L'Antenato, le acciughe e la Royal Navy

 

Giampaolo Magagnini

 

Aveva una fame feroce.  Le bacche erano finite da tempo e così pure le radici.  Non parliamo poi degli animali catturabili: erano sparite anche le lucertole e perfino gli scarafaggi ed i lombrichi.  L’Antenato era ridotto proprio male: per lo sfinimento più che camminare arrancava traballando.  Si trovò in riva al mare:  vicino alla battigia, tra gli scogli, guizzavano alcuni pesciolini, ma non avevano la minima intenzione di servire da pasto ad un Antenato famelico.  Cercò tuttavia di afferrarli, chinandosi, con l’acqua a mezza coscia.  Si rialzò bruscamente, deluso, e per la debolezza l’universo cominciò a vorticargli intorno.  Si aggrappò ad uno scoglio e gli rimase in mano un pezzetto di pietra. Stava per lasciarlo cadere quando si accorse che da un lato il sassolino era molle.  Fosse cibo?  Se lo mise in bocca, lo triturò, lo inghiottì.  La prima Patella era morta per mano di un uomo.  Anche se a quei tempi non esistevano i ‘mass media’, la notizia si sparse velocemente e ben presto turbe fameliche si ritrovarono a grattare gli scogli ed a frugare nelle sabbie litorali.  Gli Antenati non lo sapevano, ma avevano inventato lo sfruttamento delle risorse alimentari del mare.

 

La mia ricostruzione dei fatti è fantastica ed arbitraria e spero che i paletnologi mi perdonino, ma è sicuro che ad un certo punto della sua storia (o, dovrei dire, preistoria), l’umanità si rivolse al mare per trarne cibo ed altre risorse.  E così per secoli e per millenni, adottando via via tecniche di raccolta e di pesca sempre più efficienti ed estendendo la zona da sfruttare dalle rive al mare aperto, agli oceani.  Per lunghi secoli e fino a non molto tempo fa si è pensato che il mare fosse una sorta di inesauribile ‘Pozzo di san Patrizio’ cui si poteva attingere senza ritegno, e così fino ad ieri si è dissennatamente fatto.  Alla fine, poi, è accaduto quello che,per esempio è successo nella corrente del Perù, dove la pesca di acciughe e sardine è crollata improvvisamente da un pescato di 15 milioni di tonnellate annue nel 1971 a 3 milioni nel 1973, ed ancora nel 1985, dopo che erano state adottate severe misure di tutela, si è risaliti solo a 7 milioni.  Il mare è un grandissimo produttore, ma produrre pesce costa una ‘fatica’ immane e la resa è modesta.  Vogliamo provare a calcolare quanto .costa. la produzione appunto di acciughe?  Per comodità di calcolo non affrontiamo i milioni di tonnellate, limitiamoci ad un etto.

 

Come tutto il pesce azzurro di questo mondo, Engraulis enchrasicholus (le acciughe, insomma!) si nutre di Zooplancton che si nutre di Fitoplancton il quale non si nutre, si fa per dire, di nulla, perché esercita la fotosintesi.  Ma per questo processo, fondamentale per ogni catena produttiva, sono necessari alcuni fattori: l’acqua, e in mare ce n’è, l’anidride carbonica, e va ancora bene, e la radiazione solare.  Qui non è tutto così scontato, perché nei primissimi strati d’acqua ce n’è troppa, mentre a una certa profondità comincia la penombra e quindi il buio.  Una stima approssimativa, ma abbastanza realistica, porta a ritenere che la fascia d’acqua ottimale per il fitoplancton non sia più spessa, mediamente, di 4 metri.  Le catene alimentari o produttive sono costruite in modo mirabile, ma il meccanismo non è così perfetto come potrebbe apparire, perché ad ogni passaggio da un livello al successivo si ha una notevolissima perdita di energia.  Se i produttori fotosintetici producono una biomassa pari a 100, di questa solo 10 andrà ad incrementare la biomassa del livello seguente, quello dei consumatori primari o fitofagi.  Il restante 90 serve al fitoplancton per esplicare le proprie funzioni vitali o non è assimilabile dai fitofagi.  E lo stesso accade passando da un qualsiasi livello trofico a quello superiore.

