omodeo su "L’Etica e la Scienza" (copie di detta conferenza sono state distribuite ai colleghi della classe affinché affrontassero l’argomento da diverse angolazioni disciplinari);

·  proiezione e commento del film "Il dottor Stranamore" al momento in cui si discuteva su quella parte della conferenza riguardante il determinismo psicologico;

·  proiezione e commento del film "Qualcuno volò sul nido del cuculo", al momento in cui si discuteva sull’uso di prodotti chimici o procedimenti chirurgici che hanno effetto sul comportamento umano;

·  rielaborazione scritta, da parte delle alunne, di alcuni articoli tratti da riviste scientifiche;

·  rielaborazione scritta, sempre da parte delle alunne, di tutto quanto si era trattato fino a quel momento;

·  commento in classe dei risultati di tali elaborati;

·  tavola rotonda e dibattito finale con partecipazione degli insegnanti che avevano collaborato.  Il monte ore di scienze utilizzato è stato, a partire dal mese di Marzo, di 16 ore (con scansione di tre ore la settimana).

 

Le persone coinvolte sono state, oltre le alunne, l’insegnante di Filosofia e Psicologia (vedi Freud e il problema del determinismo psicologico), l’insegnante di Lettere (la politica e la scienza con riferimenti al Machiavelli), l’insegnante di Storia ed Educazione civica l’insegnante di Religione e naturalmente l’insegnante di Scienze naturali (vedi argomenti di biochimica e genetica).  All’inizio sono stati sottoposti alle alunne due diversi questionari, uno riguardante le conoscenze acquisite inerenti il programma curricolare di biochimica e di genetica e argomenti di diagnostica moderna quali l’amniocentesi e l’ecografia, l’altro riguardante le preconoscenze dello "scienziato", sulla ricerca scientifica e sulla scienza in generale (vedi test "immagini della scienza").

 

Per la compilazione dei suddetti tests è stata data un’ora di tempo per ciascuno e i risultati sono stati poi discussi in classe.  Dalla loro analisi sono scaturiti alcuni dati, a mio avviso, interessanti.  Per quanto concerne il primo test, in generale si è evidenziata una buona conoscenza degli argomenti trattati e, al contrario, una conoscenza approssimativa, limitata, a volte errata riguardo agli argomenti di attualità: "....l’ecografia è una radiografia che solitamente viene fatta alle donne incinte che serve per individuare qualsiasi deformazione somatica presente nel bambino.  Non si può fare molte volte altrimenti le radiazioni potrebbero danneggiarlo...", "...l’ecografia è un tipo di analisi che permette di vedere l’interno dell’addome attraverso un video...", "...l'ecografia è un monitoraggio mediante il quale si può controllare l'evoluzione del feto durante il periodo di gravidanza di una donna e quindi vedere le varie malformazioni che possono colpire il feto stesso...", "l’ecografia è una specie di fotografia che permette di vedere se vi sono ferite, lesioni, rotture dentro il nostro corpo, o quella che permette di vedere se una donna in gravidanza sta aspettando un maschio o una femmina..".  Nell’analisi del secondo test, indicative sono state le risposte alla domanda: "Quali sono, a tuo avviso, gli scopi della ricerca scientifica?  C’è tra questi uno che considereresti prevalente sugli altri?  Spiega."  Su 23 risposte, 20 ponevano come scopo della scienza il miglioramento della vita dell’uomo e solo 3 tentavano risposte diverse; "..la scienza ricerca le cause dei fenomeni della natura, il loro sviluppo e il rapporto dell'uomo con la natura stessa..", "..gli scopi della ricerca scientifica sono quelli di ricercare le cause di certi fenomeni", "...le ricerche scientifiche sono importanti in sé per sé, in quanto permettono all’uomo di acquisire nuove conoscenze..."

