Gli eredi di Re Mida, e il vento

 

Giovanni Montagnoli

 

Differenziandosi dalle altre scienze che sono cresciute parallelamente ad essa, la Chimica non mostra necessità di studi epistemologici, perché la maggior parte dei chimici può operare con successo senza porsi in una prospettiva storica o filosofica.  Questo ha originato una evidente confusione tra scienza chimica e tecnologia, che si riflette pesantemente anche sul suo insegnamento.  Ora esiste un movimento contrario, con discussione tra i chimici e gli storici [1], in particolare originato dal fatto chiaro, ma non ovviamente comprensibile, della colpevolizzazione della Chimica per quanto riguarda i disastri ambientali cui assistiamo.  Nei confronti della Chimica è stata sviluppata una fobia, eppure la nostra stessa vita è un fenomeno chimico, come ha natura e processi chimici l’ambiente in cui avviene.  Le mentalità degli uomini sono formate e possono essere manipolate.  Il risultato non è interpretabile in maniera semplice, essendo dovuto alla confluenza degli effetti di più fattori.  Il discorso di analisi potrebbe essere troppo lungo e complesso.  Questo però non ci pone nell’impossibilità di agire, perché per aprire strade di comprensione è già rilevante isolare qualche fattore decisivo.  Alcuni di essi sono dovuti a caratteristiche proprie dell’uomo sino a poter essere descritti attraverso miti, tra i quali è ad esempio interessante quello di Re Mida, sulla golosità inarrestabile rispetto a un risultato di valore assoluto o terminale [2].

 

Si narra dunque che un sovrano della Frigia di nome Mida abbia avuto l’avventura di fare un favore a Dioniso, e che l’abbia fatto in un modo così fine e completo, da portare il dio a sentirsi in debito nei suoi confronti.  Gli promise che avrebbe esaudito una sua richiesta, qualsiasi essa fosse stata.  Essendo ricco, Mida pensò di chiedere un potere terminale in quella direzione: qualunque cosa avrebbe toccato si sarebbe dovuta tramutare in oro.  Così fu, ma proprio per questo il re si dovette rendere subito conto che la formulazione della richiesta era veramente troppo ampia: anche l’acqua e i cibi toccati diventavano oro, e non avrebbe più potuto nutrirsi.  Il potere terminale era dunque una maledizione, e Mida dovette invocare Dioniso e supplicarlo affinché lo liberasse, riprendendosi il suo dono.  Il saggio e ironico Dioniso gli consigliò di tuffarsi nel fiume Pattolo: Mida fu salvo, tornato come prima, e da quel giorno le acque del fiume trascinano pagliuzze d’oro.  Non sappiamo se l’agire bonario del dio sia stato un bene per l’umanità, poiché molti discendenti di Mida si sono impegnati per procurarsi un potere terminale, in particolare ai nostri giorni nel campo degli atomi prima e delle molecole poi.  Raggiungere un punto del progresso tecnologico perfettamente controllato, cioè che risolva i problemi aperti senza aggiungerne nuovi, che abbia aspetti positivi così imponenti da rendere trascurabili quelli negativi, che non abbia effetti imprevedibili, che dia puro potere illimitato.  Praticamente il tocco d’oro (gli alchimisti direbbero: avere la pietra filosofale; i chimici: superare il secondo principio).  Un esempio assai chiaro, che permette di discutere le caratteristiche di questa mentalità è quello dei clorofluorocarburi (CFC).

 

I CFC sono composti formati da catene di atomi di carbonio con gli altri legami saturati da alogeni (cloro, fluoro o bromo).  Si possono formalmente fare derivare dagli idrocarburi, i solventi più caratteristici della chimica organica, formati da catene di atomi di carbonio con gli altri legami saturati da idrogeno: questi composti sono ossidabili, e vengono usati come combustibili (metano, petrolio).  Se nelle molecole di idrocarburi sostituiamo tutti gli atomi di idrogeno con atomi di alogeni, otteniamo i CFC, che sono molecole totalmente ossidate e quindi non presentano questo tipo di reattività.  Si forma una classe di composti solventi caratterizzati da una eccezionale stabilità.  Le applicazioni di questi composti sono assai varie, e alcune esaltanti si basano sul fatto che non essendo reattivi questi composti non sono neppure tossici.  È stato dimostrato che composti perfluorurati, cioè idrocarburi, eteri o ammine in cui tutti gli atomi di idrogeno sono sostituiti da fluoro, possono servire da sangue artificiale.  Essi sciolgono l’ossigeno fino al 60% del loro volume.  Per confronto, ricordiamo che il sangue umano ne scioglie soltanto il 20% circa e il plasma il 3%.  I composti perfluorurati non si sciolgono nel sangue, ma possono esservi emulsionati, e sostituire il sangue normale, introducendo nuove proprietà, ad esempio quella di non essere sensibili a veleni come l’ossido di carbonio.  Potrebbero quindi essere usati per introdurre nell’organismo medicinali non compatibili col sangue normale, oltre a servire nel caso di mancanza di sangue, in particolare nel caso della conservazione di organi nei trapianti.