 

Se ne deduce allora che per produrre 100 gr di acciughe sono necessari 1000 gr di zooplancton, prodotto a sua volta da 10.000 gr ovvero 10 chili di fitoplancton.  Ora, questo è costituito da organismi monocellulari così piccoli che per farne un grammo occorrono 50 milioni di individui: perciò se i grammi, come nel nostro caso, sono diecimila, il numero di individui sale alla vertiginosa cifra di 500.000.000.000, cioè di cinquecento miliardi.  Anche se i signori del fitoplancton sono piccolissimi, hanno bisogno di un certo spazio vitale, ed in condizioni medie una concentrazione di 20.000 organismi per litro è già abbastanza alta.  Perciò, per alloggiare le nostre microscopiche alghette occorreranno 25 milioni di litri d’acqua o, se si vuole, 25.000 metri cubi.  Se ai miei cortesi e pazienti Lettori non gira ancora la testa in mezzo a questo pasticcio di litri, acciughe, alghette e metri cubi, Li invito a seguirmi ancora un po’.  Si ricorderà che la fascia utile per la fotosintesi è spessa 4 metri e perciò i nostri 25.000 metri cubi si distribuiranno per una superficie di 6.250 metri quadri, equivalenti ad un rettangolo avente un lato di 100 m ed uno di 62 e mezzo.  Ne deriva perciò che per produrre un etto di acciughe ci vuole uno spazio di poco inferiore a quello di un campo di calcio.  Che se poi invece delle acciughe si considerasse il tonno, che di quelle si nutre,la cifra finale dovrebbe essere moltiplicata per dieci.

 

Questo calcolo, naturalmente, non è esatto, perché, ad esempio, lo spessore della fascia utilizzabile per la fotosintesi è talora maggiore di 4 metri e pure la concentrazione per litro dei fitoplanctonti può essere più alta di quella indicata.  D’altra parte le acciughe non sono l’unica specie a sfruttare questa catena alimentare: con esse convivono anche le sardine ed altri pesci azzurri.  Pur con tutte queste riserve, credo tuttavia che risulti abbastanza chiaro che il mare non è molto produttivo.  A titolo di paragone, converrà ricordare che con le moderne tecniche agri colturali da un ettaro di terreno si ottengono mediamente 45 quintali di grano!  “Ora questo qui ci viene a dire che non si può più pescare!” dirà il solito catastrofista.  Si può, si può!  Anzi, con la fame di proteine che ha l’umanità, si deve, ma è meglio rispettare certe condizioni.  Intanto, bisognerà evitare di applicare quella che io chiamo ... la tecnica di Erode, cioè eliminare i pesci quando sono giovani e non si sono ancora riprodotti: altrimenti negli anni successivi fatalmente la popolazione declina.  Inoltre, bisogna prelevare da ogni stock ittico solo una porzione tale che non impoverisca la popolazione: l’ideale sarebbe di pescare solo un po’ meno della quota prodotta ogni anno.

 

È allora chiaro che per applicare questi principi bisogna conoscere bene le popolazioni ittiche che ci interessano: dove sono, qual è la loro consistenza, qual è la loro produttività, dove e quando si riproducono e così via.  Tutto questo non è semplice, ma è possibile.  E prima di vedere come si fa, sarà opportuno tirare il fiato: ne parleremo tra poco.  All’inizio nessuno ci fece caso: dopo tutto può accadere anche ad un incrociatore della Royal Navy di individuare mediante sonar un sommergibile nemico e quindi “vederselo” scomparire come se si fosse dissolto.  Ma quando simili segnalazioni cominciarono a moltiplicarsi e a diventare diecine, il Primo Lord dell’Ammiragliato di Sua Maestà britannica dapprima divenne perplesso, poi inquieto e quindi chiaramente seccato.  Intanto, il numero dei sottomarini nemici era molto più alto di quanto fosse lecito supporre, e poi il fatto sconcertante era la loro capacità diabolica di scomparire dalle acque senza lasciar traccia.  Per un lungo periodo, così, il Lord dormì sonni agitati, tormentato da incubi popolati di sommergibili e di siluri che sbucavano da tutte le parti.  E pensare che responsabile dei suoi incubi non era un’armata agguerrita e possente, ma solo degli innocui branchi di inermi pescetti: le acciughe,appunto!