 

Le considerazioni che ho potuto trarre da questa prima indagine sono state in generale quelle di una visione sociologico-utilitaristica e decisamente antropocentrica della Scienza.  Una riflessione inoltre su quanto esaminato mi ha convinto che spesso noi insegnanti diamo per scontato che un concetto sia semplice e quindi facilmente assimilabile, ma una carenza lessicale da parte degli studenti può portare a fraintendimenti e ad equivoci, per cui, da parte mia, è scaturito il proposito di usare più spesso, e direi in maniera sistematica, tests sia sulle preconoscenze specifiche riguardanti l'argomento da affrontare, sia sulle conoscenze lessicali.  Alle riflessioni è seguito un esame di coscienza e, per quanto riguarda la visione antropocentrica, mi sono assolta perché per tre anni consecutivi non avevo parlato che di "piante, animali e microbi", trascurando deliberatamente i riflessi antropo-utilitaristici, non mi sono però assolta riguardo a un insieme di idee che le mie alunne avevano della Scienza, in quanto veniva in gran parte confusa con la tecnologia o comunque era ancora un’immagine abbastanza nebulosa.  A questo proposito non sarebbe insensato, da parte degli insegnanti di Scienze, mettere a punto un’indagine tra i nostri alunni sull’incidenza dei mass-media riguardo a contenuti scientifici.

 

Comunque, dopo questa prima fase, ho presentato alla classe e ai colleghi la conferenza del professor Omodeo su "L’Etica e la Scienza" ed è iniziato un lavoro interdisciplinare sull’argomento, durante il quale si sono utilizzati i risultati dei tests per cercare di correggere alcune visioni errate dell’idea di scienza.  Durante questo percorso didattico sono stati inoltre proiettati e commentati due film (di cui uno citato nella conferenza stessa): "Il dottor Stranamore", con riferimento al determinismo psicologico e a quanto questa concezione abbia giustificato certi esperimenti di eugenetica, e "Qualcuno volò sul nido del cuculo", riguardo alla difficoltà di definire il malato di mente e all’uso di procedimenti chirurgici (lobotomia) che incidono sul comportamento umano.  Successivamente è stato chiesto alle ragazze di rielaborare per scritto tutto ciò di cui si era discusso.  È da aggiungere che, durante questa fase, le alunne si sono documentate su alcuni aspetti particolari del problema utilizzando materiale bibliografico vario, ma principalmente articoli tratti da riviste scientifiche quali "Sapere", "Bioetica" (dossier scienza) ecc...  Successivamente di questi lavori è stata data lettura in classe e ne è seguita un’analisi da cui è scaturito che gli argomenti "più sentiti" dalle alunne erano quelli inerenti i problemi della fecondazione artificiale, della fecondazione in vitro, del diritto alla salute, anche se non sono mancati argomenti quali l’ingegneria genetica e i problemi di etica ambientale.

 

La scelta fatta dalle alunne degli argomenti da approfondire è, secondo me, indicativa di una scienza pensata tutta al femminile, una scienza in cui la genetica esercita un certo fascino in quanto è permeata di elementi umanistici, una scienza pensata in funzione della procreazione: "...per me la fecondazione artificiale può avere un fine benevolo e positivo solo in un caso di sterilità, ...dal punto di vista etico, trovo questa concezione molto immorale, poiché, così facendo, si ha la possibilità di concepire un figlio con sperma di un uomo che neppure si conosce...", "...ancor peggiore è l’ipotesi che un giorno si arriverà a creare esseri viventi superdotati, che da un lato potrebbero dare al mondo un aspetto migliore, oppure potrebbero essere come una bomba atomica per cui per la razza umana non ci sarebbe più posto...", "...a mio parere, la scienza è giusta fino a che non pretende di cambiare la natura dell’uomo...", "...la tecnica biologica, in ogni caso, non deve mai sostituirsi completamente o alterare i processi naturali veri e propri, deve soltanto aiutare i casi difficili o addirittura impossibili e deve correggere eventuali impossibilità o incapacità di procreare...".

 