 

Non solo sono previsti questi impieghi, ma molti altri sono in atto, per queste meravigliosamente stabili molecole: i CFC sono usati come solventi, liquidi refrigeranti, o anestetici, e infine come propellenti per aerosol.  In tutti i casi, ma soprattutto nell’ultimo, ci sono dispersioni nell’atmosfera, e qui sorgono gli inconvenienti imprevisti di tanta perfezione.  Possiamo chiederci: che cosa faranno molecole praticamente indistruttibili, perché non reattive?  La risposta non valutata all’origine, perché abbagliati dalle eccezionali possibilità di impiego che si aprivano a questi composti, è ovvia: si accumuleranno.  Dove?  Essendo gas, nell’atmosfera e anche nei suoi strati alti, sopra la fascia protettiva di ozono compresa tra i 15 e i 50 km di quota.  In quella fascia, i raggi ultravioletti inviati dal sole vengono fermati per assorbimento dall’ozono, e non cadono sulla superficie terrestre, come facevano nei primi tempi, quando non si era ancora instaurata la vita dipendente dall’ossigeno.  Proprio questa vita, cui noi come uomini partecipiamo, è possibile nella forma che conosciamo solo per la protezione operata dall’ozono nei confronti della radiazione ultravioletta solare.  I raggi ultravioletti sono fasci di radiazione elettromagnetica ad alta energia, tale da poter rompere i legami chimici: per tale ragione essi possono demolire i CFC producendo atomi di cloro.  Questi ultimi sono a loro volta particolarmente reattivi e possono distruggere l’ozono, producendo ossido di cloro e ossigeno:

 

1) Cl + O3  ClO + O2

 

Questa reazione può portare ad un abbassamento del contenuto di ozono nell’atmosfera; essa era stata prevista nel 1974 da Molina e Rowland, e recentemente è stata confermata sperimentalmente.  Il processo complessivo che avviene nell’atmosfera non è ancora noto, ma un giudizio sulla sua pericolosità può essere formulato sulla base dei riflessi che la scomparsa dello scudo di protezione dell’ozono potrebbe avere sullo sviluppo della vita sul nostro pianeta.  La radiazione ultravioletta ha noti effetti dannosi sugli acidi nucleici, che conservano ed esprimono l’informazione ereditaria, e in tal modo sovraintendono ai processi fondamentali della vita.  L’assottigliamento dello strato protettivo dell’ozono sarebbe probabilmente un processo non lineare, cioè mostrerebbe un aumento assai maggiore di quanto potrebbe essere stata aumentata l’intensità del fattore di danno arrecato in seguito all’intervento umano.  È possibile che quando il fenomeno fosse completamente chiarito nelle sue cause, sia stato superato il punto di non ritorno, e non si possa più riportare il sistema alle condizioni di equilibrio naturale.  Attualmente, in stazioni di rilevamento in Svizzera e Stati Uniti è stato rilevato un assottigliamento dello strato di ozono nell’inverno sino al 9 %.  Esiste presso l’ONU un “Programma ambiente”, la cui direzione nel 1981 ha stabilito di preparare una ‘Convenzione per la protezione dello strato di ozono’.  La Convenzione è stata adottata dalla Conferenza di Vienna del 1986, e sottoscritta l’anno successivo da 28 Paesi.  Il protocollo operativo è stato approvato il 16 settembre 1987 a Montreal, ma non diventerà valida fino a che non avrà avuto approvazione dai singoli stati: il Parlamento italiano lo ha approvato nell’estate 1988.  Con questo protocollo si limitano produzione e consumi di alcuni CFC e ‘halon’ (questi ultimi portano atomi di bromo al posto di atomi di cloro), che hanno vita media compresa tra 25 e 400 anni.