 

Un’acciuga misura al massimo 18 cm e quindi è difficile avvertirne la presenza in seno alle acque, ma quando questi pesci vanno a formare branchi di diecine di migliaia di individui, allora costituiscono nel loro insieme un “corpo” possente e tale da indurre echi nel sonar.  E siccome si spostano velocemente, sia in orizzontale che in profondità, ecco spiegata la repentina scomparsa dagli schermi dei “sommergibili nemici”! Io non so se il Lord, avuta la spiegazione del fenomeno, si sia rallegrato e basta, oppure abbia sfogato il malumore accumulato su qualche incolpevole sottoposto, e in verità penso che ciò a noi poco importi.  Fatto sta che in seguito, avuta notizia del fatto, i responsabili delle Aziende di pesca fecero un semplice ragionamento: se i branchi di pesci sono rilevabili mediante sonar, allora si dispone di un utilissimo strumento per localizzarli ed anche per valutarne approssimativamente la consistenza.  Rispetto ai tempi dell’Antenato, questo fu il vero salto di qualità: invece di stare ad attendere che i pesci capitassero a “tiro ... .di rete”, si poteva andarli a cercare dove vivevano di solito, ed anzi si potevano tracciare delle mappe delle zone da essi frequentate nelle varie stagioni. In una parola, si poteva praticare una pesca razionale e programmata.

 

A dire il vero, però, qualcosa in questo senso si era fatto anche prima che fosse disponibile questo strumento.  Già era esistita per secoli la tradizione orale sulle zone ed i periodi pescosi, notizie che i pescatori si tramandavano di padre in figlio e riguardanti non solo alcune specie ittiche ma anche,ad esempio, i Cetacei, cacciati da tempo immemorabile da vari Popoli nordici.  E, del resto, anche Aristotele ha scritto qualcosa sul passaggio dei tonni: segno evidente che la periodicità di tale evento era già stata notata a quei tempi (peccato che poi il sommo Filosofo abbia rovinato tutto avanzando una teoria fantasiosa sui rapporti tra questi pesci e le posidonia, ma questa è un’altra storia!).  Si capisce, però, che queste osservazioni e queste notizie fossero alquanto approssimative e funzionali solo in tempi in cui la pesca veniva esercitata per così dire artigianalmente.  Infatti,quando la pesca cominciò a divenire un’industria si avvertì il bisogno di avere più informazioni, e più sicure, sui vari stock ittici.  Si pensò allora di pescare i pesci, marcarli e liberarli di nuovo: un successivo ritrovamento di esemplari contrassegnati in zone diverse da quelle della prima cattura avrebbe potuto informare sugli spostamenti avvenuti nel tempo intercorso, e moltiplicando tali interventi si sarebbe potuto avere un quadro abbastanza preciso delle .abitudini. dei vari stock.  

 