Negli elaborati più generali sul tema "L’Etica e la Scienza" si è evidenziato un lavoro di ripensamento personale su ciò che era stato detto e l’immagine della scienza che ne è scaturita è risultata meno nebulosa rispetto a quella dei tests iniziali, anche se non ancora scevra da inclinazioni antropocentriche; il rapporto tra l’etica e la scienza è stato sentito come un rapporto di stretta parentela ed i giudizi morali dati rispecchiano a volte "il sentito dire", a volte un ripensamento critico consapevole: "...la scienza è quell’insieme di conoscenze, ordinate logicamente che si riferiscono a determinate categorie di fenomeni, le cui ipotesi vengono dimostrate e le cui applicazioni danno agli uomini la possibilità di dominare in modo sempre più completo il mondo..", "..la ragione per cui la scienza non risolve né potrebbe risolvere i problemi che vorremmo, è insita nella sua natura.  Gran parte dei problemi con i quali ci confrontiamo possono essere risolti soltanto con giudizi di valore...", ".. la ricerca scientifica è, o almeno dovrebbe essere, motivata dal desiderio di allargare la conoscenza di quanto ci circonda e di spiegarlo..", "..toccare punti fondamentali come la riproduzione, la facoltà di pensare o di avere sentimenti significa colpire a fondo l’essenza dell’uomo e correre il rischio di renderlo indifeso e privo di identità di fronte alle implicazioni delle scelte derivate dal progresso scientifico..", "...i problemi morali che derivano dall'inseminazione artificiale, dalla genetica e dalla neurofisiologia, dalle scienze sociali e psicologiche, sono almeno altrettanto grandi quanto quelli che derivano dall’energia atomica, dai viaggi spaziali e dall’automazione.  Tali scoperte hanno tutte cambiato radicalmente il modo di vivere dell’uomo e allargato il campo di azione della sua influenza sugli altri ed è evidente che tutti questi progressi hanno grosse implicazioni sociali ed etiche".  Gli elaborati hanno comunque dimostrato che tutte le alunne erano state spinte a porsi delle domande e a tentare di dare delle risposte.  L’ultima fase di questo lavoro è consistita in una tavola rotonda del tipo fai da te a cui hanno partecipato gli insegnanti che ho citato all’inizio.  Vengono qui riportati alcuni loro interventi.

 

Tavola rotonda

Relatrice Lucia Di Puccio, docente di Scienze naturali

I risultati della ricerca scientifica di questo secolo hanno cambiato la visione del 'mondo' e, come ha detto C. Rubbia, lo scienziato di oggi "vive la condizione, unica nella storia, di essere insieme ricercatore e cavia, di condurre il grande esperimento "pianeta terra" vivendo egli stesso all’interno della provetta."  Potremo dire che oggi le scoperte scientifiche avvengono talmente in fretta che non facciamo in tempo a digerirle.  Problematiche quali la manipolazione dell’embrione umano e l’AIDS fanno parte dell'etica e della cultura di oggi.  Fra pochissimi anni l’ingegneria genetica sarà in grado di intervenire per impedire l’anomalia che porta al mongolismo.  È difficile impedire ciò, ma è giusto intervenire per migliorare l’intelligenza, l’aspetto fisico ecc.?  Il problema oggi quindi è che cosa vogliamo fare delle scoperte scientifiche e delle nuove tecnologie, ma per rispondere a questa domanda occorre prima porsene un’altra e cioè dove vogliamo arrivare, quali sono i traguardi che ci vogliamo porre, ma soprattutto qual è il criterio di riferimento che vogliamo stabilire.  Gli esempi che sono stati fatti non sono altro che momenti di riflessione su questo argomento (l’etica e la scienza).

 

La normativa attuale in materia di ricerca è lacunosa e molto vaga e, in certi settori, potremo dire inesistente. La CEE e l’OCSE (organizzazione europea per la cooperazione e lo sviluppo) hanno stilato dei documenti in cui danno risposte contrastanti.  Circa, per es., i fattori di rischio biologico (come l'immissione nell’ambiente di nuovi organismi) se ne parla in Italia in alcuni articoli di legge relativamente recenti: art. 4 e art. 24 della legge 30 Dicembre 1978 n° 833 istitutiva del Servizio sanitario nazionale.  Riguardo poi ad altri settori della ricerca scientifica non esistono né normative né indicazioni di comportamento.  Esistono, è vero, diversi "modelli etici" di riferimento come il tipo scientistico-liberale (libertà della ricerca), o quello a carattere utilitarista (la norma regolatrice della sperimentazione è il rapporto rischi/benefici) o quello del sociobiologismo (il criterio etico di base è la conservazione delle specie ed il loro miglioramento; ciò potrebbe portare a fenomeni di eugenismo che avrebbe come conseguenza il razzismo con la negazione del singolo e della libertà individuale) ma il criterio di riferimento che, a mio avviso, può essere riconosciuto come primario, e che è implicito nelle dichiarazioni e convenzioni internazionali sui "diritti dell'uomo", è quello del valore della persona, della sua identità, compresa quella genetica, ossia il rispetto della dignità umana.