 

I tempi dei trattati internazionali sono eccessivamente lunghi; assai più efficaci risultano a breve periodo i provvedimenti unilaterali di stati singoli.  Sebbene essi siano scarsi, perché sotto il controllo di interessi economici delle grandi concentrazioni industriali, segnano un punto avanzato nella coscienza comune.  Sembra in realtà farsi strada la consapevolezza che il costo per riparare i danni ambientali avvenuti è sempre superiore a quello speso per limitare i danni all’origine, e che in un confronto approfondito gli interessi di un gruppo economico e quelli di una collettività non sono divergenti.  Le preoccupazioni sul possibile assottigliamento dello strato protettivo di ozono si sono molto acuite quando si è constatato che dal 1978 sopra l’Antartide nella primavera australe si viene progressivamente instaurando una brusca diminuzione di ozono nella stratosfera, e la situazione ridiventa poi normale nel novembre.  Non esiste una spiegazione esauriente dei vari aspetti di questo fenomeno, ma è stato ancora chiamato in causa l’atomo di cloro per la sua reazione con l’ozono.  In realtà la reazione 1) da sola può portare semplicemente ad una leggera diminuzione dell’ozono, proporzionale alla quantità di atomi di cloro presenti.  La ragione è che essa è affiancata da due reazioni parallele, dovute alla presenza di metano e ossidi di azoto nella atmosfera, che consumano sia il cloro atomico che il prodotto ClO

2) Cl + CH4  HCl + CH3Cl

3) ClO + NO2  ClONO2

 

I prodotti clorurati che si ottengono sono inerti rispetto all’ozono.  Potrebbero costituire una riserva di atomi di cloro, se fossero catalizzate due altre reazioni possibili, che non avvengono però in fase gassosa:

4) HCl + ClONO2  Cl2 + HNO3

5) H2O + ClONO2  HClO + HNO3

 

I prodotti di queste due reazioni, cloro molecolare e acido ipocloroso, possono subire la fotolisi con la luce ultravioletta producendo cloro atomico.  Per effetto di questo ciclo, l’atomo di cloro non è più soltanto un reattivo che si consuma nella reazione 1) di distruzione dell’ozono; rigenerandosi continuamente diventa un catalizzatore della reazione, con effetti enormi sulla sua velocità.  Il dato mostra l’uscita dalla linearità della reazione: negli ultimi dieci anni la quantità di cloro nella stratosfera è solo raddoppiata, ma l’effetto sulla distruzione di ozono è enormemente più alto.  Come è possibile questo, se le due reazioni 4) e 5) che sono quelle che innescano il ciclo, non sono presenti in fase gassosa?  Si è trovato che queste reazioni sono molto accelerate sulla superficie di cristalli di ghiaccio.  Si può sciogliere su di essa l’acido nitrico formatosi che così trattenuto viene tolto dalla fase gassosa, dove altrimenti potrebbe contribuire a bloccare il cloro reattivo, intervenendo nella reazione 3).  Questo introduce alla spiegazione del perché il buco di ozono si forma specificamente al Polo Sud.  Nella stratosfera dell’Antartide durante l’inverno australe si forma una circolazione di masse d’aria a vortice sul polo, che progressivamente si raffreddano, con un minimo di temperatura alla notte polare, talmente basso da provocare la condensazione in nubi di ghiaccio della poca umidità presente.  Questa interpretazione chimica del buco dell’ozono non spiega tutti gli aspetti del fenomeno, ma trova supporti dai dati di laboratorio: essa getta una luce preoccupante sullo sviluppo della vita su questo pianeta, almeno così come noi la conosciamo.

 

Tutto questo ha origine da un particolare modo di pensare la scienza, in particolare la Chimica, che ha assunto una posizione centrale nel nostro mondo.  Una mentalità pronta a mettere a frutto le capacità innovative della tecnologia senza minimamente tener conto delle avvertenze già contenute, anche se a volte in maniera solamente implicita, nello sforzo di ricerca scientifica che le ha prodotte.  Un modo di pensare così chiaro che si può mettere in relazione con un mito, con una esemplificazione del tutto generale e intuitiva delle caratteristiche della personalità umana.  Certamente lo sviluppo sregolato dei CFC rappresenta solo un aspetto della applicazione della tecnologia ad attività economiche e produttive senza garantirsi con la conoscenza dell’impatto ambientale, così da generare danni che sono economicamente molto rilevanti, e vanno in direzione opposta a quella voluta.  È necessario trovare e chiarire vari aspetti del modo di pensare degli uomini coinvolti con la gestione del potere, per sperare di avere aperture a comprendere perché impieghi impropri della Chimica siano così facilmente realizzati.  Ad esempio si possono preparare molecole che contrastano la vita, e che sono dette armi chimiche e biologiche.  Temute, anzi esecrate, e formalmente bandite ai giorni nostri, esse nella realtà vengono prodotte, commerciate, impiegate, fatte oggetto di studio per renderle più controllabili ed efficaci.  È in atto un negoziato internazionale per metterle definitivamente al bando, ma esso incontra ancora difficoltà, dovute principalmente al fatto che, se esiste nei popoli una forte aspirazione alla pace, prevale nei governi la preoccupazione di mantenere e spostare su più favorevoli posizioni gli equilibri di potere fondati sulle armi, ma espressi nei rapporti economici.

