UN VILLAGGIO CHE NON AVREBBE VOLUTO DIVENTARE FAMOSO

 

Giampaolo Magagnini

 

Minamata è un piccolo villaggio giapponese in riva al mare come ce ne sono tanti: abitato da pescatori, gente tranquilla e seria che bada ai fatti suoi e se ne infischia che il mondo sia all’oscuro della esistenza sua e del suo villaggio.  Tutto è continuato così, a Minamata, forse per secoli, fino agli anni sessanta, quando il villaggio balzò improvvisamente alla notorietà.  Era accaduto che più di un centinaio dei suoi abitanti aveva cominciato ad accusare disturbi fisici tanto gravi quanto inesplicabili: disturbi muscolari e nervosi, cecità: quarantatre persone morirono e diciannove bambini nacquero presentando gravi lesioni cerebrali.  Occorse un po’ di tempo per individuare la causa del “morbo”, ma alla fine fu messo sotto accusa il pesce che gli abitanti di Minamata, un po’ come tutti i Giapponesi e specialmente i pescatori, consumavano come alimento base della loro dieta.  Nei paraggi di Minamata c’era un’industria che adoperava nelle sue lavorazioni notevoli quantità di mercurio, i cui scarti venivano allegramente smaltiti in mare.  Tanto, avranno pensato gli industriali, il mercurio è pesante, va a fondo e non se ne parla più!  Avevano fatto i conti senza alcuni organismi che vivono comunemente in mare, tra cui diversi batteri, che attuano la metilazione dell’elemento che, divenuto metilmercurio, risulta molto più solubile, e quindi più assimilabile, della forma metallica.

 

I pesci della zona, vivendo in concentrazioni di mercurio non letali, ne avevano gradualmente accumulato notevoli quantità: gli animali non presentavano disturbi, avendo avuto modo di sviluppare una sorta di “mitridatismo” nei confronti del metallo, ma ben diversa era la situazione di coloro che, nutrendosi dei prodotti della pesca, avevano improvvisamente assunto quantità alte e perciò immediatamente dannose di mercurio.  A dire il vero il caso di Minamata non era stato il primo, poiché già negli anni 1940-1950 in Svezia, dove si faceva largo uso di prodotti a base di mercurio per trattare le sementi di grano allo scopo di difenderle dagli attacchi fungini, si ebbe una strage di uccelli che si erano nutriti sui campi seminati.  Ma probabilmente all’epoca il fenomeno non fu correttamente interpretato, e quindi non fu diffuso l’allarme.  È solo successivamente ai tragici fatti di Minamata che ci si cominciò ad interessare sistematicamente dell’inquinamento da mercurio e ben presto le analisi rivelarono una realtà generale a dir poco allarmante.  Ad esempio, nel 1970 in alcune specie ittiche del lago Erie (U.S.A.) fu riscontrata una concentrazione del metallo in ragione di 6 ppm (a titolo di paragone, si consideri che attualmente la dose massima tollerabile è considerata, negli Stati Uniti, di 0,5 ppm).

 

In questo caso si constatò che l’inquinamento era causato da alcune industrie che adopravano il mercurio per la produzione di gas tecnici.  Ci si accorse anche che la pratica di trattare le sementi con tali anticrittogamici non causava solo stragi di volatili come accaduto in Svezia: le acque meteoriche dilavando i campi portavano il veleno prima nelle acque interne e quindi al mare.  Perciò l’inquinamento produceva i suoi effetti anche lontano dal punto di origine e si prolungava nel tempo anche dopo che la causa inquinante era stata eliminata.  Ecco allora che si spiega, moltiplicando i casi di cui ho solo dato degli esempi, come possa accadere che anche organismi che passano la maggior parte della loro vita in acque oceaniche e lontani dalle coste come i tonni, possono presentare concentrazioni alte e quindi pericolose di questo metallo.  In definitiva, i gradini più pericolosi risiedono nel fenomeno della metilazione, per cui il mercurio diventa molto solubile e perciò assimilabile, e nella capacità degli organismi di accumularlo, concentrandolo sempre più attraverso la catena alimentare.

 

Com’è noto, il mercurio si trova normalmente nell’ambiente naturale, specie nei minerali come il cinabro.  Dalle rocce in cui è presente in diverse forme passa nelle acque ed anche nell’atmosfera: da qui con le piogge ritorna sulle terre o cade nelle acque. Si tratta di quantità modeste, stimate per l’aria in circa 0,5 ng per metro cubo e per gli oceani in 0,1 ppb: anche se il mercurio “naturale “ viene in contatto con gli organismi (se ne è trovato anche in conchiglie fossili dei sedimenti marini davanti al litorale grossetano), le dosi naturali non destano preoccupazione.  Preoccupano invece, e non poco, gli afflussi esterni al ciclo naturale, dovuti alle attività industriali.  Si usa infatti mercurio nei processi elettrolitici per la produzione di cloro, nella industria della carta, in quella delle vernici e se ne produce nella combustione sia del carbon fossile che del petrolio.  Inoltre il mercurio risulta dannoso anche nella forma metallica, prima cioè che subisca il processo di metilazione.  A questo proposito posso citare quello che io stesso ho osservato in alcuni anellidi marini trattati sperimentalmente per 96 ore con dosi scalari di cloruro mercurico.  

 

Si tratta di dati ancora incompleti poiché le esperienze sono ancora in atto, ma già ho potuto vedere che dosi non letali hanno una notevole azione teratogenetica sugli organismi che presentano malformazioni irreversibili di alcune strutture, mentre l’effetto del trattamento sugli embrioni risulta ancor più drammatico, producendo neonati mostruosi e disvitali ed anche una alta percentuale di “gemelli siamesi”.  Questi dati, ripeto, oltre che inediti sono ancora provvisori, ma mi sembrano abbastanza indicativi degli effetti devastanti dell’esposizione al mercurio.  Non sto adesso a parlare di quali possano essere i rimedi per questo tipo di avvelenamento dell’ambiente, poiché tutti credo saranno d’accordo col definirli con una sola parola: prevenzione.  E che questa sia l’unica terapia veramente efficace lo si deduce anche dalla considerazione, già accennata sopra, del prolungarsi nel tempo degli effetti di singoli eventi inquinanti anche dopo la eventuale fine delle attività che li hanno prodotti.  Parlavo di queste cose, tempo fa, con un signore un po’ anziano e molto saggio pur nella sua ingenua ignoranza.  Quand’ebbi finito sospirò un paio di volte, buttò via la sigaretta e, identificando il mercurio coi termometri, mi disse: “Almeno un tempo li facevano collo spirito: il peggio che poteva capitare era di prender delle sbornie!”

 

 

Pubblicato originariamente su Naturalmente, 1992, 5 (2), 18-19.