 

Per un corretto rapporto tra scienza e morale

Relatrice Bianca Storchi Gorini, docente di Religione

È evidente che viviamo oggi in un periodo di accelerato sviluppo scientifico e tecnologico.  Tutti i messaggi che riceviamo tendono a convincerci della totale bontà del "progresso"; l’uomo si libera da antiche paure, dalla schiavitù della fatica e si pone come centro e misura del mondo.  È indubbio che la scienza e la tecnica hanno prodotto grandi progressi dell'umanità e della qualità della vita, ma esse presentano anche lati ambigui e pericolosi.  Spesso la scienza e la tecnica tendono a trovare in se stesse la loro giustificazione e i loro valori, rifiutando che si rifletta criticamente su di esse alla luce di un quadro di valori che salvaguardi le dimensioni più profonde dell’esperienza umana.  Se si considerano la scienza e la tecnica non come attività ed espressioni dell'uomo, che è il vero soggetto etico, ma come qualcosa di autonomo, è facile sostenere che esse sono neutre rispetto alla morale e quindi, di fatto, svincolate da ogni prescrizione etica.  Ciò porta a ritenere lecita ogni cosa che sia tecnicamente realizzabile.  Un meccanismo di questo tipo produce il consumismo, la ricerca della quantità più che della qualità, la corsa allo sperpero delle risorse per soddisfare subito bisogni sempre crescenti e spesso immotivati.  La rottura del collegamento con la realtà più profonda e con il mondo in cui vive porta l'uomo a vivere il mondo non come dono ma come proprietà da consumare.  Si avverte sempre più diffusamente che il futuro dell'umanità sarà configurato dalle nuove scienze e dalle nuove possibilità tecnologiche.  Però i cambiamenti che si intravedono non riguardano solo le condizioni della vita ma anche la natura stessa dell’uomo, la sua soggettività, cioè la conoscenza che egli ha di se e dei suoi rapporti con gli altri.

 

La medicina, la bioingegneria e l’ingegneria genetica portano l’uomo ai confini della vita e della morte, svelano e rendono comprensibili fenomeni un tempo ritenuti "sacri".  Un tale cammino produce conseguenze indubbiamente eccellenti, come testimoniano le vittorie ottenute su mali un tempo devastanti e la scoperta dei meccanismi di certe alterazioni genetiche, e apre la strada alla possibilità di curare situazioni spesso assai pesanti.  Ma esso tende anche a far nascere la mentalità che la vita e la morte siano materia di sperimentazione senza fine per cui, ad esempio, gli embrioni non sono più "persone potenziali" ma solo insiemi di cellule da indagare e poi gettare.  È quindi necessario risolvere le ambiguità, individuare le mete che si vogliono raggiungere, domandarci a quale tipo di uomo pensiamo e che tipo di convivenza umana intendiamo costruire. In una parola bisogna risolvere la fondamentale questione etica dei Lini.  Qual è il fine di tutto ciò?  Solo identificando i tini correttamente si può decidere se l’uso che intendiamo fare della scienza e della tecnica, come di ogni altra possibilità umana del resto, sia buono o cattivo.  Il problema della scelta, il bisogno di chiarire il senso della vita non è un tema che nasca oggi, ma è un tema che ha una storia lunga come quella dell’uomo.

 

Sul rapporto tra etica e scienza.

Relatore Angelo M. Buongiovanni, docente di Storia ed Educazione civica.

Assai spesso quando ci si occupa del rapporto tra etica e scienza, si ha l'impressione che prevalga un punto di vista secondo il quale gli scienziati si occupano delle loro ricerche a priori, senza preoccupazioni di carattere morale, e il ruolo dell'etica finisce per essere quello di un controllo a posteriori, sui risultati, sulle tecnologie.  In qualche misura esiste una visione secondo cui l’etica "corre dietro" alla scienza tentando di frenarne gli eventuali eccessi: è quindi compito dell’etica opporsi alle sperimentazioni di ingegneria genetica, quando esse coinvolgano in qualche misura l’uomo, oppure tentare di impedire l’uso militare delle tecnologie, eccetera.  Non posso nascondermi la sensazione che questo modo di impostare il problema ponga in realtà il carro avanti ai buoi.  Infatti si postula così una capacità dei ricercatori di sottrarsi al sistema di valori predominante e di operare in una sorta di campana di vetro morale: soltanto in un secondo tempo questo splendido –o raccapricciante– isolamento verrebbe ad essere infranto dalla voce di un imperativo etico.  Chiaramente questo non può essere vero: lo scienziato è, come tutti, un uomo condizionato dai valori della società che lo esprime e che (non dimentichiamolo!) lo finanzia: quindi, se può occuparsi di determinati problemi, è perché la morale predominante lo considera, almeno implicitamente, lecito.