 

Un secondo pesante fattore rimangono le ambiguità nel rapporto fra uso militare delle armi chimiche e biologiche nelle relazioni internazionali, e impiego nazionale (operazioni di polizia e mantenimento di ordine interno, ma anche sviluppo di agricoltura, medicina, ecc.).  Alcuni di questi impieghi sono commisurati alla qualità ed al livello di vita raggiunta per lo sviluppo tecnologico sperimentato, e in questo ambito possono essere considerati legittimi.  È necessario quindi indagare sul modo di pensare e sui livelli di coscienza raggiunti perché usi legittimi, che permettono limitate produzioni e sviluppo, immagazzinamento e distribuzione, non costituiscano la porta aperta a riserve e impieghi inaccettabili.  Qui si tocca il limite del trattare tra stati: oltre alle difficoltà imposte dalla conciliazione dei contrasti tra culture e organizzazioni di vita diverse od opposte, esiste la difficoltà di capire per quali ragioni si tratta, così che le volontà popolari trovino espressione in quel momento determinante.  Ci può essere utile tornare al mito di re Mida.  Infatti il re non è noto solo per il transitorio tocco d’oro, ma anche per le sue orecchie d’asino.  Derivarono nuovamente dalla sua innata incapacità di giudizio.  Il caso volle che egli si trovasse un giorno presente alla sfida musicale tra Apollo e Pan.  Era arbitro il re della montagna Tmolo, che dichiarò vincente Apollo, troppo superiore al rivale in quell’arte.  Re Mida perse l’occasione di tacere: benché non interpellato e cattivo conoscitore di musica, espresse il suo favore per Pan.  Apollo non aveva certo il carattere di Dioniso, e lo punì facendogli crescere orecchie d’asino [3].

 

Il re dissimulò il suo difetto fisico.  Copriva le orecchie con un berretto frigio, che indossava sempre.  Proprio questo particolare avrebbe dovuto ingenerare qualche sospetto, ma il potere ha innata la capacità di celare gli aspetti compromettenti.  Esiste però sempre un punto di rottura del sistema: re Mida non poté nascondere le orecchie al suo barbiere, al quale si limitò ad imporre il silenzio, pena la vita.  Il povero depositario di un così comico segreto, e tragico nello stesso tempo, ne divenne ossessionato.  Per liberarsene in qualche modo, scavò una buca nel terreno, e con voce sommessa lo rivelò, sussurrandolo dentro alla buca.  Coprì tutto con terriccio.  Sembrava una soluzione definitiva, ma invece sopra di esso crebbe un canneto, e ad ogni stormire di vento le canne propalavano le parole del barbiere.  Così tutti seppero che re Mida aveva le orecchie d’asino, e lo sappiamo anche noi.  I segreti che rendono possibile ai potenti l’imposizione del dominio sugli altri uomini sono di regola inconsistenti.  Molti derivano dal volontario mantenimento degli uomini in uno stato di carenza di conoscenza, anche attraverso l’uso distorto dei mezzi di comunicazione di massa.  Questo ha effetti diretti, ma anche indiretti, tra i quali la distruzione della possibilità di comunicazione popolare degli aspetti culturali di una scienza.  Tanto avviene nei confronti della Chimica, che è dipinta come qualcosa di nemico della vita, invece che come la chiave per comprenderla o per attenuarne alcuni aspetti pericolosi per i viventi stessi.  Se questi segreti fossero apertamente denunciati si farebbe un gran ridere in tutto il mondo e poi si starebbe meglio.  Eppure essi vengono mantenuti attraverso una catena di sottomissioni ed omertà. E se venisse a rivelarli un forte vento?

 

Note

(1) S. H. Mauskoff, editor: “Chemical Sciences in the Modern World”, University of Pennsylvania Press, Philadelphia, 1993.

(2) Personalmente sono rimasto colpito dalla affermazione, credo di Don Ciotti che cito a memoria, che l’atteggiamento di quei genitori i quali intervengono in ogni momento della vita con un prodotto farmaceutico, possa essere un fattore predisponente alla assunzione di droga da parte di un giovane. Esisterebbe una pillola per curare ogni male, anzi per prevenirlo; pertanto si può vivere come si vuole, se si accetta di dipendere da una alta e generalizzata assunzione di farmaci. Una indicazione assoluta, che può portare ad abbassare la responsabilità personale, e la accettazione razionale del dolore del vivere.

(3) Incidentalmente, osserviamo quanto ha pesato sulla scuola questa punizione, dopo aver portato a colpa un errore di giudizio!

 

 

Pubblicato originariamente su Naturalmente, 1994, 7 (3), 5-7.