La pratica della marcatura ebbe inizio nel 1873, ma si rivelò subito di difficile applicazione, sia per la vastità del lavoro da svolgere (non si può pensare di marcare un numero limitato di animali: meno sono e più difficile sarà ripescarli), sia, e soprattutto, per la scarsa efficacia dei metodi di marcatura.  Provarono a marcarli con macchie di colore, ma la tinta svaniva in poco tempo; provarono ad amputargli parzialmente le pinne in modo caratteristico, ma i malcapitati o nuotavano male o contraevano infezioni fatali; provarono a tatuarli, ma a parte la difficoltà dell’operazione (ve l’immaginate come dev’essere agevole tatuare un pescetto senza ammazzarlo, mentre giustamente si divincola e cerca di sfuggire alla tortura?), anche i tatuaggi erano di arduo riconoscimento.  Quanto alla vastità dell’impegno, non si deve pensare solo a marcare, supponiamo, diecimila aringhe o acciughe o quel che sia, ma bisogna poi essere in grado di riconoscerle in mezzo al pescato, il che renderebbe indispensabile esaminare uno per uno i soggetti successivamente pescati.  Tanto per dare un’idea, supponiamo che un’acciuga pesi mezz’etto: se un peschereccio ne cattura cinque quintali, quanti pesci bisognerà esaminare? 

 

Fatto sta che a quarant’anni dall’inizio di questa pratica i pesci marcati erano solo centomila, per arrivare a quasi mezzo milione solo dopo ancora trenta anni.  Più recentemente, alla fine degli anni trenta, dopo avere esperimentato targhette di vario tipo e di diversi materiali, si trovò un metodo di marcatura realmente efficiente: si iniettavano sotto cute ai pesci una sorta di aghi di ferro a punta smussa, recanti incise le sigle opportune.  L’iniezione avveniva tramite una sorta di siringa, gli animali non risentivano affatto del modesto intervento né espellevano il corpo estraneo e, soprattutto, il recupero dei marcati era agevole anche in mezzo a cumuli di altri pesci, venendo effettuato con l’impiego di un’elettrocalamita.  Così si individuarono per varie specie le aree di riproduzione e le zone di .pascolo., nonché i periodi in cui i pesci si recavano in tali zone.  Questo fu un notevole passo avanti, ma non si aveva ancora una nozione precisa della produttività ittica delle diverse specie nelle varie parti del mare.  D’altra parte, sapendo dove sono i pesci in un dato periodo dell’anno, è possibile mediante l’impiego del sonar individuare i branchi e stimarne la consistenza.  Come esempio della capacità applicativa dell’ecoscandaglio, riferirò di un caso realmente verificatosi nelle acque della Cornovaglia alcuni anni fa.  In una zona precisa, su un fondo di settanta metri, fu .avvistato. con mezzi convenzionali un branco di Sgombri. 

 

Si procedette allora ad esaminarlo mediante rilevazioni sonar.  Si seppe così, con ragionevole approssimazione, che il branco si estendeva, per una profondità di 35 m, su un’area di 9 km per 4.  Il che significa che questo gruppo occupava la bellezza di oltre un miliardo e un quarto di metri cubi: poiché poi si sa che in un metro cubo si distribuiscono usualmente, durante i loro spostamenti, 130 sgombri, ecco che si arrivò a sapere non solo dove essi erano, ma anche quanti erano.  Ed erano tanti!  Il vantaggio di simili informazioni per chi voglia esercitare razionalmente la pesca è così evidente che rende superfluo ogni commento.  Allora, pescare si può, anzi si deve, ma si deve pure evitare di farsi vincere dall’ingordigia che in breve si risolverebbe in danno.  E questo vale non solo per i pesci, ma anche per tutte le risorse che la nostra terra ci offre.  Poco dopo che avevo cominciato a scrivere questo pezzo si è verificato un fatto curioso: ogni giorno, regolarmente, sbucando da chissà dove, un bel gattone soriano entra nella mia stanza.  Annusa l’aria, mi guarda con fare interrogativo, accenna un inizio di fusa.  Poi, vedendo che non accade nulla, con dignitosa lentezza si volta ed esce dalla stanza.  Mi sbaglierò, ma ho l’impressione che il micio abbia avuto chissà come notizia che mi sto interessando di pesce ed equivocando un po’, viene a vedere se non ci sia qualcosa di succulento anche per lui.  Naturalmente è solo una mia fantasia, ma ad ogni buon conto giuro che non scriverò mai un articolo sui topi!

 

 

Pubblicato originariamente su Naturalmente, 1993, 6 (2), 17-19.