 

Se e quando la ricerca raggiunge risultati che possono ripugnare al senso morale di alcuni, o che allarmano per le possibilità di un impegno distorto, non lo dobbiamo perciò allo "scienziato pazzo" dei fumetti o ad un improbabile dottor Stranamore: non si tratta di una scheggia impazzita da riportare sotto controllo.  Al contrario, e la cosa è molto più allarmante, è il segno che le concezioni morali si sono trasformate (o degradate) al punto di trovare accettabili le possibilità aperte dalle nuove scoperte e dalle nuove tecnologie.  Se ci si occupa di manipolazione genetica oggi, è perché nella nostra mentalità sono già cadute le barriere etiche che avrebbero già reso improponibile una simile ricerca in passato: la sacralità della creazione, il tabù di influire sulle strutture fondamentali della vita, e così via.  Il problema perciò non è più di tenere a bada scienziati troppo curiosi o troppo intraprendenti, ma di chiedersi se la concezione etica della nostra società è ancora sana, dato che ha reso possibile determinate scelte alla ricerca ed alla tecnologia.

 

Il secondo problema che mi sembra da affrontare è quello degli interventi legislativi: è lecito che l’autorità pubblica vieti che si svolga ricerca scientifica in determinati settori sulla base di considerazioni morali?  La questione coinvolge in effetti il fondamento stesso dell'autorità statale: se essa deve avere come fine l’utilità collettiva, così come tutta la nostra tradizione liberal-democratica vuole, allora la risposta non può che essere negativa.  Considerazioni morali non devono infatti ingombrare lo stato nella ricerca di ciò che può accrescere il benessere della popolazione; e, volendo fare un esempio fantascientifico e particolarmente raccapricciante, poche cose potrebbero contribuire ad accrescere tale benessere più che la produzione in massa di replicanti alla Blade Runner da destinare alle occupazioni più sgradevoli, nocive o pericolose per gli uomini.  È più evidente, per fortuna, che una simile scelta sarebbe inaccettabile: questo però implica che lo stato debba operare delle scelte non sulla base dell’utile, ma del giusto.  Si tratta di un cammino pericoloso: dovunque le compagini statali si sono arrogate il diritto di decidere che cosa fosse giusto e buono, si sono aperte vie all’arbitrio ed all’oppressione: dall’Iran di Khomeini, ai principi cristiani del Medioevo, alla Germania hitleriana.  Negare la libertà della ricerca scientifica, per quanto discutibile essa possa sembrare, sembra perciò una misura incompatibile con le stesse ragioni d'essere del nostro sistema politico.  Il problema, ancora una volta, si presenta di difficile soluzione e richiede forse, più che l’intervento del legislatore, un esame approfondito delle nostre concezioni etiche e l’impegno a superarle laddove esse si prestano all'indifferenza per il valore della vita umana.

 

Conclusioni

Durante questo percorso didattico, e specialmente nella tavola rotonda finale, si è reso evidente un progressivo miglioramento della messa a fuoco dell’oggetto didattico e contemporaneamente la necessità di un ampliamento delle problematiche, si è avvertito il bisogno di un confronto di idee a più largo raggio e, anche se le tavole rotonde del tipo fai da te, come la nostra, non sono da disprezzare, io credo che dovremmo promuovere seminari con l’intervento di esperti e cominciare a sostituire, almeno in parte, la nostra didattica sistematica con una didattica per problemi favorendo un sempre maggiore coinvolgimento operativo dell’alunno nel momento didattico.  Alla fine, la risposta affermativa al mio ennesimo esame di coscienza sull’utilità di un tale lavoro, è derivata proprio dalla considerazione che, se anche i risultati possono essere stati modesti, e non è facilmente quantificabili, il coinvolgimento e l’apporto delle allieve è stato notevole, come hanno dimostrato gli interventi, orali e scritti, sia in itinere che durante la Tavola rotonda finale.

 

 

Pubblicato originariamente su Naturalmente, 1991, 4 (1), 4-7.